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Seguito della discussione di mozioni
in tema di riforme istituzionali (ore 9,11).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della
discussione delle mozioni Caveri ed altri n.1-00015, Sbarbati ed altri n.1-00016, Comino n.1-00020 e Berlusconi ed altri n.1-00021 (vedi l'allegato A ai
resoconti della seduta del 17 luglio 1996).
Ricordo che nella seduta di ieri è iniziata la discussione congiunta sulle linee generali
delle mozioni e sono state presentate, a norma dell'articolo 118 del regolamento, le
risoluzioni Danieli ed altri n.6-00004
e Mussi ed altri n.6-00005 (vedi
l'allegato A ai resoconti della seduta del 17 luglio 1996).
È iscritto a parlare l'onorevole Folena. Ne ha facoltà.
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Costituzione vigente. Ed a tale proposito altro che immobilismo! abbiamo avuto segnali
chiari e forti. Penso al disegno di legge, che sarà collegato alla legge finanziaria,
relativo alla semplificazione delle procedure burocratiche ed alla revisione
dell'ordinamento dei segretari comunali; penso inoltre alla discussione, che dovrebbe
sfociare nei prossimi giorni in un'ipotesi di legge delega, sul decentramento di poteri
alle regioni e agli enti locali.
Si può dunque fare tanto pur restando nei limiti della Costituzione, che è inattuata e
disattesa. Ma è questo il punto l'iniziativa del Governo nell'ambito delle sue
prerogative, cioè a Costituzione vigente, non è sostitutiva del processo costituente,
come è ovvio che sia. In qualche modo lo può anticipare, soprattutto sul fronte del
federalismo, e affiancare, ma è chiaro che le ragioni della crisi italiana economiche,
sociali, del costume, quella cesura nella storia del paese di cui ha parlato ieri
l'onorevole D'Alema richiedono un nuovo patto democratico. Richiedono cioè l'avvio di un
processo costituente di lungo respiro, una procedura che, certo, qui ed ora mi auguro si
possa definire per la riforma della seconda parte della Costituzione, ma nell'ambito di un
processo costituente più di fondo, che solleciti a prendere la parola i cittadini, i
comuni, i governi locali, il cosiddetto terzo settore, il volontariato, i soggetti vivi
del sindacato e dell'impresa: in sostanza, il cuore della società civile del nostro
paese.
Il processo costituente è assolutamente urgente, deve cominciare ora: se tale processo
non verrà avviato la crisi, a nostro giudizio, si avviterà su se stessa. Difficilmente
il Governo riuscirà a governare a lungo ed anche l'opposizione non riuscirà a svolgere
il suo ruolo. Diciamoci la verità: questo modo di lavorare del Parlamento, come abbiamo
visto nel corso delle ultime settimane, non è qualificante!
Non voglio qui approfondire aspetti che riguardano il federalismo ed il ruolo del
Parlamento, perché nel tempo che mi è stato assegnato voglio affrontare due questioni
cruciali: quella della giustizia, dei controlli e delle garanzie, tema che è stato
sottolineato già da alcuni oratori, e quella della forma di Governo in rapporto alla
legge elettorale.
Sulla prima questione non ci possiamo nascondere convinzione che mi pare abbastanza
diffusa che la debolezza della politica nel corso di questi anni ha finito con l'affidare
funzioni e prerogative di guida e di direzione, proprie della politica, ad altri poteri.
Ciò è stato vero soprattutto per alcune di queste funzioni che, liberate dai
condizionamenti negativi del passato, hanno cominciato ad essere esercitate. Mi riferisco
soprattutto alla magistratura penale, di cui però non si può parlare, o tornare a
parlare, con toni strumentali, riproducendo una contrapposizione che nella scorsa
legislatura aveva lacerato il dibattito politico. Se ne può, invece, parlare sulla base
di due presupposti, partendo innanzitutto dal riconoscimento del ruolo svolto, nel corso
di questi anni, su alcuni fronti decisivi, da quello della lotta contro la mafia a quello
della lotta contro la corruzione e per la legalità. Il secondo presupposto è
l'indipendenza e l'autonomia dell'ordine giudiziario, non del potere giudiziario, che non
è previsto dalla Costituzione. È importante soprattutto che il rapporto tra giustizia e
politica cessi di colorare politicamente, direttamente o indirettamente, consapevolmente o
meno, l'azione della magistratura. Il punto è come il controllo penale, in una democrazia
moderna, in un processo costituente del tipo cui ho fatto cenno prima, possa costituire
davvero l'extrema ratio della sanzione giuridica e non diventare invece, in modo
sempre più patologico, la forma fondamentale del rapporto tra cittadino e Stato.
Questo è il punto culturale, ideale, e se si acquisisce questo dato va da sé che
occorrerà una nuova sobrietà, nuove regole. Occorre un'azione da parte dell'ordine
giudiziario che non guardi in faccia nessuno, che tuteli soprattutto i diritti dei più
deboli. Occorre mettere al centro la giurisdizione cosiddetta minore (penale e civile),
farla funzionare, diventare rapida, efficace e soprattutto accessibile dal punto di vista
dei costi, perché esiste anche un
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blocco economico della parte più debole. Occorre pensare a come molti conflitti, che
oggi prendono la via del processo penale o anche civile, possano essere risolti, davvero
in un'idea più liberale ed aperta della società, attraverso forme di composizione e
definizione, di arbitrato, di conciliazione pregiurisdizionale. Ciò è possibile
attraverso un nuovo ruolo dei grandi controlli neutrali che in tutte le società
occidentali svolgono funzioni importanti. Mi riferisco alle authority, alle
agenzie.
Certamente, sentiamo la necessità di una stabilizzazione nel rapporto tra poteri,
funzioni, ordini dello Stato. Dopo la vicenda di Tangentopoli e dopo i grandi cambiamenti
di questi anni, occorre più certezza. In questo senso è legittimo parlare di soluzione
politica, non intendendo riferirsi ad amnistie o condoni, bensì volendo restituire
certezza al cittadino, all'impresa, all'amministrazione, alla politica. L'onorevole
Veltroni, alla convenzione dell'Ulivo prima del voto, propose un tavolo su questa materia,
che noi rimettiamo al centro della nostra proposta politica.
Sul secondo punto, l'onorevole D'Alema ha già illustrato la linea del nostro partito. Noi
non abbiamo una posizione pregiudiziale sulle due strade, semipresidenzialismo o
indicazione del premier. Non vogliamo, in questo momento, "impiccarci"
nominalmente al documento Fisichella o al lodo Maccanico; vorremmo lavorare per un'intesa,
la più larga possibile, che rispetti alcuni presupposti: il primo è il rapporto
fiduciario tra Governo e Parlamento, il secondo la legittimazione democratica
dell'esecutivo ed il terzo il ruolo dei poteri e delle funzioni di garanzia. Occorrerà,
quindi, nel momento in cui si avvierà questo percorso, vedere su quale soluzione, su
quale sistema di equilibri tra pesi e contrappesi si potrà trovare la via migliore e più
larga, per poi definire, in rapporto a questa, anche la soluzione relativa alla legge
elettorale, che tenga conto dell'evoluzione che il sistema politico ha subito nel corso di
questi anni.
Il sistema maggioritario, per il partito democratico della sinistra, è una scelta che non
ha ritorno. Noi non siamo nostalgici del proporzionalismo e siamo contro ogni tentativo di
tornare ad un neoproporzionalismo. Ci fa piacere che l'onorevole Fini e l'onorevole
Buttiglione oggi difendano a spada tratta il maggioritario ed anzi arrivino a dire, come
ha fatto Fini, che il referendum è stato uno dei fattori più prepotenti di cambiamento,
visto che l'onorevole Fini contrastò, notoriamente, quel referendum e noi, invece, lo
appoggiammo. Ci fa piacere, ma il problema, allora, non è tornare al proporzionale, ma
come migliorare il maggioritario.
Nel 1994 gli elettori hanno votato, in maggioranza, per il Polo delle libertà indicando,
di fatto, l'onorevole Berlusconi come premier. Due anni dopo, gli elettori hanno
votato prevalentemente per l'Ulivo, indicando, di fatto, l'onorevole Prodi come Presidente
del Consiglio. Ebbene, né nell'una né nell'altra occasione, pur con alleanze diverse, vi
è stata però la garanzia che a quell'espressione maggioritaria di voto, per Berlusconi o
per Prodi, corrispondesse in Parlamento una maggioranza politica adeguata per poter
governare.
È questo il punto: far evolvere il sistema maggioritario verso un compiuto assetto
maggioritario di coalizione. Se vogliamo due grandi schieramenti che si possano alternare
alla guida del paese, non c'è altra strada; altrimenti, con l'attuale legge elettorale,
avremo un neoproporzionalismo che andrà a finire nell'imbuto dei tavoli che le principali
forze politiche sono costrette spesso, in modo anche poco dignitoso ad istituire prima del
voto. Che da parte di certi teorici dell'uninominale, poi, si arrivi anche a proporre una
forma di contrattazione economica su questi tavoli, sinceramente fa riflettere.
Allora, si tratta di lavorare per questa evoluzione del sistema maggioritario, sapendo che
non è attuale, storicamente e politicamente, la costruzione di due partiti politici.
L'onorevole Pannella, i riformatori, sostengono da tempo l'idea che dovrebbero esserci due
partiti politici in Italia. Ridurre il sistema politico a due partiti non è di
attualità, perché in Italia, se guardiamo le forze in campo e l'evoluzione del sistema
politico, si può forse ipotizzare
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che nel centro-destra, attraverso un processo di federazione e di ricomposizione, si
giunga, se va bene, a due grandi formazioni politiche, una tendente più al centro e
l'altra più a destra; anche nel centro-sinistra, se certi complessi processi andranno in
porto, si arriverà forse a due grandi formazioni politiche, più rifondazione comunista a
sinistra. A queste forze va aggiunta la lega, che non è riducibile ad alcuno di questi
schemi.
Quindi, se andrà bene, nei prossimi anni avremo sei grandi partiti politici nel paese,
che si alterneranno al Governo del paese attraverso regole che vanno codificate e
definite. Questo è un dato ineludibile! Costruiamo allora una forma di Governo ed un
sistema elettorale che tengano conto di questi fatti i quali non potranno essere
cancellati neppure da una legge elettorale perché derivano da dati politici e culturali
che sono radicati nella storia della società italiana (e parlo anche della storia più
recente della società italiana).
Avviandomi alla conclusione, poiché il tempo a mia disposizione si sta esaurendo, voglio
esprimere la speranza e la convinzione che con la giornata di oggi, con l'importante
votazione che dovremo fare, possa avviarsi una procedura ampiamente condivisa attraverso
la quale davvero tentare di fare le riforme all'interno di questo Parlamento.
Noi dobbiamo sapere che l'assemblea per le riforme costituzionali, di cui si è parlato,
che come è stato detto non demonizziamo, è comunque l'ultima spiaggia di un cambiamento
istituzionale: l'ultima! Dopo quella non ce ne sono delle altre.
Io invece ho la speranza, perché vedo cos'è questo Parlamento e credo che in questo
Parlamento, nella maggioranza e nelle opposizioni ci siano le risorse, le forze, le
persone, le intelligenze, la cultura per fare quel cambiamento che il paese attende. In
questo senso va apprezzata larga parte dell'intervento che ha fatto ieri pomeriggio
l'onorevole Berlusconi.
E allora, Presidente, colleghi, non buttiamo via questa occasione per calcoli di parte: il
paese non ce lo perdonerebbe (Applausi dei deputati del gruppo della sinistra
democratica-l'Ulivo)!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Costa. Ne ha facoltà.
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fondo che si andranno a realizzare. Quindi "sì" alla scelta dell'assemblea
costituente, da farsi in tempi rapidi.
Comprendo bene le perplessità, le esitazioni, le incertezze ed anche le paure di più
d'uno, anche di diverse formazioni politiche; le comprendo quando non sono espressioni di
preoccupazioni dettate da motivi non validi, e ve ne sono state certamente. Non comprendo
invece e credo, dal mio punto di vista, di poterli censurare le pause, i timori, le
esitazioni nascenti dalla volontà ostinata di difendere lo stato attuale, l'esistente che
non è sicuramente in grado di reggere l'impatto con una realtà nazionale ed
internazionale, che non solo è cambiata nel corso degli ultimi cinquant'anni ma è in
profonda e continua evoluzione.
Mi associo all'appello dell'onorevole Buttiglione. La strada che noi indichiamo è quella
dell'assemblea costituente. Se la maggioranza ritiene invece più utile ed idonea un'altra
strada, la imbocchi con celerità: non saremo certamente noi ad ostacolarla.
Ai molti motivi di dissenso nei confronti di una Costituzione superata in tante parti che
peraltro sono stati illustrati in quest'aula in diverse occasioni da più persone vorrei
aggiungerne uno che mi pare sia stato fino ad oggi trascurato o non sufficientemente
ascoltato.
Si tratta delle disposizioni di cui dobbiamo cominciare a discutere previste dagli
articoli che indentificano le regioni a statuto speciale ed i loro "diritti". Dobbiamo
discutere in profondità delle loro attribuzioni, delle loro specificità, dei fondi che
alle stesse vengono erogati o che le stesse sono autorizzate a trattenere. Non si tratta
attualmente di federalismo ma, in molti casi, di privilegi ingiustificati.
Non è stato facile neppure ottenere i dati aggiornati, che abbiamo cercato in questi
ultimi giorni, relativi ai trasferimenti di fondi dallo Stato alle regioni. Abbiamo
spulciato il bilancio dello Stato, ma il quadro non è risultato chiaro e siamo ricorsi al
ministro del tesoro e alla Ragioneria generale dello Stato. Abbiamo bussato inutilmente
alla funzione pubblica, al dipartimento delle regioni, dove nessuno sa esattamente quanti
soldi lo Stato trasferisca attualmente alle regioni.
Infine, grazie alla collaborazione del Ministero del tesoro, siamo venuti in possesso di
una tabella che cercavamo. È un po' vecchiotta si riferisce al 1994 ma egualmente valida
poiché i dati del 1995 non sono cambiati di molto e, soprattutto, non sono ancora pronti.
Chissà cosa si attenda a raccoglierli e a pubblicarli, considerando che si tratta di
denaro pubblico per il quale una certa rendicontazione è obbligatoria in tempi brevi.
Perché questi dati ci interessano così tanto, fino ad appassionarci nella ricerca come
ad una specie di caccia al tesoro? È molto semplice: il problema del trasferimento dei
fondi è legato a quello del federalismo o, meglio, a quello del federalismo fiscale, il
quale è legato alla ripartizione dei fondi dello Stato. Se non si risolve il problema
delle regioni a statuto speciale e dei loro privilegi, non si può cominciare ad impostare
il problema del federalismo, né fiscale né non fiscale, posto che l'assetto delle
regioni speciali e non speciali è determinato dalla Costituzione.
Vediamo ora, attraverso le cifre, quale è stato nel 1994 l'impegno dello Stato nei
confronti delle regioni o, meglio, dei cittadini delle varie regioni. Abbiamo detto che vi
sono cittadini e regioni più fortunati ed altri meno fortunati, che lo Stato è padre per
qualcuno e un po' meno padre o patrigno per altri dei molti suoi figli. Il giudizio è
fondato sulla distribuzione delle risorse, ma ha anche una matrice politica.
Le regioni a statuto speciale furono previste dal costituente cinquant'anni fa. Esse
furono proclamate tali soprattutto per ragioni politiche, per le spinte fortemente
autonomiste (e non soltanto autonomiste) che venivano dalla Val d'Aosta, dall'Alto Adige,
dalla Sicilia, dal Friuli-Venezia Giulia e dalla stessa Sardegna. Tutto si riesce a
sistemare, in qualche modo, dando più poteri e, soprattutto, dando più soldi: così
ragionò il legislatore che previde, appunto, la nascita di cinque regioni
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autonome, che divennero realtà a partire dagli anni cinquanta e sessanta.
Tutto si aggiusta se riceviamo più soldi: così ragionarono gli amministratori delle
diverse regioni interessate, che riuscirono a far inserire negli statuti regionali,
adottati dal Parlamento con legge costituzionale, alcune norme in base alle quali molta
parte delle tasse versate dai residenti nelle regioni interessate non dovevano finire a
Roma, bensì restarsene in sede. Principio sacrosanto per i fautori del federalismo
(almeno del federalismo fiscale). Sacrosanto sicuramente, ma ad una condizione, che la
norma valga per tutti e non solamente per talune regioni.
Sono passati cinquant'anni e non vi è più motivo alcuno non tanto per mantenere in piedi
specifiche autonomie, che peraltro sarebbe opportuno estendere a tutti, come sembra si
stia cercando di fare, quanto per fare a certe regioni enormi regali.
Sanità a parte, quanto destina lo Stato, attraverso le regioni, ai cittadini? Una cifra
molto, molto diversa per ogni regione.
Tanto per cominciare, la regione che riceve di meno dallo Stato è la Lombardia, che
percepisce dalle 200 alle 250 mila lire all'anno, seguita dal Veneto, dall'Emilia, dalla
Puglia, dalla Toscana, dalla Campania, fino ad arrivare a circa 300 mila lire. La lista
delle regioni ordinarie si chiude in alto con la Basilicata, che riceve per ogni suo
residente 400-450 mila lire, ma paradossalmente percepisce meno delle altre per quanto
riguarda la sanità, pur disponendo di strutture più deboli.
Fin qui si è parlato delle quindici regioni a statuto ordinario, che, come si è detto,
ricevono mediamente dalle 250 alle 300 mila lire per persona all'anno. Per quanto riguarda
le regioni a statuto speciale, si comincia dal Friuli, che percepisce 1 milione 500-1
milione 600 mila lire per ogni abitante all'anno, poi si passa alla Sicilia, che riceve 1
milione 700-1 milione 800 mila lire all'anno, quindi alla Sardegna, che percepisce 1
milione 800-1 milione 900, per raggiungere infine i vertici con le province autonome di
Trento, che ottiene più di 6 milioni, di Bolzano, che riceve più di 7 milioni e di
Aosta, che percepisce più di 8 milioni. È paradossale ed è anche ingiusto.
Le tentazioni di ricercare un'autonomia più forte ed utile sono all'ordine del giorno.
PRESIDENTE. La invito ad avviarsi alla conclusione.
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presso i competenti organi della Comunità europea o anche soltanto all'anti-trust forse contribuirebbe a restituire un equilibrio che le leggi e la Costituzione vigente non assicurano (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).
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ad un'area etnico-linguistica ma anche culturale italiana restano fuori degli attuali
confini, per cui vi sono oggi italiani, di cultura e di lingua, i quali hanno cittadinanza
svizzera o francese o croata o maltese o slovena.
Allora, egregi colleghi, posto che non vi è coincidenza tra confini etnico-linguistici e
confini geografico-politici neppure oggi, perché si deve divinizzare la situazione
attuale come se fosse perfetta ed immutabile? Io sarei in grado di darvi una risposta a
questa domanda, ma chiedo che ognuno di noi provi a darla.
Ho fatto queste brevi e anche ovvie, se volete, riflessioni per chiarire che non si negano
gli elementi unificanti, se vi sono, ma neppure si vuole essere schiavi e a tempo
indeterminato, con una Costituzione rigida e bloccata come quella da cui siamo ingabbiati,
di una situazione voluta da altri (l'espressione "voluta da altri" si riferisce al
processo chiamato Risorgimento e all'opera dei suddetti padri costituenti, quasi tutti
scomparsi ormai dalla faccia della terra) in un contesto storico, politico e sociale
sempre più lontano e profondamente diverso da quello di oggi. Tutti i popoli dell'Italia,
e sono molti e non coincidenti con le suddivisioni regionali, devono avere il diritto di
rinegoziare la partecipazione ad una forma statale proprio perché diritti collettivi,
come quello all'autodeterminazione dei popoli, sono inalienabili e devono essere visti
come espressione di libertà e non come tentativo di ledere i diritti altrui. Noi non
vogliamo ledere diritti che potrebbero, come si teme, essere quelli del sud, per esempio,
ma neppure vedere lesi i diritti di altre componenti italiane ormai troppo gravemente
danneggiate dall'attuale situazione.
Chiediamo, sia perché lo riteniamo giuridicamente giusto sia perché lo riteniamo
eticamente lecito, che venga riconosciuto a tutti i popoli dell'Italia il diritto di
disporre liberamente e pacificamente di se stessi. Riconosciuto tale diritto, ognuno sarà
libero di utilizzarlo come riterrà più opportuno e più utile in una visione collettiva
e quindi non eccessivamente frammentata (non è questo che vogliamo), in una visione che
deve tener conto del concetto di bene comune, in una logica che, all'interno di una
visione complessiva dei popoli europei e dei loro modelli di organizzazione futura (quello
che sto facendo è un quadro di riferimento del futuro), coniughi solidarietà,
responsabilità e giustizia, tutti e tre questi concetti in un clima di libertà e di
reciproco rispetto.
Se da questo processo potrà nascere un nuovo rapporto tra le varie componenti, in una
nuova forma statuale che potrebbe anche essere quella di una confederazione dei popoli
italiani (ma tante altre soluzioni sono possibili), non succederà nulla di traumatico o
di scandaloso o, come taluni dicono, usando pretestuosamente un termine che fa molto
colpo, di antistorico. Le situazioni cambiano e gli errori di percorso si possono anzi si
devono correggere (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza
della Padania Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cento. Ne ha facoltà.
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tra le tante cose positive, ha però anche ridotto la partecipazione e la
rappresentanza democratica, senza risolvere i problemi di stabilità del Governo o di
proliferazione di liste o partiti; anzi, spesso è accaduto esattamente l'opposto.
L'ingegneria costituzionale non può risolvere da sola i reali problemi di complessità
sociale ed economica e quindi della rappresentanza democratica. Noi deputati verdi siamo a
favore di riforme che devono certamente avere l'obiettivo di rendere possibile la
stabilità e la chiarezza dei ruoli, ma anche quello di estendere e rendere più autentica
la partecipazione popolare e la sovranità del corpo elettorale. Per questo consideriamo
invalicabile il rigoroso rispetto degli articoli 138 e 139 della Costituzione,
valorizzando anche la parte in cui si prevede la possibilità di ricorso al referendum
popolare sulla proposta di modifica costituzionale eventualmente non approvata con la
maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera.
Le riforme possono e devono essere fatte in questo Parlamento. Perché mai mi domando e vi
domando ciò che sciaguratamente non si potesse realizzare in Parlamento per la mancanza
delle necessarie condizioni politiche, dovrebbe essere fatto invece da un'assemblea
costituente? In realtà, coloro che indicano quest'ultima strada immaginano una rottura
formale tra quella che è stata la Repubblica nata dalla Resistenza e ispirata ai valori
del lavoro, della solidarietà e delle autonomie locali e un'ipotetica repubblica del
2000, più autoritaria e meno ancorata a questi valori democratici, spesso sofferti come
veri lacci o lacciuoli per il trionfo della libera impresa e del libero mercato, come
anche recentemente alcuni noti imprenditori hanno dichiarato.
L'attuale maggioranza parlamentare, una volta definite le procedure del percorso di
riforma, deve anzitutto trovare sul contenuto di queste un proprio punto di equilibrio
interno, per poi allargare il confronto con le altre forze politiche. Di certo, maggiore
sarà il consenso sulle riforme e maggiore sarà la legittimità di questi cambiamenti.
Deve però essere chiaro: i verdi contrasteranno con determinazione ogni tentativo di
utilizzare la necessità di un ampio accordo sulle riforme come un cavallo di Troia per
cambiare formalmente o, peggio ancora, sostanzialmente la maggioranza di Governo.
La prima condizione di una riforma seria, infatti, è quella di rispettare il voto
popolare del 21 aprile, che ha indicato con chiarezza chi governa e chi sta
all'opposizione.
Un tema su cui sembra, almeno a parole, esserci un accordo tra le diverse forze politiche
è quello del federalismo. Si cominci allora da questo, perché non è più rinviabile la
riforma dei poteri e delle autonomie locali! Il decentramento non basta più, così come
le attuali regioni sembrano riprodurre spesso i vizi del centralismo statalista. Il
federalismo deve però essere solidale; è infatti profondamente in contrasto con la
nostra Costituzione e i suoi principi fondamentali l'idea che le regioni forti rimangano
tali e quelle deboli siano abbandonate a loro stesse.
Da più parti, infine, si sente chiedere che questa riforma rafforzi il potere
dell'esecutivo. In realtà, l'esecutivo è vittima degli stessi impacci democratici di cui
ogni giorno è vittima il cittadino che si rivolge alla pubblica amministrazione. Dobbiamo
ridurre le leggi, rendere chiari i controlli, le procedure e le sanzioni. Ma, onorevoli
colleghi, è colpa della patologia della politica se ci sono 110 mila leggi nel nostro
paese, o è colpa della Costituzione? Non credo che la responsabilità sia della
Costituzione se negli ultimi anni il sistema politico si è avvitato su se stesso.
Poco si parla, invece, della necessità di un'autoriforma della politica e, in questa
direzione, della necessità di rafforzare il Parlamento attraverso uno statuto dei
parlamentari, intesi anche come singoli, al di là del loro essere appartenenti ad una
maggioranza o ad una minoranza, e della diversificazione dei ruoli delle diverse Camere.
In questi anni il Parlamento è entrato in crisi perché i centri decisionali della vita
economica e politica del nostro paese sono altrove, perché il ruolo dell'informazione
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è divenuto decisivo nella comunicazione, perché i poteri forti hanno rotto la
mediazione della politica. Una vera riforma istituzionale, capace di essere coerente con
l'insieme della nostra Costituzione, deve rafforzare, non indebolire, il Parlamento, come
garanzia di una tenuta democratica dell'intero sistema.
Per quanto mi riguarda e concludo seguirò quindi con grande attenzione, insieme agli
altri colleghi verdi, il processo di riforma, con la convinzione che la natura della
nostra Costituzione è ancora oggi attuale. Bisogna adeguare le forme di Governo,
coniugare efficienza e stabilità con la partecipazione democratica, respingere ogni
involuzione autoritaria.
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stracciarsi le vesti non appena, uscendo dalla prassi, come una situazione politica in grande mutamento imponeva, il Presidente della Repubblica conferisce spessore interpretativo agli ampi poteri che la Costituzione gli riconosce. Taluni obiettano che quel Presidente non ha l'investitura popolare, non è stato eletto direttamente dai cittadini; con ciò svilendo la democrazia alla partecipazione infinitesimale, e quindi ininfluente, del singolo all'atto decisionale e trascurando che la democrazia è soprattutto la difesa, nella legge, della libertà del singolo. Accade inoltre...
PRESIDENTE. Onorevole Petrini...
PIERLUIGI PETRINI. Ho già terminato il mio tempo, signor Presidente?
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Malgieri. Ne ha facoltà.
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perché non è un mito come diceva Giuseppe Maranini ma con atteggiamento incline alla
comprensione dei mutati scenari, alla stessa stregua dei costituenti di mezzo secolo fa,
non comprende, perché inesistenti all'epoca, i complessi rapporti di ordine economico,
comunitario, internazionale, che scandiscono la nostra quotidianità. Essa infatti è
tutta immersa in quello "spirito del tempo" cui ho fatto riferimento e, quindi, è
strutturalmente lontana dal regolare le questioni del secolo nuovo che si approssima.
Inoltre, la Costituzione in senso materiale per dirla con Costantino Mortati il quale in
quest'aula, cinquant'anni fa, fece risuonare istanze giuridiche e politiche
avveniristiche, sulle quali bisognerebbe in qualche modo riflettere è profondamente
mutata rispetto all'epoca dei lavori della Costituente, ed è mutata soprattutto negli
ultimi sette, otto anni.
Le forze politiche di oggi sono diverse da quelle di allora. I soggetti partitici che da
protagonisti vararono la Costituzione non esistono addirittura più; sopravvivono le loro
culture a livello embrionale in altri movimenti. Questo non è forse un buon motivo per
ripensare globalmente la fonte normativa principale della nostra vita associata?
Il patto tra gli italiani, che venne suggellato mezzo secolo fa sulle rovine della guerra,
non regge più in ragione delle mutate condizioni, di un clima morale diversissimo, di un
comune sentire neppure lontanamente paragonabile a quello di allora. C'è bisogno di
stringere un nuovo patto come anche a sinistra si ammette che fondi istituzioni più
vicine ai cittadini e più lontane dagli interessi partitici che fanno presto a diventare
partitocratici, come l'esperienza ci insegna.
La modernizzazione del sistema politico-istituzionale non può che passare attraverso un
processo costituente, che potrebbe aprirsi anche con un referendum di indirizzo sulla
forma di Governo, la cui tappa fondamentale, imprescindibile la nostra parte politica,
almeno, la pensa in questa maniera non può che essere il varo di quell'assemblea
costituente che incontra immotivate resistenze da parte del fronte conservatore; assemblea
costituente nel cui ambito trovino adeguata rappresentanza, riferita alla effettiva
consistenza elettorale, tutte le istanze politiche presenti nel paese.
Coloro i quali si oppongono all'ipotesi di una assemblea costituente e si mostrano inclini
a considerare maggiormente praticabile una Commissione bicamerale, come abbiamo sentito
ieri, sul modello di quelle presiedute negli anni passati dagli onorevoli Bozzi, Iotti e
De Mita, non tengono conto che, in momenti caratterizzati da profonde e spesso laceranti
crisi politico-istituzionali, non necessariamente derivanti da gravissimi conflitti come
nell'immediato dopoguerra, c'è bisogno che si ridiscuta il complesso dell'ordinamento
costituzionale al fine di rifondarne uno nuovo, avente una nuova legittimazione.
È per questo che un processo costituente non può essere immaginato come un rito per
pochi iniziati, ma deve essere pensato come una costruzione alla quale concorrano quanti
vi hanno interesse. Non si tratta, con questo, di dare vita ad una sorta di democrazia
perfetta, ad una sorta di "democrazia degli angeli", come la chiamava Jean-Jacques
Rousseau, ma quanto meno di evitare una forma di democratie sans peuple, per usare
la felice espressione di Maurice Duverger.
Il pericolo vero, infatti, è che nel nostro tempo si producano forme di intervento
politico alle quali il popolo è quasi completamente estraneo. Non sfugge a nessuno,
neppure a chi è più radicato in visioni antiquate di rappresentanza, che il dominio
delle oligarchie e dei cosiddetti poteri forti sta pervadendo le società complesse come
la società italiana.
È pertanto necessario sperimentare tutte le ipotesi che possano introdurre forme di
partecipazione dei cittadini nella vita associata; è questo il principio che soprattutto
dovrebbero recepire i nuovi assetti costituzionali. La democrazia non può essere pensata
soltanto in termini numerici; la sua essenza non è riducibile al suffragio, all'elezione,
alla rappresentanza, che ne costituiscono gli elementi strutturali.
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L'essenza della democrazia è la partecipazione, concetto che si è smarrito nella
cultura e nella pratica politica, pur tra un formale ossequio a Tocqueville ed un
riconoscimento, di gran moda di questi tempi, agli ideologici del federalismo americano,
come Alexander Hamilton.
L'attivazione della partecipazione alle scelte politiche introduce al presidenzialismo,
rispetto al quale si possono nutrire le opinioni più varie, ma è incontestabile che esso
sia l'elemento più moderno, dinamico, trasparente di istanza politica, in grado di
soddisfare, nel contempo, le ragioni della più ampia volontà popolare e della più
rigorosa stabilità governativa. L'idea presidenzialista non può essere umiliata, come
con frequenza viene fatto, demonizzandola quale anticamera di regimi autoritari. In un suo
recente saggio l'amico onorevole Giorgio Rebuffa ha osservato che il presidenzialismo è
il contrario esattamente il contrario del Governo forte; è il più rigoroso e conseguente
tentativo di applicazione della democrazia elettorale degli ultimi duecento anni, come
attestano anche gli studi di costituzionalisti liberali del seicento e del settecento sul
monocratismo.
Non vale poi a liquidare il presidenzialismo, nella forma francese, americana o austriaca,
come principio l'obiezione che esso sarebbe estraneo alla nostra tradizione e alla nostra
cultura. È questo un argomento che non sta in piedi: il fatto che esso non sia stato
adottato nel 1947 si spiega politicamente, poiché era interesse delle forze politiche
allora prevalenti instaurare una Repubblica dei partiti invece che una Repubblica degli
italiani, nella quale fossero i cittadini a scegliere direttamente il Capo dello Stato.
Ma non si può e non si deve dimenticare, dibattendo di riforme istituzionali, che nel
nostro paese c'è stata una grande tradizione culturale che ha coltivato il
presidenzialismo e le forme di democrazia diretta ed ha attraversato, in questo secolo,
quasi tutte le famiglie politiche, ed ha avuto i maggiori interpreti, tanto per dire, in
Giuseppe Rensi e in Piero Calamandrei, in Carlo Costamagna e in Leo Valiani, in Duccio
Galimberti, in Randolfo Pacciardi e in Giorgio Almirante, soltanto per fare pochissimi
nomi. Insomma, non si può cancellare un'idea, come fa l'onorevole D'Alema, soltanto
perché finora non ha trovato applicazione.
Il presidenzialismo può e deve essere pensato nel quadro di un diverso contesto
repubblicano caratterizzato da forme di autonomia amministrativa e di decentramento molto
prossime al federalismo.
Tutto questo non è materia per pochi addetti ai lavori. Alleanza nazionale ritiene che il
popolo debba prendere parte attiva al processo riformatore, non può essere estraneo ad
esso, per poter intervenire in tutte le scelte decisive che lo riguardano. Escluderlo,
come è stato fatto cinquant'anni fa, quando il costituente gli negò la possibilità di
esprimersi attraverso un referendum sul tipo di Repubblica che avrebbe voluto, sarebbe
questa volta pregiudizievole al buon fine del rinnovamento istituzionale.
Il percorso costituente, infine, è a mio avviso destinato ad accentuare la tendenza al
bipolarismo, ormai scritta nel destino della politica italiana, favorendo la chiarezza
delle posizioni e limitando l'equivoco di aggregazioni politiche che continuano ad
avvenire, in alcuni casi, sulla base di contrarietà personali e di pregiudizi piuttosto
che in ordine a valutazioni di merito. In termini concreti, mi chiedo che cosa ci facciano
oggi, tra i conservatori dei vecchi assetti istituzionali, innovatori di larghe vedute il
cui orizzonte è molto lontano da quello di chi coltiva nostalgie proporzionalistiche e
velleità oligarchiche.
Il tempo per ridiscutere aggregazioni e disaggregazioni vecchie e nuove forse è
finalmente arrivato. Il tema, certamente, sarà parte integrante del dibattito costituente
che caratterizzerà la XIII legislatura; dibattito che sembra debba essere incardinato in
una Commissione bicamerale. Alleanza nazionale accetta questa ipotesi in via subordinata,
reputando comunque più saggia la scelta di una assemblea costituente per riformare le
istituzioni con il concorso effettivo, e non soltanto apparente, del popolo italiano
Pag. 1756
(Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cerulli Irelli. Ne ha facoltà.
Pag. 1757
perché siamo convinti che l'attuale sistema, quale si è venuto sviluppando negli
ultimi due decenni, presenta difetti gravi ed effettivamente paralizzanti. Credo che tutte
le forze politiche qui presenti maggioranza e opposizione siano sostanzialmente d'accordo
sull'analisi sia dei difetti del sistema, sia degli interventi da porre in essere. Mi pare
di poter notare che le differenze, tutto sommato, sono abbastanza marginali.
Segnatamente su due punti mi pare sussista un accordo generalizzato. Il primo consiste
nell'esigenza di dare stabilità all'esecutivo ed alla sua azione di governo quale
prescelta e definita dall'elettorato.
Il secondo si identifica con la necessità di ripristinare un corretto meccanismo di
divisione dei poteri, segnatamente in ordine all'esercizio della funzione fondamentale di
produzione normativa, oggi doppiamente squilibrata: sul piano delle fonti, perché prevale
in maniera abnorme la legislazione primaria a scapito di quella secondaria e
regolamentare, più duttile ed adattabile alle situazioni; sul piano dei rapporti tra gli
organi, perché in sostanza negli ultimi anni essa è stata esercitata dal Governo
attraverso lo strumento abnorme della decretazione d'urgenza e l'altro strumento, in parte
dubbio, dei provvedimenti collegati alla legge finanziaria: in sostanza, quindi, il
Parlamento non ha esercitato la funzione legislativa.
Su questo secondo punto, vorrei precisare che l'intervento che vogliamo realizzare, volto
a limitare, anche drasticamente, la decretazione d'urgenza, non è sufficiente, perché
essa è determinata anche da fattori obiettivi. E in particolare da due di essi:
l'incapacità sostanziale di questo sistema di produrre leggi nei tempi e con le modalità
necessarie per il funzionamento del sistema stesso, e l'esistenza di un sistema delle
fonti, con le sue riserve di legge, che impedisce, in realtà, in molti settori, un
corretto esercizio della funzione regolamentare da parte del Governo.
Riteniamo, quindi, che si debba modificare l'articolo 77 della Costituzione e nello stesso
tempo conferire al Governo su ispirazione del modello francese i necessari poteri
regolamentari e spingersi anche, se necessario, ad istituire una riserva di regolamento in
materia di amministrazione, sulla base ovviamente di principi dettati da leggi generali,
sia sul versante dell'organizzazione, sia su quello dei procedimenti.
Noi proponiamo, in altri termini, di ridurre l'ambito della legge formale e restituire a
questa la dignità che le spetta nell'ambito del sistema delle fonti, lasciando tutto il
resto alla normativa regolamentare.
Sul delicato problema della titolarità del potere esecutivo lo sappiamo tutti resta
aperta una questione, poiché il Parlamento appare diviso sul tema del presidenzialismo e
del parlamentarismo nelle loro varie applicazioni. In realtà, in molti casi, si ha la
sensazione che si tratti di una disputa nominalistica.
Su questo punto riteniamo che se il problema è e questo lo condividiamo tutti quello di
dare stabilità e funzionalità al sistema di governo, il presidenzialismo, anche se
inteso alla francese, in quella forma ibrida ed in qualche modo mostruosa, che comunque in
quel paese ha funzionato abbastanza bene, non sia la soluzione; perché non è affatto
vero che il governo, una volta eletto, una volta designato dal popolo, ed avendo avanti a
sé un periodo di stabilità, possa tranquillamente operare: non è così, perché per
governare esso ha bisogno del Parlamento. Una grande parte dell'azione di governo,
infatti, riguarda l'esercizio di poteri che sono propri del Parlamento.
Mi riferisco segnatamente al potere legislativo e a tutta una serie di poteri di carattere
amministrativo veti e altro che nei sistemi presidenziali esistono proprio per bilanciare
la forza dell'esecutivo. Il sistema presidenziale non garantisce quello che invece noi
riteniamo fondamentale, cioè l'unicità e la contestualità del circuito corpo
elettorale-Parlamento-Governo. Il Parlamento ed il Governo devono essere emanazione della
medesima maggioranza politica espressa in contestualità dal corpo elettorale. Questo è
il punto. Di ciò siamo
Pag. 1758
convinti e per questo pensiamo che il presidenzialismo non sia risolutivo. Basta
leggere vedo qui colleghi molto più esperti di me le ultime produzioni dottrinali: il
presidenzialismo è in crisi dappertutto, funziona, in certi sistemi, per ragioni proprie
di quei sistemi, ma non garantisce quell'insieme di fattori che noi chiamiamo
governabilità, la quale è garantita soltanto dal circuito corpo
elettorale-Parlamento-Governo.
Anche sulla questione della forma di Stato, come si usa dire (ma che io definirei, in
realtà, questione dell'assetto dei governi territoriali), devo dire che la grande spinta
che proviene dal paese verso la piena realizzazione delle autonomie territoriali ci trova
perfettamente preparati, anzi, in qualche misura ci trova entusiasti, perché ci dà il
modo di recuperare la nostra tradizione. Quindi siamo pronti ad un fortissimo lavoro di
revisione, su questo punto.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Veltri. Ne ha facoltà.
Pag. 1759
l'onorevole Berlusconi andò a palazzo Chigi e disse: "l'automobile non ha il
volante!". Due uomini così diversi, in condizioni così mutate, con immagini diverse
hanno detto la stessa cosa. Ma quel che è più preoccupante è che, l'altro giorno,
l'onorevole Visco, ministro delle finanze, ha detto: "Questo ministero ha 130 mila
dipendenti che sono soltanto dei `passa carte`, sono deresponsabilizzati; in definitiva
non riesco a governare".
Ed allora il nostro compito e la nostra responsabilità sono grandissimi, immani, perché
noi dobbiamo contribuire a consolidare la democrazia dell'alternanza e completare il
sistema maggioritario che i cittadini italiani hanno dimostrato di gradire; dobbiamo
sottrarre allo Stato soldi, poteri, funzioni per favorire un effettivo autogoverno dei
cittadini che la cultura socialista e liberale e uomini come Rosselli, Salvemini,
Calamandrei ed Einaudi hanno intuito e proposto prima di altri. Dobbiamo riformare in
maniera radicale mi si consenta di usare il verbo "smontare" la pubblica
amministrazione, che nel nostro paese rappresenta tanta parte della riforma federale dello
Stato, all'insegna del binomio efficienza e legalità, perché ad ogni livello siano
garantiti gli stessi lavoratori della pubblica amministrazione, il loro buon nome, la loro
dignità, la loro professionalità, in modo che i disonesti e i corrotti siano isolati e i
fannulloni puniti, in modo che siano garantiti i governanti e gli amministratori perché
in queste condizioni non riescono a svolgere la loro funzione; siano garantiti i
cittadini, per i quali la pubblica amministrazione è un ambiente ostile che li fa dannare
e li tormenta; siano garantiti gli imprenditori capaci, che non vogliono né perdere tempo
né essere taglieggiati (e voi sapete che esistono molti modi per taglieggiarli).
Dobbiamo contribuire a ridurre il numero delle leggi e scriverle in maniera comprensibile
ai più perché sono troppe, inutili, dannose e incomprensibili; costituiscono una giungla
che i Governi non sono riusciti a disboscare, leggi che i legislatori non conoscono, gli
amministratori non applicano, i burocrati non controllano, i cittadini non osservano.
Basta leggere gli studi diligentissimi che compie la Camera dei deputati per vedere che le
leggi ordinarie e le stesse leggi delega al Governo rimangono totalmente inapplicate.
Dobbiamo aiutare i partiti a riappropriarsi del loro ruolo, rientrando negli ambiti
costituzionali. Come vedete gli obiettivi sono ambiziosi e nobili, le esigenze stringenti:
pertanto nessuno può chiamarsi fuori, perché le regole non ce le possiamo dare da soli
(in questo caso, per esempio, dico da soli, noi dell'Ulivo), neanche se avessimo la
maggioranza per farlo. Le regole si stabiliscono con il concorso di tutti ed i meriti di
fronte al paese saranno di tutti, dell'opposizione forse più che della maggioranza
(perché l'opposizione ha responsabilità minori rispetto alla maggioranza).
Le regole si fanno guardando al futuro. Se saremo capaci, noi avremo seminato ed altri
dopo di noi raccoglieranno. De Gaulle ha scritto le regole della V Repubblica francese,
Mitterrand le ha utilizzate per vincere le elezioni e per governare. Eppure la nostra
reazione quella della sinistra fu impietosa nei confronti di De Gaulle: proprio lui, che
era stato capo dell'antifascismo e della Resistenza, fu tacciato di essere un reazionario
ed un fascista.
Se le regole deve scriverle il Parlamento, è necessario essere chiari; è necessario
mettere paletti politici e di metodo; è necessario mettere il Governo al riparo e
garantirgli di governare. Ricordo che abbiamo vinto le elezioni da poco tempo e che i
cittadini sapevano che, se l'Ulivo avesse vinto le elezioni, avrebbero governato Prodi e
Veltroni, perciò le battute ed i pettegolezzi da cortile su progetti di "ricambio" a
palazzo Chigi non ci toccano minimamente, ma è bene che il Governo si tenga fuori.
Questa, d'altronde, è l'unica strada per evitare la paralisi delle istituzioni e
pericolose confusioni di ruoli.
È per questa ragione che concordo con il "pacchetto Maccanico", tranne che sul
coinvolgimento del Presidente del Consiglio. E del "pacchetto Maccanico" sottolineo un
aspetto per me fondamentale, senza il quale non potrei votare le riforme
Pag. 1760
in questo Parlamento: la redazione, per convenzione costituzionale, di un robusto
statuto dell'opposizione.
Voglio ricordare che nel Parlamento inglese la spesa pubblica è controllata con un
equilibrio di poteri eccezionali: l'esecutivo, il controller general, nominato
dalla regina, che non risponde a nessuno, e il public account committee, che è
presieduta da un deputato dell'opposizione e che risponde esclusivamente al Parlamento.
È chiaro anche che, non esistendo convergenze assolute nei due schieramenti, si possono
determinare di volta in volta maggioranze di tipo trasversale, ma se c'è chiarezza,
questo non solleverà né preoccupazioni né scandali.
Infine, concludo tornando al cittadino e all'amministrazione, perché spesso di ottime
leggi, tra le più avanzate del mondo, i cittadini italiani hanno sentito solo parlare, ma
non ne hanno goduto i benefici nella loro quotidianità. E se le riforme non incidono
nella vita quotidiana per migliorarla, non servono, non sortiscono effetto.
Ebbene, tutto ciò mi riporta al paese normale, del quale alcuni di noi con più
insistenza di altri hanno scritto e parlato. E io ho scritto e ripeto: il giorno in cui un
cittadino anonimo, un po' impacciato, che non è laureato e non conosce la distinzione tra
ordinanza e delibera, che ha poco tempo, che soffre se trattato male da chi dovrebbe
servirlo con cortesia, entrerà in un ufficio pubblico e un'impiegata o un impiegato con
un sorriso gli chiederà se possa essergli utile e darà risposte in tempo reale alle
domande da lui poste, ebbene quel giorno il nostro sarà diventato un paese normale. E se
lo sarà diventato anche per merito nostro, potremo essere soddisfatti (Applausi dei
deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo e dei popolari e
democratici-l'Ulivo Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Frattini. Ne ha facoltà.
Pag. 1761
Anche oggi, non di rado, il Governo rinvia o impugna leggi regionali per il generico
motivo del contrasto con i principi della legislazione statale; il criterio però è
riempito, di volta in volta, con argomenti apodittici, dagli uffici dei commissari di
Governo e dei ministeri interessati, allargando, o di volta in volta restringendo, le
maglie del controllo e consentendo così impropriamente un indirizzo politico sui settori
legislativi di competenza regionale.
Quel che è certo in ogni caso è che in uno Stato federale il controllo statale sulla
legittimità delle leggi regionali dovrà sparire. Il commissario di Governo, in tale
prospettiva, dovrà perdere gli attuali compiti di alta vigilanza e controllo e potrà
semmai conservare la funzione di rappresentante dell'interesse del soggetto Stato centrale
all'osservanza di una regola da specificare in Costituzione di fronte al soggetto regione,
titolare di una posizione costituzionale di egual rango, secondo un sistema che dovrà
vedere la Corte costituzionale come unico arbitro dei conflitti e stabilire la definitiva
scomparsa di ogni forma di controllo tutorio.
Veniamo al controllo sull'attività amministrativa. Due sono le ragioni che non consentono
in un sistema federale il controllo sull'attività amministrativa delle regioni. Con
l'abbandono del sistema della finanza derivata, le regioni avranno autonomia impositiva,
con le connesse responsabilità verso i cittadini elettori sul corretto uso delle risorse
e, in definitiva, sulla buona amministrazione. Appare perciò evidente l'impossibilità di
continuare a sottoporre a controllo atti amministrativi dei quali l'ente territoriale
assumerà piena ed autonoma responsabilità al di fuori di qualsivoglia rapporto
gerarchico che, esso da solo, rappresenterebbe il parametro di ammissibilità dei
controlli.
Vi è poi un argomento sistematico: le regioni o gli Stati-regione in un ordinamento
federale come quello che intendiamo costruire non dovranno svolgere compiti di gestione
né essere ulteriori snodi di centralismo burocratico, come oggi spesso avviene. Dovranno
al contrario svolgere compiti di legislazione, di programmazione e di coordinamento.
L'attività amministrativa la potranno esercitare più funzionalmente all'interesse dei
cittadini gli enti locali ovvero i privati che, in molti settori e servizi, svolgerebbero
meglio e più economicamente le medesime funzioni oggi riservate alla mano pubblica.
Allora, se si ipotizzasse il controllo statale sull'attività di alta amministrazione
regionale programmatoria, si finirebbe per negare in radice uno dei principi guida
dell'ordinamento federale. Ciò che interessa è, non tanto attribuire funzioni, quanto
trasferire in via definitiva il potere, inteso nel significato etimologico di autonomia di
regolare funzioni con propri atti.
Il federalismo va dunque interpretato anche come lotta alla burocrazia centralistica, come
strumento finalmente capace di determinare un salto di qualità nella cultura
amministrativa del paese; il controllo spetterà allora soltanto ai cittadini elettori,
oltre alle ipotesi di competenza degli organi della giurisdizione, e avrà finalmente ad
oggetto il risultato complessivo delle attività amministrative e non burocraticamente
singoli atti, per di più con il sistema della verifica preventiva che ne paralizza
l'attuazione.
L'attuale assetto dei rapporti tra Stato e regioni, con un diverso e separato strumento di
confronto tra Stato ed autonomie locali, di fatto sta rafforzando la logica centralista
imperniata sui controlli e sul mero decentramento, con deroghe mirate di cui sempre il suo
autore conserva il dominio giuridico. Se la costruzione di un ordinamento federale
attribuisce agli Stati-regione la funzione ordinatrice del sistema delle autonomie, il
controllo regionale degli atti dei comuni, dei quali soltanto gli amministratori locali
porteranno la responsabilità, non potrà essere fondato sulla verifica della legittimità
formale, bastando a tal fine il controllo della Corte dei conti, ma al limite sulla
invasione dell'ambito di competenze allorché si affermi, per esempio, che la materia
trattata non rientra tra quelle trasferite o delegate. Il controllo sarà cioè il banco
di prova della capacità degli Stati-regione di vincere anche in periferia il centralismo
e ogni
Pag. 1762
forma di accentramento burocratico. Tra gli enti locali potrebbero esservi delle
conferenze permanenti; io penso a delle conferenze regioni-autonomie dotate dei poteri
definitori dei procedimenti amministrativi che l'ordinamento e la legge n.241 del 1990, in
particolare, affidano alla Conferenza dei servizi. Ciò che si deciderà insieme
escluderà, come è evidente, il controllo da parte di un partecipante alla conferenza
sugli altri soggetti.
La legislatura che si avvia, onorevoli colleghi, non può assolutamente rinviare tale
questione. Il dibattito che affrontiamo dovrà indicare strumenti e tempi certi per
risolverla; io ho cercato di delinearne alcuni e in tal senso confermiamo la nostra
disponibilità ad un confronto serio e leale, ferma restando la nostra convinzione che il
risultato si possa cogliere assai più efficacemente con un bagno di democrazia e di
legittimazione popolare, cioè attraverso lo strumento di un'assemblea per la revisione
costituzionale, che il Polo considera la strada maestra del nuovo Stato (Applausi dei
deputati del gruppo di forza Italia).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gnaga. Ne ha facoltà.
FRANCESCO STORACE. La lega nord per l'indipendenza della Padania non c'era alle elezioni!
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auge. Eppure le riforme istituzionali sono un'esigenza alla quale devono rispondere non
solo le Commissioni, ma l'organo legislativo nella sua massima espressione, cioè il
Parlamento, volendo anche in seduta comune. Si deve assolutamente decidere e deliberare:
noi siamo i destinatari del mandato elettorale e rappresentiamo il popolo.
In che modo si procede, però?
Il popolo italiano sa dell'esistenza di certe collusioni tra i due massimi gruppi politici
rappresentati in Parlamento. Bisogna almeno notare che la lega ha avuto il coraggio e la
coerenza di presentarsi alla consultazione elettorale con un suo programma sapendo
benissimo che con una formula elettorale maggioritaria non avrebbe conseguito certi
risultati; ciò nonostante, si è presentato lo stesso. Ed allora noi dovremmo decidere su
queste riforme istituzionali? Onorevole Veltri, lei ha concluso il suo discorso con un
sogno: il giorno che si avvererà, secondo me i nani di Biancaneve non saranno sette ma
otto. Non è mai successo fin da prima dei tempi di Giolitti e della sinistra liberale che
la macchina burocratica abbia funzionato in modo efficiente: non è mai successo né
succederà mai, a meno che non si cambi totalmente il sistema organizzativo dello Stato.
Sentiamo invece parlare di forma di Governo: così si crea ulteriore confusione tra di noi
e soprattutto tra i cittadini. Della forma di Governo si parli dopo: prima cambiamo la
forma di Stato, facendo sì che esso composto da macroregioni o da altro sia veramente
federale ed in grado di dare risposte efficienti al cittadino. Qualsiasi buona idea
cammina sempre sulle gambe degli uomini. Onorevole Veltri, non mi fido molto degli uomini
che oggi ci amministrano, non certamente sotto un profilo personale, ma per quanto
riguarda la loro capacità amministrativa.
Con questo non voglio dire che i soggetti che rappresentano il movimento di cui sono fiero
di far parte siano i migliori; di certo, però, gli uomini che oggi ci amministrano non
hanno il coraggio di affrontare veramente le esigenze di questo paese, che consistono nel
cambiamento radicale della mala organizzazione dello Stato. Infatti, che lo Stato sia
centralista non è di per sé negativo: ci sono Stati centralisti ottimali; alcuni di
essi, con forme di Governo presidenzialiste, sono efficientissimi. Non è questo il
problema. Faccio parte di un gruppo politico che però avverte la necessità di rivoltare
come un calzino questo Stato, adottando il federalismo.
Per quanto riguarda la forma di Governo, non mi voglio assumere l'onere di proporne una:
sarà un problema che affronteremo dopo, dopo che si sarà attuata una forma di Stato
federalista. Come sarà? Non lo so; faccio parte di una zona la Toscana, che in futuro
potrebbe chiamarsi Etruria in cui vorrei vedere un soggetto politico forte come quello che
c'è in Padania, cioè la lega nord. D'altra parte, però, mi reputo anche fortunato,
perché bene o male nella mia zona vi sono molti colleghi toscani in quest'aula alla
domanda relativa al tipo di Italia che si desidera si risponde dicendo che soprattutto è
auspicabile un'Italia federale.
Mi auguro allora di tornare nella mia circoscrizione territoriale, in Toscana, ed
affrontare collegio per collegio, zona per zona, proprio con i soggetti politici che hanno
portato avanti quel programma, un confronto immediato su quello che sarà l'oggetto e la
dialettica del dibattito politico, cioè praticamente il primo punto del programma con il
quale vi siete presentati.
Mi riferisco, logicamente, ai colleghi dell'Ulivo e non a quelli di rifondazione
comunista, con i quali non ho avuto il piacere di confrontarmi perché non ero nei collegi
dove essi erano candidati; peraltro, nei collegi dov'era presente rifondazione comunista
non c'era nemmeno il candidato dell'Ulivo, quindi non abbiamo avuto l'occasione di un
confronto a tre. Bisognerebbe poi vedere fino a che punto questo è un modo corretto di
presentarsi all'elettorato, ma si tratta di materia oggetto di altro dibattito.
Vorrei concludere ringraziando ancora una volta il gruppo della lega nord per
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l'indipendenza della Padania, che permette di parlare anche ad un non "padanico" (Commenti dei deputati del gruppo di alleanza nazionale). Guardate un po' questa lega nord; sappiamo tutti che viene considerata un movimento, che tuttavia permette anche ad un non "padanico" di parlare...! Non so quanta "legittimità" si possa vedere da altre parti. Adesso, quindi, confrontiamoci! Torno a ripeterlo: vi sono altri soggetti...
PRESIDENTE. Nel Parlamento italiano può parlare chiunque!
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Selva. Ne ha facoltà.
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principio che, con somma ironia, magari oggi ricevono consensi quasi generalizzati.
Quando Giorgio Almirante o Randolfo Pacciardi e, in Francia, Charles De Gaulle venivano
demonizzati e considerati pericoli per la democrazia italiana o francese perché volevano
una Repubblica presidenziale, in Italia, seguendo filoni politico-culturali di maestri
come Piero Calamandrei e Giuseppe Maranini, si poteva, se non giustificare, capire la
sordità di una parte dei parlamentari del cosiddetto arco costituzionale, che credevano
di essere così in piena sintonia con i cittadini italiani. Ma ora che, come riportano
tutti gli indici demoscopici oltre che i programmi dei partiti del Polo, programmi che su
questo tema trovano consensi trasversali anche in altre parti della Camera, si crede
fermamente o si accettano forme di governo presidenziale; ora che la lega ha imposto
poiché ciò, a parte tanti aspetti inaccettabili del suo movimento, va riconosciuto a
Bossi riflessioni ed impostazioni programmatiche di tipo federale, per quanto riguarda
l'assetto dello Stato, ora non si comprende per quale motivo permangano difficoltà a
modificare la Costituzione, alla quale viene assegnato, da parte di alcuni gruppi del
centrosinistra, un carattere sacrale.
Credo che la spiegazione di questo stallo parlamentare vada ricercata proprio nella storia
che ha dato origine alla nostra Costituzione. Lo ha già detto in parte Malgieri, ma
vorrei ribadirlo: essa è il frutto di un patto nazionale che aveva una caratteristica
particolare determinata dalle vicende storiche in gran parte riferite ai periodi 1922-1943
ed anche, forse, 1939-1945, o alla lettura polivalente di certi articoli da parte della
Corte costituzionale, più che dai principi etici e morali fortemente radicati
nell'attualità dei sentimenti e delle coscienze degli italiani.
Quel troppo contingente patto nazionale, onorevoli colleghi, diede luogo, del resto,
all'applicazione della cosiddetta costituzione materiale, che contraddice persino certi
principi della stessa Costituzione formale. La Costituzione, per esempio, in teoria
riserva grandi poteri, nella formazione del Governo, al Presidente della Repubblica;
tuttavia vi furono controassicurazioni di fatto contro l'ipotesi di governi forti e
stabili. Dunque con la costituzione materiale si creò un sistema di controassicurazioni
affidate ai partiti.
Altro esempio: il nostro sistema, in barba alla Costituzione, che all'articolo 49
definisce in 20 parole lo sottolineo i poteri dei partiti (che sono poi quelli degli
associati a concorrere a determinare la politica nazionale), non ha prodotto un Governo
parlamentare bensì un Governo dei partiti con le degenerazioni della partitocrazia, madre
di tutte le Tangentopoli.
La conventio ad excludendum é diventata conventio ad adsociandum: senza il
consenso di un partito, il partito comunista, che era il fulcro e la guida dello
schieramento di opposizione, non si poteva porre mano a scelte fondamentali relative alla
materia costituzionale ed alle grandi riforme di struttura del sistema politico, economico
e sociale, ma anche alla legislazione corrente.
Come osservava Piero Calamandrei, le componenti culturali e politiche, cioè i filoni
laico-risorgimentali cattolico e di ispirazione marxista, hanno considerato irrinunciabile
riversare nella Costituzione del 1948 le proprie promesse; un modo peculiare di affidarle
alla storia anche con una non compiuta concretezza e con una certa vaghezza. Ne è venuta
fuori un'architettura pratica dello Stato in cui i poteri di fatto hanno contato più di
quelli di diritto, quelli esterni o "forti" come si usa dire oggi più di quelli di
Montecitorio, di Palazzo Madama e di Palazzo Chigi, con il confondersi dei ruoli peculiari
di maggioranza e di Governo.
Con la legge maggioritaria uninominale del 1993 si è tentato, come è noto, di avviare,
per il 75 per cento, il sistema parlamentare sul binario del bipolarismo. È una riforma
che ha dato però risultati solo parziali, come dimostrano due anni di esperienza. Ora si
tratta di garantire, scrivendolo nella Costituzione, che l'ordinamento dello Stato e la
forma di Governo siano all'altezza dei compiti che le articolazioni
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istituzionali sono delegate a svolgere al servizio dei cittadini.
L'Italia ha una legislazione, una burocrazia, un sistema scolastico che sono lontani mille
miglia dai paesi più moderni dell'Europa; sono lontani anche da ciò che i cittadini sono
in diritto di pretendere dalle leggi, dai cosiddetti servitori dello Stato e, i giovani in
particolare, dalle scuole e dalle università.
Sulla forma di Stato appare poi sempre più richiesto dai cittadini che, al centro e nelle
articolazioni regionali e comunali, si garantiscano unità di indirizzo e gestione
amministrativa e che tali articolazioni siano più vicine al cittadino in modo che egli
possa controllare la capacità e l'efficienza del servizio e dei servitori.
Il federalismo, di cui quasi tutti oggi si dichiarano sostenitori, ha trovato e trova
tuttora una varietà di definizioni: c'è chi lo vuole secondo il principio della
sussidiarietà, chi lo vuole solo fiscale, chi cooperativo e solidale. Credo che proprio
la stessa varietà di queste definizioni esprima ancora l'indeterminatezza delle proposte.
Il passaggio dallo Stato unitario allo Stato federale non è frequente: in Europa, nel
dopoguerra, vi è un solo esempio di soluzione pacifica, la divisione della Cecoslovacchia
(che peraltro era già uno Stato federale) in due Stati indipendenti, la Repubblica ceca e
la Repubblica slovacca.
Le più radicali modifiche, però, devono avvenire nella forma di Governo. Per effetto
della costituzione materiale di cui ho parlato prima, il Governo è stato monopolizzato
dai partiti. Le aberranti definizioni di delegazioni dei partiti che resistono ancora oggi
-, con il relativo capo, componenti del Governo, sono un emblema ed una realtà da
modificare, sostituendole con una marcata alternativa tra maggioranza ed opposizione.
Nelle aule dei parlamenti anglosassoni il governo si siede nei banchi della maggioranza,
che sono fisicamente opposti a quelli dell'opposizione. Non esiste la dialettica fra
Governo e Parlamento: uno dei leit-motiv di cui parla ancora il nostro Presidente
del Consiglio. Esiste una dialettica tra Governo ed opposizione. Magari, per Prodi, c'è
anche una dialettica tra Governo e maggioranza, viste le difficoltà che egli ha
all'interno della sua maggioranza. Forse questa è la giustificazione e voglio
comprenderla del fatto che non si occupa di riforme istituzionali; infatti, se lo facesse,
le diverse tensioni esistenti diventerebbero addirittura esplosive.
L'opposizione poi sulla quale abbiamo ricevuto qualche lezione dal Presidente Prodi
l'altro giorno secondo i canoni di una democrazia compiuta non ha l'obbligo di soccorrere
la maggioranza di Governo, nemmeno assicurando il numero legale. Direi che, salvo i casi
di gravissima emergenza nazionale, come per noi è stato il terrorismo e sono ancora la
mafia e la camorra, con o senza statuto dell'opposizione vi è il diritto-dovere
dell'opposizione stessa di avversare le proposte del Governo, di essere alternativa a
quelle proposte, comunque di criticarle senza indulgenza e senza sconti. È una regola che
deriva dalle elezioni con il sistema maggioritario e sulla base del principio
dell'alternanza. L'opposizione deve trasmettere chiaramente ai cittadini l'idea, il
messaggio che essa, nella stragrande maggioranza dei casi, avrebbe avuto una proposta
diversa perché migliore da quella del Governo.
Certo, questa visione bipolare cozza contro la mentalità consociativa dei fronti
popolari, delle unioni democratiche, degli interessi consociativi, magari mascherati da
valori. Una filosofia consociativa porta molti ad agitare anche il pericolo delle
divisioni. E così sentiamo parlare come di un fatto pernicioso per la democrazia, di
spaccatura in due del paese o del Parlamento.
Questa è una aberrazione, secondo me, sotto il profilo democratico, quando per
"spaccatura" notate bene non si intenda divisione drammatica, razziale, religiosa o
secessionistica della nazione; altrimenti, dovremmo dire che sul piano
politico-parlamentare l'America è spaccata in repubblicani e democratici, la Germania è
spaccata in centro-destra (democristiani e liberali) e centro-sinistra (socialdemocratici
e verdi), il Regno Unito è spaccato in
Pag. 1767
conservatori e laburisti, la Spagna è spaccata, il Portogallo è spaccato e persino i
paesi dell'Est, ex comunisti, sviluppano i loro nuovi sistemi politici in netta
contrapposizione fra ciò che convenzionalmente può definirsi destra e sinistra.
Secondo me, il sistema migliore verso il quale ci dobbiamo avviare, onorevole Cerulli
Irelli, è la bipolarizzazione, anzitutto attraverso l'elezione diretta del Presidente
della Repubblica che sia anche Capo dell'esecutivo. Io non so, onorevole Cerulli Irelli,
quali siano i motivi della lettura che ella dà della crisi, quasi del disastro, dei
sistemi presidenziali. Ne conosco uno bene, la Francia tra l'altro, mia moglie è di quel
paese -, nel quale mi pare che il sistema presidenziale funzioni benissimo; tant'è vero
che il maggiore competitore del generale De Gaulle, il Presidente FranÏois Mitterrand, è
quello che ha segnato il più lungo periodo quattordici anni di permanenza all'Eliseo
senza minimamente pensare di cambiare. Se poi parliamo degli Stati Uniti o se guardiamo
alla Polonia e all'Est europeo, io non vedo questo disastro dei sistemi presidenziali, ma
esattamente il contrario.
Di queste argomentazioni alte ed importanti hanno parlato ieri i capi del Polo; pertanto,
io concludo il mio intervento ricordando che, tra le cose comunque da fare, mi sembra
ormai indispensabile realizzare l'omogeneità dei sistemi elettorali nel nostro paese.
Oggi ne abbiamo una decina e ciò confonde, complica o addirittura allontana i cittadini
dall'espressione del voto.
Voglio fare un accenno fugace al bicameralismo perfetto, che a me sembra una remora alla
legislazione più che una garanzia di perfezionamento delle leggi, come si voleva; finché
anche il Senato sarà eletto a suffragio universale, le cose non cambieranno. Un'altra
riforma da realizzare mi pare riguardi l'unificazione dell'età per gli elettori: non
capisco perché il diciottenne non sia in grado di provvedere all'elezione dei padri della
patria!
Per concludere, signor Presidente, nell'avvio della fase costituente, nella ratifica delle
conclusioni che mi auguro anche se sono abbastanza scettico il Parlamento sarà in grado
di adottare o nell'una o nell'altra di queste fasi, gli elettori dovranno essere chiamati
a dare il loro voto. Questo sarà il vero, nuovo, vincolante patto costituzionale fra gli
italiani, con gli italiani e per gli italiani degli anni duemila (Applausi dei deputati
del gruppo di alleanza nazionale Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Guarino. Ne ha facoltà.
Pag. 1768
una vigilanza pubblica su quasi tutte le manifestazioni del vivere civile e
dell'attività economica. Di qui il prevalere dello schema autorizzatorio come presupposto
della legittimità, o addirittura della liceità, dell'operato dei privati.
Vi sono ragioni strutturali che impediscono ai pubblici poteri di soddisfare
effettivamente le richieste dei cittadini. L'azione pubblica si dispiega secondo schemi
formali; si affida così all'amministrazione il compito precipuo di produrre atti
formalmente perfetti. La rispondenza del contenuto di tali atti alle esigenze che li hanno
generati è da ritenersi un fenomeno del tutto accidentale. I medesimi parametri di
valutazione valgono anche per le amministrazioni locali. È quindi illusorio pensare di
correggere i difetti dell'azione pubblica limitandosi, da un lato, a realizzare il
decentramento funzionale ed amministrativo e, dall'altro, operando sulla forma di Stato e
di governo.
Se si mantiene immutato il modello organizzativo e funzionale, il semplice decentramento
ne aumenterebbe il grado di disfunzione; nello stesso modo, una riconfigurazione della
funzione di governo che non fosse accompagnata da un ripensamento del modello
organizzativo non permetterebbe di conseguire quegli obiettivi di maggiore efficienza e
dinamicità che, viceversa, ci si propone di ottenere. Infine, nessuna riforma dei termini
di azione dei pubblici poteri potrebbe mai mutare il senso di diffidenza ed estraneità
che troppi cittadini nutrono nei loro confronti, se non si stabilisse con la più grande
fermezza il principio generale che l'azione dei poteri, di qualunque specie, deve essere
considerata come una ipotesi sussidiaria rispetto all'autodisciplina dei cittadini, che si
può ammettere dunque soltanto nei casi in cui si possa ragionevolmente ritenere che il
ricorso allo strumento autoritativo sia più idoneo per realizzare gli obiettivi che la
collettività impone.
Si definisce così un nuovo principio di libertà fondato su un dovere di fiducia dello
Stato e di tutte le articolazioni pubbliche nei confronti dei cittadini. Si tratta di un
intervento che si affianca alle ipotesi di riforma di cui si è finora discusso, che non
le pregiudica nei contenuti ma costituisce il presupposto indefettibile perché esse,
qualunque veste concretamente assumano, possano conseguire i risultati dichiarati. Si
tratta di un intervento che potrebbe addirittura essere realizzato sul piano tecnico senza
modificare la Costituzione formale attualmente in vigore, così come senza interventi
formali si è già realizzata, per opera del quadro comunitario in cui si inserisce
l'Italia, una evoluzione della costituzione economica.
Si tratta, però, di una riforma di carattere epocale, perché rende finalmente lo Stato e
gli altri apparati pubblici uno strumento al servizio dei cittadini e non un soggetto che
si contrappone ad essi. Per sua stessa natura questa riforma va compiuta in Parlamento e
va avviata subito, pena l'ammissione non soltanto della rottura del sistema ma
dell'incapacità di tutta la classe politica di esprimere quella fiducia e quel principio
di libertà che giustamente i cittadini pretendono. Non si tratta di mettere in
discussione i principi fondamentali dell'attuale Costituzione, ma di rafforzarli e di
riassumerli ad unità attraverso uno strumento, la volontà rappresentata di tutti i
cittadini; quegli stessi principi fondamentali cui è affidato il compito di proteggere e
sviluppare la libertà.
Questo stesso compito impone il dovere irrinunciabile di associare fin da subito il
Parlamento alla ridefinizione del trattato sull'Unione europea. Così come i trattati già
esistenti hanno ridisegnato la costituzione economica, il nuovo trattato andrà
necessariamente ad incidere anche sulla seconda parte della Costituzione, per il fatto
stesso che sottrae quote di libertà d'azione alla funzione legislativa e di Governo per
affidare nuovi compiti agli organi comunitari e al mercato. È con sorpresa e disappunto
che di questi temi non si è sentito parlare in tale sede.
PRESIDENTE. Onorevole Guarino, mi spiace doverlo fare, ma devo avvertirla che
Pag. 1769
il tempo a sua disposizione è scaduto da oltre un minuto.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole De Mita. Ne ha facoltà.
Pag. 1770
di ordinamento della convivenza della collettività, come un modello al quale
aggrapparci.
Come ho detto poc'anzi, occorre recuperare la memoria, perché le istituzioni vere sono la
storia, sono la politica. Come ha scritto in un suo libro il professor Rebuffa,
l'evoluzione del pensiero, distolto dall'attività più serena della ricerca e della
riflessione, e coinvolto in maniera precipitata nella vicenda politica, ha fatto sì che
l'analisi storica venisse sopravanzata dalla strumentalizzazione politica. Non usciremo
dalla situazione attuale se non ci libereremo dalla discussione strumentale dei problemi.
Infatti, anziché discutere come affrontare le questioni, ci accorgiamo che spesso i
dibattiti sono occasione di accordo o disaccordo, ma non di risoluzione delle questioni
stesse.
È importante lo ripeto recuperare la memoria e ieri l'onorevole D'Alema, nel suo
intervento, che ho ascoltato con molta attenzione, ha tentato di farlo; e per la parte
relativa all'esperienza repubblicana l'ha fatto in maniera notevole, che mi trova
d'accordo. Egli ha ricostruito la storia del nostro paese non dentro le categorie, molto
superficiali, improvvisate, vecchie, nuove, di errori, ma esaminando la complessità della
storia, ricca di contraddizioni, ed anche di straordinarie novità. L'onorevole D'Alema ha
però concluso il suo intervento sostenendo che negli anni settanta la forza propulsiva
dei partiti si è esaurita. Il che è vero, ma nella sua analisi mancano i motivi di tale
esaurimento ed egli non spiega perché adesso dovrebbe riprendere.
A mio avviso, se riflettiamo su queste affermazioni, non dovrebbe esserci difficile
recuperare nella memoria la considerazione che il grande movimento di contestazione, un
grande movimento civile all'interno del nostro paese, ha posto un problema ai quali né la
cultura, né le istituzioni hanno dato risposta. Vi fu, infatti, una grande domanda di
partecipazione nei confronti della quale la cultura e la politica furono distratte. A mio
avviso ci furono tre riflessioni importanti, che vorrei ora ricordare: quella di Paolo VI,
che è intervenuto con grande attenzione su questo fenomeno; quella dell'onorevole
Amendola ed infine quella, credo più rilevante perché avvenuta all'interno di tale
processo, dell'onorevole Moro sulla nuova stagione dei diritti e dei doveri, riflessione
che lo ha accompagnato fino alla morte. Se è così e credo sia così le questioni
maggiori che abbiamo di fronte non sono quelle della forma di Governo e della legge
elettorale, bensì altre, ossia quelle del diritto di cittadinanza e del recupero del
governo delle autonomie. Il vero problema che ha messo in crisi l'ordinamento ed il
sistema istituzionale complessivo del nostro paese è stato l'arricchimento dei diritti
delle persone, che nell'ordinamento costituzionale non hanno avuto riferimento. Noi stiamo
vivendo drammaticamente tale questione perché, sulla scorta di un ordinamento imperfetto,
tutto da rivedere, l'ordinamento dello Stato sociale (le grandi conquiste di libertà che
la coscienza dei cittadini ha maturato nell'esperienza di questi ultimi cinquant'anni,
soprattutto nel nostro paese) ha incrociato un momento di difficoltà economica, nella
quale ci dibattiamo con il rischio di non risolvere né la situazione economica né quella
istituzionale.
Voglio dire tutto ciò all'onorevole Malgieri (chiedo scusa, lo cito ricorrentemente
perché ho ascoltato il suo intervento questa mattina), ma anche agli onorevoli D'Alema e
Berlusconi: c'è una relazione, sul piano del processo storico istituzionale, con
riferimento al diritto di cittadinanza della persona. Questo sorge come diritto di
cittadinanza civile dopo la rivoluzione francese (quindi le istituzioni hanno una sorta di
complementarietà, intendendosi il Parlamento come organo di controllo), vi è poi
l'insufficienza di questo momento e la seconda fase, la cittadinanza politica, con il
riconoscimento del diritto elettorale. Ma l'insufficienza del diritto elettorale, in
assenza della garanzia della libertà della persona e quindi del riconoscimento del
diritto allo studio, alla salute, alla salvaguardia di un minimo di protezione sociale,
come condizione di arricchimento potenziale del processo democratico e di
Pag. 1771
partecipazione, ci pone di fronte ad una situazione rispetto alla quale, onestamente,
balbettiamo. Discutendo di questo problema, oscilliamo tra i tagli alla spesa pubblica
facendo riferimento all'inefficienza, ma ignoriamo che provvedimenti di questo tipo, a
parte la loro discutibilità sul piano economico, porterebbero alla riduzione progressiva
della libertà delle persone. È questa la questione principale da affrontare, anche con
riferimento a tutti i discorsi, che facciamo, di risanamento, di presenza in Europa,
ignorando lo dico solo incidentalmente un aspetto importante: l'accordo di Maastricht,
onorevoli colleghi, non consisteva nell'organizzazione della moneta comune per l'Europa.
La scelta della moneta comune fu di sollecitazione per l'organizzazione degli Stati uniti
d'Europa. Ipotizzare l'organizzazione di una comunità fondata solo sulla moneta unica
significa aderire ad un'organizzazione economica verso la quale saremo continuamente
dipendenti.
Se sta nei termini che ho indicato la riscoperta del governo delle autonomie, non solo sul
piano territoriale, ma anche su quello dell'amministrazione degli interessi complessi,
diffusi e diversificati che le comunità hanno, mi domando come si possa immaginare di
dare risposta alla domanda di pluralismo istituzionale con l'accentramento, nelle mani di
una sola volontà, del potere di amministrare una comunità complessa e ricca come la
nostra. Se le cose non sono così e credo non lo siano dovremo porci di fronte a tale
problematica recuperando la consapevolezza della complessità del problema, misurandoci
tutti, con una disponibilità disarmata, con le complessità dei pregiudizi che hanno
impedito finora di affrontare la questione, seguendo una procedura che ci consenta di
approfondire le problematiche e, alla fine dell'approfondimento, di individuare la forma
istituzionale in grado di risolvere la questione.
PRESIDENTE. Le faccio presente che il tempo a sua disposizione è terminato, onorevole De Mita.
CIRIACO DE MITA. Signor Presidente, concludo perché sono rispettoso dei termini.
PRESIDENTE. Questa è una bella cosa!
CIRIACO DE MITA. Mi toglie la parola probabilmente sulla sola cosa che ...
Pag. 1772
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Sanza. Ne ha facoltà.
Pag. 1773
Questa nuova situazione avrebbe dovuto consigliare un serio intervento sul nostro
impianto costituzionale. Ne parliamo da oltre quindici anni; De Mita, per la verità, ne
parla dal 1969, ma a tutt'oggi non siamo approdati ad un risultato che renda credibili le
istituzioni per il paese.
Oggi non si tratta più di ritoccare alcune parti della Costituzione al fine di garantire
solamente maggiore stabilità all'esecutivo, ma di rivedere le parti relative allo stesso
potere esecutivo, a quello legislativo, all'ordine giudiziario, nonché ai ruoli e ai
compiti del Presidente della Repubblica.
La conflittualità tra i diversi poteri che si è verificata persistentemente in questi
anni ha raggiunto livelli non più tollerabili. Senza un serio ed immediato intervento
potrebbe concludersi con una desolante ed irreparabile decadenza del paese.
Ieri l'amico Buttiglione ha richiamato qui autorevolmente il movimento referendario
promosso dall'onorevole Segni. Quel movimento ha prodotto una legge elettorale che ora
deve essere resa coerente con una nuova forma di Governo e di Stato. Nonostante
l'introduzione è sotto i nostri occhi di un sistema elettorale maggioritario, i
comportamenti dei Governi che si sono succeduti in questi ultimi anni permangono
comportamenti propri di governi di coalizione, lasciando ancora un ampio margine di
confusione tra i ruoli della maggioranza e dell'opposizione.
Si evince dunque la necessità di definire regole certe di convivenza tra maggioranza e
minoranza. La proposta avanzata in questi giorni dal ministro Maccanico non nasce
semplicemente per sopperire alle evidenti difficoltà del Governo Prodi in Parlamento, ma
ha un valore più ampio proprio perché mette in evidenza che la maggioranza non può
arrogantemente instaurare una sua dittatura. Pertanto sono indispensabili regole scritte
per garantire un proficuo dialogo ed una pace istituzionale tra maggioranza ed
opposizione, come avviene in tutte le democrazie mature.
La nuova forma di Governo deve quindi inserirsi in un contesto in grado di garantire
esecutivi che durino per l'intero arco della legislatura. Sembra perciò logico assicurare
la stabilità dei governi facendo eleggere a suffragio universale il Presidente della
Repubblica, al quale andrebbero assegnate anche competenze di governo.
Il modello francese ci appare quello più coerente e compatibile con la storia e la
cultura politica italiana e anche il più convincente alla luce della crisi di
rappresentatività delle forze politiche, proprio come avvenne alla fine della quarta
Repubblica francese. Anche quando dovesse verificarsi un contrasto politico tra Parlamento
e Capo dello Stato è stata dimostrata in quel paese la praticabilità di una
coabitazione.
Ritengo pertanto che il presidenzialismo sia una scelta decisiva, indispensabile per
attuare una forma di Stato di tipo federale, realizzando finalmente quel principio di
sussidiarietà che è fondamentale in uno Stato moderno che voglia garantire più libertà
ai cittadini. In tale ambito devono essere definiti ex novo i rapporti tra Stato
centrale e organizzazioni di governo delle regioni e degli enti locali, devono essere
chiarite le competenze che appartengono alle regioni e circoscritte con chiarezza quelle
che restano allo Stato. Si deve fare attenzione all'eventualità paventata sulla stampa in
questi giorni, che, se tale questione non dovesse essere affrontata e risolta in modo
convincente, alcune regioni hanno già fatto sapere di essere pronte a promuovere un
referendum nazionale abrogativo del decreto del Presidente della Repubblica n.616 che
fissa i loro attuali poteri.
Nella discussione di ieri, signor Presidente, qualche collega della lega ha sostenuto che
i meridionali sono restii alle riforme. Niente di più falso. Vorrei ricordare agli amici
della lega che nel sud del paese non c'è alcun timore per le riforme e non si teme
affatto il federalismo. Per troppi anni i meridionali hanno dovuto subire uno Stato
centralista, tutto teso a favorire soprattutto gli interessi forti del paese, che
certamente non sono al sud.
Pag. 1774
Le autonomie locali e quindi il federalismo, lo hanno spiegato sia Salvemini sia Sturzo
non è il caso di richiamarlo in questa sede, ma è bene limitarsi a sottolinearlo
potrebbero essere la soluzione proprio dell'annosa questione meridionale. Anzi, un
richiamo va fatto su un altro scenario che matura al nord. In alcuni centri, da parte di
taluni sindaci dell'Italia settentrionale, è stato ipotizzato un federalismo delle
città. Questa proposta, che nasce da un esasperato e ingiustificato localismo, ma sempre
al nord, è una tentazione che deve essere scongiurata. Infatti il puro e semplice ambito
comunale non potrebbe mai garantire l'esercizio di un'autentica autonomia; porterebbe
invece ad una dannosa polverizzazione del paese.
L'architettura di uno Stato federale, con l'elezione diretta del Capo dello Stato, deve
anche prevedere il superamento del bicameralismo, ormai anacronistico. Si dovrà dar vita
ad una Camera con poteri legislativi e ad una seconda Camera delle regioni con compiti di
programmazione, indirizzo e controllo dell'attività di Governo. Nei rapporti tra
Parlamento e Governo deve essere mitigato l'eccessivo parlamentarismo, che è causa di
instabilità e, come abbiamo assistito nel dibattito di questi giorni, di accuse tra
maggioranza ed opposizione. Si impone quindi l'urgenza di un ripensamento dell'istituto
parlamentare che vive oggi una crisi profonda, determinata dalla occupazione di spazi
parlamentari sempre più crescenti da parte del Governo che, con l'emanazione di numerosi
decreti-legge, svuota il Parlamento della propria iniziativa legislativa.
Qui si potrebbe iniziare a discutere dalle proposte del ministro Maccanico, relative ai
tempi certi da assegnare all'iter parlamentare dei disegni di legge di conversione, alle
corsie preferenziali per gli stessi ed alla eventuale opportunità della loro
inemendabilità.
Infine, deve essere rivisto anche l'ordinamento giudiziario affinché sorga un rinnovato
rapporto del cittadino con la giustizia.
Un paese moderno e competitivo, dunque, deve operare con il consenso dei cittadini
attraverso Governi solidi, Parlamenti in grado di legiferare in tempi ragionevoli ed una
giustizia efficiente e garantista. Fare dell'Italia un paese all'altezza dei tempi è
interesse di tutti, e in questo raccogliamo la positiva dichiarazione di ieri
dell'onorevole D'Alema. Mi auguro pertanto che nella maggioranza prevalgano il realismo di
Maccanico e la disponibilità di D'Alema e non la forza ricattatoria di alcuni (come
rifondazione comunista) ispirata solamente dall'istinto di sopravvivenza; e non vorrei che
questo istinto fosse presente anche fra gli amici popolari.
Per realizzare una riforma così vasta, la semplice applicazione dell'articolo 138,
previsto dalla Costituzione...
PRESIDENTE. Onorevole Sanza, la prego di concludere.
ANGELO SANZA. Mi avvio alla conclusione, Presidente.
Pag. 1775
questo paese (Applausi dei deputati dei gruppi del CCD-CDU e di forza Italia).
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE LORENZO ACQUARONE (ore 11,55)
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Meloni. Ne ha facoltà.
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PIERLUIGI PETRINI (ore 12)
GIOVANNI MELONI. I due problemi quello del Parlamento e quello delle autonomie
definiscono, a mio modo di vedere, l'orientamento di fondo rispetto al quale è necessario
atteggiarsi parlando delle riforme istituzionali, quello cioè di recuperare una grande
dimensione democratica per il nostro sistema politico, che è andato perdendola nel corso
di questi anni.
Da questo punto di vista, non possiamo non riaffermare che siamo contrari ad ogni forma di
presidenzialismo e, a chi dice che i sistemi costituzionali possono essere importati
perché considerati astrattamente come ben funzionanti, ricordiamo che quando questo
genere di "importazioni"
Pag. 1776
si è verificato nel corso di questo secolo e anche verso la fine di quello passato in
paesi assai importanti, come l'America latina, i risultati sono stati per lunghissimo
tempo assai dannosi. Siamo, quindi, per una riforma che punti essenzialmente
all'allargamento della democrazia e al coinvolgimento dei cittadini nell'esercizio dei
poteri.
Per questa ragione, riteniamo sia improponibile l'idea della costituente. Da questo punto
di vista, infatti e sono completamente d'accordo con quanto affermato dal collega Cerulli
Irelli dobbiamo pensare alle riforme istituzionali come ad un insieme di modificazioni che
riguardano non soltanto la norma costituzionale, ma anche il modo di essere delle leggi
ordinarie che regolano, per esempio, l'amministrazione e lo stesso modo di essere di
quest'ultima. Allora, collega Cerulli, forse il punto non è tanto quello
dell'attribuzione di poteri regolamentari al Governo, quanto piuttosto il fatto che,
nell'ambito di una riforma autonomistica veramente profonda, tutti i poteri d'esecuzione,
anche delle leggi approvate dal Parlamento, dovrebbero essere dislocati a livello
regionale.
Ebbene, il solo pensare ad una riforma di questo genere determina, naturalmente, la
constatazione che agire soltanto sulla norma costituzionale sarebbe assai al di sotto
delle esigenze che ci poniamo. Mi sembra, pertanto, che la sede propria in cui l'insieme
delle riforme debba essere attuato non possa che essere il Parlamento, non solo per le
ragioni che sono state esposte, per le contrarietà che anche sul terreno teorico suscita
l'idea di un'assemblea costituente, ma anche per ragioni pratiche e profonde, tali da
garantire l'attuazione effettiva di quel tipo di riforma.
Ma parlando del tipo di riforma e chiudo con questo argomento vorrei fare un'osservazione
di natura interamente politica. Si ha la sensazione, per esempio leggendo i giornali di
oggi, che stia come sorgendo una nuova teoria intorno al consociativismo: questo è un
male se venisse realizzato in relazione agli obiettivi di Governo, ma è un bene se lo si
realizzasse sulle questioni che riguardano gli assetti istituzionali. Questo doppio
binario magari si potrebbe giustificare con l'idea che, siccome per le riforme
istituzionali sono necessarie maggioranze diverse da quelle che occorrono per la
legislazione ordinaria, allora, in qualche modo, il consociativismo può essere
"iscritto" nella Carta costituzionale. Non credo che sia così; sono invece del parere
che un'ipotesi di riforma costituzionale si basa su principi e, come ogni indirizzo
politico, su interessi precisi. Non esiste una forma statuale che risponde a tutti gli
interessi possibili: ci sono forme che tutelano meglio certi interessi ed altre che li
tutelano meno bene.
Credo che chi è stato eletto in Parlamento il 21 aprile, con un voto espresso in
relazione alla tutela di certi interessi, contrapposti ad altri, non possa oggi pensare
che tutti questi interessi, nel loro complesso, possano unire per costruire insieme il
nuovo disegno istituzionale. Non è questa la strada, non solo perché sarebbe impensabile
che in Parlamento ci fossero due maggioranze una per la politica del Governo, l'altra per
le riforme istituzionali ma perché sarebbe assolutamente inconcepibile che noi, dopo aver
ottenuto i voti in relazione a certi interessi, producessimo oggi un modello istituzionale
che invece in qualche misura quegli interessi trascura o addirittura tradisce.
Credo allora, signor Presidente, che occorra riaffermare che la maggioranza ha necessità
di trovare al suo interno un equilibrio anche sulle questioni di carattere istituzionale e
che, sulla base di questo, si debba promuovere il confronto con altre forze (nel tentativo
di allargare la maggioranza) e nel paese, per sapere quale sostegno potrebbe avere il
disegno ipotizzato dalla maggioranza.
Questa mi sembra la strada che dobbiamo percorrere e noi dichiariamo di essere a ciò
totalmente disponibili.
Non siamo invece disponibili a seguire eventualmente la teoria del nuovo consociativismo (Applausi
dei deputati del gruppo di rifondazione comunista-progressisti Congratulazioni).
Pag. 1777
Pag. 1778
necessario stabilire che questo processo deve giungere a conclusione da qui a due anni,
che sono già un tempo molto lungo. Entro due anni, cioè, si deve andare ad un referendum
confermativo, per far sì che il corpo elettorale possa approvare il lavoro che la
Commissione ed il Parlamento avranno svolto. Un referendum confermativo, più referendum
su distinte materie, su distinti oggetti, in modo da lasciare all'elettore la possibilità
di pronunciarsi separatamente sulle questioni della forma di Stato e della forma di
Governo? Ne parlò per la prima volta il Presidente Cossiga nel messaggio alle Camere.
Siamo disponibili a separare in distinti oggetti come diceva Cossiga materie definite ed
oggetti individuati, purché però nella legge di procedimento si stabilisca che cosa
eventualmente accadrebbe qualora il corpo elettorale dovesse approvare un referendum e
respingere l'altro. Bisogna inevitabilmente prevedere una procedura che consenta, ad
esempio, di ritornare in Commissione e formulare una nuova proposta; a meno che ma questa
ipotesi mi sembra difficile vogliate accedere all'idea di un referendum che contenga anche
diverse opzioni e che, quindi, consenta già al corpo elettorale di potersi pronunciare in
via alternativa su una o l'altra delle soluzioni che possono essere proposte dalla
maggioranza e da una minoranza significativa.
Nei pochi minuti che mi rimangono, vorrei tentare di affrontare un'altra questione, che
sottopongo in particolare ma non solo evidentemente ai colleghi del partito popolare.
Noi siamo mossi da un'autentica volontà di dialogo. Vogliamo varare determinate riforme,
quelle che riteniamo necessarie e giuste per il nostro paese, e siamo animati da una
volontà di dialogo vera; non vogliamo utilizzare in alcun modo la questione delle riforme
per speculare strumentalmente all'interno della maggioranza e sulle contraddizioni che
essa ha sul tema delle riforme.
Il nostro obiettivo è quello di realizzare davvero le riforme e credo di averne dato
prova anche personalmente già venerdì scorso in Commissione affari costituzionali,
quando abbiamo discusso della riforma dell'articolo 77 della Costituzione ed abbiamo
affrontato il dibattito sulla proposta di legge costituzionale presentata proprio dai
colleghi del PPI, la n.1571 citata poco fa anche dal collega Cerulli Irelli nel suo
intervento -, perché non pone giustamente solo il problema della riforma dell'articolo
77, ma anche quello della modifica dell'articolo 72 della Costituzione. Essa contiene una
disposizione di estrema importanza, la quale stabilisce che su richiesta del Governo sono
inseriti con priorità nel calendario ed iscritti all'ordine del giorno delle Camere,
secondo le norme dei rispettivi regolamenti, i disegni di legge presentati o accettati dal
Governo. In Commissione ho detto che questa era una norma in qualche modo rivoluzionaria
per il nostro paese, non solo per quanto riguarda il periodo repubblicano ma anche per
quello che va dall'unità d'Italia ad oggi, perché di fatto la norma fa parte di una
concezione secondo la quale è il Governo la guida del procedimento legislativo in
Parlamento.
Si tratta di un'impostazione opposta a quella di cui si discute in seno alla Giunta per il
regolamento, in base alla quale si pensa di affidare ulteriori poteri di indirizzo
politico ai Presidenti delle Camere (ma non so a quale logica un simile principio
corrisponda).
Il dialogo va portato avanti proprio su questo tema; introdurre una norma come quella
citata significa distinguere nettamente tra regime parlamentare e regime assembleare. Sono
due cose completamente diverse!
E allora, se i colleghi popolari vogliono proporre una riforma in senso parlamentare,
devono avere il coraggio di andare fino in fondo nella logica del sistema parlamentare. In
esso, il premier ha, per esempio, il potere di scioglimento del Parlamento: lo ha
in Gran Bretagna, in Spagna e in Svezia. Intendete proporre questo principio o no? E come
intendete porvi di fronte al fatto che i sistemi parlamentari in Gran Bretagna e in
Germania funzionano solo grazie ai sistemi politici che garantiscono la coincidenza fra leader
e
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premier, senza la quale il sistema parlamentare non funziona? Il premier
può essere la guida del procedimento legislativo in Parlamento se è anche il leader
della coalizione, se il baricentro è dentro il Parlamento e non fuori.
E come è possibile garantire tutto questo, non avendo noi un sistema bipartitico come la
Gran Bretagna, non avendo il sistema bipolare che ha la Germania (nella quale solo due
partiti ambiscono ad esprimere il cancelliere)? L'unica strada è l'elezione diretta, la
legittimazione popolare diretta del vertice dell'esecutivo, in questo caso del premier.
È l'unico modo per garantire tutto questo, oltre alla stabilità e alla governabilità.
Se si vuole proporre un simile sistema, bisogna andare fino in fondo, altrimenti non è
sufficiente una modifica del procedimento legislativo per assicurare stabilità e
governabilità, con il sistema politico attuale e finché esso non si sarà evoluto. A
quel punto, sarebbe superfluo, come in Inghilterra, prevedere l'elezione diretta del premier.
PRESIDENTE. Onorevole Calderisi, la prego di concludere!
PRESIDENZA DEL PRESIDENTE LUCIANO VIOLANTE (ore 12,20)
VALDO SPINI. Nella democrazia imperfetta di quegli anni fu il rapporto di fatto (e non
a caso sia D'Alema sia De Mita lo hanno ricordato) tra i grandi partiti di massa che
rimediò all'insufficienza delle strutture statuali ed istituzionali. Oggi la democrazia
dell'alternanza non può più permettersi ciò e deve riconoscere in pieno l'importanza
dell'architettura istituzionale, sia centrale che periferica, sia di governo che
federalistica del nostro paese.
Pag. 1780
Nei pochi minuti che ho a disposizione vorrei fare una specie di "operazione
verità". È vero, nell'Ulivo vi sono due impostazione culturali che si fronteggiano; mi
auguro non siano inconciliabili, ma credo che debbano essere espresse alla luce del sole
anche in questo dibattito.
Vi è innanzi tutto un filone culturale che vede in genere impegnati, nel caso dell'Ulivo,
uomini e formazioni politiche provenienti dall'esperienza politica del cattolicesimo
democratico del dopoguerra. Questo filone punta sul rafforzamento del leader della
maggioranza di Governo, secondo una gamma di posizioni istituzionali che vanno dal
cancellierato, sostenuto dall'attuale partito popolare ed espresso con molta pacatezza ma
anche con molta serietà ieri dall'onorevole Mattarella, fino all'elezione diretta del
primo ministro, sostenuta dal referendario onorevole Mario Segni. Secondo questa
impostazione, è al leader della maggioranza che vanno conferiti nuovi e più ampi
poteri ed è nel leader della maggioranza, primo ministro, che viene individuata la
chiave di volta della risoluzione del problema della stabilità.
L'altro filone di pensiero politico che ritengo di poter individuare discende
culturalmente dal partito d'azione e può richiamare, direi, l'impostazione culturale
degli interventi di Piero Calamandrei all'Assemblea costituente, anche se non lo segue
fino al presidenzialismo all'americana che fu da lui allora sostenuto. Si tratta di un
filone di pensiero secondo il quale non va tanto eletto il capo di una maggioranza, ma una
figura di Presidente della Repubblica di cui sia sottolineato il ruolo di garante
dell'unità nazionale, di supremo vertice delle istituzioni, di supremo moderatore della
vita politica del paese (di cui, naturalmente, sono protagonisti i partiti), di garante
della continuità della presenza internazionale ed europea dell'Italia. Un Presidente
della Repubblica eletto direttamente, che non assommi in sé anche la figura di primo
ministro, il quale deve essere responsabile con il suo Governo di fronte al Parlamento,
che può mutare con il mutare dell'orientamento dell'elettorato ma anche di fronte
all'inevitabile logoramento che a volte subisce qualsiasi esperienza di governo ed il suo
prestigio.
Questo è il nostro semipresidenzialismo e per questo abbiamo presentato in Parlamento la
cosiddetta "proposta Sartori". Per questo la riproponiamo, unitamente al sistema
elettorale maggioritario a doppio turno, che ci sembra, nell'ambito dello stesso
maggioritario, il sistema elettorale più trasparente e limpido. Proprio oggi un
autorevole editorialista, Gianni Corbi, invitava la sinistra italiana a riconoscere il suo
debito con il partito d'azione e il suo peculiare socialismo laico-risorgimentale, che
guardò subito al laburismo di allora come a quel socialismo non marxista e non dogmatico
a cui ispirarsi in un'Europa moderna.
Noi proponiamo questa sfida a tutta la sinistra democratica del Parlamento. Il dibattito
culturale nell'Ulivo è fecondo, deve essere rispettoso, non può essere paralizzante.
Proponiamo tale sfida in un confronto senza pregiudiziali alle forze del Polo. L'onorevole
Fini ha formulato alcune notazioni veramente "fini" sul fatto se questo dibattito possa
giovare o meno al Governo. Non entriamo in questo argomento; il Governo ha deciso di
rimanere fuori e credo sia bene lasciarlo fuori dalle strumentalizzazioni di tale
dibattito. Il vero problema è se faremo emergere, in questo Parlamento, la maggioranza
semipresidenzialista che potenzialmente esiste.
Noi demmo credito all'esplorazione dell'onorevole Berlusconi nello scorso inverno. Egli
poi si scoraggiò come esploratore; mi auguro che ora in questo Parlamento, dopo le
elezioni, sia capace ed effettivamente responsabile nel condurre avanti il dibattito ed il
confronto. Lo strumento non può essere un'assemblea costituente. Assemblea costituente
significa fare una campagna elettorale, non mettersi a lavorare sulle riforme. Non possono
essere però nemmeno due Commissioni speciali alla Camera e al Senato, una sorta di
doppioni delle Commissioni affari costituzionali. Deve essere una Commissione bicamerale
eletta con legge costituzionale, a mio parere dotata di poteri redigenti,
Pag. 1781
che possa cioè predisporre un testo sul quale il Parlamento possa deliberare
esprimendo un voto globalmente favorevole o contrario, e per la quale prevedere uno o più
referendum confermativi per poter dare una sanzione popolare al processo nel suo
complesso.
Noi sediamo su questi banchi cinquant'anni dopo i costituenti e credo mi rivolgo in
particolare agli amici popolari che sarebbe veramente una grande prova di vitalità di
questa Costituzione e di questa democrazia se, proprio in base ai loro dettami fossimo in
grado di riformare nel profondo le istituzioni del paese, del suo Governo e di questo
Parlamento. Se non fossimo in grado di farlo sarebbe allora evidente che il tema della
costituente, al di là di come la pensa ciascuno di noi, emergerebbe con forza ed
autorevolezza. Di questa costituente, al di là dell'elemento strumentale, temo
oggettivamente una discontinuità che non mi augurerei perché ritengo che la democrazia
italiana non ne abbia bisogno.
Tutto questo, certo, implica una reale assunzione di responsabilità, con la definizione
di procedure e tempi certi, a condurre a termine questo processo. Mi sia anche permesso di
auspicare che la Commissione che andremo ad istituire abbia un presidente di alta caratura
politica che si senta responsabile del compito affidatogli e che le forze politiche non lo
abbandonino a se stesso qualora tale compito fosse in qualche modo insabbiato. Questa
tredicesima legislatura non può infatti non essere la legislatura delle riforme. È una
legislatura che si apre all'insegna della stabilità, della governabilità e non può
avere quindi in alcun modo scusanti, alibi ed attenuanti se non dovesse procedere in
questa direzione.
Ecco perché abbiamo voluto partecipare a questo dibattito. Come sempre accade, anche in
televisione, ci sono la prima e la seconda serata, ossia un dibattito trasmesso dalla
televisione ed un dibattito con gli amici e le amiche parlamentari che sono qui ad
ascoltarci. Tuttavia, abbiamo voluto lo stesso prendere la parola perché la posizione che
vogliamo assumere è molto chiara ed intransigente: le riforme si devono fare davvero e si
deve esprimere la volontà di dotarci di strutture proprie di una democrazia moderna, una
democrazia che supporti l'alternanza, una democrazia che sia capace di dare all'alternanza
i pesi ed i contrappesi necessari. Dobbiamo svolgere questo dibattito alla luce del sole,
senza strumentalizzarlo a questa o quella maggioranza, a questo o quel cambiamento di
equilibri nel Governo, proprio perché le regole del gioco sono nell'interesse di ciascuno
di noi. Chi si troverà o si trova alla guida del paese, ha interesse ad avere regole del
gioco che diano a tale guida un significato concreto e preciso.
Per questo, signor Presidente, onorevoli colleghi, mi auguro che come sembra sulla base
delle notizie la notte abbia portato consiglio e si possa superare questa sorta di
discrasia di ricette strumentali per giungere a tale fine. È nostro fermo augurio che si
possa concludere oggi il dibattito con una risoluzione che ci fornisca uno strumento
unitario per procedere su questa strada. Guai a noi se avessero ragione quelle analisi
politologiche di oggi secondo le quali abbiamo trovato un modo per perdere un po' di
tempo, perché il tempo non si può perdere per la democrazia italiana, per la sua
salvezza e per il suo avvenire.
È questo il nostro fermo intendimento con l'auspicio che questa sessione possa davvero
avere carattere storico. Se infatti la tredicesima legislatura fosse capace di completare
il disegno dei costituenti, credo davvero che potremo dire a buon diritto di essere
protagonisti di una stagione davvero importante della democrazia italiana (Applausi).
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Pivetti. Ne ha facoltà.
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elettorali per le elezioni politiche, nonché determinanti per la chiusura della scorsa
legislatura, durante la quale questo dibattito ha avuto luogo in due occasioni. Forse
altre volte il tema avrebbe potuto essere approfondito (chi era presente senz'altro lo
ricorderà) poiché esisteva la volontà diffusa di riprendere il discorso, più spesso di
quanto non si sia effettivamente potuto fare. Paradossalmente potremmo dire che non si è
riusciti a discutere per la troppa tensione verso questo argomento.
Dunque, le istituzioni hanno tentato, ed ancora una volta tentano, di dare una risposta.
È un tentativo, è solo un tentativo, perché fino ad ora non vi sono stati risultati, ma
è comunque un tentativo doveroso, giusto, a fronte di una domanda che nel paese è
crescente. È, infatti, sui temi delle riforme istituzionali che si sono avute le grandi
mobilitazioni popolari in questi anni. È sul tema delle riforme istituzionali,
considerate da diversi punti di vista, che è cambiata la fisionomia politica del paese.
È su questo tema che sono nate nuove forze politiche: penso, innanzitutto, alla lega,
vero motore del cambiamento, e penso ai referendum sulla legge elettorale.
Una domanda ripeto diffusa e crescente nel paese, che trova certo alimento anche in una
insoddisfazione generata dalla presente congiuntura economica e quindi si accompagna a
giustificate rivendicazioni in questo campo sia da parte di chi cerca lavoro, e non lo
trova, sia da parte degli imprenditori, che si vedono ridotta, se non negata, la libertà
di iniziativa economica da uno Stato troppo invadente e spesso dissipatore. Si tratta
tuttavia di una domanda che ha radici più profonde, che si radica nella stessa crisi di
fiducia nei confronti delle istituzioni dello Stato, percepite come inefficienti, quando
non corrotte, comunque lontane ed ostili.
La domanda di riforma che viene dal paese è dunque la richiesta di un nuovo rapporto con
lo Stato, è una volontà diffusa di ricostruire il rapporto con lo Stato stesso. Ancora
una volta gli italiani, dando prova di grande spirito democratico, hanno conferito
civilmente al Parlamento mandato di rispondere a tali esigenze. È per questo che il
Parlamento non può permettersi di deludere ancora una volta le aspettative dei cittadini.
È per tale motivo che parlando in quest'aula, con o senza la presenza della televisione
collega Spini ciascuno di noi sa ed ha ben presente che si sta rivolgendo al paese, a quei
cittadini in nome dei quali ciascuno dei membri dell'Assemblea è stato investito di
mandato rappresentativo.
Il nostro primo dovere è quello di comprendere la natura della domanda che sorge dal
paese; capire cioè che, se essa nasce da un disagio e da osservazioni di tipo pratico o,
talvolta, anzi spesso, economiche, alle quali bisogna dare una risposta concreta di
efficienza, è tuttavia venuta maturando nel tempo la consapevolezza che gli interventi
non possono essere palliativi e localizzati su diversi settori ed ambiti di inefficienza,
ma devono portare a cambiamenti strutturali. Il che significa, tanto per fare un esempio,
che di fronte alla tendenziale ingovernabilità della finanza pubblica non si può
rispondere solo con la localizzazione regionale del prelievo fiscale o con il
decentramento amministrativo (la questione della riforma, del mutamento istituzionale
della forma dello Stato, infatti, è più un problema di finanza pubblica e di come questa
si rapporta con l'insieme dei poteri dello Stato che di semplice autonomia
amministrativa).
Se la domanda di riforme è la richiesta di ricostruire un rapporto con lo Stato, allora
il problema è quello della dignità del cittadino di fronte alle istituzioni che lo
rappresentano. È, insomma, un problema, anzi una domanda di libertà e questa non
interessa solo il cittadino singolo, il quale è sempre troppo solo e troppo debole di
fronte allo Stato, che è comunque troppo potente. La domanda, cioè, non è solo quella
di vedere finalmente tutelati, e non più negati, diritti individuali. Questa domanda di
libertà è venuta crescendo come domanda di libertà per i corpi sociali intermedi, ossia
tutte le aggregazioni libere di cittadini, e non solo gli enti locali, come qualcuno
sembra intendere (corpi sociali intermedi sono le comunità naturali, dalla famiglia a
tutte le libere associazioni di
Pag. 1783
persone: anche gli enti locali, se vogliamo, ma non solo). È quindi una domanda
complessa di libertà, davvero figlia, e davvero degna, della società postindustriale. È
una domanda di libertà di lavorare e di intraprendere, di educare secondo i valori che si
amano e che danno un volto ed un significato alla comunità di cui si è parte: libertà
di governare a tutti i livelli i processi collettivi.
Dall'insoddisfazione, dunque, ha preso corpo una diffusa domanda di libertà, non solo
individuale, ma collettiva. È qui che trova le sue radici ed il suo significato primo la
richiesta, la proposta (un tempo solitaria e perciò aggredita e criminalizzata, oggi,
invece, a quanto pare, largamente condivisa, almeno a parole) di un assetto federale dello
Stato: federalismo, cioè, come garanzia per i corpi sociali intermedi, garanzia
istituzionale e costituzionale dell'arretramento dello Stato rispetto alle funzioni di
gestione e di governo diretto, fino a fermarsi a quelle di controllo e di garanzia, di
tutela, specialmente dei soggetti più deboli. Uno Stato, insomma, che si vuole meno
invadente e, perciò, più funzionale, nel senso di più prossimo alla funzione che è ad
esso propria in una società sviluppata e complessa. Per dirla in breve, più società e
meno Stato, dove la società è l'articolazione dei corpi intermedi, appunto. È di qui
che passa la ricostruzione di un rapporto con lo Stato e ciò, naturalmente, è un bene
per tutti, anche se questo punto di vista è particolarmente caro ai cattolici, perché
esso informa tutta la dottrina sociale della Chiesa. È questo, infatti, il contenuto più
proprio di quel principio di sussidiarietà che viene tanto spesso citato, di questi
tempi, anche se non sempre a proposito.
Si è dunque, in questi anni, avviato un processo irreversibile di presa di coscienza
collettiva, più o meno avanzata nelle diverse parti del paese, del fatto che il singolo
non è più solo, burocraticamente, un contribuente o un elettore, e nemmeno solo un
cittadino, ma essenzialmente una persona, cioè un nodo di relazioni, con una storia, una
comunità a cui appartiene ed un'identità. Tale identità ha dignità politica, ha
diritto di trovare espressione nelle istituzioni, che hanno il dovere, per parte loro, di
garantirla. Direi che solo un certo perbenismo ha potuto, peraltro in malafede, presentare
questa rivendicazione come egoismo localistico da condannare, dove invece si tratta di un
riaffermarsi orgoglioso delle radici popolari e più profonde delle dinamiche della
società.
Questa rivendicazione è liberante, è sommamente costruttiva, perché là dove chiede
l'arretramento, l'alleggerimento dello Stato, potenzia ed espande dei valori comunitari,
non certo le brame e le avidità individuali, come un certo liberalismo egoista, invece,
vorrebbe. È cioè intimamente e profondamente rivoluzionaria, è capace davvero di
scardinare i peggiori come si dice poteri forti, che siano di tipo economico-finanziario
oppure i monopoli culturali o lo strapotere dello Stato stesso. Di fronte ad una domanda
di questa intensità, appare cinico l'attardarsi delle istituzioni, o per lo meno di parti
di esse, in manovre di intrallazzo, nello scambio di sorrisi, troppo spesso volti soltanto
a coprire la reciproca tutela di interessi di parte.
È cinico rispondere con l'ennesima Commissione bicamerale, che è debole e lenta. Il
fallimento è prevedibile sin d'ora. Invece di risposte, in questo modo si costruiscono
alibi per non darle. Questo è cinismo ed è disprezzo per la gente e per le istituzioni.
Cinismo che apre la strada all'altro cinismo inaccettabile, quello di chi delegittima le
istituzioni democratiche perché, per principio, sarebbero incapaci di rispondere alla
domanda del paese.
Le riforme non nascono in Parlamento, questo è senz'altro vero. Nascono nel paese, tra la
gente, nella vita quotidiana, ma il Parlamento deve, perché può, rispondere. Per quanto
umiliato ed abusato da interessi di parte, per quanto afflitto dai mali dell'avidità e
dell'egoismo, il Parlamento resta la sola garanzia davvero valida per tutti di avere spazi
di democrazia. Forse nessuno come chi (come tutti noi peraltro) ha servito e serve questa
istituzione e fra noi chi l'ha servita e la serve con particolari compiti e
responsabilità,
Pag. 1784
ne ha conosciuto e ne conosce bene i limiti, le debolezze, i tradimenti, le viltà di
fronte al mandato popolare e al dettato costituzionale.
Ciò non di meno è il Parlamento e non altri il garante ultimo della libertà. Allora
promuova il Parlamento con legge costituzionale l'elezione di un'assemblea costituente
(magari non troppo numerosa, magari con un mandato ed un tempo limitati) e contestualmente
promuova, sempre con legge costituzionale, un referendum di indirizzo sulla forma dello
Stato, come avvenne cinquanta anni fa. Si ascolti il popolo italiano su una scelta così
importante e, su suo mandato, si operi. La risposta, qualunque essa sarà, dovrà tener
conto delle esigenze, dei bisogni di tutto il paese; dovrà ricostruire il rapporto con lo
Stato per tutti i cittadini, per tutte le famiglie, per tutte le comunità, i corpi
sociali intermedi appunto, che vivono in Italia, valorizzando e non punendo le differenze,
promuovendo la grande ricchezza che sono le diverse culture del nostro paese ed
individuando strumenti economici ed anche istituzionali adeguati a rispondere per tutti!
alla domanda di libertà.
Sottrarsi a questo compito, per arduo che possa essere, rifiutarsi di servire nelle
istituzioni il popolo, altro non sarebbe che un tradimento. Grazie (Vivi applausi dei
deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania e del deputato
Buttiglione Molte congratulazioni).
PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PIERLUIGI PETRINI (ore 12,43)
GIUSEPPE DETOMAS. Questo fa sì che il Parlamento debba trovare in tempi rapidi una
soluzione all'esigenza di cambiamento. In questo senso la strada percorribile, e che può
garantire entro breve quel segnale che tutti aspettano, è la costituzione di un'apposita
Commissione speciale.
L'ipotesi di un'assemblea costituente, per contro, non pare una soluzione condivisibile,
posto che questo Parlamento, con le sue prerogative costituzionali, ha già ottenuto un
mandato pieno dal popolo italiano.
C'è la necessità di porre mano a tutta la seconda parte della Costituzione per incidere
con una radicale riforma sia sulla forma di Stato sia sulla forma di Governo. Per quanto
attiene alla prima delle due questioni, è maturata ormai l'idea della necessità di
arrivare ad una riorganizzazione in senso federale dello Stato, anche se molto spesso il
termine federalismo è stato travisato e svuotato di contenuti. È mia opinione, invece,
che per arrivare ad una seria ipotesi di riforma l'organizzazione in senso federale dello
Stato, con la piena attuazione dei principi di autonomia costituzionale, di
sussidiarietà, di autosufficienza finanziaria, sia una condizione irrinunciabile.
È evidente che, se di nuovo assetto dello Stato si deve parlare, questo non può
prescindere dalle esigenze e dalle aspirazioni delle popolazioni coinvolte in questa
operazione, nell'ottica e nello spirito del principio di autodeterminazione e del
cosiddetto federalismo dal basso. Un'operazione di riordino dell'assetto istituzionale
dello Stato non può prescindere dal consenso delle popolazioni che dovranno vivere in
prima persona questa fase di ridisegno
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e di nuova configurazione delle istituzioni territoriali.
A questo riguardo ho in mente la manifestazione che si è tenuta domenica scorsa sul passo
Sella, nel cuore delle Dolomiti, a cavallo tra le province di Trento e di Bolzano, in cui
4 mila ladini, nel ricordare la storica adunata di cinquant'anni fa, ne hanno ribadito le
ragioni, elevando ben alta la loro protesta per essere stati durante il periodo fascista,
loro, un unico popolo che ha condiviso per secoli una storia, una cultura ed una comune
patria, divisi in tre province e due regioni, enti territoriali diversi che hanno
riconosciuto loro status giuridici di tutela del tutto differenti.
Questa divisione dei ladini ha creato tre microscopiche comunità tra loro separate,
assediate dai modelli culturali dei gruppi italiani e tedeschi, senza strumenti efficaci
di comunicazione che ne garantiscano una crescita ed uno sviluppo culturale omogeneo.
Questa divisione, si diceva, mette in discussione, giorno dopo giorno, la stessa
sopravvivenza del popolo ladino. Da tale triste vicenda il Parlamento ha la possibilità
di trarre un prezioso insegnamento in ordine a ciò che non si dovrà mai più fare.
È per questo che mi permetto di insistere sul fatto che la presenza dei rappresentanti
delle minoranze linguistiche, delle regioni o delle province a statuto speciale nella
Commissione che dovrà elaborare il progetto di riforma dello Stato diventa fondamentale
ed essenziale.
L'esperienza maturata dalle autonomie speciali nella gestione delle competenze assegnate
loro dagli statuti e di quelle delegate loro dallo Stato ha spesso rappresentato un
laboratorio in cui si sperimentava un diverso modo di amministrare la cosa pubblica, pur
nel quadro di uno Stato centralista. Queste realtà rappresentano un patrimonio per tutti,
un patrimonio che nella fase attuale torna utile valorizzare pienamente.
Quanto alla revisione della forma di Governo, non penso possa essere messa in discussione
la centralità, nella vita politica italiana, del Parlamento, che va inevitabilmente
riformato nel senso di un superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto, con la
previsione di una Camera delle regioni costituita dai rappresentanti designati dalle
regioni stesse.
Se la necessità di governabilità e di stabilità consiglia un rafforzamento
dell'esecutivo, ciò nondimeno il rapporto fiduciario tra il Parlamento ed il Governo non
può venir meno. In questa ottica anche al ruolo del Presidente della Repubblica non può
che assegnarsi una funzione di garanzia e di controllo.
Le caratteristiche della storia e delle tradizioni politiche dell'Italia non consentono
certo di ricalcare pedissequamente modelli altrove sperimentati, anche se in quei
particolari contesti si sono dimostrati validi.
L'auspicio è che nel rispetto dei principi sopra enunciati questo Parlamento riesca ad
elaborare un modello originale che possa rispondere ai nostri bisogni, in vista anche del
processo di integrazione europea.
Mi sia consentito dire in ladino: se tiron ite le manie e jon encontra con fidenza a n
bon regoi, che significa: rimbocchiamoci le maniche e andiamo avanti con fiducia verso
un buon raccolto (Applausi)!.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Stajano. Ne ha facoltà.
Pag. 1786
da una convergenza ampia, il più possibile ampia, la convergenza di tutte le forze che
sentono come problema grave la necessità di rendere il nostro Stato più governabile,
più efficiente, più all'altezza delle richieste, delle ispirazioni e dei bisogni dei
cittadini italiani.
Credo ci si debba incamminare su questa strada e già vedo che il documento che ci verrà
sottoposto nel prosieguo della giornata si muove in questa ottica. In tal senso io mi
auguro possa essere superata l'antinomia, prospettata in tanti interventi, fra assemblea
costituente e Commissione speciale. Credo che una Commissione bicamerale, cui vengano
assegnati termini elastici per riferire all'Assemblea, sia probabilmente la soluzione più
adeguata, più conforme alle necessità di assicurare un buon e celere lavoro sulla
materia. In questo senso va letto il documento presentato dai presidenti di gruppo della
maggioranza, che certo rappresenta il minimo comune denominatore tra posizioni diverse, e
lo sappiamo. Ci sono delle disparità di opinioni all'interno della maggioranza su questo
tema, ma la cosa non mi sorprende né tantomeno mi spaventa. Credo sia funzionale al
miglior modo di operare in questo particolare settore che, come ho già detto e ribadisco,
richiede maggioranze più ampie e diverse da quelle che è possibile individuare a
sostegno dell'azione del Governo.
Nel documento presentato c'è un'indicazione vaga. Per dire la verità, di indicazioni
vaghe ce ne sono parecchie, ma è giusto che sia così perché in questi casi non si può
entrare nel merito. C'è un'indicazione vaga relativamente alla possibilità di cambiare
alcune cose anche nella prima parte della Costituzione.
È questo un tema che reputo di grandissima importanza e di enorme valore. Intendiamoci,
quando si fa riferimento alla prima parte della Costituzione non si intendono
compromettere i principi fondamentali in essa contenuti, bensì introdurre delle
modificazioni che sono assolutamente indispensabili per rendere quelle norme all'altezza
della comprensione e dell'indirizzo degli eventi economici, politici e sociali che si sono
determinati nell'ultimo cinquantennio.
Chi leggesse la prima parte della Costituzione facendo un'analisi strutturale del
linguaggio si renderebbe conto che troppo spesso e in maniera davvero inadeguata per
l'anno 2000 si dimentica di sottolineare alcuni aspetti fondamentali che attengono alle
libertà economiche. Credo sia indispensabile, e vado subito al dunque, trovare la maniera
di imprimere nel dettato costituzionale norme in materia di libertà negoziale, di
libertà cioè assicurata a tutti i cittadini di regolare con atti negoziali, con
contratti, la loro volontà, senza incontrare ostacoli né limitazioni, senza subire la
presenza ingombrante, oppressiva, molesta, limitatrice di spazi di sviluppo che si è
avuta in questo cinquantennio con un sovraccarico ormai divenuto davvero intollerabile.
Certamente, queste norme non ci potevano essere cinquant'anni fa, quando la situazione
politica e sociale del paese e quella mondiale registrava la presenza di una forte
componente della sinistra comunista; ma oggi non è più così: i fatti si sono andati
evolvendo, le situazioni si sono virtuosamente modificate e credo ormai sia diventato per
tutti un punto di riferimento dello sviluppo e della crescita politica e sociale del paese
il riconoscimento della libertà negoziale dei cittadini. Non si può, ripeto, su questo
punto non pensare ad una riforma che amplierà, non diminuirà, lo spazio di libertà
della prima parte della Costituzione. Per giustificare la mancanza di interventi sulla
prima parte della Costituzione non si possono prefigurare pericoli. È di assoluta
evidenza che ciò che può essere fatto sulla prima parte della Costituzione può andare
soltanto nella direzione di ampliare le libertà del cittadino, di garantire una maggiore
tutela ai diritti individuali degli italiani.
Credo dobbiamo tutti impegnarci su tale strada perché gli italiani ci richiedono
fortemente di uscire da uno stato comatoso, avvilente, mortificante di impotenza e
vogliono vedere segnata dal Parlamento italiano una nuova strada di rinnovamento
Pag. 1787
e di sviluppo nella libertà (Applausi dei deputati del gruppo di rinnovamento
italiano).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Urso. Ne ha facoltà.
Pag. 1788
legislazione vigente mediante integrazione del dettato costituzionale, al fine di consentire l'esercizio del diritto all'autodeterminazione mediante lo svolgimento di referendum popolari regionali o interregionali, aventi per oggetto l'autonomia finanziaria, amministrativa e legislativa nonché l'indipendenza soddisfacendo così le aspirazioni della Padania(...)". È scritto così. È esattamente il contrario di quello che sostiene l'onorevole Pivetti quando parla di assemblea costituente che, essendo eletta da tutto il corpo nazionale, risponde ad un principio di rifondazione dello Stato nazionale e non ad un principio di indipendenza regionale o interregionale (Commenti del deputato Chiappori).
FRANCESCO STORACE. Poi traduce per te!
PRESIDENTE. Onorevole Urso, si rivolga alla Presidenza.
Pag. 1789
di socialismo reale, che saranno inevitabilmente smantellate, a cominciare da quelle
aree di partecipazione statale che dovranno essere privatizzate nei prossimi giorni. Mi
riferisco poi a tutto ciò che è avvenuto in questi ultimi anni nel mondo a seguito della
rivoluzione tecnologica ed industriale, che ha trasformato gli assetti delle società
occidentali e travolto quelli delle società orientali.
Tutto ciò è paragonabile solo alla rivoluzione industriale. La nostra Carta
costituzionale ciò si è verificato soltanto nel nostro paese rappresenta un accordo
storico, sacrale quasi un vangelo tra le due chiese della società industriale, quella
comunista e quella democristiana. Tutto ciò non esiste più e solo in questo paese le due
chiese sono riuscite a realizzare una Carta costituzionale mettendosi insieme, salvo poi
dividersi dopo due anni, in seguito alla guerra fredda.
Quella fase era già finita da tempo e non solo per la contestazione che De Mita ha
evocato. Credevo che quando De Mita parlava della contestazione, si riferisse a quella del
1992, del '93, del '94, cioè della rivoluzione italiana che ha cacciato proprio De Mita e
gli altri dal Governo del paese, almeno temporaneamente, che ha fatto scomparire la
democrazia cristiana, che ha travolto tutti i partiti della prima Repubblica; egli
parlava, invece, addirittura della contestazione del 1968, che è una contestazione di
trent'anni fa, alimentata dai miti di Castro, dai miti comunisti che non esistono più. Lo
stesso Castro verrà a novembre nel nostro paese, ma egli è semplicemente l'orfano di una
rivoluzione che non esiste più, è rappresentativo del passato, tanto quanto lo è
Ciriaco De Mita con la sua società complessa, ricca di contraddizioni, che era
l'espressione della DC, complessa e ricca di contraddizioni, ma che non esiste più.
Siamo, infatti, in un sistema bipolare, in cui le risposte sono sempre e soltanto due e in
cui i cittadini possono finalmente scegliere non tra soluzioni complesse e ricche di
contraddizioni, ma tra soluzioni semplici, comprensibili e decisive.
Ecco perché crediamo opportuna una riforma in senso presidenziale. Infatti, tutti i paesi
che hanno abbandonato l'ideologia comunista nel mondo orientale si sono orientati, nella
stragrande maggioranza dei casi, verso la repubblica presidenziale: lo hanno fatto la
Polonia, la Repubblica ceca, la Repubblica slovacca, l'Albania. Lo ha fatto la stessa
Russia dove, dopo una prima fase di repubblica parlamentare, che si era rivelata una
scelta talmente fallimentare da aver provocato il caos, si è dovuto subito sopperire
rivolgendosi al sistema presidenziale, che invece ha portato stabilità. In Russia,
comunque, si è riusciti meglio che in altri paesi dell'est, passando attraverso una
strettoia certamente tortuosa, difficile, contraddittoria, a dare stabilità ad un paese
sconvolto dalle guerre civili e dall'instabilità del sistema parlamentare.
La repubblica presidenziale è la repubblica dei tempi moderni, della società
dell'informazione, direi anche di una società che comunica in tempo reale attraverso
Internet.
Il Governo non può essere estraneo, chi lo dice afferma una cosa falsa: il Governo
comunque, in un sistema bipolare, è espressione della sua maggioranza, anzi si identifica
con essa, come ricordava l'onorevole Selva, richiamando anche un discorso di Cossiga.
Capisco che De Mita ce l'abbia tanto con Cossiga ha smantellato il vecchio sistema ma noi
crediamo che le sue analisi siano perfettamente veritiere quando sostiene che la
maggioranza e il Governo nei sistemi bipolari si identificano (e non potrebbe essere
altrimenti).
Pertanto, le alternative sono due. Innanzitutto, nella migliore delle ipotesi, quella che
delinea D'Alema, si creano in questo Parlamento due maggioranze, separate tra loro, per
cui il Governo prosegue come un corpo estraneo. Chissà poi in che modo ciò potrebbe
avvenire, se rifondazione comunista e il partito popolare anche oggi hanno posto
condizioni precise. Proprio un esponente di rifondazione comunista, infatti, ha prima
affermato che in presenza di una maggioranza istituzionale diversa, il suo partito farà
cadere il
Pag. 1790
Governo, perché la maggioranza si è realizzata su alcuni interessi nel paese e dato
che quegli interessi vengono definiti e rappresentati nelle istituzioni, quella
maggioranza non può che essere anche la maggioranza istituzionale.
E di fronte al duplice ricatto di rifondazione comunista e della rifondazione
democristiana, a cui Prodi si è legato con il discorso dell'altra sera, spiazzando invece
il PDS, Segni, Adornato, lo stesso Valdo Spini e tutti coloro che da quella parte vogliono
invece creare delle istituzioni nuove, delle due l'una: o la maggioranza si adegua alle
due "rifondazioni" e diventa anch'essa espressione della conservazione nel paese; oppure
la maggioranza, inevitabilmente, dovrà creare in Parlamento aggregazioni diverse. Il
Governo, che si è posto a baluardo della conservazione dovrà, inevitabilmente, prenderne
atto. Infatti, dopo che, tra l'altro, sulle riforme istituzionali si forma quel tipo di
baluardo della conservazione, che rifondazione comunista oggi ha espresso in quest'aula,
non può non ritrovarsi anche nell'attività parlamentare lo stesso tipo di baluardo per
ciò che concerne la privatizzazione della STET, il mondo delle partecipazioni statali,
nonché il rapporto dell'Italia con Maastricht. Ecco perché il Governo non può non
essere chiamato in causa; ecco perché il Governo non può non avere una sua posizione in
merito.
La maggioranza è nata senza una posizione sulle riforme istituzionali: non l'ha avuta in
campagna elettorale; non l'ha avuta durante il discorso sulla fiducia, perché non ha
espresso una linea di tendenza in tal senso; non l'ha avuta durante la formazione del
Governo, perché non vi è un ministro per le riforme istituzionali; non l'ha avuta
neanche in questo dibattito perché si è voluto separare, in maniera artificiosa in un
sistema bipolare, la maggioranza dal Governo. E quando si fa una cosa del genere, si
condanna inevitabilmente il Governo alla caduta. Prodi, da parte sua, ha tentato
disperatamente di rientrare dalla finestra ponendo dei paletti e cercando di far saltare
qualunque ipotesi di accordo.
Questo Governo e questa maggioranza potranno sopravvivere solo se non si perderanno uno o
due anni, ma tutti i cinque anni della legislatura senza varare le riforme.
Mi chiedo se la sinistra italiana possa diventare l'alfiere della conservazione; mi chiedo
se D'Alema, i pattisti, rinnovamento italiano, Maccanico, Dini e, fuori dal Parlamento,
Martinazzoli, Amato, Segni e Barbera possano diventare gli ultimi baluardi della prima
Repubblica.
Mi chiedo se la sinistra possa identificare il suo primo Governo legittimamente tale nel
nostro paese con il primo Governo della restaurazione.
Noi non crediamo a tutto ciò; per tale motivo, qualora non venisse consentita l'assemblea
costituente, nonostante le aperture di settori della lega come ha dimostrato oggi
l'intervento della Pivetti -, se quindi l'assemblea costituente venisse negata dai partiti
della maggioranza, siamo disponibili ad un confronto parlamentare anche nelle Commissioni,
purché ci sia una data certa, purché vi sia la certezza di giungere ad un bilancio.
Sappiamo che l'individuazione di una data certa comporterà anche una data certa per il
Governo Prodi. Tuttavia non è colpa nostra se la maggioranza non ha una linea, ma una
pluralità di linee contraddittorie tra di loro, come ha dimostrato il dibattito che si è
svolto (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale e di forza Italia
Congratulazioni).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Novelli. Ne ha facoltà.
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la nuova legislatura era quello di liberare le Assemblee parlamentari dalla pesante
eredità dei decreti; questione della quale anche ieri l'altro si è vivacemente discusso.
Al sottosegretario Bogi, intervenuto in un'audizione presso la Commissione affari
costituzionali, era stato suggerito di sfoltire il lungo elenco di provvedimenti,
lasciando decadere tutti i decreti che era possibile, reiterando quelli indispensabili e
trasformando i rimanenti decreti-legge in disegni di legge. La sede naturale per un
confronto responsabile tra maggioranza ed opposizione avrebbe dovuto essere a mio avviso
la Conferenza dei presidenti di gruppo. Questi erano stati modesti ma pratici
suggerimenti; evidentemente ciò non è stato possibile per ragioni che francamente mi
sfuggono. Dopo settanta giorni scopriamo che il Parlamento è intasato e che non si può
avviare una nuova azione legislativa perché la strada continua ad essere ostruita da
macigni costituiti dai decreti.
Non intendo qui discutere le responsabilità di quanto è accaduto e sta accadendo, né
tanto meno pretendo di insegnare all'opposizione come si debba comportare. La maggioranza,
però, deve porre in essere tutte le azioni politiche e regolamentari necessarie per
uscire dall'impasse in cui siamo venuti a trovarci senza per usare una brutta
parola "inciuci" e senza baratti consociativi, ma alla luce del sole e sulla base dei
fatti e della realtà.
Quindi, come si diceva una volta, a ciascuno il suo, coscienti che sulle spalle delle
forze della maggioranza ricadono le principali responsabilità, senza visioni della
politica o atteggiamenti di tipo manicheo, con i buoni da una parte ed i cattivi
dall'altra.
Ciò, tuttavia, non mi impedisce di rilevare i paradossali comportamenti assunti
dall'opposizione e l'altro ieri contestati dall'onorevole Tatarella (mi dispiace che sia
assente).
Colleghi, presso la Commissione affari costituzionali, in materia di articolo 96-bis
del regolamento, quando si devono valutare i famosi requisiti di necessità ed urgenza in
riferimento ai decreti-legge, abbiamo assistito al voto contrario di esponenti del Polo su
decreti per i quali gli stessi parlamentari vedo davanti a me il collega Selva nel marzo
scorso erano stati relatori con parere favorevole, oppure li avevano approvati in qualità
di membri del Governo che li aveva presentati, come nel caso dell'onorevole Frattini. Più
che definirla opposizione dura, legittima che io peraltro ho esercitato per tanti anni in
quest'aula ed in altre sedi mi pare che si possa parlare di ostruzionismo un po'
schizofrenico. Proprio per queste ragioni, però, le responsabilità della maggioranza
crescono, nella consapevolezza che ogni "sbavatura" può essere nociva.
Cesare Pavese, in una lettera a Silvio Micheli, nel lontano 1947 scriveva che "si
progredisce in arte limitandosi, non stracciandosi". Credo che questo saggio consiglio
valga anche in politica. Purtroppo, a volte si ha la sensazione che nella compagine
governativa vi sia qualcuno che si "straccia" un po' troppo.
Vengo alle proposte in materia istituzionale. Avevo chiesto in Commissione di aprire
subito un confronto sulla base dei testi già depositati, al fine di istruire questo
processo riformatore nella sede naturale e competente istituzionalmente, cioè la I
Commissione affari costituzionali. Un po' scherzosamente ed un po' in modo irriguardoso
avevo detto alla presidente Jervolino: "Cerchiamo di metterci in guardia dal recitare
l'ennesima messa cantata, concludendo poi con l'ennesima Commissione speciale". Spero che
questa mia preoccupazione venga smentita, perché dal dibattito e dalle ipotesi di
conclusione mi sembra che la proposta di una Commissione bicamerale sia più che
accettabile.
Personalmente non considero la nostra Costituzione un tabù intoccabile, né nella seconda
né nella prima parte. Paradossalmente, la nostra Costituzione può essere anche riscritta
interamente, purché venga rispettata la norma che disciplina la procedura di revisione da
seguire, vale a dire l'articolo 138. Si tratta però di capire se si vuole aggiornare la
nostra Costituzione
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(penso alle tematiche dell'ambiente, dell'informazione, della parità dei sessi, del
sindacato ed a tante altre), oppure se si intende stravolgere lo spirito della Carta
fondamentale della nostra Repubblica, questione affrontata poco fa anche dal collega
Stajano e ripresa dal collega di alleanza nazionale.
Proprio in queste ultime settimane abbiamo assistito ad attacchi chiaramente ideologici
alla nostra Costituzione, al di là della questione del presidenzialismo, che non è
ideologica. Questa mattina, ad esempio, il collega Stajano ha ricalcato tesi emerse al
convegno di Liberal. Mi pare che il dottor Romiti abbia ipotizzato un radicale
mutamento della Carta, introducendo nei principi della nostra Costituzione una valenza
fortemente ideologica come il liberismo, confondendo quest'ultimo con i principi di
libertà, mentre sono due cose completamente diverse. Ciò rispecchia una cultura, una
mentalità tutt'altro che moderna. Si vadano a leggere l'ultimo saggio, pubblicato da
Rizzoli, di Galbraith, il quale non può certamente essere considerato un veteromarxista!
Da parte di alcuni settori della destra economica, da tempo si attacca la nostra
Costituzione che come si è sentito poc'anzi sostengono essere impregnata di sociologismo
classista, di cultura solidaristica, antieconomica, non adeguata ai tempi che viviamo,
alla società del libero scambio fondata sul mercato. A questo proposito, voglio fare un
solo esempio.
L'articolo 34 della nostra Costituzione recita: "I capaci e meritevoli, anche se privi di
mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi". Domanda: in che modo?
Risposta: è la stessa Costituzione che ce lo dice all'articolo 3, che considero il più
importante di tutta la Carta, il più impegnativo, il quale recita a sua volta: "È
compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che,
limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno
sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all'organizzazione politica, economica e sociale del paese".
È questa l'influenza comunista o catto-comunista che stamane qualcuno ha voluto evocare?
Credo che questo sia un principio liberale, di democrazia, di uguaglianza, di giustizia.
È quindi compito della Repubblica lo sottolineo rimuovere gli ostacoli che impediscono il
pieno sviluppo della persona umana: ciò significa dare lavoro a tutti, dare la scuola a
tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. È questa la parte che i "cervelloni"
di Liberal e coloro che hanno ripreso queste tesi qui in aula vorrebbero cassare?
Nella seduta del 15 ottobre 1992 della Commissione bicamerale, istituita nella XI
legislatura, presentavo delle proposte in merito alle necessarie revisioni costituzionali
da promuovere. A circa quattro anni di distanza, le finalità di quelle proposte sono
tuttora valide per restituire al cittadino elettore il diritto-dovere di scegliere uomini
e programmi di legislatura, per ricondurre l'azione dei partiti e dei movimenti politici
nell'alveo delle norme costituzionali, in quanto strumenti indispensabili per l'esercizio
della democrazia e non il fine ultimo dell'azione politica, per garantire stabilità al
governo, introducendo un premio di governabilità alla coalizione risultata vincente, sino
ad assicurarle il 60 per cento dei seggi dell'Assemblea legislativa.
Ecco perché è necessaria una riduzione drastica, sino al 50 per cento, del numero dei
parlamentari per rendere più efficienti i lavori della nostra Assemblea e delle
Commissioni, riducendo la frammentazione della rappresentanza; va ridisegnata la forma di
Stato, in una visione federalista fondata sui principi della cooperazione e della
sussidiarietà; va inoltre cambiata la forma di Governo, rimarcando una netta separazione
tra esecutivo e legislativo.
Vorrei chiudere il mio intervento, signor Presidente, ricordando un memorabile discorso di
Piero Calamandrei, rivolto ai giovani studenti milanesi nel 1955: la Costituzione
sosteneva l'illustre giurista è un pezzo di carta: lo lasci cadere e non si muove; non è
una macchina che, una volta messa in moto, va avanti da sé:
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perché si muova bisogna ogni giorno metterci dentro il combustibile, bisogna cioè
metterci nuovamente l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la
propria responsabilità.
È quanto debbono fare le forze politiche che hanno vinto le elezioni del 21 aprile; è
quanto chiediamo di fare alla maggioranza di questo Parlamento; è quanto chiediamo al
Governo per combattere soprattutto l'indifferenza, la sfiducia, il qualunquismo, che sono
i peggiori nemici della nostra Costituzione, i più pericolosi per la nostra democrazia (Applausi
dei deputati del gruppo della sinistra democratica-l'Ulivo).
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Melograni. Ne ha facoltà.
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generali della prima parte della Carta costituzionale.
Il fatto più importante è che la cultura politica della Costituente apparteneva ad una
civiltà che non esiste più. Nel 1947 gli addetti all'agricoltura, in Italia,
costituivano ancora una cifra molto vicina al 50 per cento della popolazione attiva; oggi
sono meno del 10 per cento. I consumi delle famiglie erano modestissimi, moltissimi
cittadini erano analfabeti; la seconda guerra mondiale aveva impoverito il paese e
fenomeni quali il miracolo economico ed il benessere che ne sarebbe conseguito non
venivano neppure previsti. In molti fatti, ma certamente nelle idee, l'Italia della
Costituente viveva ancora nella civiltà contadina. Oggi viviamo nella civiltà
tecnologica ed anche le idee di tale civiltà sono diverse da quelle espresse nella Carta
costituzionale.
Tutto il sistema politico concepito dalla Costituente mezzo secolo fa apparteneva ad una
civiltà che non c'è più e lo stesso Parlamento, con i suoi ritmi lentissimi e con i
suoi cerimoniali, deve essere rapidamente trasformato. Se non si trasformerà,
contribuirà a portare il paese alla rovina. La proliferazione dei decreti-legge dipende
anche da questo ritardo del Parlamento nei confronti della civiltà moderna.
La quarta ed ultima ragione per modificare la Carta costituzionale la dobbiamo trovare nel
fatto che l'Assemblea creò questo testo in un'atmosfera non di pace ma di guerra. È vero
che la seconda guerra mondiale si era conclusa nel 1945, ma subito dopo si era aperta la
guerra fredda tra l'oriente e l'occidente e l'Italia, all'interno delle divisioni di quel
mondo, svolgeva una parte di primo piano non soltanto per la sua posizione strategica, ma
anche perché aveva al suo interno il più forte partito comunista di tutto l'occidente.
Non furono soltanto gli Stati Uniti d'America ad imporre una conventio ad excludendum
nei confronti del PCI; anche l'Unione Sovietica, per rispettare le sfere di influenza,
operò con fermezza impedendo al PCI, dopo il 1947, di tornare al Governo.
I comunisti italiani hanno ottenuto la libertà di tornare a governare soltanto grazie
alla caduta del muro di Berlino. Ma questo ci aiuta a capire un altro valore profondo
della Costituzione del 1948 che non corrisponde più ai tempi. Quella Costituzione,
infatti, serviva a garantire una tregua tra chi in Italia si schierava con l'occidente e
chi con l'oriente. Il fine era quello di evitare che la guerra fredda in Italia portasse a
spargimenti di sangue. Il consociativismo ha tratto origine dalla situazione
internazionale ed ha trovato le sue basi proprio nelle norme costituzionali del 1948.
Qualcuno dirà che per l'Italia i vantaggi della tregua consociativa furono, alla fine,
superiori ai danni e magari, nel dire questo, sarà nel giusto. Ma in ogni caso è
evidente che quella tregua non ha più ragione di esistere. Oggi siamo finalmente liberi
di dividerci, di competere e di diventare maggioranza di Governo ogni qual volta gli
elettori ce lo consentano. Il popolo italiano, in altre parole, a differenza che nel 1948,
è tornato ad essere il sovrano di se stesso.
Ricordiamoci che la Costituente iniziò ad operare in un regime di occupazione militare
senza che fosse stato ancora firmato il trattato di pace e dunque con una sovranità
limitatissima. Cambiamo pertanto le regole del 1948 e facciamolo con coraggio (Applausi
dei deputati dei gruppi di forza Italia e di alleanza nazionale).