![]() |
![]() |
5. Le attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. Nella regione Lombardia numerosi impianti di smaltimento o gestione di rifiuti hanno attirato l'attenzione degli organi di polizia giudiziaria e, di conseguenza, della magistratura. L'attività principale degli inquirenti sembra essere stata rivolta, contrariamente a quanto avvenuto in altre regioni (13), più al controllo di impianti che sembravano apparentemente leciti che non a mere discariche abusive. Tuttavia, per comprendere appieno la situazione giudiziaria relativa all'applicazione delle sanzioni penali previste nel «decreto Ronchi» e le eventuali incongruenze delle fattispecie, occorre premettere che i dati in possesso della Commissione sono incompleti, atteso che non tutti gli uffici giudiziari interessati hanno fornito dati idonei a una conoscenza approfondita (14).
(13) V. a esempio le relazioni di cui ai Documenti XXIII, nn. 12, 16, 23 e 35.
(14) A oggi la Commissione ha avuto notizia di 521 procedimenti penali pendenti presso le procure lombarde che hanno trasmesso dati, esclusa Milano, per violazioni del decreto legislativo n. 22 del 1997. Spicca il dato della procura di Bergamo, che ha segnalato più di 200 procedimenti aperti. I magistrati, cui la Commissione ha richiesto informazioni, hanno tuttavia precisato che in nessun caso si tratta di fatti che destano allarme particolare o preoccupazione per l'infiltrazione del crimine organizzato.
A tali procedimenti devono essere aggiunti i 17 pendenti presso la procura del capoluogo, quasi tutti per i reati previsti e puniti all'articolo 51 del decreto legislativo n. 22 del 1997. Si tratta di fatti di gestione non autorizzata di discariche e siti di rottamazione, talora commessi anche attraverso condotte di falso e violazione di sigilli.
5.1. I traffici illeciti «in partenza» dalla Lombardia. Vale la pena innanzitutto ricordare quanto affermato nel Doc. XXIII, n. 16 sul Lazio, relativamente alle indagini concernenti i ritrovamenti di capannoni
industriali dismessi colmi di rifiuti provenienti da regioni del Nord.
Da un prima inchiesta era emerso L'azienda municipalizzata di Milano non smaltiva direttamente nel Lazio, atteso il divieto d'esportazione portato dalla legge regionale: la stessa, con una serie di appalti a società commerciali incaricava le stesse di provvedere ad una cernita dei rifiuti tra secchi e umidi. Tutti i rifiuti erano, quindi, inviati qui per il trattamento e per la cernita nel Lazio; una volta entrati in regione il rifiuto acquistava nuova «cittadinanza» e di conseguenza doveva essere smaltito come rifiuto del Lazio. Va altresì rilevato come tale attività illecita pare non essersi arrestata anche se, a differenza di prima, i rifiuti non vengono più portati fuori regione, ma stoccati direttamente in capannoni lombardi. Le indagini a questo proposito sono appena state avviate dalle procure interessate, tuttavia il ritrovamento di diverse aree utilizzate a questo scopo fa ritenere che sia tuttora viva quella che la Commissione ebbe già a definire «truffa del riciclaggio fantasma».
Nella stessa relazione sul Lazio si osserva ancora come la provincia di Frosinone sembra essere divenuta nel corso degli anni uno dei centri nodali degli smaltimenti illeciti di rifiuti, come testimonia il fatto che indagini avviate in quest'area si siano in un secondo momento intrecciate con quelle condotte dalla Guardia di finanza di Pavia, relative al rinvenimento di 81.000 tonnellate di rifiuti, di natura prevalentemente pericolosa, provenienti dal settentrione e dall'estero, che venivano stoccati abusivamente tra Lazio e Lombardia (15).
(15) V. il Doc. XXIII, n. 16 sul Lazio, pag. 18.
Altri episodi connessi alla gestione illecita di rifiuti lombardi, stavolta di natura industriale, riguardano nuovamente il Lazio e l'Abruzzo. Nelle campagne nei pressi di Pontecorvo (FR) sono stati rinvenuti big-bags contenenti schiumature d'alluminio provenienti da aziende della provincia di Brescia e lì smaltiti abusivamente. Di maggiore rilevanza l'indagine legata a un centro di smaltimento illecito a Tollo (CH): anche in questo caso è stata accertata la provenienza dei rifiuti (residui di lavorazione dell'alluminio), tra l'altro, anche dalla Lombardia. In particolare l'indagine ha portato ad accertare l'esistenza di società commerciali che in pratica «acquistano» il rifiuto dal produttore, garantendone il conforme smaltimento. Nella realtà tali società consegnano i rifiuti a soggetti che ne «curano» l'illecito smaltimento. Si tratta peraltro di inchieste che alla fine sono risultate intersecarsi tra loro, confluendo in una più ampia indagine condotta a livello dal Nucleo operativo ecologico dell'Arma dei carabinieri, che ha portato alla scoperta di un vasto giro di società e di soggetti (in buona parte legati alla criminalità organizzata casertana) che - dopo avere acquisito i rifiuti industriali del nord, e quindi anche lombardi - operava gli smaltimenti illeciti in diverse aree del Paese (Campania, Lazio e Abruzzo in particolare).
Più in generale, il procuratore della Repubblica di Napoli ha affermato, in riferimento al traffico di rifiuti gestito dalla criminalità organizzata con direzione le regioni del sud Italia: «Evidentemente, in loco non vi sono discariche abusive. Le province dalle quali provengono
i rifiuti sono essenzialmente del Piemonte, Lombardia, Liguria, se non sbaglio, del Veneto (qualche ditta è di Reggio Emilia); i rifiuti, quindi, affluiscono anche nel Lazio ma soprattutto nel sud» (16).
(16) V. l'audizione di Agostino Cordova, procuratore distrettuale di Napoli, il 12 febbraio 1998.
Rinviando a un successivo paragrafo della relazione un giudizio sui fenomeni illeciti riscontrati, appare ora opportuno dare conto di altre indagini che - ad avviso della Commissione - sono idonee a specificare il quadro d'insieme innanzi tracciato.
5.2. Alcuni particolari procedimenti. Una sia pur breve notazione meritano alcuni procedimenti in particolare, per i quali occorre premettere che gli stessi sono ancora in fase di indagine preliminare ed assumono, ad avviso della Commissione, rilievo nell'ottica della presente relazione, perché indicativi di un «modus operandi» generalizzato o coinvolgente altre regioni della penisola; ovvero sembrano indicativi delle ripercussioni ulteriori che alcuni episodi di gestione illecite delle discariche sembrano celare.
Ci si riferisce, in particolare, all'indagine condotta dal sostituto procuratore della Repubblica di Monza, Luciano Padula, e relativa allo smaltimento di un mix di ebanite e a quella condotta dal sostituto procuratore di Milano, Margherita Taddei e relativa, fra l'altro, a possibili ipotesi di truffa in danno di enti pubblici.
5.2.1. L'indagine di Monza. L'indagine avviata dalla procura di Monza ha portato al sequestro di circa 120 mila metri cubi di rifiuti pericolosi, in relazione alle attività di una società - la Ecobat - che assorbe circa il 60 per cento del mercato nazionale relativo al trattamento di batterie esauste e a quelle dell'Enirisorse, azienda del gruppo ENI. Dell'indagine ha riferito alla Commissione il magistrato inquirente, Luciano Padula (17), affermando che «l'ipotesi accusatoria è che l'Enirisorse (abbia) ceduto l'attività a due ditte, per i metalli piombosi alla Ecobat, per quelli non piombosi alla City Industrie. Questi subingressi sarebbero avvenuti per la Ecobat nel marzo 1996 e per la City Industrie nell'agosto 1996; tuttavia, la volturazione dell'annesso atto autorizzatorio per la Ecobat è intervenuta soltanto nell'ottobre 1997; per la City Industrie non è mai avvenuta (...). Ovviamente l'Enirisorse, stante la dismissione dell'attività, si è trovata a gestire enormi quantitativi di sostanze senza preoccuparsi (...). di smaltirli nel rispetto della normativa vigente. Avrebbe trovato degli escamotages per disfarsi di questo rifiuto nel senso stretto del termine ed ottenere questo risultato con il massimo risparmio di spesa. In particolare, avrebbe interessato la ECODECO su Pavia e la ditta Lombardo su Marcianise (CE) per effettuare una miscelazione di questo rifiuto (...). Si è trattato di una illecita miscelazione perché non è stata richiesta alcuna autorizzazione (...). Peraltro, i successivi accertamenti hanno evidenziato che vi erano anche percorsi diversi. Enirisorse ne avrebbe attivato uno anche in Calabria, avrebbe devoluto una parte di questa sostanza presso la ditta MECA di Lamezia Terme, la quale, a seguito di un trattamento, che
comunque è oggetto di accertamenti e di verifiche, avrebbe conferito il residuo in una discarica addirittura di categoria 1A, ossia destinata ai rifiuti urbani e assimilabili». Va peraltro evidenziato che la destinazione di questa miscela di ebanite da parte dell'Enirisorse in territorio campano configura anche la violazione della legge regionale che prevede il divieto di importazione di rifiuti da altre regioni.
(17) V. il resoconto stenografico dell'audizione in prefettura a Milano e quella della seduta del 2 luglio 1998. Cfr. anche gli atti acquisiti dalla Commissione.
Il magistrato ha riferito delle difficoltà emerse nel corso dell'indagine stesse e della sue complessità e la Commissione ha dedicato al procedimento una particolare attenzione, anche mediante acquisizione diretta di atti attraverso una missione in loco dei propri consulenti. Appare infatti chiaro come una politica industriale non conforme ai principi di tutela dell'ambiente e conservazione delle risorse - talvolta anche da parte di imprese di rilevanza nazionale - possa condurre a distorsioni ed a danni ambientali di rilevante quantità, senza considerare, per il momento, le ipotesi di collegamento, pur sospettate, con la criminalità organizzata dell'Italia meridionale. Ipotesi peraltro tuttora al vaglio della stessa autorità giudiziaria.
In questa sede, avendo già la Commissione riferito dell'indagine nella relazione generale alle Camere (18), occorre mettere in rilievo come una classificazione non sufficientemente puntuale dei rifiuti abbia consentito ad alcune società di procedere ad operazioni di stoccaggio provvisorio o smaltimento, in contrasto sostanziale con le esigenze di tutela dell'ambiente.
(18) V. il Doc. XXIII, n. 35, pag. 36.
Emerge dall'indagine, infatti, una difficoltà di classificazione, rispetto alla quale vi sono già stati provvedimenti intraprocessuali, del mix di ebanite contenente un residuo di piombo superiore a quello tollerato dalle tabelle allegate al decreto legislativo n. 22 del 1997. Nella discarica di Paderno Dugnano ed in quelle collegate di Marcianise, Crotone e Lametia Terme, sono stati rinvenuti anche altri tipi rifiuti, ma la parte basilare dell'indagine ruota intorno al mix di ebanite, evidenziando quindi il problema di stabilire se tale rifiuto sia o meno pericoloso. Ed invero, sebbene l'ipotesi contestata prevede come reato anche lo smaltimento e lo stoccaggio illecito dei rifiuti non pericolosi, vi sono varie altre attività criminose, tra cui la miscelazione, punite solo nel caso in cui riguardino rifiuti pericolosi. Il problema nasce dal fatto che nell'elenco allegato al «decreto Ronchi» non è contenuta la dizione «mix di ebanite»; da qui lo sforzo interpretativo volto a dimostrare che si tratta di un rifiuto pericoloso per le sue caratteristiche intrinseche di elevata tossicità.
Qualora il mix di ebanite fosse classificato nel modo prospettato dall'accusa, ci si troverebbe in presenza di un'illecita miscelazione, non essendo stata chiesta alcuna autorizzazione, in quanto l'articolo 5 del decreto legislativo n. 22 del 1997, punisce anche chi effettua attività non consentita di miscelazione limitatamente ai rifiuti pericolosi. Sarebbe stato miscelato questo mix di ebanite, acqua, cemento ed altre sostanze fluidificanti, in modo da ridurne i livelli di tossicità e rendere quindi il rifiuto compatibile con le discariche di categoria inferiore.
Peraltro i successivi accertamenti hanno evidenziato che vi erano anche percorsi diversi da quelli di Marcianise e di Paderno Dugnano.
Ad esempio, l'Enirisorse ne avrebbe attivato uno anche in Calabria, devolvendo una parte di questa sostanza presso la ditta MECA di Lamezia Terme, la quale, a seguito di un trattamento, che comunque è oggetto di accertamenti e di verifiche, avrebbe conferito il residuo in una discarica questa volta addirittura di categoria 1A, ossia destinata ai rifiuti urbani e assimilabili. In questo caso, il livello di dispregio della legge è accentuato perché se la discarica di tipo 2B può essere entro certi limiti compatibile con un rifiuto tossico-nocivo, certamente non lo può essere una discarica di tipo 1A.
5.2.2. L'inchiesta connessa alla costruzione e gestione della discarica di Cerro Maggiore. Riprendere in questa sede quanto già detto dalla commissione monocamerale relativamente alla discarica di Cerro Maggiore e quanto emergente dalle numerosi indagini collegate al momento emergenziale della provincia di Milano, non appare opportuno, attesa la storicità degli eventi; qui occorre, invece riferire, di un'indagine relativamente giovane e connessa alla costruzione e gestione della predetta discarica. La fase del procedimento ed i reati ipotizzati dall'accusa impongono la massima cautela ed inducono a riferire unicamente di quella che sembra l'ipotesi accusatoria più strettamente collegata alla gestione dei Rsu.
Si tratta del reato contestato al capo c) del decreto di sequestro preventivo emesso dalla procura della Repubblica di Milano in data 15 ottobre l998, relativo a una truffa continuata per il conseguimento di pubbliche erogazioni (articolo 640-bis codice penale), contestata a più imputati nella qualità di amministratori e componenti del collegio sindacale della SIMEC S.p.a. Costoro avrebbero - con il raggiro di esporre nei bilanci ricavi indebitamente percepiti con aumenti ingiustificati della tariffa di conferimenti Rsu e nei piani finanziari prodotti dalla regione Lombardia costi di gestione indebitamente calcolati in eccesso - indotto in errore l'ente pubblico sulla determinazione del prezzo di tariffa da corrispondere per il servizio di conferimento dei rifiuti solidi urbani ed assimilabili nella discarica di Cerro Maggiore e per i contributi ai comuni di Cerro Maggiore e Rescaldina e alla provincia di Milano. Si sarebbero pertanto dal 1990 in poi procurati l'ingiusto profitto determinato dalla tariffa calcolata in eccesso e dagli indebiti aumenti tariffari conseguiti, in danno della regione Lombardia e dell'AMSA.
![]() |
![]() |