Seduta n. 35 del 18/7/1996

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Seguito della discussione di mozioni
in tema di riforme istituzionali (ore 9,11).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione delle mozioni Caveri ed altri n.1-00015, Sbarbati ed altri n.1-00016, Comino n.1-00020 e Berlusconi ed altri n.1-00021 (vedi l'allegato A ai resoconti della seduta del 17 luglio 1996).
Ricordo che nella seduta di ieri è iniziata la discussione congiunta sulle linee generali delle mozioni e sono state presentate, a norma dell'articolo 118 del regolamento, le risoluzioni Danieli ed altri n.6-00004 e Mussi ed altri n.6-00005 (vedi l'allegato A ai resoconti della seduta del 17 luglio 1996).
È iscritto a parlare l'onorevole Folena. Ne ha facoltà.

PIETRO FOLENA. È stato autorevolmente affermato nel dibattito di ieri che sul percorso e sul processo di riforme costituzionali che il Parlamento deve decidere come avviare peserebbe un presunto immobilismo del Governo Prodi su queste materie in virtù, in particolare, delle sue presunte contraddizioni politiche. A dimostrazione di questo immobilismo è stato citato dall'onorevole Fini il fatto che nella compagine di Governo non esiste la figura del ministro per le riforme istituzionali. È troppo facile replicare che tale assenza è per noi di buon auspicio, visto l'esito delle esperienze precedenti. Al di là di fattori scaramantici, tuttavia, bisogna pensare che il pieno riconoscimento della assoluta sovranità del Parlamento in questo campo è un fatto, culturalmente e politicamente, davvero di buon auspicio.
Su questo punto, non me lo nascondo, si è discusso anche all'epoca del tentativo Maccanico. Anche in quel momento fu infatti obiettato che il riferimento alle riforme, non costituendo parte organica del programma di Governo, non permetteva di avere la fiducia sufficiente, per così dire, per avviare quel tentativo. La nostra opinione, come è noto, era ed è diversa.
La scelta che ha fatto in questo campo anche il Governo Prodi, ed in prima persona il Presidente del Consiglio, liberando il Governo da un tema che per sua natura investe tutte le forze e tutte le componenti del Parlamento la maggioranza e le opposizioni -, permette anche di sottolineare ciò che il Governo e la maggioranza possono fare ora per la riforma dello Stato a


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Costituzione vigente. Ed a tale proposito altro che immobilismo! abbiamo avuto segnali chiari e forti. Penso al disegno di legge, che sarà collegato alla legge finanziaria, relativo alla semplificazione delle procedure burocratiche ed alla revisione dell'ordinamento dei segretari comunali; penso inoltre alla discussione, che dovrebbe sfociare nei prossimi giorni in un'ipotesi di legge delega, sul decentramento di poteri alle regioni e agli enti locali.
Si può dunque fare tanto pur restando nei limiti della Costituzione, che è inattuata e disattesa. Ma è questo il punto l'iniziativa del Governo nell'ambito delle sue prerogative, cioè a Costituzione vigente, non è sostitutiva del processo costituente, come è ovvio che sia. In qualche modo lo può anticipare, soprattutto sul fronte del federalismo, e affiancare, ma è chiaro che le ragioni della crisi italiana economiche, sociali, del costume, quella cesura nella storia del paese di cui ha parlato ieri l'onorevole D'Alema richiedono un nuovo patto democratico. Richiedono cioè l'avvio di un processo costituente di lungo respiro, una procedura che, certo, qui ed ora mi auguro si possa definire per la riforma della seconda parte della Costituzione, ma nell'ambito di un processo costituente più di fondo, che solleciti a prendere la parola i cittadini, i comuni, i governi locali, il cosiddetto terzo settore, il volontariato, i soggetti vivi del sindacato e dell'impresa: in sostanza, il cuore della società civile del nostro paese.
Il processo costituente è assolutamente urgente, deve cominciare ora: se tale processo non verrà avviato la crisi, a nostro giudizio, si avviterà su se stessa. Difficilmente il Governo riuscirà a governare a lungo ed anche l'opposizione non riuscirà a svolgere il suo ruolo. Diciamoci la verità: questo modo di lavorare del Parlamento, come abbiamo visto nel corso delle ultime settimane, non è qualificante!
Non voglio qui approfondire aspetti che riguardano il federalismo ed il ruolo del Parlamento, perché nel tempo che mi è stato assegnato voglio affrontare due questioni cruciali: quella della giustizia, dei controlli e delle garanzie, tema che è stato sottolineato già da alcuni oratori, e quella della forma di Governo in rapporto alla legge elettorale.
Sulla prima questione non ci possiamo nascondere convinzione che mi pare abbastanza diffusa che la debolezza della politica nel corso di questi anni ha finito con l'affidare funzioni e prerogative di guida e di direzione, proprie della politica, ad altri poteri. Ciò è stato vero soprattutto per alcune di queste funzioni che, liberate dai condizionamenti negativi del passato, hanno cominciato ad essere esercitate. Mi riferisco soprattutto alla magistratura penale, di cui però non si può parlare, o tornare a parlare, con toni strumentali, riproducendo una contrapposizione che nella scorsa legislatura aveva lacerato il dibattito politico. Se ne può, invece, parlare sulla base di due presupposti, partendo innanzitutto dal riconoscimento del ruolo svolto, nel corso di questi anni, su alcuni fronti decisivi, da quello della lotta contro la mafia a quello della lotta contro la corruzione e per la legalità. Il secondo presupposto è l'indipendenza e l'autonomia dell'ordine giudiziario, non del potere giudiziario, che non è previsto dalla Costituzione. È importante soprattutto che il rapporto tra giustizia e politica cessi di colorare politicamente, direttamente o indirettamente, consapevolmente o meno, l'azione della magistratura. Il punto è come il controllo penale, in una democrazia moderna, in un processo costituente del tipo cui ho fatto cenno prima, possa costituire davvero l'extrema ratio della sanzione giuridica e non diventare invece, in modo sempre più patologico, la forma fondamentale del rapporto tra cittadino e Stato.
Questo è il punto culturale, ideale, e se si acquisisce questo dato va da sé che occorrerà una nuova sobrietà, nuove regole. Occorre un'azione da parte dell'ordine giudiziario che non guardi in faccia nessuno, che tuteli soprattutto i diritti dei più deboli. Occorre mettere al centro la giurisdizione cosiddetta minore (penale e civile), farla funzionare, diventare rapida, efficace e soprattutto accessibile dal punto di vista dei costi, perché esiste anche un


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blocco economico della parte più debole. Occorre pensare a come molti conflitti, che oggi prendono la via del processo penale o anche civile, possano essere risolti, davvero in un'idea più liberale ed aperta della società, attraverso forme di composizione e definizione, di arbitrato, di conciliazione pregiurisdizionale. Ciò è possibile attraverso un nuovo ruolo dei grandi controlli neutrali che in tutte le società occidentali svolgono funzioni importanti. Mi riferisco alle authority, alle agenzie.
Certamente, sentiamo la necessità di una stabilizzazione nel rapporto tra poteri, funzioni, ordini dello Stato. Dopo la vicenda di Tangentopoli e dopo i grandi cambiamenti di questi anni, occorre più certezza. In questo senso è legittimo parlare di soluzione politica, non intendendo riferirsi ad amnistie o condoni, bensì volendo restituire certezza al cittadino, all'impresa, all'amministrazione, alla politica. L'onorevole Veltroni, alla convenzione dell'Ulivo prima del voto, propose un tavolo su questa materia, che noi rimettiamo al centro della nostra proposta politica.
Sul secondo punto, l'onorevole D'Alema ha già illustrato la linea del nostro partito. Noi non abbiamo una posizione pregiudiziale sulle due strade, semipresidenzialismo o indicazione del premier. Non vogliamo, in questo momento, "impiccarci" nominalmente al documento Fisichella o al lodo Maccanico; vorremmo lavorare per un'intesa, la più larga possibile, che rispetti alcuni presupposti: il primo è il rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento, il secondo la legittimazione democratica dell'esecutivo ed il terzo il ruolo dei poteri e delle funzioni di garanzia. Occorrerà, quindi, nel momento in cui si avvierà questo percorso, vedere su quale soluzione, su quale sistema di equilibri tra pesi e contrappesi si potrà trovare la via migliore e più larga, per poi definire, in rapporto a questa, anche la soluzione relativa alla legge elettorale, che tenga conto dell'evoluzione che il sistema politico ha subito nel corso di questi anni.
Il sistema maggioritario, per il partito democratico della sinistra, è una scelta che non ha ritorno. Noi non siamo nostalgici del proporzionalismo e siamo contro ogni tentativo di tornare ad un neoproporzionalismo. Ci fa piacere che l'onorevole Fini e l'onorevole Buttiglione oggi difendano a spada tratta il maggioritario ed anzi arrivino a dire, come ha fatto Fini, che il referendum è stato uno dei fattori più prepotenti di cambiamento, visto che l'onorevole Fini contrastò, notoriamente, quel referendum e noi, invece, lo appoggiammo. Ci fa piacere, ma il problema, allora, non è tornare al proporzionale, ma come migliorare il maggioritario.
Nel 1994 gli elettori hanno votato, in maggioranza, per il Polo delle libertà indicando, di fatto, l'onorevole Berlusconi come premier. Due anni dopo, gli elettori hanno votato prevalentemente per l'Ulivo, indicando, di fatto, l'onorevole Prodi come Presidente del Consiglio. Ebbene, né nell'una né nell'altra occasione, pur con alleanze diverse, vi è stata però la garanzia che a quell'espressione maggioritaria di voto, per Berlusconi o per Prodi, corrispondesse in Parlamento una maggioranza politica adeguata per poter governare.
È questo il punto: far evolvere il sistema maggioritario verso un compiuto assetto maggioritario di coalizione. Se vogliamo due grandi schieramenti che si possano alternare alla guida del paese, non c'è altra strada; altrimenti, con l'attuale legge elettorale, avremo un neoproporzionalismo che andrà a finire nell'imbuto dei tavoli che le principali forze politiche sono costrette spesso, in modo anche poco dignitoso ad istituire prima del voto. Che da parte di certi teorici dell'uninominale, poi, si arrivi anche a proporre una forma di contrattazione economica su questi tavoli, sinceramente fa riflettere.
Allora, si tratta di lavorare per questa evoluzione del sistema maggioritario, sapendo che non è attuale, storicamente e politicamente, la costruzione di due partiti politici. L'onorevole Pannella, i riformatori, sostengono da tempo l'idea che dovrebbero esserci due partiti politici in Italia. Ridurre il sistema politico a due partiti non è di attualità, perché in Italia, se guardiamo le forze in campo e l'evoluzione del sistema politico, si può forse ipotizzare


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che nel centro-destra, attraverso un processo di federazione e di ricomposizione, si giunga, se va bene, a due grandi formazioni politiche, una tendente più al centro e l'altra più a destra; anche nel centro-sinistra, se certi complessi processi andranno in porto, si arriverà forse a due grandi formazioni politiche, più rifondazione comunista a sinistra. A queste forze va aggiunta la lega, che non è riducibile ad alcuno di questi schemi.
Quindi, se andrà bene, nei prossimi anni avremo sei grandi partiti politici nel paese, che si alterneranno al Governo del paese attraverso regole che vanno codificate e definite. Questo è un dato ineludibile! Costruiamo allora una forma di Governo ed un sistema elettorale che tengano conto di questi fatti i quali non potranno essere cancellati neppure da una legge elettorale perché derivano da dati politici e culturali che sono radicati nella storia della società italiana (e parlo anche della storia più recente della società italiana).
Avviandomi alla conclusione, poiché il tempo a mia disposizione si sta esaurendo, voglio esprimere la speranza e la convinzione che con la giornata di oggi, con l'importante votazione che dovremo fare, possa avviarsi una procedura ampiamente condivisa attraverso la quale davvero tentare di fare le riforme all'interno di questo Parlamento.
Noi dobbiamo sapere che l'assemblea per le riforme costituzionali, di cui si è parlato, che come è stato detto non demonizziamo, è comunque l'ultima spiaggia di un cambiamento istituzionale: l'ultima! Dopo quella non ce ne sono delle altre.
Io invece ho la speranza, perché vedo cos'è questo Parlamento e credo che in questo Parlamento, nella maggioranza e nelle opposizioni ci siano le risorse, le forze, le persone, le intelligenze, la cultura per fare quel cambiamento che il paese attende. In questo senso va apprezzata larga parte dell'intervento che ha fatto ieri pomeriggio l'onorevole Berlusconi.
E allora, Presidente, colleghi, non buttiamo via questa occasione per calcoli di parte: il paese non ce lo perdonerebbe (Applausi dei deputati del gruppo della sinistra democratica-l'Ulivo)!

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Costa. Ne ha facoltà.

RAFFAELE COSTA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho apprezzato molti degli interventi pronunciati ieri in quest'aula ed ho anche apprezzato l'equilibrio e la correttezza dell'intervento di poc'anzi dell'onorevole Folena, con particolare riferimento ai temi della giustizia, che sono stati motivo di impegno difficile da parte del Governo Berlusconi e di chi oggi è in quest'aula il Presidente di turno, onorevole Biondi.
Credo che l'approccio al problema sia stato complessivamente giusto, anche se non è da escludere che in qualcuno, forse in più d'uno, vi siano riserve mentali condizionanti e per certi versi anche paralizzanti.
In linea astratta la modifica della Costituzione dovrebbe o potrebbe avvenire usando i meccanismi interni alla Costituzione vigente e cioè quelli predisposti dal costituente per assicurare la possibilità di idonee variazioni in caso di necessità, di opportunità. Sul piano pratico, però, abbiamo sperimentato come questi meccanismi non siano utili in quanto adatti forse a consentire minimi o marginali o parziali adattamenti della Costituzione e non radicali, profonde ed incisive modifiche della stessa.
L'elezione di una assemblea costituente consentirà (o consentirebbe) di operare in profondità attraverso l'investitura popolare addivenendo a risultati comunque certi. È proprio questa certezza che consente di dare un giudizio positivo su tale ipotesi.
L'elezione di un'assemblea costituente, o meglio la decisione delle attuali Camere di procedervi, consente o consentirebbe di avere la certezza che si addivenga ad un risultato entro un termine prefissato. Nello stesso tempo si avrebbe la possibilità di interventi liberi da mandati vincolanti, non condizionati, adattabili alle scelte di


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fondo che si andranno a realizzare. Quindi "sì" alla scelta dell'assemblea costituente, da farsi in tempi rapidi.
Comprendo bene le perplessità, le esitazioni, le incertezze ed anche le paure di più d'uno, anche di diverse formazioni politiche; le comprendo quando non sono espressioni di preoccupazioni dettate da motivi non validi, e ve ne sono state certamente. Non comprendo invece e credo, dal mio punto di vista, di poterli censurare le pause, i timori, le esitazioni nascenti dalla volontà ostinata di difendere lo stato attuale, l'esistente che non è sicuramente in grado di reggere l'impatto con una realtà nazionale ed internazionale, che non solo è cambiata nel corso degli ultimi cinquant'anni ma è in profonda e continua evoluzione.
Mi associo all'appello dell'onorevole Buttiglione. La strada che noi indichiamo è quella dell'assemblea costituente. Se la maggioranza ritiene invece più utile ed idonea un'altra strada, la imbocchi con celerità: non saremo certamente noi ad ostacolarla.
Ai molti motivi di dissenso nei confronti di una Costituzione superata in tante parti che peraltro sono stati illustrati in quest'aula in diverse occasioni da più persone vorrei aggiungerne uno che mi pare sia stato fino ad oggi trascurato o non sufficientemente ascoltato.
Si tratta delle disposizioni di cui dobbiamo cominciare a discutere previste dagli articoli che indentificano le regioni a statuto speciale ed i loro "diritti". Dobbiamo discutere in profondità delle loro attribuzioni, delle loro specificità, dei fondi che alle stesse vengono erogati o che le stesse sono autorizzate a trattenere. Non si tratta attualmente di federalismo ma, in molti casi, di privilegi ingiustificati.
Non è stato facile neppure ottenere i dati aggiornati, che abbiamo cercato in questi ultimi giorni, relativi ai trasferimenti di fondi dallo Stato alle regioni. Abbiamo spulciato il bilancio dello Stato, ma il quadro non è risultato chiaro e siamo ricorsi al ministro del tesoro e alla Ragioneria generale dello Stato. Abbiamo bussato inutilmente alla funzione pubblica, al dipartimento delle regioni, dove nessuno sa esattamente quanti soldi lo Stato trasferisca attualmente alle regioni.
Infine, grazie alla collaborazione del Ministero del tesoro, siamo venuti in possesso di una tabella che cercavamo. È un po' vecchiotta si riferisce al 1994 ma egualmente valida poiché i dati del 1995 non sono cambiati di molto e, soprattutto, non sono ancora pronti. Chissà cosa si attenda a raccoglierli e a pubblicarli, considerando che si tratta di denaro pubblico per il quale una certa rendicontazione è obbligatoria in tempi brevi.
Perché questi dati ci interessano così tanto, fino ad appassionarci nella ricerca come ad una specie di caccia al tesoro? È molto semplice: il problema del trasferimento dei fondi è legato a quello del federalismo o, meglio, a quello del federalismo fiscale, il quale è legato alla ripartizione dei fondi dello Stato. Se non si risolve il problema delle regioni a statuto speciale e dei loro privilegi, non si può cominciare ad impostare il problema del federalismo, né fiscale né non fiscale, posto che l'assetto delle regioni speciali e non speciali è determinato dalla Costituzione.
Vediamo ora, attraverso le cifre, quale è stato nel 1994 l'impegno dello Stato nei confronti delle regioni o, meglio, dei cittadini delle varie regioni. Abbiamo detto che vi sono cittadini e regioni più fortunati ed altri meno fortunati, che lo Stato è padre per qualcuno e un po' meno padre o patrigno per altri dei molti suoi figli. Il giudizio è fondato sulla distribuzione delle risorse, ma ha anche una matrice politica.
Le regioni a statuto speciale furono previste dal costituente cinquant'anni fa. Esse furono proclamate tali soprattutto per ragioni politiche, per le spinte fortemente autonomiste (e non soltanto autonomiste) che venivano dalla Val d'Aosta, dall'Alto Adige, dalla Sicilia, dal Friuli-Venezia Giulia e dalla stessa Sardegna. Tutto si riesce a sistemare, in qualche modo, dando più poteri e, soprattutto, dando più soldi: così ragionò il legislatore che previde, appunto, la nascita di cinque regioni


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autonome, che divennero realtà a partire dagli anni cinquanta e sessanta.
Tutto si aggiusta se riceviamo più soldi: così ragionarono gli amministratori delle diverse regioni interessate, che riuscirono a far inserire negli statuti regionali, adottati dal Parlamento con legge costituzionale, alcune norme in base alle quali molta parte delle tasse versate dai residenti nelle regioni interessate non dovevano finire a Roma, bensì restarsene in sede. Principio sacrosanto per i fautori del federalismo (almeno del federalismo fiscale). Sacrosanto sicuramente, ma ad una condizione, che la norma valga per tutti e non solamente per talune regioni.
Sono passati cinquant'anni e non vi è più motivo alcuno non tanto per mantenere in piedi specifiche autonomie, che peraltro sarebbe opportuno estendere a tutti, come sembra si stia cercando di fare, quanto per fare a certe regioni enormi regali.
Sanità a parte, quanto destina lo Stato, attraverso le regioni, ai cittadini? Una cifra molto, molto diversa per ogni regione.
Tanto per cominciare, la regione che riceve di meno dallo Stato è la Lombardia, che percepisce dalle 200 alle 250 mila lire all'anno, seguita dal Veneto, dall'Emilia, dalla Puglia, dalla Toscana, dalla Campania, fino ad arrivare a circa 300 mila lire. La lista delle regioni ordinarie si chiude in alto con la Basilicata, che riceve per ogni suo residente 400-450 mila lire, ma paradossalmente percepisce meno delle altre per quanto riguarda la sanità, pur disponendo di strutture più deboli.
Fin qui si è parlato delle quindici regioni a statuto ordinario, che, come si è detto, ricevono mediamente dalle 250 alle 300 mila lire per persona all'anno. Per quanto riguarda le regioni a statuto speciale, si comincia dal Friuli, che percepisce 1 milione 500-1 milione 600 mila lire per ogni abitante all'anno, poi si passa alla Sicilia, che riceve 1 milione 700-1 milione 800 mila lire all'anno, quindi alla Sardegna, che percepisce 1 milione 800-1 milione 900, per raggiungere infine i vertici con le province autonome di Trento, che ottiene più di 6 milioni, di Bolzano, che riceve più di 7 milioni e di Aosta, che percepisce più di 8 milioni. È paradossale ed è anche ingiusto.
Le tentazioni di ricercare un'autonomia più forte ed utile sono all'ordine del giorno.

PRESIDENTE. La invito ad avviarsi alla conclusione.

RAFFAELE COSTA. Recentemente la stessa provincia di Bergamo ha fatto una scelta di indirizzo: richiederà la stessa autonomia di altre province. Ma non c'è solo Bergamo in lista d'attesa, perché c'è una lista destinata ad allungarsi che non porterà forse a risultati apprezzabili per i singoli richiedenti, ma che farà prima riflettere e poi agire il costituente.
In più occasioni ho avuto modo di sentire avanzare e prospettare un problema. Le regioni a statuto speciale svolgono, tentano di svolgere o contribuiscono a realizzare una concorrenza legittima nell'ambito del mercato nazionale? È un interrogativo che ci si pone. Un albergatore di Belluno, che si trova in una regione, come il Veneto, schiacciata tra altre due a statuto speciale, il Trentino ed il Friuli, le quali ricevono generosi contributi grazie ai soldi dei contribuenti italiani, subisce gli effetti di una concorrenza legittima ovvero quelli di un mercato condizionato e distorto? L'azienda turistica torinese, che gestisce gli impianti di risalita in un piccolo comune del torinese, subisce gli effetti distorti...

PRESIDENTE. Onorevole Costa, sono spiacente perché i suoi discorsi sono sempre molto interessanti, ma la invito a concludere perché sottrae tempo ai suoi colleghi. Conosco il suo senso della reciprocità, per questo mi permetto di dirglielo.

RAFFAELE COSTA. Concludo subito, Presidente.
Come dicevo, l'azienda turistica torinese subisce gli effetti devastanti di una concorrenza legittima ovvero di un mercato condizionato e distorto?
Un'azione contro lo Stato da parte delle regioni o delle province danneggiate


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presso i competenti organi della Comunità europea o anche soltanto all'anti-trust forse contribuirebbe a restituire un equilibrio che le leggi e la Costituzione vigente non assicurano (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Mi spiace di interrompere i colleghi, ma credo sia dovere di tutti rispettare nei tempi prefissati, che sono contingentati e quindi cogenti.
È iscritto a parlare l'onorevole Lembo. Ne ha facoltà.

ALBERTO LEMBO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la ragione della discussione di questi giorni sta nella profonda esigenza di riforme che la società italiana, o almeno una sua consistente parte, avverte.
In un contesto di varie ed articolate riflessioni, vorrei ricordare ai colleghi che l'iter storico-politico attraverso il quale si è giunti alla Repubblica italiana, centralista e unitaria, vide prevalere la scuola di pensiero unitaria, mazziniana o cavouriana che fosse, sostenuta da vari interessi economici, politici ed anche religiosi spesso, e questo dobbiamo dirlo, non localizzati in Italia. Quindi nasce sotto l'influsso straniero. Si ebbe quindi una prevalenza sulla scuola federalista moderata monarchica o radicale repubblicana: due grandi filoni allora esistenti.
Questa prevalenza passò attraverso una serie di guerre, di occupazioni militari e di plebisciti-farsa con l'abbattimento di governi pienamente legittimi, secondo i criteri di allora, di interi sistemi giuridici, scardinando contemporaneamente anche i rispettivi sistemi economici e sociali. Il Veneto, di cui sono rappresentante, e il regno delle due Sicilie sono i due esempi più tragici di quello che avvenne allora. Dopo queste sante guerre, ispirate alla geografia risorgimentale, del 1848-1849, del 1859-1860, dopo la tragica repressione del 1861-1867 nel sud, le successive guerre del 1866 e del 1914, sempre deprecate, dopo le guerre fasciste del 1935-1936 e del 1940-1945 (non riusciamo a capire perché alcune fossero sante ed altre fossero fasciste) abbiamo potuto assistere anche al mutamento istituzionale del 1946, legato a vicende che definire poco chiare è certo troppo blando, con la spartizione di fatto dell'Italia in zone di diversa influenza politica.
Dal 1^ gennaio 1948 è in vigore, donataci dai padri costituenti (anche questi più volte richiamati ieri), la Costituzione della Repubblica italiana, elaborata dai suddetti padri, entrata in vigore e mai ripeto mai (di questo spesso ci si dimentica) in alcun modo approvata dal corpo elettorale italiano, mai approvata dagli italiani, con una divisione tra l'altro, come osservava poco fa il collega Costa, in due realtà nettamente differenziate: una speciale ed una normale (faccio riferimento evidentemente ai due tipi di regione previsti dalla Costituzione).
Questi gli antefatti che ho ricordato molto succintamente; ora invece credo sia giusto riflettere se dobbiamo continuare passivamente ad accettare questo stato di fatto, come singoli o come popoli, o se possiamo legittimamente e legalmente insisto su questi due termini pensare a qualcosa d'altro, non con la ricerca di soluzioni ideologiche ma tentando di cogliere le esigenze attuali della società. Se questa, come credo, è la via da seguire, è necessario svolgere alcune considerazioni sul concetto di libertà riferita sia ai singoli sia alle componenti costituite da diversi popoli di lingua e cultura italiana. E poiché si discute di riforme costituzionali, non si può prescindere dallo sfondo di un quadro storico di riferimento ben preciso.
Onorevoli colleghi, nella storia dell'umanità centotrenta anni, quanti sono quelli del quadro storico della penisola italiana unita (e non sono di più), sono un periodo a mio avviso trascurabile; parimenti è del tutto contingente e non rappresenta certo un valore assoluto e immutabile, comunque lo si consideri, lo stato attuale dei confini della Repubblica italiana, realtà politico-geografica che comprende nei suoi confini minoranze non trascurabili di altri gruppi etnico-linguistici, mentre zone storicamente riferibili


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ad un'area etnico-linguistica ma anche culturale italiana restano fuori degli attuali confini, per cui vi sono oggi italiani, di cultura e di lingua, i quali hanno cittadinanza svizzera o francese o croata o maltese o slovena.
Allora, egregi colleghi, posto che non vi è coincidenza tra confini etnico-linguistici e confini geografico-politici neppure oggi, perché si deve divinizzare la situazione attuale come se fosse perfetta ed immutabile? Io sarei in grado di darvi una risposta a questa domanda, ma chiedo che ognuno di noi provi a darla.
Ho fatto queste brevi e anche ovvie, se volete, riflessioni per chiarire che non si negano gli elementi unificanti, se vi sono, ma neppure si vuole essere schiavi e a tempo indeterminato, con una Costituzione rigida e bloccata come quella da cui siamo ingabbiati, di una situazione voluta da altri (l'espressione "voluta da altri" si riferisce al processo chiamato Risorgimento e all'opera dei suddetti padri costituenti, quasi tutti scomparsi ormai dalla faccia della terra) in un contesto storico, politico e sociale sempre più lontano e profondamente diverso da quello di oggi. Tutti i popoli dell'Italia, e sono molti e non coincidenti con le suddivisioni regionali, devono avere il diritto di rinegoziare la partecipazione ad una forma statale proprio perché diritti collettivi, come quello all'autodeterminazione dei popoli, sono inalienabili e devono essere visti come espressione di libertà e non come tentativo di ledere i diritti altrui. Noi non vogliamo ledere diritti che potrebbero, come si teme, essere quelli del sud, per esempio, ma neppure vedere lesi i diritti di altre componenti italiane ormai troppo gravemente danneggiate dall'attuale situazione.
Chiediamo, sia perché lo riteniamo giuridicamente giusto sia perché lo riteniamo eticamente lecito, che venga riconosciuto a tutti i popoli dell'Italia il diritto di disporre liberamente e pacificamente di se stessi. Riconosciuto tale diritto, ognuno sarà libero di utilizzarlo come riterrà più opportuno e più utile in una visione collettiva e quindi non eccessivamente frammentata (non è questo che vogliamo), in una visione che deve tener conto del concetto di bene comune, in una logica che, all'interno di una visione complessiva dei popoli europei e dei loro modelli di organizzazione futura (quello che sto facendo è un quadro di riferimento del futuro), coniughi solidarietà, responsabilità e giustizia, tutti e tre questi concetti in un clima di libertà e di reciproco rispetto.
Se da questo processo potrà nascere un nuovo rapporto tra le varie componenti, in una nuova forma statuale che potrebbe anche essere quella di una confederazione dei popoli italiani (ma tante altre soluzioni sono possibili), non succederà nulla di traumatico o di scandaloso o, come taluni dicono, usando pretestuosamente un termine che fa molto colpo, di antistorico. Le situazioni cambiano e gli errori di percorso si possono anzi si devono correggere (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cento. Ne ha facoltà.

PIER PAOLO CENTO. Il dibattito di questi due giorni sulle riforme istituzionali è un'occasione decisiva per avviare finalmente nel Parlamento il confronto teso a completare il disegno di riforme istituzionali e costituzionali. Alla fine di questa discussione sarà approvato mi auguro il percorso per raggiungere l'obiettivo, e le proposte che la maggioranza ha messo in campo sembrano un punto di equilibrio convincente, capace di approdare a questo risultato. Nel dibattito sulle riforme emerge però un rischio, che si fa più forte e concreto ogni qualvolta si parla di presidenzialismo, di assemblea costituente, di riscrittura della seconda parte della Costituzione, quello cioè di inserire nelle nostre norme generali una forma di neoautoritarismo, magari legittimato da plebisciti popolari.
La crisi della politica e della rappresentanza e le necessarie semplificazioni del sistema non possono avere scorciatoie. Lo abbiamo visto anche con la riforma elettorale: la scelta del sistema maggioritario,


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tra le tante cose positive, ha però anche ridotto la partecipazione e la rappresentanza democratica, senza risolvere i problemi di stabilità del Governo o di proliferazione di liste o partiti; anzi, spesso è accaduto esattamente l'opposto.
L'ingegneria costituzionale non può risolvere da sola i reali problemi di complessità sociale ed economica e quindi della rappresentanza democratica. Noi deputati verdi siamo a favore di riforme che devono certamente avere l'obiettivo di rendere possibile la stabilità e la chiarezza dei ruoli, ma anche quello di estendere e rendere più autentica la partecipazione popolare e la sovranità del corpo elettorale. Per questo consideriamo invalicabile il rigoroso rispetto degli articoli 138 e 139 della Costituzione, valorizzando anche la parte in cui si prevede la possibilità di ricorso al referendum popolare sulla proposta di modifica costituzionale eventualmente non approvata con la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera.
Le riforme possono e devono essere fatte in questo Parlamento. Perché mai mi domando e vi domando ciò che sciaguratamente non si potesse realizzare in Parlamento per la mancanza delle necessarie condizioni politiche, dovrebbe essere fatto invece da un'assemblea costituente? In realtà, coloro che indicano quest'ultima strada immaginano una rottura formale tra quella che è stata la Repubblica nata dalla Resistenza e ispirata ai valori del lavoro, della solidarietà e delle autonomie locali e un'ipotetica repubblica del 2000, più autoritaria e meno ancorata a questi valori democratici, spesso sofferti come veri lacci o lacciuoli per il trionfo della libera impresa e del libero mercato, come anche recentemente alcuni noti imprenditori hanno dichiarato.
L'attuale maggioranza parlamentare, una volta definite le procedure del percorso di riforma, deve anzitutto trovare sul contenuto di queste un proprio punto di equilibrio interno, per poi allargare il confronto con le altre forze politiche. Di certo, maggiore sarà il consenso sulle riforme e maggiore sarà la legittimità di questi cambiamenti. Deve però essere chiaro: i verdi contrasteranno con determinazione ogni tentativo di utilizzare la necessità di un ampio accordo sulle riforme come un cavallo di Troia per cambiare formalmente o, peggio ancora, sostanzialmente la maggioranza di Governo.
La prima condizione di una riforma seria, infatti, è quella di rispettare il voto popolare del 21 aprile, che ha indicato con chiarezza chi governa e chi sta all'opposizione.
Un tema su cui sembra, almeno a parole, esserci un accordo tra le diverse forze politiche è quello del federalismo. Si cominci allora da questo, perché non è più rinviabile la riforma dei poteri e delle autonomie locali! Il decentramento non basta più, così come le attuali regioni sembrano riprodurre spesso i vizi del centralismo statalista. Il federalismo deve però essere solidale; è infatti profondamente in contrasto con la nostra Costituzione e i suoi principi fondamentali l'idea che le regioni forti rimangano tali e quelle deboli siano abbandonate a loro stesse.
Da più parti, infine, si sente chiedere che questa riforma rafforzi il potere dell'esecutivo. In realtà, l'esecutivo è vittima degli stessi impacci democratici di cui ogni giorno è vittima il cittadino che si rivolge alla pubblica amministrazione. Dobbiamo ridurre le leggi, rendere chiari i controlli, le procedure e le sanzioni. Ma, onorevoli colleghi, è colpa della patologia della politica se ci sono 110 mila leggi nel nostro paese, o è colpa della Costituzione? Non credo che la responsabilità sia della Costituzione se negli ultimi anni il sistema politico si è avvitato su se stesso.
Poco si parla, invece, della necessità di un'autoriforma della politica e, in questa direzione, della necessità di rafforzare il Parlamento attraverso uno statuto dei parlamentari, intesi anche come singoli, al di là del loro essere appartenenti ad una maggioranza o ad una minoranza, e della diversificazione dei ruoli delle diverse Camere.
In questi anni il Parlamento è entrato in crisi perché i centri decisionali della vita economica e politica del nostro paese sono altrove, perché il ruolo dell'informazione


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è divenuto decisivo nella comunicazione, perché i poteri forti hanno rotto la mediazione della politica. Una vera riforma istituzionale, capace di essere coerente con l'insieme della nostra Costituzione, deve rafforzare, non indebolire, il Parlamento, come garanzia di una tenuta democratica dell'intero sistema.
Per quanto mi riguarda e concludo seguirò quindi con grande attenzione, insieme agli altri colleghi verdi, il processo di riforma, con la convinzione che la natura della nostra Costituzione è ancora oggi attuale. Bisogna adeguare le forme di Governo, coniugare efficienza e stabilità con la partecipazione democratica, respingere ogni involuzione autoritaria.

PRESIDENTE. Ringrazio l'onorevole Cento per aver rispettato quasi perfettamente i tempi.
È iscritto a parlare l'onorevole Petrini. Ne ha facoltà.

PIERLUIGI PETRINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, sono trascorsi ormai più di quattro anni da quando per la prima volta entrai in quest'aula. Vi entrai baldanzoso, sulle ali di una forte protesta popolare, brandendo un'istanza di rinnovamento assoluto nei confronti di una classe politica che si era delegittimata nella corruzione, ma prima ancora, e ancor più, nell'involuzione dei propri istituti, nella sclerosi delle proprie dinamiche democratiche, nell'avvizzimento della propria rappresentatività popolare.
Ebbene, se guardiamo indietro per verificare cosa in questi quattro anni è successo, non possiamo non concludere che quell'istanza, quella protesta, sono state vane e sono state tradite. Ma non intendo aggiungere la mia voce al coro di una protesta qualunquista e massimalista; ciò che conta è capire perché quelle riforme, che tutti ormai invocano, non siano mai state attuate.
Non penso sia lecito dividere il mondo politico in riformatori buoni e conservatori cattivi: è questo un manicheismo che non appartiene alla mia logica. Ritengo che il sistema abbia certo una sua inerzia al cambiamento, ma che essa sia fisiologica, come un fatto naturale, una legge fisica: un corpo dotato di massa ha un'inerzia che si oppone ai cambiamenti di moto. Ma questa non è la causa fondamentale e principale che ha impedito il cambiamento, se è vero, com'è vero, che il sistema politico e il sistema istituzionale stesso hanno capito che la gestione del potere non è più funzionale al potere stesso e che non assicura più la sopravvivenza del sistema; viceversa quest'ultima necessita inderogabilmente delle riforme e dell'innovazione, perché l'immobilismo sarebbe la morte, la fine anche della detenzione del potere. Allora non può essere questa la causa, tant'è vero che tutto il sistema politico ha anche chiaramente identificato quali siano le direttrici lungo le quali deve muoversi il programma di rinnovamento: la riforma della forma di Stato, che introduca correttivi a quel centralismo incapace di dare risposte in tempi accettabili e con una ragionevole rappresentanza delle esigenze della nostra popolazione; la riforma della forma di governo, che garantisca maggiore stabilità, efficienza e responsabilizzazione degli organi esecutivi, senza contravvenire a quel rapporto fiduciario con il Parlamento, che è il fulcro della dialettica democratica.
Se vi è tale volontà e se queste direttrici sono state identificate, che cosa allora ha realmente impedito la realizzazione delle riforme?
Ritengo sia stata soprattutto la tentazione invincibile di trasformare il tema delle riforme in uno strumento di propaganda politica, di ancorare alle riforme la propria identità politica, facendo di strumenti e tecniche istituzionali bandiere ideologiche del tutto improprie. Ecco allora che quanti oggi propongono l'assemblea costituente sono gli stessi che pochi mesi fa l'hanno negata. E quelli che pochi mesi fa proponevano l'assemblea costituente oggi abbandonano tale ipotesi per una nuova richiesta che non trova alcun fondamento giuridico o progetto realizzabile: il referendum per l'indipendenza della Padania. Allora, accade che chi si proclama presidenzialista è poi il primo a


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stracciarsi le vesti non appena, uscendo dalla prassi, come una situazione politica in grande mutamento imponeva, il Presidente della Repubblica conferisce spessore interpretativo agli ampi poteri che la Costituzione gli riconosce. Taluni obiettano che quel Presidente non ha l'investitura popolare, non è stato eletto direttamente dai cittadini; con ciò svilendo la democrazia alla partecipazione infinitesimale, e quindi ininfluente, del singolo all'atto decisionale e trascurando che la democrazia è soprattutto la difesa, nella legge, della libertà del singolo. Accade inoltre...

PRESIDENTE. Onorevole Petrini...

PIERLUIGI PETRINI. Ho già terminato il mio tempo, signor Presidente?

PRESIDENTE. Purtroppo sì, onorevole Petrini. Tuttavia può concludere il suo ragionamento, nessuno è così fiscale da impedirle di esprimere compiutamente il suo pensiero.

PIERLUIGI PETRINI. La ringrazio.
Accade, dicevo, che, sempre in tema di strumentalità, chi fino a ieri era federalista oggi diviene secessionista, come se federalismo e secessionismo avessero un continuum logico, come se il federalismo fosse una forma edulcorata del secessionismo; si tratta invece di due antitesi.
Allora la soluzione del problema, la possibilità di arrivare all'attuazione delle riforme sta nel riportare al centro del dibattito i valori della democrazia, mantenendo gli strumenti di realizzazione della stessa a livello di discussione tecnica (Applausi dei deputati dei gruppi di rinnovamento italiano e dei popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Malgieri. Ne ha facoltà.

GENNARO MALGIERI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho l'impressione che il confronto politico sugli assetti istituzionali non avvenga più tra una destra, una sinistra ed un centro, ma come il dibattito di questi giorni sta evidenziando tra innovatori e conservatori, tra modernizzatori e restauratori.
Ed in fondo è giusto che così sia. Le riforme, infatti, non hanno colore, ma si qualificano in base ai contenuti ed ai valori di fondo che le ispirano. In questo senso nessuno può negare che il passaggio da una Repubblica parlamentare ad una sostanzialmente presidenziale, perseguito da larga parte della classe politica italiana e dalla stragrande maggioranza dei cittadini, sia nel senso di un adeguamento della forma-Stato alle esigenze di partecipazione ed alle istanze di democrazia diretta che gli osservatori più accorti reputano prevalenti nel paese.
È un chiaro segno di arretratezza politica la negazione, fin qui opposta da una consistente porzione della nomenclatura partitica, a confrontarsi con forme nuove e diverse di rappresentanza, in nome di un presunto valore assoluto che sarebbe lo "spirito del 1947", cui si riferisce la Carta costituzionale.
C'è un che di paradossale nell'ostinazione di chi si sente ancora immerso, costituzionalmente parlando, nel clima di cinquant'anni fa: mentre, infatti, reclama una fuoriuscita dal contesto storico-politico dell'ultimo mezzo secolo in ragione dei mutati assetti politici e sociali, nello stesso tempo si tiene avvinto ad un modo di intendere la politica che di fatto contrasta con la necessità di modernizzare le istituzioni.
Ci si domanda senza, peraltro, ottenere risposta da chi osteggia il cambiamento come si possa procedere all'adeguamento effettivo di tutti gli apparati sociali, economici e produttivi alle richieste della modernità, lasciando inalterati gli istituti politici.
Un sano sviluppo della nazione cammina di pari passo con il progresso istituzionale. Pensare, nelle condizioni odierne, di separare il processo di cambiamento politico da quello sociale significa incoraggiare contraddizioni che nel tempo potrebbero rivelarsi esiziali ad un ordinato sviluppo complessivo.
La nostra Carta costituzionale, da rivedere integralmente senza timori reverenziali


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perché non è un mito come diceva Giuseppe Maranini ma con atteggiamento incline alla comprensione dei mutati scenari, alla stessa stregua dei costituenti di mezzo secolo fa, non comprende, perché inesistenti all'epoca, i complessi rapporti di ordine economico, comunitario, internazionale, che scandiscono la nostra quotidianità. Essa infatti è tutta immersa in quello "spirito del tempo" cui ho fatto riferimento e, quindi, è strutturalmente lontana dal regolare le questioni del secolo nuovo che si approssima.
Inoltre, la Costituzione in senso materiale per dirla con Costantino Mortati il quale in quest'aula, cinquant'anni fa, fece risuonare istanze giuridiche e politiche avveniristiche, sulle quali bisognerebbe in qualche modo riflettere è profondamente mutata rispetto all'epoca dei lavori della Costituente, ed è mutata soprattutto negli ultimi sette, otto anni.
Le forze politiche di oggi sono diverse da quelle di allora. I soggetti partitici che da protagonisti vararono la Costituzione non esistono addirittura più; sopravvivono le loro culture a livello embrionale in altri movimenti. Questo non è forse un buon motivo per ripensare globalmente la fonte normativa principale della nostra vita associata?
Il patto tra gli italiani, che venne suggellato mezzo secolo fa sulle rovine della guerra, non regge più in ragione delle mutate condizioni, di un clima morale diversissimo, di un comune sentire neppure lontanamente paragonabile a quello di allora. C'è bisogno di stringere un nuovo patto come anche a sinistra si ammette che fondi istituzioni più vicine ai cittadini e più lontane dagli interessi partitici che fanno presto a diventare partitocratici, come l'esperienza ci insegna.
La modernizzazione del sistema politico-istituzionale non può che passare attraverso un processo costituente, che potrebbe aprirsi anche con un referendum di indirizzo sulla forma di Governo, la cui tappa fondamentale, imprescindibile la nostra parte politica, almeno, la pensa in questa maniera non può che essere il varo di quell'assemblea costituente che incontra immotivate resistenze da parte del fronte conservatore; assemblea costituente nel cui ambito trovino adeguata rappresentanza, riferita alla effettiva consistenza elettorale, tutte le istanze politiche presenti nel paese.
Coloro i quali si oppongono all'ipotesi di una assemblea costituente e si mostrano inclini a considerare maggiormente praticabile una Commissione bicamerale, come abbiamo sentito ieri, sul modello di quelle presiedute negli anni passati dagli onorevoli Bozzi, Iotti e De Mita, non tengono conto che, in momenti caratterizzati da profonde e spesso laceranti crisi politico-istituzionali, non necessariamente derivanti da gravissimi conflitti come nell'immediato dopoguerra, c'è bisogno che si ridiscuta il complesso dell'ordinamento costituzionale al fine di rifondarne uno nuovo, avente una nuova legittimazione.
È per questo che un processo costituente non può essere immaginato come un rito per pochi iniziati, ma deve essere pensato come una costruzione alla quale concorrano quanti vi hanno interesse. Non si tratta, con questo, di dare vita ad una sorta di democrazia perfetta, ad una sorta di "democrazia degli angeli", come la chiamava Jean-Jacques Rousseau, ma quanto meno di evitare una forma di democratie sans peuple, per usare la felice espressione di Maurice Duverger.
Il pericolo vero, infatti, è che nel nostro tempo si producano forme di intervento politico alle quali il popolo è quasi completamente estraneo. Non sfugge a nessuno, neppure a chi è più radicato in visioni antiquate di rappresentanza, che il dominio delle oligarchie e dei cosiddetti poteri forti sta pervadendo le società complesse come la società italiana.
È pertanto necessario sperimentare tutte le ipotesi che possano introdurre forme di partecipazione dei cittadini nella vita associata; è questo il principio che soprattutto dovrebbero recepire i nuovi assetti costituzionali. La democrazia non può essere pensata soltanto in termini numerici; la sua essenza non è riducibile al suffragio, all'elezione, alla rappresentanza, che ne costituiscono gli elementi strutturali.


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L'essenza della democrazia è la partecipazione, concetto che si è smarrito nella cultura e nella pratica politica, pur tra un formale ossequio a Tocqueville ed un riconoscimento, di gran moda di questi tempi, agli ideologici del federalismo americano, come Alexander Hamilton.
L'attivazione della partecipazione alle scelte politiche introduce al presidenzialismo, rispetto al quale si possono nutrire le opinioni più varie, ma è incontestabile che esso sia l'elemento più moderno, dinamico, trasparente di istanza politica, in grado di soddisfare, nel contempo, le ragioni della più ampia volontà popolare e della più rigorosa stabilità governativa. L'idea presidenzialista non può essere umiliata, come con frequenza viene fatto, demonizzandola quale anticamera di regimi autoritari. In un suo recente saggio l'amico onorevole Giorgio Rebuffa ha osservato che il presidenzialismo è il contrario esattamente il contrario del Governo forte; è il più rigoroso e conseguente tentativo di applicazione della democrazia elettorale degli ultimi duecento anni, come attestano anche gli studi di costituzionalisti liberali del seicento e del settecento sul monocratismo.
Non vale poi a liquidare il presidenzialismo, nella forma francese, americana o austriaca, come principio l'obiezione che esso sarebbe estraneo alla nostra tradizione e alla nostra cultura. È questo un argomento che non sta in piedi: il fatto che esso non sia stato adottato nel 1947 si spiega politicamente, poiché era interesse delle forze politiche allora prevalenti instaurare una Repubblica dei partiti invece che una Repubblica degli italiani, nella quale fossero i cittadini a scegliere direttamente il Capo dello Stato.
Ma non si può e non si deve dimenticare, dibattendo di riforme istituzionali, che nel nostro paese c'è stata una grande tradizione culturale che ha coltivato il presidenzialismo e le forme di democrazia diretta ed ha attraversato, in questo secolo, quasi tutte le famiglie politiche, ed ha avuto i maggiori interpreti, tanto per dire, in Giuseppe Rensi e in Piero Calamandrei, in Carlo Costamagna e in Leo Valiani, in Duccio Galimberti, in Randolfo Pacciardi e in Giorgio Almirante, soltanto per fare pochissimi nomi. Insomma, non si può cancellare un'idea, come fa l'onorevole D'Alema, soltanto perché finora non ha trovato applicazione.
Il presidenzialismo può e deve essere pensato nel quadro di un diverso contesto repubblicano caratterizzato da forme di autonomia amministrativa e di decentramento molto prossime al federalismo.
Tutto questo non è materia per pochi addetti ai lavori. Alleanza nazionale ritiene che il popolo debba prendere parte attiva al processo riformatore, non può essere estraneo ad esso, per poter intervenire in tutte le scelte decisive che lo riguardano. Escluderlo, come è stato fatto cinquant'anni fa, quando il costituente gli negò la possibilità di esprimersi attraverso un referendum sul tipo di Repubblica che avrebbe voluto, sarebbe questa volta pregiudizievole al buon fine del rinnovamento istituzionale.
Il percorso costituente, infine, è a mio avviso destinato ad accentuare la tendenza al bipolarismo, ormai scritta nel destino della politica italiana, favorendo la chiarezza delle posizioni e limitando l'equivoco di aggregazioni politiche che continuano ad avvenire, in alcuni casi, sulla base di contrarietà personali e di pregiudizi piuttosto che in ordine a valutazioni di merito. In termini concreti, mi chiedo che cosa ci facciano oggi, tra i conservatori dei vecchi assetti istituzionali, innovatori di larghe vedute il cui orizzonte è molto lontano da quello di chi coltiva nostalgie proporzionalistiche e velleità oligarchiche.
Il tempo per ridiscutere aggregazioni e disaggregazioni vecchie e nuove forse è finalmente arrivato. Il tema, certamente, sarà parte integrante del dibattito costituente che caratterizzerà la XIII legislatura; dibattito che sembra debba essere incardinato in una Commissione bicamerale. Alleanza nazionale accetta questa ipotesi in via subordinata, reputando comunque più saggia la scelta di una assemblea costituente per riformare le istituzioni con il concorso effettivo, e non soltanto apparente, del popolo italiano


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(Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cerulli Irelli. Ne ha facoltà.

VINCENZO CERULLI IRELLI. Signor Presidente, la constatazione di partenza dei nostri discorsi è che stiamo avviando un processo di revisione costituzionale e non un processo costituente. Non è avvenuto nel paese, e perciò nell'ordinamento, alcun fatto eversivo dell'ordine costituzionale, il quale anzi ha funzionato così bene che si è consentita una trasformazione tanto radicale del sistema politico, della classe dirigente nella pace assoluta e senza traumi. Credo che questo sia un elemento di cui il paese debba essere orgoglioso, in tutte le sue componenti politiche.
Dunque, il sistema costituzionale vigente ha funzionato nelle sue grandi strutture portanti; adesso riteniamo che debba essere ampiamente rivisto, soprattutto nella parte che riguarda l'organizzazione dei pubblici poteri, per adattarlo alle mutate esigenze del paese.
Teniamo presente che ogni Parlamento dei paesi democratici possiede sia il potere legislativo sia il potere di revisione costituzionale. Il potere di revisione costituzionale è una delle specie del potere legislativo, che consente di modificare il livello più alto delle fonti, laddove è necessario.
Tutto ciò induce a ritenere, credo con qualche fondatezza, che la riforma della Costituzione che ci accingiamo ad avviare debba avvenire nell'ambito delle procedure stabilite.
Ma, al di là di queste ragioni di ordine politico-istituzionale, vi è anche una ragione di ordine tecnico-operativo. Il nostro è un ordinamento costituito che va trasformato e tale trasformazione necessita non solo di interventi sul piano costituzionale formale, ma anche di interventi importanti sul piano legislativo e dei regolamenti parlamentari. Si tratta cioè di un processo articolato che non può essere ridotto alla sfera formalmente costituzionale. Questo induce ancora a ritenere che il lavoro della revisione costituzionale vada portato avanti insieme al lavoro legislativo concernente materie attinenti a quella costituzionale; ma senza questo secondo lavoro il primo resta assolutamente sterile ed astratto. A meno di non ritenere che si voglia spogliare il Parlamento anche della legislazione ordinaria vertente su queste materie. E perciò il lavoro di revisione costituzionale deve avvenire nell'ambito del Parlamento.
Ciò naturalmente non significa che non possiamo introdurre meccanismi procedurali specificamente idonei per questo lavoro, strutture organizzative da adibire a ciò; anche tenendo conto dell'argomento, di ordine pratico, che l'eccessivo peso del lavoro ordinario delle Camere potrebbe rendere difficile il lavoro di revisione. Su questo punto, come sapete, proponiamo la costituzione di Commissioni speciali, nell'ambito delle due Camere, che agiscano tra loro di concerto. Non escludiamo tuttavia (se la maggioranza delle forze politiche presenti in quest'aula lo riterrà) la possibilità di costituire, come già è accaduto in altra occasione, una Commissione bicamerale la quale, con compiti referenti, svolga il lavoro istruttorio della revisione costituzionale.
Badate, le due soluzioni non sono poi tanto diverse. La Commissione bicamerale farebbe quello che farebbero le Commissioni speciali, a meno di non voler attribuire alla Commissione bicamerale poteri redigenti, decisione che certamente cambierebbe la situazione. La differenza è data dal fatto che l'istituzione di una Commissione bicamerale richiede una legge costituzionale e tale procedura darebbe indubbiamente a questa struttura una maggiore evidenziazione esterna, anche di carattere politico. Noi riteniamo che ciò non sia strettamente necessario; ribadisco tuttavia che se il Parlamento lo riterrà opportuno nelle sue componenti maggioritarie, non escludiamo tale possibilità.
Entrando nel merito, ritengo che sulla forma di Governo occorrano interventi molto incisivi. Siamo del tutto consapevoli di ciò e del tutto lontani dal sostenere ragioni di conservazione sull'attuale forma di Governo. Sono necessari interventi incisivi


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perché siamo convinti che l'attuale sistema, quale si è venuto sviluppando negli ultimi due decenni, presenta difetti gravi ed effettivamente paralizzanti. Credo che tutte le forze politiche qui presenti maggioranza e opposizione siano sostanzialmente d'accordo sull'analisi sia dei difetti del sistema, sia degli interventi da porre in essere. Mi pare di poter notare che le differenze, tutto sommato, sono abbastanza marginali.
Segnatamente su due punti mi pare sussista un accordo generalizzato. Il primo consiste nell'esigenza di dare stabilità all'esecutivo ed alla sua azione di governo quale prescelta e definita dall'elettorato.
Il secondo si identifica con la necessità di ripristinare un corretto meccanismo di divisione dei poteri, segnatamente in ordine all'esercizio della funzione fondamentale di produzione normativa, oggi doppiamente squilibrata: sul piano delle fonti, perché prevale in maniera abnorme la legislazione primaria a scapito di quella secondaria e regolamentare, più duttile ed adattabile alle situazioni; sul piano dei rapporti tra gli organi, perché in sostanza negli ultimi anni essa è stata esercitata dal Governo attraverso lo strumento abnorme della decretazione d'urgenza e l'altro strumento, in parte dubbio, dei provvedimenti collegati alla legge finanziaria: in sostanza, quindi, il Parlamento non ha esercitato la funzione legislativa.
Su questo secondo punto, vorrei precisare che l'intervento che vogliamo realizzare, volto a limitare, anche drasticamente, la decretazione d'urgenza, non è sufficiente, perché essa è determinata anche da fattori obiettivi. E in particolare da due di essi: l'incapacità sostanziale di questo sistema di produrre leggi nei tempi e con le modalità necessarie per il funzionamento del sistema stesso, e l'esistenza di un sistema delle fonti, con le sue riserve di legge, che impedisce, in realtà, in molti settori, un corretto esercizio della funzione regolamentare da parte del Governo.
Riteniamo, quindi, che si debba modificare l'articolo 77 della Costituzione e nello stesso tempo conferire al Governo su ispirazione del modello francese i necessari poteri regolamentari e spingersi anche, se necessario, ad istituire una riserva di regolamento in materia di amministrazione, sulla base ovviamente di principi dettati da leggi generali, sia sul versante dell'organizzazione, sia su quello dei procedimenti.
Noi proponiamo, in altri termini, di ridurre l'ambito della legge formale e restituire a questa la dignità che le spetta nell'ambito del sistema delle fonti, lasciando tutto il resto alla normativa regolamentare.
Sul delicato problema della titolarità del potere esecutivo lo sappiamo tutti resta aperta una questione, poiché il Parlamento appare diviso sul tema del presidenzialismo e del parlamentarismo nelle loro varie applicazioni. In realtà, in molti casi, si ha la sensazione che si tratti di una disputa nominalistica.
Su questo punto riteniamo che se il problema è e questo lo condividiamo tutti quello di dare stabilità e funzionalità al sistema di governo, il presidenzialismo, anche se inteso alla francese, in quella forma ibrida ed in qualche modo mostruosa, che comunque in quel paese ha funzionato abbastanza bene, non sia la soluzione; perché non è affatto vero che il governo, una volta eletto, una volta designato dal popolo, ed avendo avanti a sé un periodo di stabilità, possa tranquillamente operare: non è così, perché per governare esso ha bisogno del Parlamento. Una grande parte dell'azione di governo, infatti, riguarda l'esercizio di poteri che sono propri del Parlamento.
Mi riferisco segnatamente al potere legislativo e a tutta una serie di poteri di carattere amministrativo veti e altro che nei sistemi presidenziali esistono proprio per bilanciare la forza dell'esecutivo. Il sistema presidenziale non garantisce quello che invece noi riteniamo fondamentale, cioè l'unicità e la contestualità del circuito corpo elettorale-Parlamento-Governo. Il Parlamento ed il Governo devono essere emanazione della medesima maggioranza politica espressa in contestualità dal corpo elettorale. Questo è il punto. Di ciò siamo


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convinti e per questo pensiamo che il presidenzialismo non sia risolutivo. Basta leggere vedo qui colleghi molto più esperti di me le ultime produzioni dottrinali: il presidenzialismo è in crisi dappertutto, funziona, in certi sistemi, per ragioni proprie di quei sistemi, ma non garantisce quell'insieme di fattori che noi chiamiamo governabilità, la quale è garantita soltanto dal circuito corpo elettorale-Parlamento-Governo.
Anche sulla questione della forma di Stato, come si usa dire (ma che io definirei, in realtà, questione dell'assetto dei governi territoriali), devo dire che la grande spinta che proviene dal paese verso la piena realizzazione delle autonomie territoriali ci trova perfettamente preparati, anzi, in qualche misura ci trova entusiasti, perché ci dà il modo di recuperare la nostra tradizione. Quindi siamo pronti ad un fortissimo lavoro di revisione, su questo punto.

PRESIDENTE. Onorevole Cerulli Irelli, purtroppo il tempo a sua disposizione è terminato. Devo essere fiscale, anche se con grande dispiacere, lo dico sinceramente.

VINCENZO CERULLI IRELLI. Grazie, Presidente, mi appresto a concludere, tanto di questi problemi avremo modo di parlare ancora.
Ci troviamo di fronte ad un quadro molto articolato e complesso, sia per quanto riguarda la forma di governo sia in relazione alle autonomie territoriali, sulle quali mi permetto soltanto una notazione di quelle che avevo in mente. Dobbiamo innovare molto sul metodo della nostra azione, tesa alla piena realizzazione delle autonomie territoriali, segnatamente a livello regionale. Sarebbe una via sbagliata quella di insistere sulle funzioni: il problema non è aumentare le funzioni, ma dare ai governi territoriali la titolarità di politiche proprie, il che significa capacità di dettare le norme, di dislocare le risorse, di definire gli obiettivi.
Concludo. Di fronte a questo quadro complesso il gruppo dei popolari e democratici vuole mettersi al lavoro con il massimo impegno, con la più profonda consapevolezza del ruolo storico che questo Parlamento è chiamato a svolgere, disponibile alla ricerca delle migliori soluzioni possibili, dato il contesto, con l'obiettivo della massima aggregazione delle forze politiche (Applausi dei deputati del gruppo dei popolari e democratici-l'Ulivo Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Veltri. Ne ha facoltà.

ELIO VELTRI. Signor Presidente, colleghi, dopo tanti impegni solenni, ma anche innumerevoli schermaglie, mi sono chiesto se questo Parlamento voglia davvero le riforme costituzionali, istituzionali e dell'amministrazione, che a mio parere sono strettamente legate ed interdipendenti.

PRESIDENTE. Scusi, onorevole Veltri.
Prego i colleghi di prendere posto: esiste infatti una regola che, in quanto tale, richiede di essere rispettata.

ELIO VELTRI. Mi sono anche domandato se entrambi gli schieramenti, o almeno le maggioranze al loro interno, abbiano interesse a realizzare davvero tali riforme. Devo dire che l'avvio del dibattito di ieri mi lascia sperare; in nessun'altra materia, d'altronde, più che sulla riforma delle regole, il Parlamento può interpretare e rappresentare le aspirazioni e gli interessi della stragrande maggioranza dei cittadini.
Voglio anche ricordare la preoccupazione dell'onorevole D'Alema, il quale ha detto: stiamo attenti perché sulla riforma dello Stato un'intera classe dirigente (tutti insieme) si gioca la propria credibilità e forse anche la propria sopravvivenza.
Abbiamo detto sempre, negli ultimi anni, in tutte le sedi e in tutte le occasioni, che delle riforme non si può fare a meno, pena l'ingovernabilità delle istituzioni e la paralisi dell'economia. Voglio ricordare che nel 1963 l'onorevole Pietro Nenni andò a palazzo Chigi e dopo poco tempo disse: "I `bottoni` non ci sono!", cioè i comandi non funzionano. Dopo 31 anni


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l'onorevole Berlusconi andò a palazzo Chigi e disse: "l'automobile non ha il volante!". Due uomini così diversi, in condizioni così mutate, con immagini diverse hanno detto la stessa cosa. Ma quel che è più preoccupante è che, l'altro giorno, l'onorevole Visco, ministro delle finanze, ha detto: "Questo ministero ha 130 mila dipendenti che sono soltanto dei `passa carte`, sono deresponsabilizzati; in definitiva non riesco a governare".
Ed allora il nostro compito e la nostra responsabilità sono grandissimi, immani, perché noi dobbiamo contribuire a consolidare la democrazia dell'alternanza e completare il sistema maggioritario che i cittadini italiani hanno dimostrato di gradire; dobbiamo sottrarre allo Stato soldi, poteri, funzioni per favorire un effettivo autogoverno dei cittadini che la cultura socialista e liberale e uomini come Rosselli, Salvemini, Calamandrei ed Einaudi hanno intuito e proposto prima di altri. Dobbiamo riformare in maniera radicale mi si consenta di usare il verbo "smontare" la pubblica amministrazione, che nel nostro paese rappresenta tanta parte della riforma federale dello Stato, all'insegna del binomio efficienza e legalità, perché ad ogni livello siano garantiti gli stessi lavoratori della pubblica amministrazione, il loro buon nome, la loro dignità, la loro professionalità, in modo che i disonesti e i corrotti siano isolati e i fannulloni puniti, in modo che siano garantiti i governanti e gli amministratori perché in queste condizioni non riescono a svolgere la loro funzione; siano garantiti i cittadini, per i quali la pubblica amministrazione è un ambiente ostile che li fa dannare e li tormenta; siano garantiti gli imprenditori capaci, che non vogliono né perdere tempo né essere taglieggiati (e voi sapete che esistono molti modi per taglieggiarli).
Dobbiamo contribuire a ridurre il numero delle leggi e scriverle in maniera comprensibile ai più perché sono troppe, inutili, dannose e incomprensibili; costituiscono una giungla che i Governi non sono riusciti a disboscare, leggi che i legislatori non conoscono, gli amministratori non applicano, i burocrati non controllano, i cittadini non osservano. Basta leggere gli studi diligentissimi che compie la Camera dei deputati per vedere che le leggi ordinarie e le stesse leggi delega al Governo rimangono totalmente inapplicate.
Dobbiamo aiutare i partiti a riappropriarsi del loro ruolo, rientrando negli ambiti costituzionali. Come vedete gli obiettivi sono ambiziosi e nobili, le esigenze stringenti: pertanto nessuno può chiamarsi fuori, perché le regole non ce le possiamo dare da soli (in questo caso, per esempio, dico da soli, noi dell'Ulivo), neanche se avessimo la maggioranza per farlo. Le regole si stabiliscono con il concorso di tutti ed i meriti di fronte al paese saranno di tutti, dell'opposizione forse più che della maggioranza (perché l'opposizione ha responsabilità minori rispetto alla maggioranza).
Le regole si fanno guardando al futuro. Se saremo capaci, noi avremo seminato ed altri dopo di noi raccoglieranno. De Gaulle ha scritto le regole della V Repubblica francese, Mitterrand le ha utilizzate per vincere le elezioni e per governare. Eppure la nostra reazione quella della sinistra fu impietosa nei confronti di De Gaulle: proprio lui, che era stato capo dell'antifascismo e della Resistenza, fu tacciato di essere un reazionario ed un fascista.
Se le regole deve scriverle il Parlamento, è necessario essere chiari; è necessario mettere paletti politici e di metodo; è necessario mettere il Governo al riparo e garantirgli di governare. Ricordo che abbiamo vinto le elezioni da poco tempo e che i cittadini sapevano che, se l'Ulivo avesse vinto le elezioni, avrebbero governato Prodi e Veltroni, perciò le battute ed i pettegolezzi da cortile su progetti di "ricambio" a palazzo Chigi non ci toccano minimamente, ma è bene che il Governo si tenga fuori. Questa, d'altronde, è l'unica strada per evitare la paralisi delle istituzioni e pericolose confusioni di ruoli.
È per questa ragione che concordo con il "pacchetto Maccanico", tranne che sul coinvolgimento del Presidente del Consiglio. E del "pacchetto Maccanico" sottolineo un aspetto per me fondamentale, senza il quale non potrei votare le riforme


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in questo Parlamento: la redazione, per convenzione costituzionale, di un robusto statuto dell'opposizione.
Voglio ricordare che nel Parlamento inglese la spesa pubblica è controllata con un equilibrio di poteri eccezionali: l'esecutivo, il controller general, nominato dalla regina, che non risponde a nessuno, e il public account committee, che è presieduta da un deputato dell'opposizione e che risponde esclusivamente al Parlamento.
È chiaro anche che, non esistendo convergenze assolute nei due schieramenti, si possono determinare di volta in volta maggioranze di tipo trasversale, ma se c'è chiarezza, questo non solleverà né preoccupazioni né scandali.
Infine, concludo tornando al cittadino e all'amministrazione, perché spesso di ottime leggi, tra le più avanzate del mondo, i cittadini italiani hanno sentito solo parlare, ma non ne hanno goduto i benefici nella loro quotidianità. E se le riforme non incidono nella vita quotidiana per migliorarla, non servono, non sortiscono effetto.
Ebbene, tutto ciò mi riporta al paese normale, del quale alcuni di noi con più insistenza di altri hanno scritto e parlato. E io ho scritto e ripeto: il giorno in cui un cittadino anonimo, un po' impacciato, che non è laureato e non conosce la distinzione tra ordinanza e delibera, che ha poco tempo, che soffre se trattato male da chi dovrebbe servirlo con cortesia, entrerà in un ufficio pubblico e un'impiegata o un impiegato con un sorriso gli chiederà se possa essergli utile e darà risposte in tempo reale alle domande da lui poste, ebbene quel giorno il nostro sarà diventato un paese normale. E se lo sarà diventato anche per merito nostro, potremo essere soddisfatti (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo e dei popolari e democratici-l'Ulivo Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Frattini. Ne ha facoltà.

FRANCO FRATTINI. Signor Presidente, colleghi, signor rappresentante del Governo, in molti interventi, anche in questa occasione, si parla di riforma e non si dice quale, si dice forma di Stato e forma di Governo, ma non si dice in che direzione. Io ho colto stamani, invece, un riferimento positivo e concreto, ad esempio, nell'intervento dell'onorevole Folena, che ha parlato di riequilibrio all'interno dei poteri dello Stato, compreso l'ordine giudiziario, uno dei tabù tradizionali, e in quello dell'onorevole Cerulli Irelli, che ha esposto tesi interessanti, anche se per alcuni aspetti da me non pienamente condivise.
In pochi minuti cercherò per parte mia di indicare uno dei grandi profili, in concreto, della riforma dello Stato in senso federale che noi vogliamo; parlo del sistema costituzionale dei controlli, un altro dei classici tabù della Costituzione sacrale di cui vogliamo discutere in concreto.
Innanzi tutto, desidero soffermarmi sul controllo sulla legislazione delle regioni. Onorevoli colleghi, la forma dello Stato federale è imperniata sul principio dell'autonoma potestà legislativa degli Stati-regione in tutti i settori che non richiedano, per esigenze di unità dell'ordinamento, l'intervento legislativo dello Stato, con l'inversione cioè del criterio su cui è fondato l'articolo 117, secondo cui le regioni hanno competenze normative nelle sole materie ivi tassativamente precisate. L'autonomia legislativa delle regioni, cui deve corrispondere l'attribuzione agli enti locali delle competenze amministrative e di gestione in base al principio di sussidiarietà, non deriva da un processo di concessione avviato dall'alto, bensì dall'inverso criterio del radicamento, muovendo dal basso, della legislazione e dell'attività amministrativa negli ambiti territoriali in cui i cittadini hanno il diritto di esaminare, valutare e giudicare i comportamenti degli organi rappresentativi eletti.
Il controllo statale è già oggi, e sarà ancor più domani, una tessera residuata da un mosaico antico, imperniato sul regime prefettizio nei rapporti con gli enti locali e sul regime di controllo commissariale sugli atti amministrativi e sulle leggi per le regioni.


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Anche oggi, non di rado, il Governo rinvia o impugna leggi regionali per il generico motivo del contrasto con i principi della legislazione statale; il criterio però è riempito, di volta in volta, con argomenti apodittici, dagli uffici dei commissari di Governo e dei ministeri interessati, allargando, o di volta in volta restringendo, le maglie del controllo e consentendo così impropriamente un indirizzo politico sui settori legislativi di competenza regionale.
Quel che è certo in ogni caso è che in uno Stato federale il controllo statale sulla legittimità delle leggi regionali dovrà sparire. Il commissario di Governo, in tale prospettiva, dovrà perdere gli attuali compiti di alta vigilanza e controllo e potrà semmai conservare la funzione di rappresentante dell'interesse del soggetto Stato centrale all'osservanza di una regola da specificare in Costituzione di fronte al soggetto regione, titolare di una posizione costituzionale di egual rango, secondo un sistema che dovrà vedere la Corte costituzionale come unico arbitro dei conflitti e stabilire la definitiva scomparsa di ogni forma di controllo tutorio.
Veniamo al controllo sull'attività amministrativa. Due sono le ragioni che non consentono in un sistema federale il controllo sull'attività amministrativa delle regioni. Con l'abbandono del sistema della finanza derivata, le regioni avranno autonomia impositiva, con le connesse responsabilità verso i cittadini elettori sul corretto uso delle risorse e, in definitiva, sulla buona amministrazione. Appare perciò evidente l'impossibilità di continuare a sottoporre a controllo atti amministrativi dei quali l'ente territoriale assumerà piena ed autonoma responsabilità al di fuori di qualsivoglia rapporto gerarchico che, esso da solo, rappresenterebbe il parametro di ammissibilità dei controlli.
Vi è poi un argomento sistematico: le regioni o gli Stati-regione in un ordinamento federale come quello che intendiamo costruire non dovranno svolgere compiti di gestione né essere ulteriori snodi di centralismo burocratico, come oggi spesso avviene. Dovranno al contrario svolgere compiti di legislazione, di programmazione e di coordinamento. L'attività amministrativa la potranno esercitare più funzionalmente all'interesse dei cittadini gli enti locali ovvero i privati che, in molti settori e servizi, svolgerebbero meglio e più economicamente le medesime funzioni oggi riservate alla mano pubblica. Allora, se si ipotizzasse il controllo statale sull'attività di alta amministrazione regionale programmatoria, si finirebbe per negare in radice uno dei principi guida dell'ordinamento federale. Ciò che interessa è, non tanto attribuire funzioni, quanto trasferire in via definitiva il potere, inteso nel significato etimologico di autonomia di regolare funzioni con propri atti.
Il federalismo va dunque interpretato anche come lotta alla burocrazia centralistica, come strumento finalmente capace di determinare un salto di qualità nella cultura amministrativa del paese; il controllo spetterà allora soltanto ai cittadini elettori, oltre alle ipotesi di competenza degli organi della giurisdizione, e avrà finalmente ad oggetto il risultato complessivo delle attività amministrative e non burocraticamente singoli atti, per di più con il sistema della verifica preventiva che ne paralizza l'attuazione.
L'attuale assetto dei rapporti tra Stato e regioni, con un diverso e separato strumento di confronto tra Stato ed autonomie locali, di fatto sta rafforzando la logica centralista imperniata sui controlli e sul mero decentramento, con deroghe mirate di cui sempre il suo autore conserva il dominio giuridico. Se la costruzione di un ordinamento federale attribuisce agli Stati-regione la funzione ordinatrice del sistema delle autonomie, il controllo regionale degli atti dei comuni, dei quali soltanto gli amministratori locali porteranno la responsabilità, non potrà essere fondato sulla verifica della legittimità formale, bastando a tal fine il controllo della Corte dei conti, ma al limite sulla invasione dell'ambito di competenze allorché si affermi, per esempio, che la materia trattata non rientra tra quelle trasferite o delegate. Il controllo sarà cioè il banco di prova della capacità degli Stati-regione di vincere anche in periferia il centralismo e ogni


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forma di accentramento burocratico. Tra gli enti locali potrebbero esservi delle conferenze permanenti; io penso a delle conferenze regioni-autonomie dotate dei poteri definitori dei procedimenti amministrativi che l'ordinamento e la legge n.241 del 1990, in particolare, affidano alla Conferenza dei servizi. Ciò che si deciderà insieme escluderà, come è evidente, il controllo da parte di un partecipante alla conferenza sugli altri soggetti.
La legislatura che si avvia, onorevoli colleghi, non può assolutamente rinviare tale questione. Il dibattito che affrontiamo dovrà indicare strumenti e tempi certi per risolverla; io ho cercato di delinearne alcuni e in tal senso confermiamo la nostra disponibilità ad un confronto serio e leale, ferma restando la nostra convinzione che il risultato si possa cogliere assai più efficacemente con un bagno di democrazia e di legittimazione popolare, cioè attraverso lo strumento di un'assemblea per la revisione costituzionale, che il Polo considera la strada maestra del nuovo Stato (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gnaga. Ne ha facoltà.

SIMONE GNAGA. Signor Presidente, signor rappresentante del Governo, onorevoli colleghi, è la prima volta che il sottoscritto interviene in relazione alle riforme istituzionali e quindi sono grato al gruppo che mi ha indicato per rappresentare in questa sede sia il gruppo stesso, sia (come d'altronde è prescritto dalla nostra Costituzione) ogni cittadino italiano. È anche vero però che il grado di democraticità all'interno di ogni sistema politico e, soprattutto, di un regime che si definisce democratico, si misura in base a determinati parametri, ma il nostro sistema, ormai da decenni, da quando tutti noi e particolarmente il sottoscritto viviamo in Italia, non li ha mai rispettati.
Ieri ho sentito qui un collega che parlava con il pluralia tantum, diceva "noi repubblicani", ma io non ho visto il simbolo dei repubblicani nelle ultime consultazioni elettorali, mentre questa Assemblea è proprio il frutto della consultazione elettorale avvenuta ad aprile. Quindi il nostro mandato deriva dal fatto di essersi presentati ad una consultazione elettorale basata su una formula elettorale maggioritaria su questo non c'è alcun dubbio, anche se vi è quella percentuale proporzionale oggetto di dialettica e di dibattito all'interno delle Commissioni di merito e di aver ottenuto un riconoscimento da parte dell'elettorato. Ebbene, giorno dopo giorno vedo e sento qui colleghi che fanno riferimento a gruppi politici che non si sono presentati alle elezioni, ma che sicuramente sono stati soggetti partecipi dell'attuale stato cui versa l'Italia.

FRANCESCO STORACE. La lega nord per l'indipendenza della Padania non c'era alle elezioni!

SIMONE GNAGA. C'era anche il gruppo lega nord, ma il programma è quello (Commenti del deputato Storace).
Le dirò, onorevole Storace: non le nascondo che non mi sento della Padania; su questo non c'è alcun dubbio. Mi sento, come altri, rappresentante di tutti gli italiani. Riconosco però che ieri tutti eravamo testimoni Bossi ha concluso il suo discorso parlando di "popoli d'Italia", ma nessuno l'ha messo in risalto, proprio perché era un'affermazione importante. Questo è un altro parametro da tener presente nel valutare il grado di democraticità del nostro regime: logicamente, si mette in risalto quello che fa più comodo. Mi riferisco soprattutto ai pessimi rapporti di cui sono veramente fiero che il movimento lega nord ha con gli organi di stampa in Italia. Sono fiero lo ripeto di aver pessimi rapporti con gli organi di stampa perché essi non sono degni di un regime che si definisca democratico.
Per quanto riguarda le riforme istituzionali, vedo che tutti abbiamo fiducia...: quotidiani che non sono certamente vicini alla lega parlano di "inciucio". Non so: viene il dubbio che il famoso tavolo delle regole, di cui già si parlava prima della consultazione elettorale, stia tornando in


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auge. Eppure le riforme istituzionali sono un'esigenza alla quale devono rispondere non solo le Commissioni, ma l'organo legislativo nella sua massima espressione, cioè il Parlamento, volendo anche in seduta comune. Si deve assolutamente decidere e deliberare: noi siamo i destinatari del mandato elettorale e rappresentiamo il popolo.
In che modo si procede, però?
Il popolo italiano sa dell'esistenza di certe collusioni tra i due massimi gruppi politici rappresentati in Parlamento. Bisogna almeno notare che la lega ha avuto il coraggio e la coerenza di presentarsi alla consultazione elettorale con un suo programma sapendo benissimo che con una formula elettorale maggioritaria non avrebbe conseguito certi risultati; ciò nonostante, si è presentato lo stesso. Ed allora noi dovremmo decidere su queste riforme istituzionali? Onorevole Veltri, lei ha concluso il suo discorso con un sogno: il giorno che si avvererà, secondo me i nani di Biancaneve non saranno sette ma otto. Non è mai successo fin da prima dei tempi di Giolitti e della sinistra liberale che la macchina burocratica abbia funzionato in modo efficiente: non è mai successo né succederà mai, a meno che non si cambi totalmente il sistema organizzativo dello Stato.
Sentiamo invece parlare di forma di Governo: così si crea ulteriore confusione tra di noi e soprattutto tra i cittadini. Della forma di Governo si parli dopo: prima cambiamo la forma di Stato, facendo sì che esso composto da macroregioni o da altro sia veramente federale ed in grado di dare risposte efficienti al cittadino. Qualsiasi buona idea cammina sempre sulle gambe degli uomini. Onorevole Veltri, non mi fido molto degli uomini che oggi ci amministrano, non certamente sotto un profilo personale, ma per quanto riguarda la loro capacità amministrativa.
Con questo non voglio dire che i soggetti che rappresentano il movimento di cui sono fiero di far parte siano i migliori; di certo, però, gli uomini che oggi ci amministrano non hanno il coraggio di affrontare veramente le esigenze di questo paese, che consistono nel cambiamento radicale della mala organizzazione dello Stato. Infatti, che lo Stato sia centralista non è di per sé negativo: ci sono Stati centralisti ottimali; alcuni di essi, con forme di Governo presidenzialiste, sono efficientissimi. Non è questo il problema. Faccio parte di un gruppo politico che però avverte la necessità di rivoltare come un calzino questo Stato, adottando il federalismo.
Per quanto riguarda la forma di Governo, non mi voglio assumere l'onere di proporne una: sarà un problema che affronteremo dopo, dopo che si sarà attuata una forma di Stato federalista. Come sarà? Non lo so; faccio parte di una zona la Toscana, che in futuro potrebbe chiamarsi Etruria in cui vorrei vedere un soggetto politico forte come quello che c'è in Padania, cioè la lega nord. D'altra parte, però, mi reputo anche fortunato, perché bene o male nella mia zona vi sono molti colleghi toscani in quest'aula alla domanda relativa al tipo di Italia che si desidera si risponde dicendo che soprattutto è auspicabile un'Italia federale.
Mi auguro allora di tornare nella mia circoscrizione territoriale, in Toscana, ed affrontare collegio per collegio, zona per zona, proprio con i soggetti politici che hanno portato avanti quel programma, un confronto immediato su quello che sarà l'oggetto e la dialettica del dibattito politico, cioè praticamente il primo punto del programma con il quale vi siete presentati.
Mi riferisco, logicamente, ai colleghi dell'Ulivo e non a quelli di rifondazione comunista, con i quali non ho avuto il piacere di confrontarmi perché non ero nei collegi dove essi erano candidati; peraltro, nei collegi dov'era presente rifondazione comunista non c'era nemmeno il candidato dell'Ulivo, quindi non abbiamo avuto l'occasione di un confronto a tre. Bisognerebbe poi vedere fino a che punto questo è un modo corretto di presentarsi all'elettorato, ma si tratta di materia oggetto di altro dibattito.
Vorrei concludere ringraziando ancora una volta il gruppo della lega nord per


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l'indipendenza della Padania, che permette di parlare anche ad un non "padanico" (Commenti dei deputati del gruppo di alleanza nazionale). Guardate un po' questa lega nord; sappiamo tutti che viene considerata un movimento, che tuttavia permette anche ad un non "padanico" di parlare...! Non so quanta "legittimità" si possa vedere da altre parti. Adesso, quindi, confrontiamoci! Torno a ripeterlo: vi sono altri soggetti...

PRESIDENTE. Nel Parlamento italiano può parlare chiunque!

SIMONE GNAGA. La ringrazio della precisazione, Presidente, ma logicamente in questo caso mi riferivo all'organizzazione interna al movimento.
A questo punto, ripeto, confrontiamoci! Non so se sia giusta la proposta dell'istituzione della Commissione bicamerale, oppure quella della costituente; di certo, la proposta della lega nord è quella di indire anche un referendum. Non vedo per quale motivo ci si debba scandalizzare nel momento in cui si chiede una consultazione popolare su tale materia. Può darsi che poi il risultato non sia positivo proprio nelle zone in cui siamo presenti; questo ripeto può anche darsi, ma intanto chiediamolo! Non dobbiamo aver paura nel chiedere l'apporto, in ogni caso l'opinione, del popolo.
Abbiamo un importante compito da affrontare, cerchiamo di portarlo a termine. A mio avviso vi è una sola speranza: quella di rispondere meno alle segreterie di partito e più al nostro potenziale elettorato (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Selva. Ne ha facoltà.

GUSTAVO SELVA. La ringrazio, Presidente, di aver dato la parola a me, padano di origine, per nascita, ma certo non padano politico come il collega che mi ha preceduto.
Le conclusioni di questo dibattito rappresenteranno l'atto decisivo e forte per le riforme della nostra Costituzione o saranno invece uno dei tanti interventi parlamentari che andrà ad arricchire gli archivi, senza alcuna conseguenza pratica e politica? Azzardo una sola previsione temporale: se nel giro di sei mesi al massimo non saremo in grado di arrivare ad operare con uno strumento Commissione o assemblea costituente sarà inutile svolgere dibattiti di questa natura, che allargheranno soltanto il fossato tra il Parlamento e i cittadini.
La storia parlamentare che è alle nostre spalle, purtroppo, non ci offre previsioni ottimistiche, nonostante il lavoro, come sempre si dice, prezioso ed importante, svolto dalle Commissioni Bozzi, Iotti e De Mita. Il pessimismo si rafforza se si pensa che il solo grande atto indirizzato al Parlamento, cioè il messaggio del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che ritengo vada considerato tuttora "une réserve de la République" del 26 giugno 1991, ebbe un'accoglienza che vagò per poche settimane tra il rifiuto e l'indifferenza, per finire nel più completo oblìo.
Anche in questo caso scorgo permettetemi una notazione "parentale" una curiosa anomalia del rapporto tra l'istituzione Presidenza della Repubblica e l'istituzione Parlamento. Spesso il Parlamento è pronto, in alcune sue parti, a fare eco a molte delle esternazioni extraparlamentari del Presidente della Repubblica, anche quando esse siano di dubbia costituzionalità (come ritengo lo siano alcune dell'attuale Capo dello Stato, Oscar Luigi Scàlfaro), mentre la più assoluta indifferenza ha riservato al documento di Francesco Cossiga, non solo assolutamente rispondente al potere costituzionale riservatogli dal secondo comma dell'articolo 87 della nostra Carta costituzionale, ma ancora di piena attualità per le riflessioni che attengono al carattere politico, civile, morale e sociale che in questi anni, in particolare dopo le elezioni del 27 marzo 1994, ha assunto la questione del processo riformatore costituzionale nel nostro paese. Mi chiedo cosa abbia reso finora così reticente ed improduttivo il Parlamento nell'azione riformatrice, al punto che essa resta allo stato di molte petizioni di


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principio che, con somma ironia, magari oggi ricevono consensi quasi generalizzati.
Quando Giorgio Almirante o Randolfo Pacciardi e, in Francia, Charles De Gaulle venivano demonizzati e considerati pericoli per la democrazia italiana o francese perché volevano una Repubblica presidenziale, in Italia, seguendo filoni politico-culturali di maestri come Piero Calamandrei e Giuseppe Maranini, si poteva, se non giustificare, capire la sordità di una parte dei parlamentari del cosiddetto arco costituzionale, che credevano di essere così in piena sintonia con i cittadini italiani. Ma ora che, come riportano tutti gli indici demoscopici oltre che i programmi dei partiti del Polo, programmi che su questo tema trovano consensi trasversali anche in altre parti della Camera, si crede fermamente o si accettano forme di governo presidenziale; ora che la lega ha imposto poiché ciò, a parte tanti aspetti inaccettabili del suo movimento, va riconosciuto a Bossi riflessioni ed impostazioni programmatiche di tipo federale, per quanto riguarda l'assetto dello Stato, ora non si comprende per quale motivo permangano difficoltà a modificare la Costituzione, alla quale viene assegnato, da parte di alcuni gruppi del centrosinistra, un carattere sacrale.
Credo che la spiegazione di questo stallo parlamentare vada ricercata proprio nella storia che ha dato origine alla nostra Costituzione. Lo ha già detto in parte Malgieri, ma vorrei ribadirlo: essa è il frutto di un patto nazionale che aveva una caratteristica particolare determinata dalle vicende storiche in gran parte riferite ai periodi 1922-1943 ed anche, forse, 1939-1945, o alla lettura polivalente di certi articoli da parte della Corte costituzionale, più che dai principi etici e morali fortemente radicati nell'attualità dei sentimenti e delle coscienze degli italiani.
Quel troppo contingente patto nazionale, onorevoli colleghi, diede luogo, del resto, all'applicazione della cosiddetta costituzione materiale, che contraddice persino certi principi della stessa Costituzione formale. La Costituzione, per esempio, in teoria riserva grandi poteri, nella formazione del Governo, al Presidente della Repubblica; tuttavia vi furono controassicurazioni di fatto contro l'ipotesi di governi forti e stabili. Dunque con la costituzione materiale si creò un sistema di controassicurazioni affidate ai partiti.
Altro esempio: il nostro sistema, in barba alla Costituzione, che all'articolo 49 definisce in 20 parole lo sottolineo i poteri dei partiti (che sono poi quelli degli associati a concorrere a determinare la politica nazionale), non ha prodotto un Governo parlamentare bensì un Governo dei partiti con le degenerazioni della partitocrazia, madre di tutte le Tangentopoli.
La conventio ad excludendum é diventata conventio ad adsociandum: senza il consenso di un partito, il partito comunista, che era il fulcro e la guida dello schieramento di opposizione, non si poteva porre mano a scelte fondamentali relative alla materia costituzionale ed alle grandi riforme di struttura del sistema politico, economico e sociale, ma anche alla legislazione corrente.
Come osservava Piero Calamandrei, le componenti culturali e politiche, cioè i filoni laico-risorgimentali cattolico e di ispirazione marxista, hanno considerato irrinunciabile riversare nella Costituzione del 1948 le proprie promesse; un modo peculiare di affidarle alla storia anche con una non compiuta concretezza e con una certa vaghezza. Ne è venuta fuori un'architettura pratica dello Stato in cui i poteri di fatto hanno contato più di quelli di diritto, quelli esterni o "forti" come si usa dire oggi più di quelli di Montecitorio, di Palazzo Madama e di Palazzo Chigi, con il confondersi dei ruoli peculiari di maggioranza e di Governo.
Con la legge maggioritaria uninominale del 1993 si è tentato, come è noto, di avviare, per il 75 per cento, il sistema parlamentare sul binario del bipolarismo. È una riforma che ha dato però risultati solo parziali, come dimostrano due anni di esperienza. Ora si tratta di garantire, scrivendolo nella Costituzione, che l'ordinamento dello Stato e la forma di Governo siano all'altezza dei compiti che le articolazioni


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istituzionali sono delegate a svolgere al servizio dei cittadini.
L'Italia ha una legislazione, una burocrazia, un sistema scolastico che sono lontani mille miglia dai paesi più moderni dell'Europa; sono lontani anche da ciò che i cittadini sono in diritto di pretendere dalle leggi, dai cosiddetti servitori dello Stato e, i giovani in particolare, dalle scuole e dalle università.
Sulla forma di Stato appare poi sempre più richiesto dai cittadini che, al centro e nelle articolazioni regionali e comunali, si garantiscano unità di indirizzo e gestione amministrativa e che tali articolazioni siano più vicine al cittadino in modo che egli possa controllare la capacità e l'efficienza del servizio e dei servitori.
Il federalismo, di cui quasi tutti oggi si dichiarano sostenitori, ha trovato e trova tuttora una varietà di definizioni: c'è chi lo vuole secondo il principio della sussidiarietà, chi lo vuole solo fiscale, chi cooperativo e solidale. Credo che proprio la stessa varietà di queste definizioni esprima ancora l'indeterminatezza delle proposte.
Il passaggio dallo Stato unitario allo Stato federale non è frequente: in Europa, nel dopoguerra, vi è un solo esempio di soluzione pacifica, la divisione della Cecoslovacchia (che peraltro era già uno Stato federale) in due Stati indipendenti, la Repubblica ceca e la Repubblica slovacca.
Le più radicali modifiche, però, devono avvenire nella forma di Governo. Per effetto della costituzione materiale di cui ho parlato prima, il Governo è stato monopolizzato dai partiti. Le aberranti definizioni di delegazioni dei partiti che resistono ancora oggi -, con il relativo capo, componenti del Governo, sono un emblema ed una realtà da modificare, sostituendole con una marcata alternativa tra maggioranza ed opposizione.
Nelle aule dei parlamenti anglosassoni il governo si siede nei banchi della maggioranza, che sono fisicamente opposti a quelli dell'opposizione. Non esiste la dialettica fra Governo e Parlamento: uno dei leit-motiv di cui parla ancora il nostro Presidente del Consiglio. Esiste una dialettica tra Governo ed opposizione. Magari, per Prodi, c'è anche una dialettica tra Governo e maggioranza, viste le difficoltà che egli ha all'interno della sua maggioranza. Forse questa è la giustificazione e voglio comprenderla del fatto che non si occupa di riforme istituzionali; infatti, se lo facesse, le diverse tensioni esistenti diventerebbero addirittura esplosive.
L'opposizione poi sulla quale abbiamo ricevuto qualche lezione dal Presidente Prodi l'altro giorno secondo i canoni di una democrazia compiuta non ha l'obbligo di soccorrere la maggioranza di Governo, nemmeno assicurando il numero legale. Direi che, salvo i casi di gravissima emergenza nazionale, come per noi è stato il terrorismo e sono ancora la mafia e la camorra, con o senza statuto dell'opposizione vi è il diritto-dovere dell'opposizione stessa di avversare le proposte del Governo, di essere alternativa a quelle proposte, comunque di criticarle senza indulgenza e senza sconti. È una regola che deriva dalle elezioni con il sistema maggioritario e sulla base del principio dell'alternanza. L'opposizione deve trasmettere chiaramente ai cittadini l'idea, il messaggio che essa, nella stragrande maggioranza dei casi, avrebbe avuto una proposta diversa perché migliore da quella del Governo.
Certo, questa visione bipolare cozza contro la mentalità consociativa dei fronti popolari, delle unioni democratiche, degli interessi consociativi, magari mascherati da valori. Una filosofia consociativa porta molti ad agitare anche il pericolo delle divisioni. E così sentiamo parlare come di un fatto pernicioso per la democrazia, di spaccatura in due del paese o del Parlamento.
Questa è una aberrazione, secondo me, sotto il profilo democratico, quando per "spaccatura" notate bene non si intenda divisione drammatica, razziale, religiosa o secessionistica della nazione; altrimenti, dovremmo dire che sul piano politico-parlamentare l'America è spaccata in repubblicani e democratici, la Germania è spaccata in centro-destra (democristiani e liberali) e centro-sinistra (socialdemocratici e verdi), il Regno Unito è spaccato in


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conservatori e laburisti, la Spagna è spaccata, il Portogallo è spaccato e persino i paesi dell'Est, ex comunisti, sviluppano i loro nuovi sistemi politici in netta contrapposizione fra ciò che convenzionalmente può definirsi destra e sinistra.
Secondo me, il sistema migliore verso il quale ci dobbiamo avviare, onorevole Cerulli Irelli, è la bipolarizzazione, anzitutto attraverso l'elezione diretta del Presidente della Repubblica che sia anche Capo dell'esecutivo. Io non so, onorevole Cerulli Irelli, quali siano i motivi della lettura che ella dà della crisi, quasi del disastro, dei sistemi presidenziali. Ne conosco uno bene, la Francia tra l'altro, mia moglie è di quel paese -, nel quale mi pare che il sistema presidenziale funzioni benissimo; tant'è vero che il maggiore competitore del generale De Gaulle, il Presidente FranÏois Mitterrand, è quello che ha segnato il più lungo periodo quattordici anni di permanenza all'Eliseo senza minimamente pensare di cambiare. Se poi parliamo degli Stati Uniti o se guardiamo alla Polonia e all'Est europeo, io non vedo questo disastro dei sistemi presidenziali, ma esattamente il contrario.
Di queste argomentazioni alte ed importanti hanno parlato ieri i capi del Polo; pertanto, io concludo il mio intervento ricordando che, tra le cose comunque da fare, mi sembra ormai indispensabile realizzare l'omogeneità dei sistemi elettorali nel nostro paese. Oggi ne abbiamo una decina e ciò confonde, complica o addirittura allontana i cittadini dall'espressione del voto.
Voglio fare un accenno fugace al bicameralismo perfetto, che a me sembra una remora alla legislazione più che una garanzia di perfezionamento delle leggi, come si voleva; finché anche il Senato sarà eletto a suffragio universale, le cose non cambieranno. Un'altra riforma da realizzare mi pare riguardi l'unificazione dell'età per gli elettori: non capisco perché il diciottenne non sia in grado di provvedere all'elezione dei padri della patria!
Per concludere, signor Presidente, nell'avvio della fase costituente, nella ratifica delle conclusioni che mi auguro anche se sono abbastanza scettico il Parlamento sarà in grado di adottare o nell'una o nell'altra di queste fasi, gli elettori dovranno essere chiamati a dare il loro voto. Questo sarà il vero, nuovo, vincolante patto costituzionale fra gli italiani, con gli italiani e per gli italiani degli anni duemila (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale Congratulazioni).


PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Guarino. Ne ha facoltà.

ANDREA GUARINO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, si avverte nel paese una diffusa aspettativa di riforma del sistema. Vi è però, in questo, una differenza rispetto al passato, anche recente. La riforma istituzionale, infatti, non viene più auspicata di per se stessa, ma, al contrario, qualunque proposta di mutamento si pretende che costituisca un mezzo per soddisfare le esigenze di carattere sostanziale che i cittadini hanno rappresentato e continuano a rappresentare alla classe politica.
Se non si evidenzia con la più grande chiarezza questo rapporto tra mezzo e fine, le riforme verranno percepite come un'operazione verticistica, sterile. Questo vale sia per il metodo sia per il merito. I cittadini hanno richieste precise da formulare: lavoro, certezza del futuro, trasparenza ed efficienza delle istituzioni. Se si vuole come deve essere che il percorso delle riforme istituzionali sia realizzato per i cittadini, occorre partire da queste aspettative.
Nella percezione dei cittadini i pubblici poteri operano attraverso l'imposizione di vincoli e di obblighi, non facilmente comprensibili nelle loro motivazioni, invasivi delle libertà e della privacy, inutilmente vessatori.
È una percezione generalmente giustificata. Un malinteso senso di garanzia della separazione dei poteri, che in realtà è retaggio di concezioni di stampo autoritario, riflette una sfiducia di fondo nella capacità dei cittadini di autodisciplinarsi; sfiducia cui conseguirebbe la necessità di


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una vigilanza pubblica su quasi tutte le manifestazioni del vivere civile e dell'attività economica. Di qui il prevalere dello schema autorizzatorio come presupposto della legittimità, o addirittura della liceità, dell'operato dei privati.
Vi sono ragioni strutturali che impediscono ai pubblici poteri di soddisfare effettivamente le richieste dei cittadini. L'azione pubblica si dispiega secondo schemi formali; si affida così all'amministrazione il compito precipuo di produrre atti formalmente perfetti. La rispondenza del contenuto di tali atti alle esigenze che li hanno generati è da ritenersi un fenomeno del tutto accidentale. I medesimi parametri di valutazione valgono anche per le amministrazioni locali. È quindi illusorio pensare di correggere i difetti dell'azione pubblica limitandosi, da un lato, a realizzare il decentramento funzionale ed amministrativo e, dall'altro, operando sulla forma di Stato e di governo.
Se si mantiene immutato il modello organizzativo e funzionale, il semplice decentramento ne aumenterebbe il grado di disfunzione; nello stesso modo, una riconfigurazione della funzione di governo che non fosse accompagnata da un ripensamento del modello organizzativo non permetterebbe di conseguire quegli obiettivi di maggiore efficienza e dinamicità che, viceversa, ci si propone di ottenere. Infine, nessuna riforma dei termini di azione dei pubblici poteri potrebbe mai mutare il senso di diffidenza ed estraneità che troppi cittadini nutrono nei loro confronti, se non si stabilisse con la più grande fermezza il principio generale che l'azione dei poteri, di qualunque specie, deve essere considerata come una ipotesi sussidiaria rispetto all'autodisciplina dei cittadini, che si può ammettere dunque soltanto nei casi in cui si possa ragionevolmente ritenere che il ricorso allo strumento autoritativo sia più idoneo per realizzare gli obiettivi che la collettività impone.
Si definisce così un nuovo principio di libertà fondato su un dovere di fiducia dello Stato e di tutte le articolazioni pubbliche nei confronti dei cittadini. Si tratta di un intervento che si affianca alle ipotesi di riforma di cui si è finora discusso, che non le pregiudica nei contenuti ma costituisce il presupposto indefettibile perché esse, qualunque veste concretamente assumano, possano conseguire i risultati dichiarati. Si tratta di un intervento che potrebbe addirittura essere realizzato sul piano tecnico senza modificare la Costituzione formale attualmente in vigore, così come senza interventi formali si è già realizzata, per opera del quadro comunitario in cui si inserisce l'Italia, una evoluzione della costituzione economica.
Si tratta, però, di una riforma di carattere epocale, perché rende finalmente lo Stato e gli altri apparati pubblici uno strumento al servizio dei cittadini e non un soggetto che si contrappone ad essi. Per sua stessa natura questa riforma va compiuta in Parlamento e va avviata subito, pena l'ammissione non soltanto della rottura del sistema ma dell'incapacità di tutta la classe politica di esprimere quella fiducia e quel principio di libertà che giustamente i cittadini pretendono. Non si tratta di mettere in discussione i principi fondamentali dell'attuale Costituzione, ma di rafforzarli e di riassumerli ad unità attraverso uno strumento, la volontà rappresentata di tutti i cittadini; quegli stessi principi fondamentali cui è affidato il compito di proteggere e sviluppare la libertà.
Questo stesso compito impone il dovere irrinunciabile di associare fin da subito il Parlamento alla ridefinizione del trattato sull'Unione europea. Così come i trattati già esistenti hanno ridisegnato la costituzione economica, il nuovo trattato andrà necessariamente ad incidere anche sulla seconda parte della Costituzione, per il fatto stesso che sottrae quote di libertà d'azione alla funzione legislativa e di Governo per affidare nuovi compiti agli organi comunitari e al mercato. È con sorpresa e disappunto che di questi temi non si è sentito parlare in tale sede.

PRESIDENTE. Onorevole Guarino, mi spiace doverlo fare, ma devo avvertirla che


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il tempo a sua disposizione è scaduto da oltre un minuto.

ANDREA GUARINO. Concludo con la dichiarazione che non sarebbe responsabile non associarsi alla risoluzione di maggioranza, ma sarebbe altrettanto non responsabile circoscrivere il percorso di riforma ai soli temi che quella stessa risoluzione contempla.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole De Mita. Ne ha facoltà.

CIRIACO DE MITA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signor rappresentante del Governo, non ho difficoltà ad ammettere che faccio fatica a seguire il dibattito, non quello che si svolge in quest'aula ma quello in generale sulle istituzioni. È vero che le istituzioni hanno una loro razionalità, ma è anche vero che la razionalità efficace delle istituzioni intanto è comprensibile in quanto fa riferimento ai fatti, alle vicende, alla condizione delle comunità alle quali le istituzioni sono destinate. Il nesso tra processo storico ed istituzioni rischia di saltare e non a caso rincorriamo con il desiderio un modello ipotetico di ordinamento entro il quale risolvere la complessità dei problemi.
Credo perciò sia giusto, in un'occasione come questa, recuperare la memoria; senza la memoria, infatti, le istituzioni non hanno valenza. Che senso ha discutere come avviene di presidenzialismo come ancora di salvezza, come indicazione del nuovo, come spartiacque tra conservazione e non conservazione? Che senso ha fare riferimento all'istituzione presidenziale senza tenere conto della complessità dei problemi del nostro paese? Si afferma che tutte le democrazie europee avrebbero forme di Governo del genere e si ignora che quasi nessun paese europeo ha questa forma di Governo. Si fa riferimento alla democrazia francese ignorando (lo dico al professor Malgieri, la cui dissertazione mi ha abbastanza incuriosito) che il sistema presidenziale francese a parte la contraddittorietà tra sistema parlamentare e sistema presidenziale ha funzionato guarda caso! non con due presidenti, ma con due sovrani. De Gaulle e Mitterrand hanno gestito le istituzioni presidenziali in Francia non come riferimento della democrazia plebiscitaria, della democrazia elettorale, onorevole Malgieri, ma come due sovrani che guardavano alla crisi del sistema democratico francese per aiutarlo ad uscire dalle difficoltà.
Le ultime, preoccupate riflessioni di Mitterrand, del resto, riguardavano il sistema elettorale; il sistema maggioritario a doppio turno, infatti, scomparso dalla discussione (perché altro sistema invocato come ancora di salvezza), consentiva di stabilire chi vinceva le elezioni, ma non garantiva chi avrebbe dovuto governare il paese. Non a caso il sistema francese presidenziale ha funzionato espropriando il Parlamento altro che semipresidenzialismo parlamentare! espropriando, ripeto, il Parlamento! Professor Rebuffa, quando il Parlamento non è stato piegato alla volontà del Governo, ma vi è stato uno scontro con le forze sociali del paese, è stato piegato il Presidente della Repubblica. Quindi, parlare, come è avvenuto con l'ultimo governo presieduto da Juppé, di questo sistema come di una forma risolutiva della complessità dei problemi della partecipazione e della governabilità, perché la crisi è intorno a tali questioni, mi sembra una discussione astratta, dove si rincorre il desiderio e non la soluzione dei problemi.
Dico subito, a scanso di equivoci, che non ho alcuna preclusione ad individuare anche forme di governo presidenziale, se mi dovessi persuadere che alla fine della ricostruzione complessiva delle istituzioni interne al nostro paese questo sia il sistema funzionante. Al riguardo, ho un'opinione diversa la brevità del tempo non mi consente di illustrarla che mi porta a conclusioni opposte. È stato già sostenuto credo dal collega Cerulli Irelli che la democrazia funzionante esige una sorta di raccordo tra maggioranza parlamentare e Governo, senza la quale il sistema non funzionerebbe. Per tale motivo non capisco come si possa ipotizzare questa soluzione, che è la conclusione di un processo


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di ordinamento della convivenza della collettività, come un modello al quale aggrapparci.
Come ho detto poc'anzi, occorre recuperare la memoria, perché le istituzioni vere sono la storia, sono la politica. Come ha scritto in un suo libro il professor Rebuffa, l'evoluzione del pensiero, distolto dall'attività più serena della ricerca e della riflessione, e coinvolto in maniera precipitata nella vicenda politica, ha fatto sì che l'analisi storica venisse sopravanzata dalla strumentalizzazione politica. Non usciremo dalla situazione attuale se non ci libereremo dalla discussione strumentale dei problemi. Infatti, anziché discutere come affrontare le questioni, ci accorgiamo che spesso i dibattiti sono occasione di accordo o disaccordo, ma non di risoluzione delle questioni stesse.
È importante lo ripeto recuperare la memoria e ieri l'onorevole D'Alema, nel suo intervento, che ho ascoltato con molta attenzione, ha tentato di farlo; e per la parte relativa all'esperienza repubblicana l'ha fatto in maniera notevole, che mi trova d'accordo. Egli ha ricostruito la storia del nostro paese non dentro le categorie, molto superficiali, improvvisate, vecchie, nuove, di errori, ma esaminando la complessità della storia, ricca di contraddizioni, ed anche di straordinarie novità. L'onorevole D'Alema ha però concluso il suo intervento sostenendo che negli anni settanta la forza propulsiva dei partiti si è esaurita. Il che è vero, ma nella sua analisi mancano i motivi di tale esaurimento ed egli non spiega perché adesso dovrebbe riprendere.
A mio avviso, se riflettiamo su queste affermazioni, non dovrebbe esserci difficile recuperare nella memoria la considerazione che il grande movimento di contestazione, un grande movimento civile all'interno del nostro paese, ha posto un problema ai quali né la cultura, né le istituzioni hanno dato risposta. Vi fu, infatti, una grande domanda di partecipazione nei confronti della quale la cultura e la politica furono distratte. A mio avviso ci furono tre riflessioni importanti, che vorrei ora ricordare: quella di Paolo VI, che è intervenuto con grande attenzione su questo fenomeno; quella dell'onorevole Amendola ed infine quella, credo più rilevante perché avvenuta all'interno di tale processo, dell'onorevole Moro sulla nuova stagione dei diritti e dei doveri, riflessione che lo ha accompagnato fino alla morte. Se è così e credo sia così le questioni maggiori che abbiamo di fronte non sono quelle della forma di Governo e della legge elettorale, bensì altre, ossia quelle del diritto di cittadinanza e del recupero del governo delle autonomie. Il vero problema che ha messo in crisi l'ordinamento ed il sistema istituzionale complessivo del nostro paese è stato l'arricchimento dei diritti delle persone, che nell'ordinamento costituzionale non hanno avuto riferimento. Noi stiamo vivendo drammaticamente tale questione perché, sulla scorta di un ordinamento imperfetto, tutto da rivedere, l'ordinamento dello Stato sociale (le grandi conquiste di libertà che la coscienza dei cittadini ha maturato nell'esperienza di questi ultimi cinquant'anni, soprattutto nel nostro paese) ha incrociato un momento di difficoltà economica, nella quale ci dibattiamo con il rischio di non risolvere né la situazione economica né quella istituzionale.
Voglio dire tutto ciò all'onorevole Malgieri (chiedo scusa, lo cito ricorrentemente perché ho ascoltato il suo intervento questa mattina), ma anche agli onorevoli D'Alema e Berlusconi: c'è una relazione, sul piano del processo storico istituzionale, con riferimento al diritto di cittadinanza della persona. Questo sorge come diritto di cittadinanza civile dopo la rivoluzione francese (quindi le istituzioni hanno una sorta di complementarietà, intendendosi il Parlamento come organo di controllo), vi è poi l'insufficienza di questo momento e la seconda fase, la cittadinanza politica, con il riconoscimento del diritto elettorale. Ma l'insufficienza del diritto elettorale, in assenza della garanzia della libertà della persona e quindi del riconoscimento del diritto allo studio, alla salute, alla salvaguardia di un minimo di protezione sociale, come condizione di arricchimento potenziale del processo democratico e di


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partecipazione, ci pone di fronte ad una situazione rispetto alla quale, onestamente, balbettiamo. Discutendo di questo problema, oscilliamo tra i tagli alla spesa pubblica facendo riferimento all'inefficienza, ma ignoriamo che provvedimenti di questo tipo, a parte la loro discutibilità sul piano economico, porterebbero alla riduzione progressiva della libertà delle persone. È questa la questione principale da affrontare, anche con riferimento a tutti i discorsi, che facciamo, di risanamento, di presenza in Europa, ignorando lo dico solo incidentalmente un aspetto importante: l'accordo di Maastricht, onorevoli colleghi, non consisteva nell'organizzazione della moneta comune per l'Europa. La scelta della moneta comune fu di sollecitazione per l'organizzazione degli Stati uniti d'Europa. Ipotizzare l'organizzazione di una comunità fondata solo sulla moneta unica significa aderire ad un'organizzazione economica verso la quale saremo continuamente dipendenti.
Se sta nei termini che ho indicato la riscoperta del governo delle autonomie, non solo sul piano territoriale, ma anche su quello dell'amministrazione degli interessi complessi, diffusi e diversificati che le comunità hanno, mi domando come si possa immaginare di dare risposta alla domanda di pluralismo istituzionale con l'accentramento, nelle mani di una sola volontà, del potere di amministrare una comunità complessa e ricca come la nostra. Se le cose non sono così e credo non lo siano dovremo porci di fronte a tale problematica recuperando la consapevolezza della complessità del problema, misurandoci tutti, con una disponibilità disarmata, con le complessità dei pregiudizi che hanno impedito finora di affrontare la questione, seguendo una procedura che ci consenta di approfondire le problematiche e, alla fine dell'approfondimento, di individuare la forma istituzionale in grado di risolvere la questione.

PRESIDENTE. Le faccio presente che il tempo a sua disposizione è terminato, onorevole De Mita.

CIRIACO DE MITA. Un secondo solo e concludo, Presidente. Volevo dire soltanto questo sulla procedura: io non sono d'accordo sull'ipotesi di assemblea costituente non perché sia un conservatore, sia un distratto ... Non vorrei ricordare agli onorevoli colleghi che probabilmente io ho la strana contraddizione, di essermi occupato sempre di questi problemi anche nell'indifferenza generale, mentre adesso, che la consapevolezza è maturata, rischio di essere emarginato come un cittadino estraneo, intruso, probabilmente perché ci può essere anche questo tipo di interpretazione potrei richiamare la cattiva coscienza, come dovrei dire a Selva; come si fa a far riferimento al Presidente Cossiga come ad una persona attenta alle questioni istituzionali, soprattutto nel momento in cui ha esercitato l'alta funzione di Capo dello Stato?! Selva ci ha voluto ricordare il messaggio inviato al Parlamento, alla fine della legislatura. Ma, sempre per recuperare la memoria, a Selva vorrei dire che il senatore Cossiga sollecitò, aprì la crisi dell'ultimo Governo Andreotti (aprile del 1991) per dar vita ad un Governo che affrontasse le riforme, ponendo come alternativa che se il Governo non si fosse fatto carico di affrontare le riforme si sarebbe fatto ricorso al corpo elettorale.

PRESIDENTE. Onorevole De Mita, purtroppo sono costretto a chiederle di concludere l'intervento. L'ho fatto con altri colleghi ed ho il dovere di farlo anche con lei.

CIRIACO DE MITA. Signor Presidente, concludo perché sono rispettoso dei termini.

PRESIDENTE. Questa è una bella cosa!

CIRIACO DE MITA. Mi toglie la parola probabilmente sulla sola cosa che ...

PRESIDENTE. Ma la dica la parola! Lei ha il dono della parola; di conseguenza qualche volta revochi la donazione!


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CIRIACO DE MITA. Io non sono per la costituente perché le Costituzioni non si deliberano; i momenti costituenti si fanno, onorevoli colleghi!
Per quanti sforzi faccia, non mi viene in mente un Parlamento funzionante, appena eletto, che deliberi il proprio suicidio. L'elezione di un'assemblea costituente sarebbe un suicidio (Applausi dei deputati del gruppo dei popolari e democratici-l'Ulivo, di deputati del gruppo della sinistra democratica-l'Ulivo e del deputato Grimaldi)! Si può anche fare, a patto che si abbia questa consapevolezza; quindi vedo abbastanza contraddittoria questa proposta. Viceversa colgo tutta la preoccupazione di chi, di fronte a procedure incerte, ha vari tentennamenti e vorrebbe avere la certezza di imboccare un percorso in fondo al quale ci sia la soluzione. Allora una Commissione bicamerale con poteri redigenti, con tempi di durata congrui ma determinati, potrebbe essere un percorso utile. E, perché no, accompagnata da una commissione di esperti di grande valore.

PRESIDENTE. Lei ora non deve fare come il poeta, che "... per lungo silenzio, parea fioco". Mi spiace, ma dura lex ... eccetera.

CIRIACO DE MITA. Ho concluso (Applausi dei deputati del gruppo dei popolari e democratici-l'Ulivo, di deputati del gruppo della sinistra democratica-l'Ulivo e del deputato Grimaldi Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Sanza. Ne ha facoltà.

ANGELO SANZA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, questo importante dibattito sulle riforme istituzionali mi sembra che sia accolto dalla opinione pubblica con un certo scetticismo e distacco. Atteggiamento ampiamente motivato, lo ha ricordato prima l'amico Selva, se si pensa che a partire dagli anni ottanta il Parlamento ha avuto altre occasioni simili, con risultati purtroppo sempre infruttuosi.
Voglio augurarmi che all'inizio di questa XIII legislatura, considerata costituente da tutti (maggioranza e minoranza), si possa raggiungere finalmente l'obiettivo di dare al paese una nuova Carta costituzionale.
Le conseguenze di un confronto, ancora una volta sterile, ricadrebbero gravemente sulla credibilità di questo Parlamento, che non avrebbe scampo di essere additato come il maggiore responsabile della grave crisi istituzionale da cui l'Italia deve uscire se vuole essere all'altezza dei compiti che la attendono a livello europeo e, più in generale, a livello internazionale.
Che la Costituzione del 1948 non fosse più adeguata ai nuovi tempi era già emerso fin dalla IX legislatura. Si istituì allora per la prima volta una Commissione per le riforme istituzionali, ma fu un'occasione mancata.
Il problema si ripropose nella XI legislatura con maggiore urgenza. Questa volta l'inattualità della Costituzione del 1948 era resa più evidente dal voto degli italiani nel referendum sulla legge elettorale che, per l'80 per cento, indicava la volontà di passare dal sistema proporzionale e partitocratico a quello maggioritario e dell'alternanza.
Anche questa volta si istituì una Commissione ad hoc, presieduta prima dall'amico De Mita, poi dall'onorevole Iotti, che non diede i risultati auspicati e i cui effetti sono oggi ampiamente visibili. Sta in questo la nostra preoccupazione di seguire ancora l'iter parlamentare.
Anche tale secondo mancato appuntamento, in un contesto nazionale ed internazionale completamente nuovo, mise a dura prova il rapporto tra i cittadini, il Parlamento ed il Governo in quella unità istituzionale che qui questa mattina l'onorevole Cerulli Irelli ha voluto richiamare.
Il crollo del comunismo internazionale, i nuovi rapporti tra le nazioni nella mutata situazione geopolitica, gli impegni che l'Italia andava assumendo nell'Unione europea, l'emergere del fenomeno di Tangentopoli e la sostituzione di buona parte della classe politica ponevano il nostro paese in un cambio epocale paragonabile a quello vissuto immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, quando avemmo appunto l'attuale Carta costituzionale.


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Questa nuova situazione avrebbe dovuto consigliare un serio intervento sul nostro impianto costituzionale. Ne parliamo da oltre quindici anni; De Mita, per la verità, ne parla dal 1969, ma a tutt'oggi non siamo approdati ad un risultato che renda credibili le istituzioni per il paese.
Oggi non si tratta più di ritoccare alcune parti della Costituzione al fine di garantire solamente maggiore stabilità all'esecutivo, ma di rivedere le parti relative allo stesso potere esecutivo, a quello legislativo, all'ordine giudiziario, nonché ai ruoli e ai compiti del Presidente della Repubblica.
La conflittualità tra i diversi poteri che si è verificata persistentemente in questi anni ha raggiunto livelli non più tollerabili. Senza un serio ed immediato intervento potrebbe concludersi con una desolante ed irreparabile decadenza del paese.
Ieri l'amico Buttiglione ha richiamato qui autorevolmente il movimento referendario promosso dall'onorevole Segni. Quel movimento ha prodotto una legge elettorale che ora deve essere resa coerente con una nuova forma di Governo e di Stato. Nonostante l'introduzione è sotto i nostri occhi di un sistema elettorale maggioritario, i comportamenti dei Governi che si sono succeduti in questi ultimi anni permangono comportamenti propri di governi di coalizione, lasciando ancora un ampio margine di confusione tra i ruoli della maggioranza e dell'opposizione.
Si evince dunque la necessità di definire regole certe di convivenza tra maggioranza e minoranza. La proposta avanzata in questi giorni dal ministro Maccanico non nasce semplicemente per sopperire alle evidenti difficoltà del Governo Prodi in Parlamento, ma ha un valore più ampio proprio perché mette in evidenza che la maggioranza non può arrogantemente instaurare una sua dittatura. Pertanto sono indispensabili regole scritte per garantire un proficuo dialogo ed una pace istituzionale tra maggioranza ed opposizione, come avviene in tutte le democrazie mature.
La nuova forma di Governo deve quindi inserirsi in un contesto in grado di garantire esecutivi che durino per l'intero arco della legislatura. Sembra perciò logico assicurare la stabilità dei governi facendo eleggere a suffragio universale il Presidente della Repubblica, al quale andrebbero assegnate anche competenze di governo.
Il modello francese ci appare quello più coerente e compatibile con la storia e la cultura politica italiana e anche il più convincente alla luce della crisi di rappresentatività delle forze politiche, proprio come avvenne alla fine della quarta Repubblica francese. Anche quando dovesse verificarsi un contrasto politico tra Parlamento e Capo dello Stato è stata dimostrata in quel paese la praticabilità di una coabitazione.
Ritengo pertanto che il presidenzialismo sia una scelta decisiva, indispensabile per attuare una forma di Stato di tipo federale, realizzando finalmente quel principio di sussidiarietà che è fondamentale in uno Stato moderno che voglia garantire più libertà ai cittadini. In tale ambito devono essere definiti ex novo i rapporti tra Stato centrale e organizzazioni di governo delle regioni e degli enti locali, devono essere chiarite le competenze che appartengono alle regioni e circoscritte con chiarezza quelle che restano allo Stato. Si deve fare attenzione all'eventualità paventata sulla stampa in questi giorni, che, se tale questione non dovesse essere affrontata e risolta in modo convincente, alcune regioni hanno già fatto sapere di essere pronte a promuovere un referendum nazionale abrogativo del decreto del Presidente della Repubblica n.616 che fissa i loro attuali poteri.
Nella discussione di ieri, signor Presidente, qualche collega della lega ha sostenuto che i meridionali sono restii alle riforme. Niente di più falso. Vorrei ricordare agli amici della lega che nel sud del paese non c'è alcun timore per le riforme e non si teme affatto il federalismo. Per troppi anni i meridionali hanno dovuto subire uno Stato centralista, tutto teso a favorire soprattutto gli interessi forti del paese, che certamente non sono al sud.


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Le autonomie locali e quindi il federalismo, lo hanno spiegato sia Salvemini sia Sturzo non è il caso di richiamarlo in questa sede, ma è bene limitarsi a sottolinearlo potrebbero essere la soluzione proprio dell'annosa questione meridionale. Anzi, un richiamo va fatto su un altro scenario che matura al nord. In alcuni centri, da parte di taluni sindaci dell'Italia settentrionale, è stato ipotizzato un federalismo delle città. Questa proposta, che nasce da un esasperato e ingiustificato localismo, ma sempre al nord, è una tentazione che deve essere scongiurata. Infatti il puro e semplice ambito comunale non potrebbe mai garantire l'esercizio di un'autentica autonomia; porterebbe invece ad una dannosa polverizzazione del paese.
L'architettura di uno Stato federale, con l'elezione diretta del Capo dello Stato, deve anche prevedere il superamento del bicameralismo, ormai anacronistico. Si dovrà dar vita ad una Camera con poteri legislativi e ad una seconda Camera delle regioni con compiti di programmazione, indirizzo e controllo dell'attività di Governo. Nei rapporti tra Parlamento e Governo deve essere mitigato l'eccessivo parlamentarismo, che è causa di instabilità e, come abbiamo assistito nel dibattito di questi giorni, di accuse tra maggioranza ed opposizione. Si impone quindi l'urgenza di un ripensamento dell'istituto parlamentare che vive oggi una crisi profonda, determinata dalla occupazione di spazi parlamentari sempre più crescenti da parte del Governo che, con l'emanazione di numerosi decreti-legge, svuota il Parlamento della propria iniziativa legislativa.
Qui si potrebbe iniziare a discutere dalle proposte del ministro Maccanico, relative ai tempi certi da assegnare all'iter parlamentare dei disegni di legge di conversione, alle corsie preferenziali per gli stessi ed alla eventuale opportunità della loro inemendabilità.
Infine, deve essere rivisto anche l'ordinamento giudiziario affinché sorga un rinnovato rapporto del cittadino con la giustizia.
Un paese moderno e competitivo, dunque, deve operare con il consenso dei cittadini attraverso Governi solidi, Parlamenti in grado di legiferare in tempi ragionevoli ed una giustizia efficiente e garantista. Fare dell'Italia un paese all'altezza dei tempi è interesse di tutti, e in questo raccogliamo la positiva dichiarazione di ieri dell'onorevole D'Alema. Mi auguro pertanto che nella maggioranza prevalgano il realismo di Maccanico e la disponibilità di D'Alema e non la forza ricattatoria di alcuni (come rifondazione comunista) ispirata solamente dall'istinto di sopravvivenza; e non vorrei che questo istinto fosse presente anche fra gli amici popolari.
Per realizzare una riforma così vasta, la semplice applicazione dell'articolo 138, previsto dalla Costituzione...

PRESIDENTE. Onorevole Sanza, la prego di concludere.

ANGELO SANZA. Mi avvio alla conclusione, Presidente.

PRESIDENTE. Poiché poco fa ho visto andar via un collega rabbuiato, benché gli avessi dato tre o quattro minuti più del previsto la prego di attenersi al regolamento, perché dispiace più di tutti al Presidente dover interrompere interventi su argomenti particolarmente interessanti, come quello oggi all'ordine del giorno.

ANGELO SANZA. Dicevo che vogliamo raccogliere alcune aperture che abbiamo registrato nella maggioranza al fine di avviare comunque una fase di revisione. Sono per noi più importanti gli obiettivi da realizzare che le procedure da seguire; vogliamo inoltre verificare la reale volontà di tutte le forze politiche presenti in Parlamento prima di aprire uno scontro istituzionale nel paese. Chi non vuole l'assemblea per la riforma della Costituzione, ma vuole raggiungere i nostri stessi risultati con una diversa procedura dovrà allora dirci in modo chiaro quali strumenti intenda adattare e in quanto tempo vorrà raggiungere tali obiettivi. Ciò che a noi preme, signor Presidente, onorevoli colleghi, è dare nuova certezza istituzionale a


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questo paese (Applausi dei deputati dei gruppi del CCD-CDU e di forza Italia).

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE LORENZO ACQUARONE (ore 11,55)

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Meloni. Ne ha facoltà.

GIOVANNI MELONI. Onorevole Presidente, colleghi, per quanti sforzi io cerchi di fare, francamente non riesco a sottrarmi alla sensazione che esista una tendenza ad affrontare le riforme istituzionali, e tutto il dibattito che attorno ad esse va svolgendosi fuori di qui ed anche in quest'aula (con la lodevole eccezione di alcuni interventi), in maniera abbastanza ingegneristica. Probabilmente questo atteggiamento, questo vezzo, quello cioè di trasformare le questioni politiche in questioni tecniche, sta in qualche modo diffondendosi nel nostro paese.
Tuttavia a me pare vi sia qualcosa di più da rimarcare, cioè l'idea che la tecnicizzazione di problemi politici può costituire il mezzo per favorire accordi che sul terreno immediatamente politico sarebbero assai difficilmente sostenibili. Intendo dire che l'ingegneria costituzionale, inseguendo l'idea che sia possibile trovare un modello ideale il quale, in virtù della sua conformazione e per il modo in cui è fatto, sia di per se stesso buono, cerca di creare terreni di neutralità sui quali si può tentare di dare la sensazione che sia possibile trovare convergenza.
A me pare che così non sia, nel senso che la ricerca di un modello astrattamente funzionale poco ha a che fare con le cause profonde che hanno messo in crisi il sistema politico italiano e per le quali ci troviamo oggi, come in altre occasioni, in Parlamento a discutere delle riforme istituzionali. A me sembra cioè che sia proprio a partire da quelle cause profonde che occorra definire alcuni orientamenti sui contenuti che non possono non avere influenza anche sulle procedure che si scelgono per realizzarli.
Di queste cause, quella di gran lunga più importante (lo dirò in modo assolutamente schematico) a me sembra sia costituita dal fatto che nel corso degli anni sono andati progressivamente perdendo di significato concreto i principi democratici di base su cui era stato fondato dai costituenti il nostro sistema politico. Faccio essenzialmente riferimento a due questioni: il ruolo del Parlamento ed il problema delle autonomie.
Non vi è tempo per affrontare il tema; potremo farlo quando si discuterà nel merito delle proposte. Tuttavia mi sembra si possa dire, a proposito del Parlamento, che la decretazione d'urgenza, insieme con la confusione tra funzione legislativa e di quella gestione, ha portato a snaturarne il ruolo. Allo stesso tempo, per quello che riguarda il sistema delle autonomie, il modo in cui si è sviluppata la vicenda del regionalismo italiano ha di fatto influenzato non solo il modo di essere delle regioni le quali, come molti studiosi ormai sottolineano con grande acutezza, non possono essere considerati veri enti autonomi ma anche il modo di essere dello Stato. La mancata realizzazione dell'autonomia regionale e nel tempo e nella sua dimensione ha consentito al nuovo Stato democratico nascente di costruirsi come Stato fortemente centralizzato.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PIERLUIGI PETRINI (ore 12)

GIOVANNI MELONI. I due problemi quello del Parlamento e quello delle autonomie definiscono, a mio modo di vedere, l'orientamento di fondo rispetto al quale è necessario atteggiarsi parlando delle riforme istituzionali, quello cioè di recuperare una grande dimensione democratica per il nostro sistema politico, che è andato perdendola nel corso di questi anni.
Da questo punto di vista, non possiamo non riaffermare che siamo contrari ad ogni forma di presidenzialismo e, a chi dice che i sistemi costituzionali possono essere importati perché considerati astrattamente come ben funzionanti, ricordiamo che quando questo genere di "importazioni"


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si è verificato nel corso di questo secolo e anche verso la fine di quello passato in paesi assai importanti, come l'America latina, i risultati sono stati per lunghissimo tempo assai dannosi. Siamo, quindi, per una riforma che punti essenzialmente all'allargamento della democrazia e al coinvolgimento dei cittadini nell'esercizio dei poteri.
Per questa ragione, riteniamo sia improponibile l'idea della costituente. Da questo punto di vista, infatti e sono completamente d'accordo con quanto affermato dal collega Cerulli Irelli dobbiamo pensare alle riforme istituzionali come ad un insieme di modificazioni che riguardano non soltanto la norma costituzionale, ma anche il modo di essere delle leggi ordinarie che regolano, per esempio, l'amministrazione e lo stesso modo di essere di quest'ultima. Allora, collega Cerulli, forse il punto non è tanto quello dell'attribuzione di poteri regolamentari al Governo, quanto piuttosto il fatto che, nell'ambito di una riforma autonomistica veramente profonda, tutti i poteri d'esecuzione, anche delle leggi approvate dal Parlamento, dovrebbero essere dislocati a livello regionale.
Ebbene, il solo pensare ad una riforma di questo genere determina, naturalmente, la constatazione che agire soltanto sulla norma costituzionale sarebbe assai al di sotto delle esigenze che ci poniamo. Mi sembra, pertanto, che la sede propria in cui l'insieme delle riforme debba essere attuato non possa che essere il Parlamento, non solo per le ragioni che sono state esposte, per le contrarietà che anche sul terreno teorico suscita l'idea di un'assemblea costituente, ma anche per ragioni pratiche e profonde, tali da garantire l'attuazione effettiva di quel tipo di riforma.
Ma parlando del tipo di riforma e chiudo con questo argomento vorrei fare un'osservazione di natura interamente politica. Si ha la sensazione, per esempio leggendo i giornali di oggi, che stia come sorgendo una nuova teoria intorno al consociativismo: questo è un male se venisse realizzato in relazione agli obiettivi di Governo, ma è un bene se lo si realizzasse sulle questioni che riguardano gli assetti istituzionali. Questo doppio binario magari si potrebbe giustificare con l'idea che, siccome per le riforme istituzionali sono necessarie maggioranze diverse da quelle che occorrono per la legislazione ordinaria, allora, in qualche modo, il consociativismo può essere "iscritto" nella Carta costituzionale. Non credo che sia così; sono invece del parere che un'ipotesi di riforma costituzionale si basa su principi e, come ogni indirizzo politico, su interessi precisi. Non esiste una forma statuale che risponde a tutti gli interessi possibili: ci sono forme che tutelano meglio certi interessi ed altre che li tutelano meno bene.
Credo che chi è stato eletto in Parlamento il 21 aprile, con un voto espresso in relazione alla tutela di certi interessi, contrapposti ad altri, non possa oggi pensare che tutti questi interessi, nel loro complesso, possano unire per costruire insieme il nuovo disegno istituzionale. Non è questa la strada, non solo perché sarebbe impensabile che in Parlamento ci fossero due maggioranze una per la politica del Governo, l'altra per le riforme istituzionali ma perché sarebbe assolutamente inconcepibile che noi, dopo aver ottenuto i voti in relazione a certi interessi, producessimo oggi un modello istituzionale che invece in qualche misura quegli interessi trascura o addirittura tradisce.
Credo allora, signor Presidente, che occorra riaffermare che la maggioranza ha necessità di trovare al suo interno un equilibrio anche sulle questioni di carattere istituzionale e che, sulla base di questo, si debba promuovere il confronto con altre forze (nel tentativo di allargare la maggioranza) e nel paese, per sapere quale sostegno potrebbe avere il disegno ipotizzato dalla maggioranza.
Questa mi sembra la strada che dobbiamo percorrere e noi dichiariamo di essere a ciò totalmente disponibili.
Non siamo invece disponibili a seguire eventualmente la teoria del nuovo consociativismo (Applausi dei deputati del gruppo di rifondazione comunista-progressisti Congratulazioni).


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PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Calderisi, al quale ricordo che ha dieci minuti di tempo. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE CALDERISI. Presidente, colleghi, è stato ricordato da più di un oratore che sono ormai più di tre lustri che si protrae in modo inconcludente il dibattito sulle riforme costituzionali.
È stato anche ricordato credo giustamente il fatto che l'unica riforma che si è realizzata, quella elettorale, certamente inadeguata e comunque insufficiente, la si è fatta grazie ad un referendum e non è un caso che ha avuto modo, in un certo senso, di mettere fuori gioco il potere dei partiti.
Massimo D'Alema nel suo intervento ha espresso piena consapevolezza delle conseguenze che avrebbe un nuovo fallimento del dibattito sulle riforme istituzionali.
Credo sia utile ricordare che tale dibattito ha avuto origine all'indomani del fallimento del compromesso storico, che ha rappresentato il tentativo più consapevole ed estremo di fornire una soluzione alla crisi italiana attraverso un sistema nel quale i partiti fossero il canale quasi esclusivo di partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica. È da allora, in realtà, che stiamo vivendo una lunghissima fase di transizione dagli esiti assolutamente incerti.
Prendo atto con soddisfazione che tale concetto è stato manifestato da D'Alema quando ha affermato: "L'esaurirsi di una fase" cito testualmente dal resoconto stenografico della seduta di ieri "della vita nazionale ha visto consumarsi via via il ruolo dei partiti, in una lunga agonia che è durata per oltre un quindicennio. A mio giudizio, infatti, la funzione propulsiva della democrazia dei partiti si era esaurita a metà degli anni settanta (...)".
Ciò è vero e mi auguro che vada avanti la riflessione su questo punto, cioè sulle ragioni per cui è andato in crisi il sistema fondato sulla centralità del partito politico, secondo il modello affermato nel nostro paese, cioè il partito ideologico di tipo continentale, il partito di integrazione sociale, in contrapposizione al modello di impronta anglosassone. Come dicevo, mi auguro che la riflessione proceda anche su tali temi, altrimenti, se non si cercherà di superare quel modello di partito, sarà difficile, a mio parere, trovare uno sbocco alla crisi e varare le riforme istituzionali.
Ciò detto debbo confermare che, a nostro avviso, per evitare l'alto rischio di un nuovo fallimento, con le conseguenze che ricordava D'Alema, la strada maestra è quella di un'assemblea per la revisione della Costituzione. Essa avrebbe la possibilità di coinvolgere il corpo elettorale nel processo di revisione costituzionale, com'è avvenuto cinquanta anni fa. Credo che questa sia la ragione per la quale non siamo riusciti finora a fare le riforme; e mi riferisco proprio al fatto che non si è coinvolto il corpo elettorale nel processo di revisione.
Vi è un'altra ragione a favore dell'assemblea costituente e l'ha esposta Mino Martinazzoli in una intervista sul Corriere della sera; non potendoci nascondere le contraddizioni degli schieramenti politici su tale tema, in particolare di quello della maggioranza, è sinceramente molto difficile pensare sostiene Martinazzoli che possa funzionare ma si augura che così non sia l'impostazione in base alla quale possa esserci una maggioranza di Governo e nella Commissione "accanto" una maggioranza per le riforme che potrebbe essere diversa. Tutto ciò sembra molto difficile a Martinazzoli, il quale si augura che qualora così dovesse essere non vi sia il blocco del processo di riforma. Ho ritenuto opportuno riferire l'opinione di Mino Martinazzoli affinché essa possa essere oggetto di una riflessione utile soprattutto all'Ulivo.
Se la strada prescelta non sarà quella dell'assemblea costituente, ma invece quella di organismi parlamentari credo che, per quel che ci riguarda, debbano esservi almeno dei requisiti minimi per poter operare costruttivamente e contribuire al processo di riforma. Ritengo che come requisito minimo debba esservi una legge costituzionale di procedimento, che stabilisca appunto procedure e tempi certi. Credo che ciò sia il minimo e che sia


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necessario stabilire che questo processo deve giungere a conclusione da qui a due anni, che sono già un tempo molto lungo. Entro due anni, cioè, si deve andare ad un referendum confermativo, per far sì che il corpo elettorale possa approvare il lavoro che la Commissione ed il Parlamento avranno svolto. Un referendum confermativo, più referendum su distinte materie, su distinti oggetti, in modo da lasciare all'elettore la possibilità di pronunciarsi separatamente sulle questioni della forma di Stato e della forma di Governo? Ne parlò per la prima volta il Presidente Cossiga nel messaggio alle Camere. Siamo disponibili a separare in distinti oggetti come diceva Cossiga materie definite ed oggetti individuati, purché però nella legge di procedimento si stabilisca che cosa eventualmente accadrebbe qualora il corpo elettorale dovesse approvare un referendum e respingere l'altro. Bisogna inevitabilmente prevedere una procedura che consenta, ad esempio, di ritornare in Commissione e formulare una nuova proposta; a meno che ma questa ipotesi mi sembra difficile vogliate accedere all'idea di un referendum che contenga anche diverse opzioni e che, quindi, consenta già al corpo elettorale di potersi pronunciare in via alternativa su una o l'altra delle soluzioni che possono essere proposte dalla maggioranza e da una minoranza significativa.
Nei pochi minuti che mi rimangono, vorrei tentare di affrontare un'altra questione, che sottopongo in particolare ma non solo evidentemente ai colleghi del partito popolare.
Noi siamo mossi da un'autentica volontà di dialogo. Vogliamo varare determinate riforme, quelle che riteniamo necessarie e giuste per il nostro paese, e siamo animati da una volontà di dialogo vera; non vogliamo utilizzare in alcun modo la questione delle riforme per speculare strumentalmente all'interno della maggioranza e sulle contraddizioni che essa ha sul tema delle riforme.
Il nostro obiettivo è quello di realizzare davvero le riforme e credo di averne dato prova anche personalmente già venerdì scorso in Commissione affari costituzionali, quando abbiamo discusso della riforma dell'articolo 77 della Costituzione ed abbiamo affrontato il dibattito sulla proposta di legge costituzionale presentata proprio dai colleghi del PPI, la n.1571 citata poco fa anche dal collega Cerulli Irelli nel suo intervento -, perché non pone giustamente solo il problema della riforma dell'articolo 77, ma anche quello della modifica dell'articolo 72 della Costituzione. Essa contiene una disposizione di estrema importanza, la quale stabilisce che su richiesta del Governo sono inseriti con priorità nel calendario ed iscritti all'ordine del giorno delle Camere, secondo le norme dei rispettivi regolamenti, i disegni di legge presentati o accettati dal Governo. In Commissione ho detto che questa era una norma in qualche modo rivoluzionaria per il nostro paese, non solo per quanto riguarda il periodo repubblicano ma anche per quello che va dall'unità d'Italia ad oggi, perché di fatto la norma fa parte di una concezione secondo la quale è il Governo la guida del procedimento legislativo in Parlamento.
Si tratta di un'impostazione opposta a quella di cui si discute in seno alla Giunta per il regolamento, in base alla quale si pensa di affidare ulteriori poteri di indirizzo politico ai Presidenti delle Camere (ma non so a quale logica un simile principio corrisponda).
Il dialogo va portato avanti proprio su questo tema; introdurre una norma come quella citata significa distinguere nettamente tra regime parlamentare e regime assembleare. Sono due cose completamente diverse!
E allora, se i colleghi popolari vogliono proporre una riforma in senso parlamentare, devono avere il coraggio di andare fino in fondo nella logica del sistema parlamentare. In esso, il premier ha, per esempio, il potere di scioglimento del Parlamento: lo ha in Gran Bretagna, in Spagna e in Svezia. Intendete proporre questo principio o no? E come intendete porvi di fronte al fatto che i sistemi parlamentari in Gran Bretagna e in Germania funzionano solo grazie ai sistemi politici che garantiscono la coincidenza fra leader e


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premier, senza la quale il sistema parlamentare non funziona? Il premier può essere la guida del procedimento legislativo in Parlamento se è anche il leader della coalizione, se il baricentro è dentro il Parlamento e non fuori.
E come è possibile garantire tutto questo, non avendo noi un sistema bipartitico come la Gran Bretagna, non avendo il sistema bipolare che ha la Germania (nella quale solo due partiti ambiscono ad esprimere il cancelliere)? L'unica strada è l'elezione diretta, la legittimazione popolare diretta del vertice dell'esecutivo, in questo caso del premier. È l'unico modo per garantire tutto questo, oltre alla stabilità e alla governabilità.
Se si vuole proporre un simile sistema, bisogna andare fino in fondo, altrimenti non è sufficiente una modifica del procedimento legislativo per assicurare stabilità e governabilità, con il sistema politico attuale e finché esso non si sarà evoluto. A quel punto, sarebbe superfluo, come in Inghilterra, prevedere l'elezione diretta del premier.

PRESIDENTE. Onorevole Calderisi, la prego di concludere!

GIUSEPPE CALDERISI. Ho concluso, Presidente. Non ho parlato di presidenzialismo e di federalismo, che sono le mie bandiere, ma credo che come dimostrazione di volontà di dialogo questo sia un fatto significativo (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Spini, al quale ricordo che ha dieci minuti di tempo a disposizione. Ne ha facoltà.

VALDO SPINI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, mi sembra che dobbiamo sconfiggere un certo scetticismo, che anche sui giornali vedo aleggiare, intorno a questo dibattito; e per sconfiggerlo dobbiamo dargli una dimensione al tempo stesso alta e concreta. Dargli una dimensione alta credo significhi porre il tema della riforma istituzionale nella storia di lungo periodo del nostro paese, nei suoi 135 anni di vita unitaria, e rispondere al problema che ci viene spesso posto sul piano interno ed anche internazionale di una certa precarietà politica, di una certa inaffidabilità, di una certa instabilità di fondo delle nostre strutture istituzionali, a cui spesso si è contrapposta invece la vitalità e la robustezza del nostro tessuto economico.
Pertanto, fare una seria riforma istituzionale significa rimediare al centralismo e non era scontato con il quale fu portato a termine il processo di unità nazionale, da un lato, e costruire istituzioni di governo solide su cui poggiare un sistema politico finalmente basato sull'alternanza, dall'altro.
Credo che questo sia veramente il compito storico che è di fronte al Parlamento della tredicesima legislatura; compito che riguarda tutti ma a cui dobbiamo sentirci particolarmente responsabilizzati noi che sediamo nei banchi della maggioranza.
Sì, una riforma istituzionale all'altezza di una democrazia moderna significa corrispondere alle invocazioni di tante voci lontane dei grandi della vita politica nazionale. In particolare, mi piace rispondere a quell'intreccio di socialismo e di democrazia risorgimentale che si incarnò prima in Carlo Rosselli con Giustizia e libertà e poi nel partito d'azione che alla Costituente, allora isolato, pose ai grandi partiti di massa dell'epoca il problema dell'importanza dell'assetto dello Stato e delle istituzioni.

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE LUCIANO VIOLANTE (ore 12,20)

VALDO SPINI. Nella democrazia imperfetta di quegli anni fu il rapporto di fatto (e non a caso sia D'Alema sia De Mita lo hanno ricordato) tra i grandi partiti di massa che rimediò all'insufficienza delle strutture statuali ed istituzionali. Oggi la democrazia dell'alternanza non può più permettersi ciò e deve riconoscere in pieno l'importanza dell'architettura istituzionale, sia centrale che periferica, sia di governo che federalistica del nostro paese.


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Nei pochi minuti che ho a disposizione vorrei fare una specie di "operazione verità". È vero, nell'Ulivo vi sono due impostazione culturali che si fronteggiano; mi auguro non siano inconciliabili, ma credo che debbano essere espresse alla luce del sole anche in questo dibattito.
Vi è innanzi tutto un filone culturale che vede in genere impegnati, nel caso dell'Ulivo, uomini e formazioni politiche provenienti dall'esperienza politica del cattolicesimo democratico del dopoguerra. Questo filone punta sul rafforzamento del leader della maggioranza di Governo, secondo una gamma di posizioni istituzionali che vanno dal cancellierato, sostenuto dall'attuale partito popolare ed espresso con molta pacatezza ma anche con molta serietà ieri dall'onorevole Mattarella, fino all'elezione diretta del primo ministro, sostenuta dal referendario onorevole Mario Segni. Secondo questa impostazione, è al leader della maggioranza che vanno conferiti nuovi e più ampi poteri ed è nel leader della maggioranza, primo ministro, che viene individuata la chiave di volta della risoluzione del problema della stabilità.
L'altro filone di pensiero politico che ritengo di poter individuare discende culturalmente dal partito d'azione e può richiamare, direi, l'impostazione culturale degli interventi di Piero Calamandrei all'Assemblea costituente, anche se non lo segue fino al presidenzialismo all'americana che fu da lui allora sostenuto. Si tratta di un filone di pensiero secondo il quale non va tanto eletto il capo di una maggioranza, ma una figura di Presidente della Repubblica di cui sia sottolineato il ruolo di garante dell'unità nazionale, di supremo vertice delle istituzioni, di supremo moderatore della vita politica del paese (di cui, naturalmente, sono protagonisti i partiti), di garante della continuità della presenza internazionale ed europea dell'Italia. Un Presidente della Repubblica eletto direttamente, che non assommi in sé anche la figura di primo ministro, il quale deve essere responsabile con il suo Governo di fronte al Parlamento, che può mutare con il mutare dell'orientamento dell'elettorato ma anche di fronte all'inevitabile logoramento che a volte subisce qualsiasi esperienza di governo ed il suo prestigio.
Questo è il nostro semipresidenzialismo e per questo abbiamo presentato in Parlamento la cosiddetta "proposta Sartori". Per questo la riproponiamo, unitamente al sistema elettorale maggioritario a doppio turno, che ci sembra, nell'ambito dello stesso maggioritario, il sistema elettorale più trasparente e limpido. Proprio oggi un autorevole editorialista, Gianni Corbi, invitava la sinistra italiana a riconoscere il suo debito con il partito d'azione e il suo peculiare socialismo laico-risorgimentale, che guardò subito al laburismo di allora come a quel socialismo non marxista e non dogmatico a cui ispirarsi in un'Europa moderna.
Noi proponiamo questa sfida a tutta la sinistra democratica del Parlamento. Il dibattito culturale nell'Ulivo è fecondo, deve essere rispettoso, non può essere paralizzante. Proponiamo tale sfida in un confronto senza pregiudiziali alle forze del Polo. L'onorevole Fini ha formulato alcune notazioni veramente "fini" sul fatto se questo dibattito possa giovare o meno al Governo. Non entriamo in questo argomento; il Governo ha deciso di rimanere fuori e credo sia bene lasciarlo fuori dalle strumentalizzazioni di tale dibattito. Il vero problema è se faremo emergere, in questo Parlamento, la maggioranza semipresidenzialista che potenzialmente esiste.
Noi demmo credito all'esplorazione dell'onorevole Berlusconi nello scorso inverno. Egli poi si scoraggiò come esploratore; mi auguro che ora in questo Parlamento, dopo le elezioni, sia capace ed effettivamente responsabile nel condurre avanti il dibattito ed il confronto. Lo strumento non può essere un'assemblea costituente. Assemblea costituente significa fare una campagna elettorale, non mettersi a lavorare sulle riforme. Non possono essere però nemmeno due Commissioni speciali alla Camera e al Senato, una sorta di doppioni delle Commissioni affari costituzionali. Deve essere una Commissione bicamerale eletta con legge costituzionale, a mio parere dotata di poteri redigenti,


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che possa cioè predisporre un testo sul quale il Parlamento possa deliberare esprimendo un voto globalmente favorevole o contrario, e per la quale prevedere uno o più referendum confermativi per poter dare una sanzione popolare al processo nel suo complesso.
Noi sediamo su questi banchi cinquant'anni dopo i costituenti e credo mi rivolgo in particolare agli amici popolari che sarebbe veramente una grande prova di vitalità di questa Costituzione e di questa democrazia se, proprio in base ai loro dettami fossimo in grado di riformare nel profondo le istituzioni del paese, del suo Governo e di questo Parlamento. Se non fossimo in grado di farlo sarebbe allora evidente che il tema della costituente, al di là di come la pensa ciascuno di noi, emergerebbe con forza ed autorevolezza. Di questa costituente, al di là dell'elemento strumentale, temo oggettivamente una discontinuità che non mi augurerei perché ritengo che la democrazia italiana non ne abbia bisogno.
Tutto questo, certo, implica una reale assunzione di responsabilità, con la definizione di procedure e tempi certi, a condurre a termine questo processo. Mi sia anche permesso di auspicare che la Commissione che andremo ad istituire abbia un presidente di alta caratura politica che si senta responsabile del compito affidatogli e che le forze politiche non lo abbandonino a se stesso qualora tale compito fosse in qualche modo insabbiato. Questa tredicesima legislatura non può infatti non essere la legislatura delle riforme. È una legislatura che si apre all'insegna della stabilità, della governabilità e non può avere quindi in alcun modo scusanti, alibi ed attenuanti se non dovesse procedere in questa direzione.
Ecco perché abbiamo voluto partecipare a questo dibattito. Come sempre accade, anche in televisione, ci sono la prima e la seconda serata, ossia un dibattito trasmesso dalla televisione ed un dibattito con gli amici e le amiche parlamentari che sono qui ad ascoltarci. Tuttavia, abbiamo voluto lo stesso prendere la parola perché la posizione che vogliamo assumere è molto chiara ed intransigente: le riforme si devono fare davvero e si deve esprimere la volontà di dotarci di strutture proprie di una democrazia moderna, una democrazia che supporti l'alternanza, una democrazia che sia capace di dare all'alternanza i pesi ed i contrappesi necessari. Dobbiamo svolgere questo dibattito alla luce del sole, senza strumentalizzarlo a questa o quella maggioranza, a questo o quel cambiamento di equilibri nel Governo, proprio perché le regole del gioco sono nell'interesse di ciascuno di noi. Chi si troverà o si trova alla guida del paese, ha interesse ad avere regole del gioco che diano a tale guida un significato concreto e preciso.
Per questo, signor Presidente, onorevoli colleghi, mi auguro che come sembra sulla base delle notizie la notte abbia portato consiglio e si possa superare questa sorta di discrasia di ricette strumentali per giungere a tale fine. È nostro fermo augurio che si possa concludere oggi il dibattito con una risoluzione che ci fornisca uno strumento unitario per procedere su questa strada. Guai a noi se avessero ragione quelle analisi politologiche di oggi secondo le quali abbiamo trovato un modo per perdere un po' di tempo, perché il tempo non si può perdere per la democrazia italiana, per la sua salvezza e per il suo avvenire.
È questo il nostro fermo intendimento con l'auspicio che questa sessione possa davvero avere carattere storico. Se infatti la tredicesima legislatura fosse capace di completare il disegno dei costituenti, credo davvero che potremo dire a buon diritto di essere protagonisti di una stagione davvero importante della democrazia italiana (Applausi).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Pivetti. Ne ha facoltà.

IRENE PIVETTI. Signor Presidente, colleghi, eccoci un'altra volta a discutere di riforme istituzionali. In questi ultimi anni il Parlamento è stato attraversato più volte da questi temi, che sono stati senz'altro dominanti anche nelle ultime due campagne


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elettorali per le elezioni politiche, nonché determinanti per la chiusura della scorsa legislatura, durante la quale questo dibattito ha avuto luogo in due occasioni. Forse altre volte il tema avrebbe potuto essere approfondito (chi era presente senz'altro lo ricorderà) poiché esisteva la volontà diffusa di riprendere il discorso, più spesso di quanto non si sia effettivamente potuto fare. Paradossalmente potremmo dire che non si è riusciti a discutere per la troppa tensione verso questo argomento.
Dunque, le istituzioni hanno tentato, ed ancora una volta tentano, di dare una risposta. È un tentativo, è solo un tentativo, perché fino ad ora non vi sono stati risultati, ma è comunque un tentativo doveroso, giusto, a fronte di una domanda che nel paese è crescente. È, infatti, sui temi delle riforme istituzionali che si sono avute le grandi mobilitazioni popolari in questi anni. È sul tema delle riforme istituzionali, considerate da diversi punti di vista, che è cambiata la fisionomia politica del paese. È su questo tema che sono nate nuove forze politiche: penso, innanzitutto, alla lega, vero motore del cambiamento, e penso ai referendum sulla legge elettorale.
Una domanda ripeto diffusa e crescente nel paese, che trova certo alimento anche in una insoddisfazione generata dalla presente congiuntura economica e quindi si accompagna a giustificate rivendicazioni in questo campo sia da parte di chi cerca lavoro, e non lo trova, sia da parte degli imprenditori, che si vedono ridotta, se non negata, la libertà di iniziativa economica da uno Stato troppo invadente e spesso dissipatore. Si tratta tuttavia di una domanda che ha radici più profonde, che si radica nella stessa crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni dello Stato, percepite come inefficienti, quando non corrotte, comunque lontane ed ostili.
La domanda di riforma che viene dal paese è dunque la richiesta di un nuovo rapporto con lo Stato, è una volontà diffusa di ricostruire il rapporto con lo Stato stesso. Ancora una volta gli italiani, dando prova di grande spirito democratico, hanno conferito civilmente al Parlamento mandato di rispondere a tali esigenze. È per questo che il Parlamento non può permettersi di deludere ancora una volta le aspettative dei cittadini. È per tale motivo che parlando in quest'aula, con o senza la presenza della televisione collega Spini ciascuno di noi sa ed ha ben presente che si sta rivolgendo al paese, a quei cittadini in nome dei quali ciascuno dei membri dell'Assemblea è stato investito di mandato rappresentativo.
Il nostro primo dovere è quello di comprendere la natura della domanda che sorge dal paese; capire cioè che, se essa nasce da un disagio e da osservazioni di tipo pratico o, talvolta, anzi spesso, economiche, alle quali bisogna dare una risposta concreta di efficienza, è tuttavia venuta maturando nel tempo la consapevolezza che gli interventi non possono essere palliativi e localizzati su diversi settori ed ambiti di inefficienza, ma devono portare a cambiamenti strutturali. Il che significa, tanto per fare un esempio, che di fronte alla tendenziale ingovernabilità della finanza pubblica non si può rispondere solo con la localizzazione regionale del prelievo fiscale o con il decentramento amministrativo (la questione della riforma, del mutamento istituzionale della forma dello Stato, infatti, è più un problema di finanza pubblica e di come questa si rapporta con l'insieme dei poteri dello Stato che di semplice autonomia amministrativa).
Se la domanda di riforme è la richiesta di ricostruire un rapporto con lo Stato, allora il problema è quello della dignità del cittadino di fronte alle istituzioni che lo rappresentano. È, insomma, un problema, anzi una domanda di libertà e questa non interessa solo il cittadino singolo, il quale è sempre troppo solo e troppo debole di fronte allo Stato, che è comunque troppo potente. La domanda, cioè, non è solo quella di vedere finalmente tutelati, e non più negati, diritti individuali. Questa domanda di libertà è venuta crescendo come domanda di libertà per i corpi sociali intermedi, ossia tutte le aggregazioni libere di cittadini, e non solo gli enti locali, come qualcuno sembra intendere (corpi sociali intermedi sono le comunità naturali, dalla famiglia a tutte le libere associazioni di


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persone: anche gli enti locali, se vogliamo, ma non solo). È quindi una domanda complessa di libertà, davvero figlia, e davvero degna, della società postindustriale. È una domanda di libertà di lavorare e di intraprendere, di educare secondo i valori che si amano e che danno un volto ed un significato alla comunità di cui si è parte: libertà di governare a tutti i livelli i processi collettivi.
Dall'insoddisfazione, dunque, ha preso corpo una diffusa domanda di libertà, non solo individuale, ma collettiva. È qui che trova le sue radici ed il suo significato primo la richiesta, la proposta (un tempo solitaria e perciò aggredita e criminalizzata, oggi, invece, a quanto pare, largamente condivisa, almeno a parole) di un assetto federale dello Stato: federalismo, cioè, come garanzia per i corpi sociali intermedi, garanzia istituzionale e costituzionale dell'arretramento dello Stato rispetto alle funzioni di gestione e di governo diretto, fino a fermarsi a quelle di controllo e di garanzia, di tutela, specialmente dei soggetti più deboli. Uno Stato, insomma, che si vuole meno invadente e, perciò, più funzionale, nel senso di più prossimo alla funzione che è ad esso propria in una società sviluppata e complessa. Per dirla in breve, più società e meno Stato, dove la società è l'articolazione dei corpi intermedi, appunto. È di qui che passa la ricostruzione di un rapporto con lo Stato e ciò, naturalmente, è un bene per tutti, anche se questo punto di vista è particolarmente caro ai cattolici, perché esso informa tutta la dottrina sociale della Chiesa. È questo, infatti, il contenuto più proprio di quel principio di sussidiarietà che viene tanto spesso citato, di questi tempi, anche se non sempre a proposito.
Si è dunque, in questi anni, avviato un processo irreversibile di presa di coscienza collettiva, più o meno avanzata nelle diverse parti del paese, del fatto che il singolo non è più solo, burocraticamente, un contribuente o un elettore, e nemmeno solo un cittadino, ma essenzialmente una persona, cioè un nodo di relazioni, con una storia, una comunità a cui appartiene ed un'identità. Tale identità ha dignità politica, ha diritto di trovare espressione nelle istituzioni, che hanno il dovere, per parte loro, di garantirla. Direi che solo un certo perbenismo ha potuto, peraltro in malafede, presentare questa rivendicazione come egoismo localistico da condannare, dove invece si tratta di un riaffermarsi orgoglioso delle radici popolari e più profonde delle dinamiche della società.
Questa rivendicazione è liberante, è sommamente costruttiva, perché là dove chiede l'arretramento, l'alleggerimento dello Stato, potenzia ed espande dei valori comunitari, non certo le brame e le avidità individuali, come un certo liberalismo egoista, invece, vorrebbe. È cioè intimamente e profondamente rivoluzionaria, è capace davvero di scardinare i peggiori come si dice poteri forti, che siano di tipo economico-finanziario oppure i monopoli culturali o lo strapotere dello Stato stesso. Di fronte ad una domanda di questa intensità, appare cinico l'attardarsi delle istituzioni, o per lo meno di parti di esse, in manovre di intrallazzo, nello scambio di sorrisi, troppo spesso volti soltanto a coprire la reciproca tutela di interessi di parte.
È cinico rispondere con l'ennesima Commissione bicamerale, che è debole e lenta. Il fallimento è prevedibile sin d'ora. Invece di risposte, in questo modo si costruiscono alibi per non darle. Questo è cinismo ed è disprezzo per la gente e per le istituzioni. Cinismo che apre la strada all'altro cinismo inaccettabile, quello di chi delegittima le istituzioni democratiche perché, per principio, sarebbero incapaci di rispondere alla domanda del paese.
Le riforme non nascono in Parlamento, questo è senz'altro vero. Nascono nel paese, tra la gente, nella vita quotidiana, ma il Parlamento deve, perché può, rispondere. Per quanto umiliato ed abusato da interessi di parte, per quanto afflitto dai mali dell'avidità e dell'egoismo, il Parlamento resta la sola garanzia davvero valida per tutti di avere spazi di democrazia. Forse nessuno come chi (come tutti noi peraltro) ha servito e serve questa istituzione e fra noi chi l'ha servita e la serve con particolari compiti e responsabilità,


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ne ha conosciuto e ne conosce bene i limiti, le debolezze, i tradimenti, le viltà di fronte al mandato popolare e al dettato costituzionale.
Ciò non di meno è il Parlamento e non altri il garante ultimo della libertà. Allora promuova il Parlamento con legge costituzionale l'elezione di un'assemblea costituente (magari non troppo numerosa, magari con un mandato ed un tempo limitati) e contestualmente promuova, sempre con legge costituzionale, un referendum di indirizzo sulla forma dello Stato, come avvenne cinquanta anni fa. Si ascolti il popolo italiano su una scelta così importante e, su suo mandato, si operi. La risposta, qualunque essa sarà, dovrà tener conto delle esigenze, dei bisogni di tutto il paese; dovrà ricostruire il rapporto con lo Stato per tutti i cittadini, per tutte le famiglie, per tutte le comunità, i corpi sociali intermedi appunto, che vivono in Italia, valorizzando e non punendo le differenze, promuovendo la grande ricchezza che sono le diverse culture del nostro paese ed individuando strumenti economici ed anche istituzionali adeguati a rispondere per tutti! alla domanda di libertà.
Sottrarsi a questo compito, per arduo che possa essere, rifiutarsi di servire nelle istituzioni il popolo, altro non sarebbe che un tradimento. Grazie (Vivi applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania e del deputato Buttiglione Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. La ringrazio, Presidente Pivetti.
È iscritto a parlare l'onorevole Detomas. Ne ha facoltà.

GIUSEPPE DETOMAS. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la necessità di arrivare in tempi brevi ad una riforma istituzionale e costituzionale è ormai un fatto condiviso da tutte le forze politiche in Italia. Voglio sottolineare anch'io questa necessità nell'ottica della piccola comunità ladina cui appartengo. Le aspettative, in questo senso, considerati anche i tentativi che si sono succeduti nel tempo e che non hanno portato ad alcun risultato, stanno di giorno in giorno crescendo. L'amara considerazione è che lo Stato non riesca più a rispondere in modo compiuto e soddisfacente alle funzioni cui è chiamato.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PIERLUIGI PETRINI (ore 12,43)

GIUSEPPE DETOMAS. Questo fa sì che il Parlamento debba trovare in tempi rapidi una soluzione all'esigenza di cambiamento. In questo senso la strada percorribile, e che può garantire entro breve quel segnale che tutti aspettano, è la costituzione di un'apposita Commissione speciale.
L'ipotesi di un'assemblea costituente, per contro, non pare una soluzione condivisibile, posto che questo Parlamento, con le sue prerogative costituzionali, ha già ottenuto un mandato pieno dal popolo italiano.
C'è la necessità di porre mano a tutta la seconda parte della Costituzione per incidere con una radicale riforma sia sulla forma di Stato sia sulla forma di Governo. Per quanto attiene alla prima delle due questioni, è maturata ormai l'idea della necessità di arrivare ad una riorganizzazione in senso federale dello Stato, anche se molto spesso il termine federalismo è stato travisato e svuotato di contenuti. È mia opinione, invece, che per arrivare ad una seria ipotesi di riforma l'organizzazione in senso federale dello Stato, con la piena attuazione dei principi di autonomia costituzionale, di sussidiarietà, di autosufficienza finanziaria, sia una condizione irrinunciabile.
È evidente che, se di nuovo assetto dello Stato si deve parlare, questo non può prescindere dalle esigenze e dalle aspirazioni delle popolazioni coinvolte in questa operazione, nell'ottica e nello spirito del principio di autodeterminazione e del cosiddetto federalismo dal basso. Un'operazione di riordino dell'assetto istituzionale dello Stato non può prescindere dal consenso delle popolazioni che dovranno vivere in prima persona questa fase di ridisegno


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e di nuova configurazione delle istituzioni territoriali.
A questo riguardo ho in mente la manifestazione che si è tenuta domenica scorsa sul passo Sella, nel cuore delle Dolomiti, a cavallo tra le province di Trento e di Bolzano, in cui 4 mila ladini, nel ricordare la storica adunata di cinquant'anni fa, ne hanno ribadito le ragioni, elevando ben alta la loro protesta per essere stati durante il periodo fascista, loro, un unico popolo che ha condiviso per secoli una storia, una cultura ed una comune patria, divisi in tre province e due regioni, enti territoriali diversi che hanno riconosciuto loro status giuridici di tutela del tutto differenti.
Questa divisione dei ladini ha creato tre microscopiche comunità tra loro separate, assediate dai modelli culturali dei gruppi italiani e tedeschi, senza strumenti efficaci di comunicazione che ne garantiscano una crescita ed uno sviluppo culturale omogeneo. Questa divisione, si diceva, mette in discussione, giorno dopo giorno, la stessa sopravvivenza del popolo ladino. Da tale triste vicenda il Parlamento ha la possibilità di trarre un prezioso insegnamento in ordine a ciò che non si dovrà mai più fare.
È per questo che mi permetto di insistere sul fatto che la presenza dei rappresentanti delle minoranze linguistiche, delle regioni o delle province a statuto speciale nella Commissione che dovrà elaborare il progetto di riforma dello Stato diventa fondamentale ed essenziale.
L'esperienza maturata dalle autonomie speciali nella gestione delle competenze assegnate loro dagli statuti e di quelle delegate loro dallo Stato ha spesso rappresentato un laboratorio in cui si sperimentava un diverso modo di amministrare la cosa pubblica, pur nel quadro di uno Stato centralista. Queste realtà rappresentano un patrimonio per tutti, un patrimonio che nella fase attuale torna utile valorizzare pienamente.
Quanto alla revisione della forma di Governo, non penso possa essere messa in discussione la centralità, nella vita politica italiana, del Parlamento, che va inevitabilmente riformato nel senso di un superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto, con la previsione di una Camera delle regioni costituita dai rappresentanti designati dalle regioni stesse.
Se la necessità di governabilità e di stabilità consiglia un rafforzamento dell'esecutivo, ciò nondimeno il rapporto fiduciario tra il Parlamento ed il Governo non può venir meno. In questa ottica anche al ruolo del Presidente della Repubblica non può che assegnarsi una funzione di garanzia e di controllo.
Le caratteristiche della storia e delle tradizioni politiche dell'Italia non consentono certo di ricalcare pedissequamente modelli altrove sperimentati, anche se in quei particolari contesti si sono dimostrati validi.
L'auspicio è che nel rispetto dei principi sopra enunciati questo Parlamento riesca ad elaborare un modello originale che possa rispondere ai nostri bisogni, in vista anche del processo di integrazione europea.
Mi sia consentito dire in ladino: se tiron ite le manie e jon encontra con fidenza a n bon regoi, che significa: rimbocchiamoci le maniche e andiamo avanti con fiducia verso un buon raccolto (Applausi)!.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Stajano. Ne ha facoltà.

ERNESTO STAJANO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, illustre rappresentante del Governo, credo che all'esito quasi all'esito di questo dibattito che ci ha occupato per due giorni sia il caso di sottolineare una considerazione di carattere squisitamente politico, già accennata negli interventi che sono stati svolti dai rappresentanti di rinnovamento italiano.
La problematica relativa alle riforme istituzionali non è inserita negli accordi di governo, non coinvolge la responsabilità del Governo stesso, si svolge su un piano diverso e si articola con maggioranze necessariamente diverse da quelle che oggi sostengono il Governo Prodi.
Questo deriva dalla stessa natura delle riforme istituzionali che devono nascere


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da una convergenza ampia, il più possibile ampia, la convergenza di tutte le forze che sentono come problema grave la necessità di rendere il nostro Stato più governabile, più efficiente, più all'altezza delle richieste, delle ispirazioni e dei bisogni dei cittadini italiani.
Credo ci si debba incamminare su questa strada e già vedo che il documento che ci verrà sottoposto nel prosieguo della giornata si muove in questa ottica. In tal senso io mi auguro possa essere superata l'antinomia, prospettata in tanti interventi, fra assemblea costituente e Commissione speciale. Credo che una Commissione bicamerale, cui vengano assegnati termini elastici per riferire all'Assemblea, sia probabilmente la soluzione più adeguata, più conforme alle necessità di assicurare un buon e celere lavoro sulla materia. In questo senso va letto il documento presentato dai presidenti di gruppo della maggioranza, che certo rappresenta il minimo comune denominatore tra posizioni diverse, e lo sappiamo. Ci sono delle disparità di opinioni all'interno della maggioranza su questo tema, ma la cosa non mi sorprende né tantomeno mi spaventa. Credo sia funzionale al miglior modo di operare in questo particolare settore che, come ho già detto e ribadisco, richiede maggioranze più ampie e diverse da quelle che è possibile individuare a sostegno dell'azione del Governo.
Nel documento presentato c'è un'indicazione vaga. Per dire la verità, di indicazioni vaghe ce ne sono parecchie, ma è giusto che sia così perché in questi casi non si può entrare nel merito. C'è un'indicazione vaga relativamente alla possibilità di cambiare alcune cose anche nella prima parte della Costituzione.
È questo un tema che reputo di grandissima importanza e di enorme valore. Intendiamoci, quando si fa riferimento alla prima parte della Costituzione non si intendono compromettere i principi fondamentali in essa contenuti, bensì introdurre delle modificazioni che sono assolutamente indispensabili per rendere quelle norme all'altezza della comprensione e dell'indirizzo degli eventi economici, politici e sociali che si sono determinati nell'ultimo cinquantennio.
Chi leggesse la prima parte della Costituzione facendo un'analisi strutturale del linguaggio si renderebbe conto che troppo spesso e in maniera davvero inadeguata per l'anno 2000 si dimentica di sottolineare alcuni aspetti fondamentali che attengono alle libertà economiche. Credo sia indispensabile, e vado subito al dunque, trovare la maniera di imprimere nel dettato costituzionale norme in materia di libertà negoziale, di libertà cioè assicurata a tutti i cittadini di regolare con atti negoziali, con contratti, la loro volontà, senza incontrare ostacoli né limitazioni, senza subire la presenza ingombrante, oppressiva, molesta, limitatrice di spazi di sviluppo che si è avuta in questo cinquantennio con un sovraccarico ormai divenuto davvero intollerabile.
Certamente, queste norme non ci potevano essere cinquant'anni fa, quando la situazione politica e sociale del paese e quella mondiale registrava la presenza di una forte componente della sinistra comunista; ma oggi non è più così: i fatti si sono andati evolvendo, le situazioni si sono virtuosamente modificate e credo ormai sia diventato per tutti un punto di riferimento dello sviluppo e della crescita politica e sociale del paese il riconoscimento della libertà negoziale dei cittadini. Non si può, ripeto, su questo punto non pensare ad una riforma che amplierà, non diminuirà, lo spazio di libertà della prima parte della Costituzione. Per giustificare la mancanza di interventi sulla prima parte della Costituzione non si possono prefigurare pericoli. È di assoluta evidenza che ciò che può essere fatto sulla prima parte della Costituzione può andare soltanto nella direzione di ampliare le libertà del cittadino, di garantire una maggiore tutela ai diritti individuali degli italiani.
Credo dobbiamo tutti impegnarci su tale strada perché gli italiani ci richiedono fortemente di uscire da uno stato comatoso, avvilente, mortificante di impotenza e vogliono vedere segnata dal Parlamento italiano una nuova strada di rinnovamento


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e di sviluppo nella libertà (Applausi dei deputati del gruppo di rinnovamento italiano).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Urso. Ne ha facoltà.

ADOLFO URSO. Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, tenterò di attenermi strettamente agli atti presentati sui quali si svolge il dibattito odierno e, quindi, ai dispositivi delle mozioni e delle risoluzioni stesse per sottolineare il valore politico dell'iniziativa, per evidenziare, per esempio, come il discorso dell'onorevole Stajano, pronunciato poco fa, non sia completamente in linea con la risoluzione della maggioranza, laddove addirittura propone di cambiare la prima parte della Costituzione inserendo (su questo siamo d'accordo) principi di libertà economiche e contestando il fatto che nella Carta costituzionale fossero presenti due principi, due chiese: una forte presenza della chiesa comunista di allora, oltre quella della chiesa cattolica democristiana. Invece, nel dispositivo della maggioranza si parla esclusivamente della seconda parte della Costituzione. Peraltro egli stesso ha definito il "minimo comune denominatore" del dispositivo della maggioranza talmente minimo che è difficile per chiunque vederlo, perché in sostanza il dispositivo non dice nulla.
Voglio altresì sottolineare come ciò sia in contraddizione con l'ultimatum lanciato prima dall'esponente di rifondazione comunista, l'onorevole Meloni, il quale ha detto chiaramente che la maggioranza si misurerà se avrà un progetto unico di riforma istituzionale e che non ci possono essere assolutamente due maggioranze, pena la caduta del Governo Prodi. Il discorso di rifondazione comunista è chiaro, chiarissimo.
Ugualmente contrastante con il discorso di rifondazione comunista è quello di Valdo Spini, oltre che contrastante con il dispositivo della risoluzione di maggioranza, così come contrastante era il suo discorso, onorevole Stajano. Mi riferisco al momento in cui l'onorevole Spini ha dichiarato di essere d'accordo sul semipresidenzialismo, su una riforma radicale e forte e rispondente alle esigenze della gente e allorquando, sempre l'onorevole Spini, ha sostenuto che questa riforma va fatta in tempi brevi e che su di essa possono nascere due maggioranze, evocando addirittura la maggioranza presidenzialista esistente già in questa Assemblea.
Ci sembra davvero improprio tentare di mantenere il Governo estraneo a questa vicenda o, addirittura, come fa oggi la Repubblica, accusare noi di doppi fini quando le doppie maggioranze, le doppie politiche, le doppie procedure sono nella maggioranza.
Per di più voglio far notare che anche nella lega esiste una doppia politica in tal senso. Il discorso pronunciato poc'anzi dall'onorevole Pivetti è il discorso di un parlamentare che illustra non la mozione dell'onorevole Bossi, ma quella del Polo. L'onorevole Pivetti, infatti, sia nella parte espositiva (quando fa riferimento ai corpi sociali e non solo alle autonomie locali da cattolica conservatrice, da cattolica che crede nei corpi sociali, nelle famiglie, nelle comunità) sia in riferimento al dispositivo sul quale poi dovremo votare, parla di assemblea costituente, analogamente a quanto è scritto nel dispositivo della mozione presentata dal Polo. Il documento della lega, firmato dal capogruppo Comino, invece afferma esattamente il contrario, chiede di introdurre i referendum per l'autodeterminazione in materia di autonomia finanziaria, amministrativa e legislativa, nonché per l'indipendenza. Badate bene, referendum non nazionali, ma regionali ed interregionali! In sostanza la lega chiede che la Camera si pronunci a favore di referendum regionali e interregionali che prevedano l'indipendenza, cioè la secessione di una parte della nazione, che avverrebbe per sua autonoma volontà e non per volontà complessiva dell'intero corpo nazionale. È esattamente il contrario di quello che poco fa l'onorevole Pivetti ha illustrato, perché l'assemblea costituente non è la secessione (Commenti del deputato Chiappori). C'è scritto! Leggo il dispositivo, il quale chiede di "adeguare la


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legislazione vigente mediante integrazione del dettato costituzionale, al fine di consentire l'esercizio del diritto all'autodeterminazione mediante lo svolgimento di referendum popolari regionali o interregionali, aventi per oggetto l'autonomia finanziaria, amministrativa e legislativa nonché l'indipendenza soddisfacendo così le aspirazioni della Padania(...)". È scritto così. È esattamente il contrario di quello che sostiene l'onorevole Pivetti quando parla di assemblea costituente che, essendo eletta da tutto il corpo nazionale, risponde ad un principio di rifondazione dello Stato nazionale e non ad un principio di indipendenza regionale o interregionale (Commenti del deputato Chiappori).

FRANCESCO STORACE. Poi traduce per te!

PRESIDENTE. Onorevole Urso, si rivolga alla Presidenza.

ADOLFO URSO. Se parliamo di questo, non possiamo non parlare del Governo, anche perché, nonostante la maggioranza abbia chiesto al Presidente del Consiglio Prodi e al Governo stesso di uscire dalla porta delle riforme, Prodi è rientrato dalla finestra.
L'altra sera, in un momento anomalo, in sede di replica sul documento di programmazione economico-finanziaria, Prodi non ha parlato di tale documento ma del contesto delle regole. Non ha avviato, come chiedeva la maggioranza, le procedure per un rapporto sereno tra quest'ultima e l'opposizione, ma ha posto ostruzioni al percorso di riforma istituzionale. Lo ha fatto in modo chiarissimo e ne hanno parlato tutti i giornali; lo ha fatto in modo talmente chiaro che alcuni esponenti della maggioranza non lo hanno applaudito, altri lo hanno criticato compreso il ministro Maccanico altri ancora, come D'Alema ieri, lo hanno completamente contraddetto.
Il Governo non può non essere parte in causa. Nel suo intervento l'onorevole De Mita ha bocciato la costituente, sostenendo sostanzialmente che essa di fatto delegittimerebbe il Parlamento e il Governo nel momento in cui concludesse i suoi lavori. Ma la costituente è esattamente il contrario: nel momento stesso in cui separa dall'attività del Parlamento e del Governo il problema delle riforme istituzionali, congela entrambi e quindi permette a Parlamento e Governo di legiferare in totale autonomia rispetto alla maggioranza che si è espressa nelle elezioni politiche del paese.
Né vale il discorso sui tempi. Se la Commissione comunque se ne creerà una dovesse portare un progetto di riforma istituzionale in Parlamento e tale progetto fosse da quest'ultimo approvato, non si consumerebbe comunque la vita di Parlamento e Governo? È ovvio, infatti, che qualora il Parlamento e non la costituente approvasse una riforma sostanziale della nostra Carta costituzionale (come afferma del resto il dispositivo della risoluzione della maggioranza, anche se in modo equivoco) in quel momento preciso si consumerebbe la vita del Parlamento, eletto a quel punto in base ad una diversa fonte di legittimazione. Ciò è talmente ovvio che il Presidente della Repubblica Scàlfaro sciolse le Camere nel 1994, quando la nuova legge elettorale dispiegò tutti i suoi effetti.
Nel momento in cui il referendum confermativo dei lavori della costituente (che dovrebbe intervenire anche nel caso di istituzione di una Commissione) sancisse definitivamente il progetto riformatore, comunque terminerebbe l'esistenza dell'attuale Parlamento e comunque il Governo cadrebbe. Non è questo quindi un motivo legittimo per opporsi alla costituente; una ragione di opposizione potrebbe essere storica, cioè che la costituente sancisce una discontinuità fra prima e seconda Repubblica. Peraltro, rifacendomi al discorso che Massimo D'Alema ha pronunciato ieri in quest'aula, rilevo che sicuramente esiste una discontinuità nella storia: mi riferisco al crollo del muro di Berlino, alla scomparsa dei partiti che avevano dato vita a quella Carta costituzionale, alla fine del mito comunista.
Come diceva prima il collega Stajano, la nostra Costituzione contiene ampie sacche


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di socialismo reale, che saranno inevitabilmente smantellate, a cominciare da quelle aree di partecipazione statale che dovranno essere privatizzate nei prossimi giorni. Mi riferisco poi a tutto ciò che è avvenuto in questi ultimi anni nel mondo a seguito della rivoluzione tecnologica ed industriale, che ha trasformato gli assetti delle società occidentali e travolto quelli delle società orientali.
Tutto ciò è paragonabile solo alla rivoluzione industriale. La nostra Carta costituzionale ciò si è verificato soltanto nel nostro paese rappresenta un accordo storico, sacrale quasi un vangelo tra le due chiese della società industriale, quella comunista e quella democristiana. Tutto ciò non esiste più e solo in questo paese le due chiese sono riuscite a realizzare una Carta costituzionale mettendosi insieme, salvo poi dividersi dopo due anni, in seguito alla guerra fredda.
Quella fase era già finita da tempo e non solo per la contestazione che De Mita ha evocato. Credevo che quando De Mita parlava della contestazione, si riferisse a quella del 1992, del '93, del '94, cioè della rivoluzione italiana che ha cacciato proprio De Mita e gli altri dal Governo del paese, almeno temporaneamente, che ha fatto scomparire la democrazia cristiana, che ha travolto tutti i partiti della prima Repubblica; egli parlava, invece, addirittura della contestazione del 1968, che è una contestazione di trent'anni fa, alimentata dai miti di Castro, dai miti comunisti che non esistono più. Lo stesso Castro verrà a novembre nel nostro paese, ma egli è semplicemente l'orfano di una rivoluzione che non esiste più, è rappresentativo del passato, tanto quanto lo è Ciriaco De Mita con la sua società complessa, ricca di contraddizioni, che era l'espressione della DC, complessa e ricca di contraddizioni, ma che non esiste più. Siamo, infatti, in un sistema bipolare, in cui le risposte sono sempre e soltanto due e in cui i cittadini possono finalmente scegliere non tra soluzioni complesse e ricche di contraddizioni, ma tra soluzioni semplici, comprensibili e decisive.
Ecco perché crediamo opportuna una riforma in senso presidenziale. Infatti, tutti i paesi che hanno abbandonato l'ideologia comunista nel mondo orientale si sono orientati, nella stragrande maggioranza dei casi, verso la repubblica presidenziale: lo hanno fatto la Polonia, la Repubblica ceca, la Repubblica slovacca, l'Albania. Lo ha fatto la stessa Russia dove, dopo una prima fase di repubblica parlamentare, che si era rivelata una scelta talmente fallimentare da aver provocato il caos, si è dovuto subito sopperire rivolgendosi al sistema presidenziale, che invece ha portato stabilità. In Russia, comunque, si è riusciti meglio che in altri paesi dell'est, passando attraverso una strettoia certamente tortuosa, difficile, contraddittoria, a dare stabilità ad un paese sconvolto dalle guerre civili e dall'instabilità del sistema parlamentare.
La repubblica presidenziale è la repubblica dei tempi moderni, della società dell'informazione, direi anche di una società che comunica in tempo reale attraverso Internet.
Il Governo non può essere estraneo, chi lo dice afferma una cosa falsa: il Governo comunque, in un sistema bipolare, è espressione della sua maggioranza, anzi si identifica con essa, come ricordava l'onorevole Selva, richiamando anche un discorso di Cossiga. Capisco che De Mita ce l'abbia tanto con Cossiga ha smantellato il vecchio sistema ma noi crediamo che le sue analisi siano perfettamente veritiere quando sostiene che la maggioranza e il Governo nei sistemi bipolari si identificano (e non potrebbe essere altrimenti).
Pertanto, le alternative sono due. Innanzitutto, nella migliore delle ipotesi, quella che delinea D'Alema, si creano in questo Parlamento due maggioranze, separate tra loro, per cui il Governo prosegue come un corpo estraneo. Chissà poi in che modo ciò potrebbe avvenire, se rifondazione comunista e il partito popolare anche oggi hanno posto condizioni precise. Proprio un esponente di rifondazione comunista, infatti, ha prima affermato che in presenza di una maggioranza istituzionale diversa, il suo partito farà cadere il


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Governo, perché la maggioranza si è realizzata su alcuni interessi nel paese e dato che quegli interessi vengono definiti e rappresentati nelle istituzioni, quella maggioranza non può che essere anche la maggioranza istituzionale.
E di fronte al duplice ricatto di rifondazione comunista e della rifondazione democristiana, a cui Prodi si è legato con il discorso dell'altra sera, spiazzando invece il PDS, Segni, Adornato, lo stesso Valdo Spini e tutti coloro che da quella parte vogliono invece creare delle istituzioni nuove, delle due l'una: o la maggioranza si adegua alle due "rifondazioni" e diventa anch'essa espressione della conservazione nel paese; oppure la maggioranza, inevitabilmente, dovrà creare in Parlamento aggregazioni diverse. Il Governo, che si è posto a baluardo della conservazione dovrà, inevitabilmente, prenderne atto. Infatti, dopo che, tra l'altro, sulle riforme istituzionali si forma quel tipo di baluardo della conservazione, che rifondazione comunista oggi ha espresso in quest'aula, non può non ritrovarsi anche nell'attività parlamentare lo stesso tipo di baluardo per ciò che concerne la privatizzazione della STET, il mondo delle partecipazioni statali, nonché il rapporto dell'Italia con Maastricht. Ecco perché il Governo non può non essere chiamato in causa; ecco perché il Governo non può non avere una sua posizione in merito.
La maggioranza è nata senza una posizione sulle riforme istituzionali: non l'ha avuta in campagna elettorale; non l'ha avuta durante il discorso sulla fiducia, perché non ha espresso una linea di tendenza in tal senso; non l'ha avuta durante la formazione del Governo, perché non vi è un ministro per le riforme istituzionali; non l'ha avuta neanche in questo dibattito perché si è voluto separare, in maniera artificiosa in un sistema bipolare, la maggioranza dal Governo. E quando si fa una cosa del genere, si condanna inevitabilmente il Governo alla caduta. Prodi, da parte sua, ha tentato disperatamente di rientrare dalla finestra ponendo dei paletti e cercando di far saltare qualunque ipotesi di accordo.
Questo Governo e questa maggioranza potranno sopravvivere solo se non si perderanno uno o due anni, ma tutti i cinque anni della legislatura senza varare le riforme.
Mi chiedo se la sinistra italiana possa diventare l'alfiere della conservazione; mi chiedo se D'Alema, i pattisti, rinnovamento italiano, Maccanico, Dini e, fuori dal Parlamento, Martinazzoli, Amato, Segni e Barbera possano diventare gli ultimi baluardi della prima Repubblica.
Mi chiedo se la sinistra possa identificare il suo primo Governo legittimamente tale nel nostro paese con il primo Governo della restaurazione.
Noi non crediamo a tutto ciò; per tale motivo, qualora non venisse consentita l'assemblea costituente, nonostante le aperture di settori della lega come ha dimostrato oggi l'intervento della Pivetti -, se quindi l'assemblea costituente venisse negata dai partiti della maggioranza, siamo disponibili ad un confronto parlamentare anche nelle Commissioni, purché ci sia una data certa, purché vi sia la certezza di giungere ad un bilancio. Sappiamo che l'individuazione di una data certa comporterà anche una data certa per il Governo Prodi. Tuttavia non è colpa nostra se la maggioranza non ha una linea, ma una pluralità di linee contraddittorie tra di loro, come ha dimostrato il dibattito che si è svolto (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale e di forza Italia Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Novelli. Ne ha facoltà.

DIEGO NOVELLI. Signor Presidente, colleghi, farò una premessa ed alcune proposte in materia di riforme istituzionali.
La premessa: dopo due mesi e mezzo di vita della legislatura credo che tutti noi, signor Presidente e colleghi della maggioranza e dell'opposizione, dobbiamo constatare che, contrariamente alle aspettative, l'avvio non è stato dei più brillanti.
Tutti sapevamo, Governo e Parlamento, maggioranza ed opposizione, che il primo problema da affrontare per far decollare


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la nuova legislatura era quello di liberare le Assemblee parlamentari dalla pesante eredità dei decreti; questione della quale anche ieri l'altro si è vivacemente discusso.
Al sottosegretario Bogi, intervenuto in un'audizione presso la Commissione affari costituzionali, era stato suggerito di sfoltire il lungo elenco di provvedimenti, lasciando decadere tutti i decreti che era possibile, reiterando quelli indispensabili e trasformando i rimanenti decreti-legge in disegni di legge. La sede naturale per un confronto responsabile tra maggioranza ed opposizione avrebbe dovuto essere a mio avviso la Conferenza dei presidenti di gruppo. Questi erano stati modesti ma pratici suggerimenti; evidentemente ciò non è stato possibile per ragioni che francamente mi sfuggono. Dopo settanta giorni scopriamo che il Parlamento è intasato e che non si può avviare una nuova azione legislativa perché la strada continua ad essere ostruita da macigni costituiti dai decreti.
Non intendo qui discutere le responsabilità di quanto è accaduto e sta accadendo, né tanto meno pretendo di insegnare all'opposizione come si debba comportare. La maggioranza, però, deve porre in essere tutte le azioni politiche e regolamentari necessarie per uscire dall'impasse in cui siamo venuti a trovarci senza per usare una brutta parola "inciuci" e senza baratti consociativi, ma alla luce del sole e sulla base dei fatti e della realtà.
Quindi, come si diceva una volta, a ciascuno il suo, coscienti che sulle spalle delle forze della maggioranza ricadono le principali responsabilità, senza visioni della politica o atteggiamenti di tipo manicheo, con i buoni da una parte ed i cattivi dall'altra.
Ciò, tuttavia, non mi impedisce di rilevare i paradossali comportamenti assunti dall'opposizione e l'altro ieri contestati dall'onorevole Tatarella (mi dispiace che sia assente).
Colleghi, presso la Commissione affari costituzionali, in materia di articolo 96-bis del regolamento, quando si devono valutare i famosi requisiti di necessità ed urgenza in riferimento ai decreti-legge, abbiamo assistito al voto contrario di esponenti del Polo su decreti per i quali gli stessi parlamentari vedo davanti a me il collega Selva nel marzo scorso erano stati relatori con parere favorevole, oppure li avevano approvati in qualità di membri del Governo che li aveva presentati, come nel caso dell'onorevole Frattini. Più che definirla opposizione dura, legittima che io peraltro ho esercitato per tanti anni in quest'aula ed in altre sedi mi pare che si possa parlare di ostruzionismo un po' schizofrenico. Proprio per queste ragioni, però, le responsabilità della maggioranza crescono, nella consapevolezza che ogni "sbavatura" può essere nociva.
Cesare Pavese, in una lettera a Silvio Micheli, nel lontano 1947 scriveva che "si progredisce in arte limitandosi, non stracciandosi". Credo che questo saggio consiglio valga anche in politica. Purtroppo, a volte si ha la sensazione che nella compagine governativa vi sia qualcuno che si "straccia" un po' troppo.
Vengo alle proposte in materia istituzionale. Avevo chiesto in Commissione di aprire subito un confronto sulla base dei testi già depositati, al fine di istruire questo processo riformatore nella sede naturale e competente istituzionalmente, cioè la I Commissione affari costituzionali. Un po' scherzosamente ed un po' in modo irriguardoso avevo detto alla presidente Jervolino: "Cerchiamo di metterci in guardia dal recitare l'ennesima messa cantata, concludendo poi con l'ennesima Commissione speciale". Spero che questa mia preoccupazione venga smentita, perché dal dibattito e dalle ipotesi di conclusione mi sembra che la proposta di una Commissione bicamerale sia più che accettabile.
Personalmente non considero la nostra Costituzione un tabù intoccabile, né nella seconda né nella prima parte. Paradossalmente, la nostra Costituzione può essere anche riscritta interamente, purché venga rispettata la norma che disciplina la procedura di revisione da seguire, vale a dire l'articolo 138. Si tratta però di capire se si vuole aggiornare la nostra Costituzione


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(penso alle tematiche dell'ambiente, dell'informazione, della parità dei sessi, del sindacato ed a tante altre), oppure se si intende stravolgere lo spirito della Carta fondamentale della nostra Repubblica, questione affrontata poco fa anche dal collega Stajano e ripresa dal collega di alleanza nazionale.
Proprio in queste ultime settimane abbiamo assistito ad attacchi chiaramente ideologici alla nostra Costituzione, al di là della questione del presidenzialismo, che non è ideologica. Questa mattina, ad esempio, il collega Stajano ha ricalcato tesi emerse al convegno di Liberal. Mi pare che il dottor Romiti abbia ipotizzato un radicale mutamento della Carta, introducendo nei principi della nostra Costituzione una valenza fortemente ideologica come il liberismo, confondendo quest'ultimo con i principi di libertà, mentre sono due cose completamente diverse. Ciò rispecchia una cultura, una mentalità tutt'altro che moderna. Si vadano a leggere l'ultimo saggio, pubblicato da Rizzoli, di Galbraith, il quale non può certamente essere considerato un veteromarxista!
Da parte di alcuni settori della destra economica, da tempo si attacca la nostra Costituzione che come si è sentito poc'anzi sostengono essere impregnata di sociologismo classista, di cultura solidaristica, antieconomica, non adeguata ai tempi che viviamo, alla società del libero scambio fondata sul mercato. A questo proposito, voglio fare un solo esempio.
L'articolo 34 della nostra Costituzione recita: "I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi". Domanda: in che modo? Risposta: è la stessa Costituzione che ce lo dice all'articolo 3, che considero il più importante di tutta la Carta, il più impegnativo, il quale recita a sua volta: "È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese".
È questa l'influenza comunista o catto-comunista che stamane qualcuno ha voluto evocare? Credo che questo sia un principio liberale, di democrazia, di uguaglianza, di giustizia.
È quindi compito della Repubblica lo sottolineo rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: ciò significa dare lavoro a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. È questa la parte che i "cervelloni" di Liberal e coloro che hanno ripreso queste tesi qui in aula vorrebbero cassare?
Nella seduta del 15 ottobre 1992 della Commissione bicamerale, istituita nella XI legislatura, presentavo delle proposte in merito alle necessarie revisioni costituzionali da promuovere. A circa quattro anni di distanza, le finalità di quelle proposte sono tuttora valide per restituire al cittadino elettore il diritto-dovere di scegliere uomini e programmi di legislatura, per ricondurre l'azione dei partiti e dei movimenti politici nell'alveo delle norme costituzionali, in quanto strumenti indispensabili per l'esercizio della democrazia e non il fine ultimo dell'azione politica, per garantire stabilità al governo, introducendo un premio di governabilità alla coalizione risultata vincente, sino ad assicurarle il 60 per cento dei seggi dell'Assemblea legislativa.
Ecco perché è necessaria una riduzione drastica, sino al 50 per cento, del numero dei parlamentari per rendere più efficienti i lavori della nostra Assemblea e delle Commissioni, riducendo la frammentazione della rappresentanza; va ridisegnata la forma di Stato, in una visione federalista fondata sui principi della cooperazione e della sussidiarietà; va inoltre cambiata la forma di Governo, rimarcando una netta separazione tra esecutivo e legislativo.
Vorrei chiudere il mio intervento, signor Presidente, ricordando un memorabile discorso di Piero Calamandrei, rivolto ai giovani studenti milanesi nel 1955: la Costituzione sosteneva l'illustre giurista è un pezzo di carta: lo lasci cadere e non si muove; non è una macchina che, una volta messa in moto, va avanti da sé:


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perché si muova bisogna ogni giorno metterci dentro il combustibile, bisogna cioè metterci nuovamente l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità.
È quanto debbono fare le forze politiche che hanno vinto le elezioni del 21 aprile; è quanto chiediamo di fare alla maggioranza di questo Parlamento; è quanto chiediamo al Governo per combattere soprattutto l'indifferenza, la sfiducia, il qualunquismo, che sono i peggiori nemici della nostra Costituzione, i più pericolosi per la nostra democrazia (Applausi dei deputati del gruppo della sinistra democratica-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Melograni. Ne ha facoltà.

PIERO MELOGRANI. Signor Presidente, colleghi, in quest'aula quasi tutti si dichiarano a favore delle riforme istituzionali, ma probabilmente molti sono ancora esitanti e desiderosi di far trascorrere invano il tempo.
Certo è come leggiamo anche in una delle mozioni oggi in discussione che il dibattito va avanti da oltre dieci anni e che stiamo ancora a discuterne senza aver saputo tradurre le parole in fatti.
Credo invece che non ci sia più molto tempo da perdere e le ragioni che consigliano di modificare al più presto e radicalmente la Costituzione repubblicana sono almeno quattro (per comodità le elenco subito). La prima: la crisi della Repubblica. La seconda: le trasformazioni costituzionali già in atto. La terza: la fine della cultura di cui era permeata la Costituente. La quarta: la fine dell'atmosfera di guerra da cui i lavori della Costituente furono condizionati.
La prima ragione deve essere individuata, dunque, nella crisi politica e finanziaria della Repubblica, sulla quale non è il caso di soffermarsi in quest'aula, visto che se ne parla fin troppo. Basti dire che questa crisi induce a parlare di fine della prima Repubblica; ma se una Repubblica deve finire e un'altra ne deve sorgere, soltanto un radicale rinnovamento costituzionale può suggellarne la nascita.
La seconda ragione che consiglia di modificare la Costituzione deve essere ravvisata nel fatto che già si sono determinate alcune trasformazioni costituzionali, una parte delle quali sembra chiaramente indirizzata verso il governo presidenziale. Fin dagli anni cinquanta, del resto, abbiamo assistito ad interventi cospicui dei Capi dello Stato nelle scelte politiche e financo nella formazione dei ministeri. Penso al governo di Giuseppe Pella, che nacque nel 1953 in seguito ad un intervento personale del Presidente Einaudi, al di fuori delle designazioni dei partiti. E penso anche al governo di Ferdinando Tambroni, che nacque nel 1960 per volontà del Presidente Gronchi, sempre al di fuori delle designazioni dei partiti. Ma tutti sappiamo fino a qual punto le ultime Presidenze di Sandro Pertini, di Francesco Cossiga e di Oscar Luigi Scàlfaro abbiano in vari modi tutte sottolineo tutte contribuito a collocare il Capo dello Stato in una posizione molto più centrale e possente di quel che i membri della Costituente supponessero.
Ieri, il collega Sergio Mattarella, citando una relazione scientifica del professor Enzo Cheli, ha in sostanza garbatamente auspicato che il Presidente Scàlfaro attenui le sue iniziative. Ma ormai quello che è fatto è fatto, e, se è stato fatto, vuol dire che corrispondeva a qualche esigenza profonda.
La terza ragione per modificare la Costituzione dobbiamo individuarla nella fine di una cultura, anzi, come vedremo, di una civiltà. Mezzo secolo fa l'Assemblea costituente era dominata da culture politiche che oggi sono in declino, perché superate dalle trasformazioni avvenute nel mondo. Almeno il 70 per cento dei deputati alla Costituente era permeato da uno spirito anti-individualistico e statalistico, che li spingeva a penalizzare il mercato e a favorire l'espansione dello Stato, destinato a condurre all'attuale fallimento.
Oggi occorre quindi riadattare la Costituzione italiana a quella europea, tutelare al massimo la concorrenza, e dunque riscrivere, onorevole Novelli, anche i principi


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generali della prima parte della Carta costituzionale.
Il fatto più importante è che la cultura politica della Costituente apparteneva ad una civiltà che non esiste più. Nel 1947 gli addetti all'agricoltura, in Italia, costituivano ancora una cifra molto vicina al 50 per cento della popolazione attiva; oggi sono meno del 10 per cento. I consumi delle famiglie erano modestissimi, moltissimi cittadini erano analfabeti; la seconda guerra mondiale aveva impoverito il paese e fenomeni quali il miracolo economico ed il benessere che ne sarebbe conseguito non venivano neppure previsti. In molti fatti, ma certamente nelle idee, l'Italia della Costituente viveva ancora nella civiltà contadina. Oggi viviamo nella civiltà tecnologica ed anche le idee di tale civiltà sono diverse da quelle espresse nella Carta costituzionale.
Tutto il sistema politico concepito dalla Costituente mezzo secolo fa apparteneva ad una civiltà che non c'è più e lo stesso Parlamento, con i suoi ritmi lentissimi e con i suoi cerimoniali, deve essere rapidamente trasformato. Se non si trasformerà, contribuirà a portare il paese alla rovina. La proliferazione dei decreti-legge dipende anche da questo ritardo del Parlamento nei confronti della civiltà moderna.
La quarta ed ultima ragione per modificare la Carta costituzionale la dobbiamo trovare nel fatto che l'Assemblea creò questo testo in un'atmosfera non di pace ma di guerra. È vero che la seconda guerra mondiale si era conclusa nel 1945, ma subito dopo si era aperta la guerra fredda tra l'oriente e l'occidente e l'Italia, all'interno delle divisioni di quel mondo, svolgeva una parte di primo piano non soltanto per la sua posizione strategica, ma anche perché aveva al suo interno il più forte partito comunista di tutto l'occidente. Non furono soltanto gli Stati Uniti d'America ad imporre una conventio ad excludendum nei confronti del PCI; anche l'Unione Sovietica, per rispettare le sfere di influenza, operò con fermezza impedendo al PCI, dopo il 1947, di tornare al Governo.
I comunisti italiani hanno ottenuto la libertà di tornare a governare soltanto grazie alla caduta del muro di Berlino. Ma questo ci aiuta a capire un altro valore profondo della Costituzione del 1948 che non corrisponde più ai tempi. Quella Costituzione, infatti, serviva a garantire una tregua tra chi in Italia si schierava con l'occidente e chi con l'oriente. Il fine era quello di evitare che la guerra fredda in Italia portasse a spargimenti di sangue. Il consociativismo ha tratto origine dalla situazione internazionale ed ha trovato le sue basi proprio nelle norme costituzionali del 1948. Qualcuno dirà che per l'Italia i vantaggi della tregua consociativa furono, alla fine, superiori ai danni e magari, nel dire questo, sarà nel giusto. Ma in ogni caso è evidente che quella tregua non ha più ragione di esistere. Oggi siamo finalmente liberi di dividerci, di competere e di diventare maggioranza di Governo ogni qual volta gli elettori ce lo consentano. Il popolo italiano, in altre parole, a differenza che nel 1948, è tornato ad essere il sovrano di se stesso.
Ricordiamoci che la Costituente iniziò ad operare in un regime di occupazione militare senza che fosse stato ancora firmato il trattato di pace e dunque con una sovranità limitatissima. Cambiamo pertanto le regole del 1948 e facciamolo con coraggio (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Sospendo la seduta fino alle 14.

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