![]() |
![]() |
1. I fattori di rischio ed i problemi del territorio.
La situazione criminale sopra descritta, così come riferita nel corso delle audizioni effettuate dalla Commissione e desunta dai principali documenti processuali che riassumono la storia della criminalità catanese, consente di ben comprendere quanto siano rapidi i fenomeni di rigenerazione del tessuto mafioso, all'indomani delle operazioni di polizia e delle faide criminali che hanno ridotto il numero degli affiliati presenti ed attivi sul territorio.
Aldilà di alcuni aspetti di progresso - apprezzabili sotto il profilo del diverso approccio culturale verso il fenomeno mafioso, e del miglioramento innegabile di taluni servizi pubblici - la condizione di degrado sociale, che ancora contraddistingue Catania, costituisce un moltiplicatore implacabile dei fenomeni criminali ed il terreno di coltura del modello comportamentale mafioso.
Questo degrado sociale è manifestato dalla presenza di un tasso di disoccupazione che costituisce ormai un fattore devastante dell'intera vita economico-sociale della città e della provincia etnea.
La contemporanea presenza di un così elevato tasso di disoccupazione, da un lato, e l'affermarsi, dall'altro, di falsi miti ed irraggiungibili modelli (in particolare la ostentazione della ricchezza), producono effetti assai gravi tra i giovani; oggi una posizione di primissimo piano nella criminalità è rappresentata dalla delinquenza minorile. Tale criminalità, in precedenza dedita ai furti di autovetture ed alle piccole rapine, oggi al racket delle estorsioni ed agli omicidi, rappresenta uno dei fattori di maggiore preoccupazione nell'analisi e, soprattutto, nella strategia di contrasto del fenomeno mafioso.
Se è vero infatti che a Catania i cento omicidi all'anno hanno costituito un parametro «strutturale» che desta la massima preoccupazione, non si può trascurare la circostanza che molte tra le vittime siano di giovanissima età.
Emerge inoltre che perfino la stessa guida di numerose bande criminali in continuo conflitto tra loro sarebbe nelle mani di giovanissimi.
L'encomiabile impegno delle forze dell'ordine, pur tra le grandi difficoltà determinate dalla carenza degli organici, - carenza che è peraltro aggravata dall'impegno che devono profondere nelle traduzioni dei detenuti coinvolti nei maxiprocessi, - non è sufficiente a determinare un livello dì controllo del territorio indispensabile per
poter svolgere una adeguata azione di contrasto nei confronti delle cosche catanesi.
L'impegno principale è costituito dalla adozione di iniziative legislative e di misure economiche e sociali idonee a fare uscire la città di Catania dalla attuale condizione, che non sembra ancora tale da rassicurare circa il superamento della fase più critica ed il ritorno alla speranza.
È preliminare svolgere una attenta e sistematica analisi delle varie forme che assume la presenza criminale, prestando particolare attenzione a come essa si concretizza nei vari settori dell'attività economica: dall'agricoltura agli appalti di opere pubbliche, dall'edilizia al commercio, nonché alla analisi della cd economia criminale, usura, estorsione e traffico di armi.
Del pari è importante individuare quali siano gli strumenti più idonei a fronteggiare il fenomeno: gli interventi di riqualificazione sociale, il potenziamento delle forze dell'ordine, una nuova coscienza della legalità, l'affrancamento delle pubbliche amministrazioni dalle scorie di pratiche dei passato, una nuova consapevolezza del ruolo primario svolto dalle forze politiche. Un particolare impegno deve essere dedicato all'affinamento delle metodologie per contrastare efficacemente i nuovi modi di operare dei crimine organizzato che molto spesso ricorre a sofisticate forme di riciclaggio del denaro sporco. Appare altresì essenziale, per il raggiungimento di apprezzabili risultati mettere a punto le misure più idonee, sia sul versante processuale penale che più in generale su quello legislativo, per rendere non episodica la confisca dei beni rispetto alla misura cautelare del sequestro.
2. La criminalità minorile.
Catania è stata e continua ad essere da anni la capitale della criminalità minorile. Qualsivoglia analisi del fenomeno mafioso non può prescindere da una adeguata riflessione sul tema della devianza minorile: essa, proprio nel territorio etneo, assume aspetti molto preoccupanti, sia per la frequenza delle manifestazioni che per la loro gravità.
Sono moltissimi i bambini che non vanno a scuola o che non traggono profitto dalla scuola. Molti di essi non frequentano le lezioni per l'incuria dei genitori, altri, pur frequentando, non ne traggono benefici per via dell' inefficienza del sistema scolastico e della sua incapacità di garantire la piena integrazione sociale dei minori a rischio.
Questa condizione di degrado riguarda tanto i minori catanesi, quanto i piccoli generati dalla cospicua quantità di extracomunitari presenti sul territorio della provincia di Catania. Sono i figli degli immigrati cingalesi, mauriziani, nordafricani, albanesi, giunti in città con ogni mezzo; spesso mediante sbarchi clandestini; a volte mentre erano ancora nel grembo delle madri speranzose di offrire loro un futuro in una terra di benessere. Ma quanta attenzione, in via preventiva, è rivolta dalla società e dallo Stato a questi bimbi, per
evitare fenomeni di devianza giovanile nel già tormentato mondo della immigrazione?
I dati raccolti in tal senso sono impressionanti: la quasi totalità dei giovanissimi extracomunitari non sa neppure come è fatta un'aula scolastica, e anche questo comportamento rischia di diventare nella pratica un modello emulativo.
Ma anche per i bimbi catanesi la situazione non è diversa. In tutta la provincia il problema della dispersione scolastica è riscontrabile soprattutto nelle zone a scarsa industrializzazione, in particolare a Paternò, Adrano, Giarre e Biancavilla, ove degrado e disoccupazione sono ai massimi livelli. La situazione di Catania città, dove la saltuarietà della frequenza induce a grande preoccupazione, è comunque diversa.
I soggetti istituzionali più esposti hanno pensato di avviare sul territorio un monitoraggio sulla dispersione scolastica per poi compararlo con i dati nazionali, dedicando una specifica attenzione a due elementi generalmente poco rilevabili in altre parti non solamente del territorio nazionale ma anche della stessa Sicilia: la mortalità scolastico-giovanile e la micro criminalità «infantile».
Ma quale è la linea di confine tra la responsabilità dello Stato e quella delle famiglie in tutto ciò?. Quanta attività di sollecitazione avviene nei confronti delle famiglie perchè esercitino maggiori controlli e non si rendano proprio esse, in molti casi, corresponsabili, o addirittura principali responsabili, di tale fenomeno?
La risposta è data, in parte, dai numeri forniti dalle autorità preposte al controllo sull'evasione dell'obbligo scolastico, che intervengono sul problema con lo strumento sanzionatorio di loro competenza: nei primi cinque mesi del 1997 sono stati denunciati dall'Arma del Carabinieri i 525 genitori, di 272 scolari inadempienti; e si tratta solamente di controlli a campione, effettuati da una sola autorità.
I riflessi negativi di questa situazione possono ben cogliersi dall'andamento delle statistiche relative al numero dei minori arrestati, che nell'anno 1998, nell'ambito del distretto di corte di Appello di Catania, ammontano a 257, su di un totale complessivo di 1917 minorenni tratti in arresto in tutto il territorio nazionale. Va peraltro rilevato che dei 259 ingressi di minori in centri di prima accoglienza, che si sono registrati tra il 1o Luglio 1998 ed il 30 Giugno 1999, ben 120 erano relativi a minori residenti nel capoluogo della provincia di Catania, e di essi 50 sono avvenuti per il delitto di rapina, tentata o consumata.
La situazione della criminalità minorile nel 1999 è dunque, nel complesso, rispetto all'anno precedente, ulteriormente peggiorata: il numero totale delle notizie di reato a carico di minori noti è passato da 2138 a 2226; quello relativo ai minori ignoti da 74 a 75. E tra le singole categorie di reati sono cresciute le rapine, passate da 85 a 108; le estorsioni da 18 a 24; i reati connessi agli stupefacenti da 158 a 206, e si sono registrati anche 5 casi di omicidio commessi da minori.
La commissione antimafia della X legislatura, aveva già affrontato negli anni scorsi questo tema dei minori a rischio, e tentato di fotografare la realtà con riguardo alla condizione dei quartieri a rischio, cogliendone appieno la reale gravità, e così
descrivendolo (9): «...Più grave ancora è la situazione del quartiere San Cristoforo, dove attorno alla piazza omonima ed alle due strade principali, via Plebiscito e via della concordia, c'è uno degli esempi più drammatici del degrado e delle sperequazioni sociali. Qui sono nati e vissuti i primi grandi delinquenti catanesi dell'età contemporanea e qui nascono e crescono centinaia di bambini allo sbando, che non hanno uno spazio in cui giocare.
Molti genitori sono incentivati dalla refezione scolastica a fare frequentare ai figli la scuola dell'obbligo, ma gli edifici degli istituti presentano gravissime carenze ed anche il plesso centrale della scuola media «Andrea Doria», nella via Cordai, pur essendo uno dei migliori, è inadeguato: non c'è spazio per lo sport e per le attività ricreative, al punto che i ragazzi sono costretti a sedere per terra, su un pianerottolo, per assistere alla proiezione di diapositive. Il resto degli edifici scolastici si presenta addirittura fatiscente ed è soggetto a continui danneggiamenti da parte di ragazzi che per mancanza di affetto familiare manifestano segni di devianza sociale e atteggiamenti violenti nei confronti dei compagni.
Le uniche occasioni di svago che il quartiere offre sono i circoli ricreativi privati, dove la frequenza comporta per i ragazzi spese normalmente insostenibili (biliardi, flipper) ed è essa stessa causa di devianza sociale;in ogni caso tali circoli si trovano ubicati nei pressi di edifici scolastici e restano aperti durante le ore di lezione, incentivando in tal modo le tendenze di chi è portato a marinare la scuola o a scappare frequentemente dall'aula.
Questi ragazzi di San Cristoforo sono quasi tutti di famiglie numerose alloggiate in abitazioni malsane di un solo vano in cui convivono anche più di dieci persone, che non dispongono dei servizi igienici. Molti, col padre in carcere, non frequentano neppure le scuole dell'obbligo, vengono proiettati nella strada, hanno rapidamente l'esigenza di guadagnarsi da vivere, o per aiutare la famiglia ad andare avanti oppure per tentare di emulare i coetanei di famiglie benestanti che abitano nella stessa via Plebiscito e ostentano lusso: per potersi permettere, cioè, almeno il capriccio di un gelato, di una serata al cinematografo e poi via via di una sigaretta o delle emozioni proibite.
C'è un esercito di bambini e ragazzi sfruttati illegalmente nel lavoro nero di garzoni o venditori ambulanti di fazzolettini di carta e cerotti. Molti ben presto si ribellano, altri già in partenza rifiutano di assoggettarsi allo sfruttamento; ed ecco il ricorso agli espedienti ed alle attività che possono fruttare denaro senza dover dare conto ad un padrone: sono i piccoli furti e poi gli scippi. Comincia a questo modo la tragica odissea dei bambini diseredati del quartiere che costituiva a Catania, e in parte costituisce tuttora, il vecchio cuore della delinquenza.»
A fronte di questa analisi, così deprimente, e della cruda indicazione dei dati sulla devianza, prima forniti, risulta di tutta evidenza che ogni studio sulla condizione minorile - che volesse partire da considerazioni generali sui fattori di condizionamento della famiglia e
della società italiana, senza scendere nello specifico della condizione di vita dei giovani a Catania, sarebbe destinato a fornire risultati insufficienti, se non addirittura fuorvianti.
L'universo giovanile a Catania è dunque complesso, è la risultante di variabili incrociate, ove alle carenze strutturali di risorse si è sommata spesso l'inadempienza delle Istituzioni. Eppure i presidii istituzionali non mancano. E non manca chi ha dedicato una esistenza intera allo studio dei fattori individualizzanti del disagio giovanile a Catania, ed alla predisposizione dei rimedi. Ha il volto di un uomo anziano, dall'aspetto serioso, ma che non si azzerderebbe a chiamar vecchio, chi abbia avuto il privilegio di scambiar con lui anche poche impressioni.
È il presidente del Tribunale per i minorenni, Giambattista Scidà. Egli ha dedicato il proprio tempo e la propria vita per la causa giovanile, scrutandone ogni aspetto, alla luce della inadempienze, delle incongruenze, del percorso di contraddizioni e di incompiute che hanno caratterizzato l'azione dei pubblici poteri nella città dal dopoguerra sino ai giorni nostri. Non è stato un compito facile quello di interpretare il ruolo in modo così dinamico. Gli è costato rinunce, e spesso contrasti: perché non ha mai risparmiato le critiche a quanti ha ritenuto corresponsabili nella mancata formazione di coloro, che egli ha comunque e sempre considerato i «suoi» ragazzi a rischio.
La sua analisi della condizione giovanile e dei fattori di rischio è lucidissima: «... Appare eccessiva e sviante ogni generalizzazione che, disattenta verso altri fattori ( di ambiente più largo; del mesosistema o dell'ecosistema) voglia correlare il disadattamento semplicisticamente, al fatto in sé, della rottura della unità familiare. È significativamente alto il numero di minori che vivono in quartieri antichi, e di antico degrado, o nuovi - sorti rapidamente, ad iniziativa della mano pubblica, a ricetto di vasti travasi di popolazione - e lasciati in abbandono, dal comune e dallo Stato. Il primo non ha voluto impiantarvi i servizi che pur poteva, e il secondo si è negato al dovere di una presenza effettiva e continua: di per sé affermatrice educativamente valida, oltre che dei precetti e dei divieti, dei valori che li ispirano...
Così nelle sacche di deprivazione, interne alla vecchia cinta, come nella periferia nuova e desolata, gli adolescenti degli strati inferiori della popolazione catanese, lesi nel diritto all'educazione, e frustrati nel bisogno di canalizzazione lecita dei comportamenti, sono positivamente spinti verso esiti devianti dalla stessa illegalità sempre più diffusa, pervasiva, appariscente, e quasi di regola fortunata:sul doppio versante dei delitti comuni, di privati, e della devianza o criminalità amministrativa, che la collettività si rappresenta come attivatrice assidua di ingenti transferts di ricchezza, dall'ambito pubblico ai patrimoni privati;la quale illegalità complessiva insidia o impedisce, col suo imperversare, il costituirsi di un vissuto di realtà dell'ordinamento di effettività delle norme, di consistenza delle sanzioni; e perfino rende difficile la percezione del senso che hanno le condotte conformi.
Il minorenne di Catania che scippa o rapina è, di regola, un adolescente del quale il presente quadro urbano ha fatto un adulto per forza. Gli ha negato - non di rado già nell'infanzia - la scuola; gli ha negato la consuetudine di incontro con gruppi di coetanei, in aree minimamente attrezzate ed assistite, per il gioco che aiuta a crescere normalmente, per lo sport, e per l'adeguata socializzazione; gli ha
imposto - non di rado contro le leggi - il lavoro, che per giunta è lavoro di sfruttamento; ed è andato assediandolo con l'esempio, il modello, la proposta del reato che paga. Forzato dell'età adulta egli commette delitti di adulti. Altre volte il reato lascia intravedere bisogni lucidi di fondo, mai soddisfatti, e che straripano, come per compenso stravolto e distruttivo, e appare insomma gioco, tragico, di ragazzi ai quali non è stato consentito di giocare, né insegnato a farlo» (10).
Questa analisi, tragica e lungimirante al tempo stesso, della condizione minorile e dei suoi riflessi sulla realtà del crimine, sembra rimbalzare contro il muro di gomma di una città che ha raggiunto i propri assetti di benessere attorno ai privilegi ottenuti dai più attraverso pratiche illegali di clientelismo, e che non riserva nulla o quasi a chi non ha da vantare amicizie, collegamenti, contiguità. Una città della quale, i molti benestanti che vi abitano, continuano a ritenere i confini estesi sino al Corso Italia ed ai palazzi del salotto buono; nella quale chi sta bene dimentica volontariamente quanti vivono nel disagio, nel sottosviluppo, nell'inedia e li sospinge nelle fila di una criminalità disposta a dare mezzi di sostentamento, tra le braccia di una mafia che si finge paterna e disposta a riscattare quanti si vedono abbandonati ed esclusi da una cosa pubblica che è ritenuta sempre più cosa loro».
Analoga è stata la presa di posizione del Procuratore Generale di Catania nel suo discorso inaugurale di apertura dell'anno giudiziario 2000 (11): «L'ho detto e ve lo ripeto: se non si affronta la questione minorile, Catania è senza futuro, come con amarezza ma piena coscienza del proprio compito ha scritto in tutte le lettere il Presidente Scidà , che spazia dalla quantità dei reati che vengono commessi, all'affollamento dei centri di prima accoglienza, al problema dei nomadi (gli »argati« in particolare), - pel versante penale -, agli affidamenti preadottivi, alle adozioni - soprattutto internazionali - nel versante civile. A volte ascoltato, più volte trascurato il suo è un urlo - per trasporre in prosa la figurazione del Munch - che dovrebbe svegliare Enti e Istituzioni. ...Noi saremo al suo fianco, come già lo siamo stati per la istituzione di servizi sociali nel distretto; occorre, però, una mobilitazione di tutti i settori - mass-media, istituzioni - per operare sul fronte minorile».
La condizione dei minori è dunque la chiave di lettura della realtà socio-criminale di Catania. Alcune Istituzioni lo hanno capito, altre tardano a percepire la gravità e l'esatta dimensione di questa connessione. Ma l'universo dei minori è tutto dentro la questione sociale.
Quanti di essi registrano lo sfruttamento della loro opera, in attività di lavoro non ufficiale e molto spesso illegale?. Si tratta di impieghi in attività non assistite dalle obbligatorie misure assistenziali e previdenziali; mal retribuite; ed i cui proventi vengono spesso rimessi in gran parte al nucleo familiare che versa in condizioni di indigenza. I giovani vengono ritenuti grandi troppo in fretta, e subito vengono chiamati a contribuire ai bisogni economici delle famiglie. Il più delle
volte lo sfruttamento minorile si accompagna poi ad esecuzione di prestazioni ripetitive che non consentono la acquisizione delle tecniche e dunque tarpano le ali alla legittima aspirazione di ciascuno ad emanciparsi, per iniziare una attività con mezzi propri e proprie risorse professionali di arte e di mestiere. In definitiva nello sfruttamento lavorativo a volte si annida uno dei motivi di rivalsa sociale che funge da sostegno e da moltiplicatore rispetto alle scelte di vita criminale. La mafia è infatti lì che attende all'angolo della strada, è pronta a raccogliere ogni sfogo di delusione, ed a proporre un guadagno facile. Si comincia con lo spaccio degli stupefacenti, con l'incarico di vendere le sigarette ed i generi di contrabbando. Ma si può essere ben presto chiamati a svolgere ruoli più pesanti, che presuppongono l'ingresso dentro una organizzazione criminale. La scelta appartiene sempre ai singoli, anche se il richiamo della vita criminale assume spesso le stesse dimensioni del disagio sociale ed esistenziale, e dei suoi fattori scatenanti: le insufficienze del sistema scolastico, privo degli occorrenti strumenti, delle risorse, e povero di interessi da trasmettere; il lavoro nero cui i minori sono costretti dalla condizione di indigenza e per le strutturali carenze del mercato del lavoro; la condizione di disagio delle famiglie, strette dai bisogni e non sufficientemente avvezze ad indicare nel modello di vita suggerito percorsi di legalità.
Tale situazione di fondo fa sì che la condizione complessiva dei minori non sia sostanzialmente mutata, benché si sia comunque avviata un'opera di recupero dei quartieri a rischio da parte delle istituzioni locali, con la istituzione di bambinopoli e centri sportivi anche nelle zone più degradate della città. In particolare, per ciò che riguarda il comune di Catania, v'è da segnalare il finanziamento di un c.d. «contratto di quartiere, una formula atta ad elaborare proposte di miglioramento in forma integrata, superando dunque la frammentarietà dei singoli interventi di risanamento. È attualmente in fase di esecuzione il contratto di quartiere Trappeto Nord, e sono in via di definizione operazioni analoghe relative ai quartieri Ognina e Picanello. Sono poi state avviate iniziative volte a provocare una azione comune tra le attività pubbliche e quelle riferibili al volontariato ed alle associazioni no-profit. Tra esse si segnalano i finanziamenti dei progetto parrocchiali le attività di formazione e quelle ricreative, i c.d. «city-lab».
Ma per il futuro nessuna politica della sicurezza e dell'ordine pubblico a Catania potrà prescindere da un progetto concreto per il recupero dei minori residenti nei quartieri a rischio della città.
(9) Cfr. Commissione bicamerale d'inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari della X Legislatura, documento del senatore Corleone, comunicato alle presidenze della Camera e del Senato il 2 Aprile 1990, a pag. 9, con il, quale veniva così veniva rappresentata la condizione dei minori a rischio nei quartieri degradati della città.
(10) Cfr. la relazione del procuratore Generale sull'amministrazione della giustizia nel distretto della Corte di Appello di Catania nel periodo Luglio 1998 - Giugno 1999, pag. 33 e segg.; ed anche la relazione «la criminalità minorile» predisposta dal presidente del Tribunale per i minorenni di Catania in vista della cerimonia di apertura dell'anno giudiziario 1988.
(11) Discorso inaugurale per l'anno giudiziario 2000, pag. 33.
![]() |
![]() |