![]() |
Audizione del dottor Carlo Freccero, direttore di RAIDUE, in relazione ad una trasmissione televisiva sull'omicidio di Marta Russo.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del dottor Carlo Freccero, direttore di RAIDUE, in relazione ad una trasmissione televisiva sull'omicidio di Marta Russo.
CARLO FRECCERO, Direttore di RAIDUE. Vorrei fare una premessa, onorevole presidente: non so in base a quali considerazioni il senato accademico dell'università di Roma La Sapienza si sia determinato a ravvisare nella trasmissione televisiva dedicata a Marta Russo e condotta da Corrado Augias sulla rete da me diretta elementi denigratori del prestigio dell'ateneo, né so se gli onorevoli membri della Commissione parlamentare abbiano avuto modo di vedere la videocassetta al pari dell'onorevole presidente che certamente l'ha visionata, ritenendo di poter anticipare un suo giudizio alle agenzie di stampa proprio alla vigilia di questa audizione.
PRESIDENTE. Non dovevo?
CARLO FRECCERO, Direttore di RAIDUE. Mi attengo solamente ad un dato di fatto. So soltanto che la trasmissione rispondeva ad un preciso dovere di informazione verso la pubblica opinione, al quale il servizio pubblico radiotelevisivo non poteva sottrarsi senza mancare ad un suo compito fondamentale.
interrogare sui malesseri profondi che percorrono l'università e chi vi opera.
PRESIDENTE. La ringrazio, direttore. L'onorevole Augias vuole rendere qualche dichiarazione?
CORRADO AUGIAS. La ringrazio due volte, signor presidente, per avermi dato la parola e per avermi accolto in questa Commissione. Come qualche collega sa, lavoro nella Commissione cultura e TV del Parlamento europeo e quindi ho familiarità non solo con i problemi giornalistici legati a programmi delicati, ma anche con i loro aspetti politici e di opportunità. In questa doppia veste ritengo di aver svolto un programma, dal punto di vista della deontologia professionale, del rispetto delle posizioni e della rappresentatività delle diverse opinioni, impeccabile. Scusatemi se uso un aggettivo enfatico, ma ho riletto con attenzione la trascrizione della trasmissione - nell'ipotesi che la lingua mi avesse tradito; la maggior parte di quel programma è stata fatta a braccio - e posso assicurarvi, onorevoli colleghi, che non ho trovato una sola parola della quale mi debba pentire, una sola espressione che giustifichi quello che poc'anzi nella trasmissione a circuito chiuso ho sentito affermare dal magnifico rettore Tecce, e cioè che si sono usate espressioni ed argomentazioni gravi.
PRESIDENTE. Purtroppo prima non ho dato lettura del parere, acquisito su iniziativa del professor Tecce, della consulta qualità della RAI, che è organo di consulenza del consiglio di amministrazione. Ne do quindi lettura perché rimanga agli atti: «la consulta ritiene che non siano infondate le proteste di chi ha ritenuto che l'inchiesta di Corrado Augias sul caso Marta Russo trasmessa lunedì 1o luglio da RAIDUE si configuri come un'indebita interferenza nella fase più delicata di una istruttoria giudiziaria che dovrebbe svolgersi nel modo più riservato in attesa che i vari accertamenti in corso giungano a conclusione. Il rilievo dato ad un'inchiesta televisiva del genere, per giunta diffusa in prima serata ed ampiamente pubblicizzata, non può che creare opinioni fondate soltanto su supposizioni, cioè pregiudizi che confondono l'opinione pubblica anziché informarla e che difficilmente possono essere corretti quando la magistratura
sarà pervenuta alle sue conclusioni. Del resto è noto che oggi è sempre più difficile sceverare l'evento dalla narrazione che di esso viene fatta dalla TV, con tutte le conseguenze che ciò comporta».
CARLO FRECCERO, Direttore di RAIDUE. Vorrei aggiungere due cose. La prima cosa che abbiamo fatto è quella di chiedere all'ateneo di partecipare al programma. Ho qui il fax inviato al rettore: «La seconda rete della RAI realizzerà martedì 1o luglio, alle ore 20,50 in diretta un programma di due ore condotto da Corrado Augias sul delitto di Marta Russo. Le sarei molto grato se lei volesse gentilmente concedere l'autorizzazione ad effettuare la trasmissione all'interno dell'università, possibilmente nell'aula magna o in un locale di spazio adeguato alle riprese televisive. In attesa di un suo cenno di riscontro, la ringrazio fin d'ora della sua attenzione e cortesia».
PRESIDENTE. Questa è la richiesta di autorizzazione alla trasmissione.
CARLO FRECCERO, Direttore di RAIDUE. Sì, e poi anche di partecipare. Come seconda cosa, abbiamo provveduto ad invitare i professori Cotta e Gnisci in quanto esponenti di una visione di quanto accaduto diametralmente opposta. Gli studenti scelti per partecipare al dibattito appartenevano alle organizzazioni giovanili presenti nell'ateneo: azione universitaria, di area di destra, sinistra giovanile, giovani popolari, azione cattolica e boy-scout. Nel dibattito in studio sono intervenuti cinque giovani universitari - e qui ripeto quanto detto dall'onorevole Augias - estremamente favorevoli all'organizzazione universitaria e tre studenti blandamente critici. Potrei far riferimento a pagina 49 e 50 della trascrizione del programma televisivo. Se volete, posso leggere ...
PRESIDENTE. Volevo solo sapere se conosceva il parere della consulta qualità.
CARLO FRECCERO, Direttore di RAIDUE. No, ma vorrei dire i criteri con i quali abbiamo agito. La cosa interessante è che nei giorni seguenti il Corriere della sera o la Repubblica ha fatto un sondaggio che ha dato circa il 90 per cento su posizioni critiche rispetto all'organizzazione dell'università di Roma. Altra cosa ancora: non vorrei che il programma, che è stato condotto - e possiamo dimostrarlo in modo matematico perché abbiamo la trascrizione del programma stesso e l'abbiamo esaminata con molta attenzione in questi giorni, come se fossimo veramente noi la consulta qualità - con il massimo equilibrio, avesse riverberato un sentimento diffuso di malessere, di critica verso l'ateneo, ma esterno al programma stesso.
PRESIDENTE. Lei, onorevole Augias, desidera intervenire sul parere della consulta qualità?
CORRADO AUGIAS. Contesto che il programma potesse dar luogo alla formazione di una opinione già espressa nel programma stesso. La mia idea è che quel programma forniva degli elementi di giudizio.
PRESIDENTE. Passiamo dunque agli interventi.
MARCO TARADASH. Mi scuso innanzitutto se tra pochi minuti dovrò assentarmi per recarmi in Assemblea dove sono previste votazioni su provvedimenti molto importanti.
CORRADO AUGIAS. ...anche a tre milioni e 200 mila telespettatori.
MARCO TARADASH. Tre milioni e 200 mila persone meno una, perché l'ho visto e non mi è piaciuto. Comunque il fatto non fa notizia; se la prossima volta magari ci verrete a dire che non vi è piaciuto un programma che avete fatto, quello farà notizia.
trasmissione sull'università; mi auguro che il direttore Freccero voglia farne una sull'università di Roma e sulle altre università, perché sarebbe importante per tutti noi avere questo tipo di trasmissioni televisive di approfondimento vero sui mali del sistema-paese, come si suol dire; non era neppure quello, ma l'immagine che uno si è fatto dell'università di Roma certamente non poteva essere positiva, al di là degli equilibrismi delle posizioni emerse dalla trasmissione stessa.
GIUSEPPE GIULIETTI. Vorrei svolgere rapidamente alcune considerazioni. Mi interessavano molto alcune delle questioni poste da Taradash, che sono però di carattere generale. Dobbiamo capirci su quale percorso vogliamo fare. Se la discussione è sul tema, posto anche da altri precedentemente, di come si interviene sui processi, segreto istruttorio, problema delle garanzie e del garantismo, si tratta di una questione di carattere generale che ritengo debba essere affrontata. Rispetto però a questo tipo di trasmissione non condivido una serie di osservazioni e non comprendo la natura della discussione.
PRESIDENTE. Parliamo della campagna elettorale per l'università?
GIUSEPPE GIULIETTI. No, di quella per le amministrative. Io non sono d'accordo, ma mi sarei risparmiato gli oscuri presagi, in un linguaggio che non comprendo, fatti in uscita.
contestare. Sapete che abbiamo avuto contestazioni da parte di associazioni di tossici e di familiari rispetto ad alcune scelte fatte dalla passata gestione della RAI per quanto riguarda la questione del recupero dei tossicodipendenti: perché alcune comunità e non altre? Vi sono state forti proteste dei sindacati dei pensionati, anche negli scorsi mesi. Non li abbiamo mai convocati per un confronto di questa natura. Non è una critica, perché penso che questa sia una vicenda particolare. Il mio vuole essere solo un elemento di riflessione su come l'affrontiamo, che non vorrei venisse trascurato.xe
CARLO FRECCERO, Direttore di RAIDUE. Sì, ho parlato, anche.
GIUSEPPE GIULIETTI. Perfetto: volevo capirlo perché il rettore su questo punto non era stato preciso e volevo essere sicuro che l'invito ci fosse stato.
PRESIDENTE. Questa è la Commissione di vigilanza sulla RAI, non sull'università.
GIUSEPPE GIULIETTI. È indice di un'idea sulle trasmissioni, però!
ALDO MASULLO. Anch'io sarò molto breve perché purtroppo ho impegni di Commissione al Senato.
esso sia utilizzato al massimo delle sue possibilità. Comprendo anche quali siano i limiti oggettivi della trasmissione di cui stiamo parlando, che non ho visto e sulla quale non sono in grado di dare un giudizio particolareggiato. Abbiamo parlato del sovraffollamento dell'università; «l'inferno sono gli altri» non solo in senso numerico ma anche per quello che riguarda l'organizzazione didattica, il rapporto tra quest'ultima e l'amministrazione, mentre i poveri studenti finiscono il più delle volte per essere schiacciati in una congerie di piccoli meccanismi che messi insieme diventano distruttori.
PAOLO ROMANI. Dalle premesse fatte dal direttore Freccero e dal conduttore Augias mi sembra appaia che essi sono venuti a questa seduta con assoluta serenità di giudizio rispetto alla trasmissione.
metabolizzate dal pubblico per mezzo del conduttore o della trasmissione.
PAOLO RAFFAELLI. Su Ustica e TV 7, devo dire al collega Romani - senza alcuna verve polemica - che il servizio che egli ha definito orribile era molto vicino alla realtà per come poi è stata ricostruita. Se fossimo rimasti alle ricostruzioni dell'aeronautica, probabilmente saremmo da tempo in pace con noi stessi: preferisco non stare in pace e sapere come sono andate le cose.
PAOLO ROMANI. Non vi è nessuna certezza!
PAOLO RAFFAELLI. Vorrei però che il gusto del dubbio percorresse tutti!
PRESIDENTE. È rimasto quanto è stato detto!
PAOLO RAFFAELLI. Vorrei chiedere comunque all'onorevole Augias ed al dottor Freccero un giudizio: mi rendo conto che si può rispondere di rivolgersi a chi ha pronunciato quelle parole, ma visto che siete parte in causa credo che anche voi possiate darmi un'opinione.
PRESIDENTE. Non è una provocazione!
ANTONIO FALOMI. Vorrei ricordare le motivazioni che hanno spinto l'ufficio di presidenza della Commissione a questa duplice audizione. L'ufficio di presidenza è stato informato di una presa di posizione del senato accademico, nella quale si fanno affermazioni pesanti nei confronti della trasmissione che è stata definita «dai contenuti diffamatori» e «lesiva dell'immagine della Sapienza».
gruppo di persone. Da qui la necessità di chiarire meglio che cosa era accaduto.
stessa sensibilità del corpo accademico universitario.
MARIO LANDOLFI. Penso che il collega Falomi abbia ragione, ma solo in linea astratta e puramente teorica. Se infatti si valuta la conformità di una trasmissione televisiva rispetto agli indirizzi della Commissione parlamentare di vigilanza, lui ha ragione, perché sono stati rispettati i criteri di pluralismo. Con questo criterio basta che gli organizzatori di una trasmissione televisiva, anche delicata ed importante come quella del delitto della Sapienza, assicurino l'invito - non tanto la partecipazione - alle parti perché l'impianto della trasmissione sia salvo. Ritengo invece che la Commissione abbia il diritto-dovere di valutare e di capire se vi sia stata una utilizzazione corretta o meno del mezzo televisivo, e nel nostro caso del mezzo televisivo del servizio pubblico, relativamente ai due elementi che sono molto più dirimenti dell'invito al rettore Tecce (non ho visto la trasmissione, quindi da questo punto di vista il mio giudizio è sospeso): la tutela degli indiziati, cioè di persone che non sono ancora imputate perché si è ancora nella fase istruttoria, e la possibilità di una ingerenza nell'istruttoria giudiziaria. Se uno di essi non fosse stato tenuto nella giusta e dovuta considerazione, ci si troverebbe di fronte ad una trasmissione sbagliata.
collega Romani perché le ritengo effettivamente dirimenti ai fini della nostra audizione.
EMIDDIO NOVI. Vorrei osservare che ci sono varie forme di pluralismo: se si è scelta un'impostazione pedagogica, vuol dire che si è seguita una trama e, di conseguenza, tutta la trasmissione aveva un determinato fine.
CORRADO AUGIAS. Non da noi.
EMIDDIO NOVI. Infatti sto parlando dell'informazione complessiva sull'università. Per esempio, chiunque viva in questo paese sa che l'università di Napoli dovrebbe produrre antagonismi ancora più radicali, così come la statale di Milano o altre università. In questo paese gli atenei sono tutti invivibili.
PRESIDENTE. Colleghi, vorrei porre anch'io una serie di questioni non come presidente, ma come membro della Commissione. Non posso nascondere che sulla trasmissione non ho esattamente lo stesso pensiero che ha motivato la posizione per esempio del senatore Falomi.
telecomunicazioni. Ecco perché noi abbiamo il dovere di intervenire su una richiesta che reputiamo fondata.
ANTONIO FALOMI. Ma si è detto che la trasmissione era a senso unico: io lo contesto.
PRESIDENTE. Il problema non riguarda gli ospiti invitati, ma attiene alla tesi che è emersa dalla trasmissione. Ecco cosa mi preoccupa.
ANTONIO FALOMI. Come faceva il rettore a conoscerlo?
PRESIDENTE. Se permettete, non faccio il questore (non aspiro a diventare senatore ...). Però il dato esiste: il rettore ci ha dato una notizia, che abbiamo acquisito e della quale prendiamo atto, ma sta di fatto che il documento non era noto al direttore di RAIDUE.
mancato invito al rettore dell'università. Se sapessi che in una trasmissione si vuole pregiudizialmente attaccare l'università (come si capisce dagli ospiti invitati), potrei anche rinunciare a partecipare. Il rettore ha detto che lo ha fatto per altri motivi, proprio perché garante dell'ateneo. La motivazione del rifiuto è nobile: non si è esposto.
CARLO FRECCERO, Direttore di RAIDUE. Mi scusi, presidente. Io ho addirittura cercato di interessare alcuni amici - antecedentemente alla telefonata - per convincere il rettore a partecipare: quindi prima ho attivato gli amici stretti e poi sono intervenuto direttamente. Su questo do la mia parola d'onore. Ho implorato. Non lo dico per attribuirmi una forma di correttezza particolare, ma per un motivo molto semplice: il problema riguarda l'efficacia del programma.
PRESIDENTE. Vorrei però sottolineare che la questione di fondo posta (l'invito o meno al rettore) è falsa. Il problema è la tesi. Posso essere invitato ad un processo contro di me, ma quel processo non mi piace ed io non voglio venire. La RAI fa bene o male a mandare in onda quel processo? È ancora un'altra questione.
CARLO FRECCERO, Direttore di RAIDUE. Lo sanno.
PRESIDENTE. Il problema è l'impatto. Chiedo scusa, direttore: mi fa finire il ragionamento?
CARLO FRECCERO, Direttore di RAIDUE. Sì, ma i telespettatori lo sapevano, perché è stato detto all'inizio della trasmissione.
PRESIDENTE. Do lettura, allora, della trascrizione della parte della trasmissione che ci interessa: «Avremmo voluto fare questo programma, vi dico la verità, dall'università di Roma. Avevamo chiesto il permesso di poterlo fare da un'aula dell'università, ma gli organismi dirigenti dello stesso ateneo romano non hanno ritenuto di doverci concedere questo permesso. Personalmente» - dice Augias - «penso che si tratti di un'occasione perduta ed esprimo il mio rammarico». E così via.
avuto l'impressione di vedere in televisione un gioco, nel quale magari era utile buttare lì qualche diffamazione (come l'ha definita il senato accademico): questo mi ha dato un po' fastidio. Forse ho avuto un pregiudizio derivante da una sua dichiarazione, direttore, che ho letto riportata dalle agenzie (non so se le frasi che le sono state attribuite siano vere). Quando ho dato notizia dell'incontro con il rettore dell'università, con la denuncia del senato accademico, tra le altre cose le sono state attribuite queste parole: «L'accusa di Tecce è incomprensibile. Piuttosto dovrebbe difendere l'ateneo da chi uccide». È questo il compito di un rettore, secondo lei? Difendere l'ateneo da chi uccide: penso che questi compiti spettino ai carabinieri, ai servizi di vigilanza. Ecco perché tutto ciò che è accaduto suscita in me qualche perplessità.
CORRADO AUGIAS. Se sia o meno il vostro mestiere.
PRESIDENTE. Faccio il giornalista anch'io, dottor Augias, come molti altri colleghi in questa sede. Se permette lo giudicheranno i lettori ed i telespettatori se siamo capaci o meno di fare il nostro mestiere. Comunque, dopo potrà replicare.
CORRADO AUGIAS. Non ho detto se siete bravi, ho detto se sia o meno il vostro mestiere!
PRESIDENTE. Ci possono essere trasmissioni, come per le partite di calcio, sulle quali si potrebbe intervenire, e non solamente sui programmi di cronaca. Vi sono tante specializzazioni che ognuno coltiva nella vita, ma essere parlamentari ci priva di questa possibilità. Lei non l'ha fatto.
ANTONIO FALOMI. Questo vale anche per le reti private.
PRESIDENTE. L'osservatorio di Pavia attribuisce l'onorevole Sgarbi al gruppo di forza Italia, facendo così aumentare le presenze di questo gruppo; in realtà l'onorevole Sgarbi fa parte del gruppo misto, ma questo non lo sa nessuno. Si tratta, quindi, di questioni che vanno sempre affrontate con grande serietà.
diretta televisiva? Avete concordato in una scaletta ideale del programma gli argomenti da far prevalere? Se lei risponde che erano concordati, vuol dire che la responsabilità di aver puntato su quella tesi non è solo dell'onorevole Augias, ma anche del dottor Freccero.
CORRADO AUGIAS. Non nei dettagli.
PRESIDENTE. Per quanto riguarda il livello dei professori, degli accademici, e di tutti coloro che hanno responsabilità nell'ateneo, lei ha usato il termine «mezzucci», facendo un po' di morale sul livello dei comportamenti di chi lavora all'università, che chi ha avuto modo di assistere alla trasmissione è tenuto a conoscere.
GIUSEPPE GIULIETTI. Sulle battute, molta attenzione!
PRESIDENTE. Onorevole Giulietti, la prego di farmi parlare! La richiamo all'ordine!
GIUSEPPE GIULIETTI. E molta chiarezza, altrimenti esco ... Lei sta facendo un comizio sull'assassinio, che non c'entra nulla.
PRESIDENTE. Onorevole Giulietti, lei è tenuto a rispettare anche la parola degli altri colleghi.
GIUSEPPE GIULIETTI. No, presidente, lei non si può permettere di diffamare i colleghi con queste battute.
PRESIDENTE. Chi sta diffamando?
GIUSEPPE GIULIETTI. Nessuno può fare battute sull'assassinio: non c'entrano niente. La prego!
PRESIDENTE. Raccolgo la preghiera.
GIUSEPPE GIULIETTI. Lei sta facendo un processo!
PRESIDENTE. Comunque non c'è bisogno di scaldarsi!
GIUSEPPE GIULIETTI. Il delitto non è un gioco.
PRESIDENTE. Siccome è una questione maledettamente seria, onorevole Giulietti ...
GIUSEPPE GIULIETTI. Chiedo scusa per il tono.
PRESIDENTE. È comprensibilissimo, non ho affatto un risentimento personale. Sto cercando semplicemente di trattare seriamente una questione molto grave e sono certo che lei ne è convinto più di me.
CORRADO AUGIAS. Prima di rispondere, mi consenta di esprimere una considerazione generale.
PRESIDENTE. Spero non mi attribuisca meriti che non ho!
CORRADO AUGIAS. ...della analoga Commissione del Parlamento europeo.
PRESIDENTE. Pretende troppo!
CORRADO AUGIAS. Dal senato accademico pretenderei un po' di più.
PRESIDENTE. Ma non è stato spiegato.
CORRADO AUGIAS. È scritto qui. Io ho detto che quando il questore dice omertosa, parlando dell'università, non dice mafia, ma fa riferimento ad una situazione di bugie e di resistenza ad aprire le porte; le stesse resistenze che, secondo me, il professor Tecce ha opposto quando gli abbiamo chiesto di realizzare nell'aula magna la trasmissione: pensi che occasione! L'immagine dell'università, scaturita nei giorni immediatamente successivi al fatto, era pessima.
quello dell'interferenza con le indagini. Mi dispiace che Taradash sia andato via perché proprio questo ci ha impedito di fare una inchiesta alternativa. Io ho fatto 72 puntate di un programma allora storico, ormai dell'Ottocento, che si chiamava Telefono giallo, nel quale le ipotesi alternative le facevamo ogni settimana. Ma perché le facevamo? Perché erano casi giudicati; allora lì potevamo chiederci se avessero preso un'altra strada, perché eravamo coperti da sentenza.
PRESIDENTE. Se avesse fatto una trasmissione registrata ...
CORRADO AUGIAS. Perché non abbiamo fatto una trasmissione registrata, presidente? Anche questa è una domanda venuta da diversi colleghi. Non abbiamo fatto una trasmissione registrata perché un programma come questo deve vivere della tensione che si crea nel programma in diretta, naturalmente - e qui permettetemi di cadere nel tranello per cui chi si loda si sbroda - avendo la consapevolezza - il direttore mi ha chiesto se me la sentivo di farlo ed io gli ho risposto che in coscienza me la sentivo - di poter stare dentro il ricovero dalle minacce di querela e di violazione di quell'equilibrio che sta a cuore a lei, presidente, quanto a me; mi creda. Non abbiamo parlato, ho detto, di Marta Russo che è la vittima di questa storia e, come aveva detto prima l'avvocato Buratti, un po' questo mi dispiace. Caro avvocato, questo è un pensiero delicato che lei ha ... io ero andato sul luogo dei fatti ed avevo trascritto su un quadernetto una poesia che qualcuno anonimamente aveva appiccicato ad un muro; ne ho copiato i primi quattro versi e li ho detti. Era una poesia molto semplice e molto bella (poi mi hanno detto anche che l'autore mi vuole chiamare, ma questo è un altro discorso).
PRESIDENTE. Non posso avere la sua competenza su questo.
CORRADO AUGIAS. Per quanto riguarda la cosa sull'inferno detta dal professor Gnisci, faccio mia l'osservazione del collega Giulietti che quel comunicato del senato rispecchia, presidente, una atmosfera terribile. Ma il professor Gnisci ha tutto il diritto di criticare, tanto più che la sua attribuzione di inferno era più letteraria e bene ha fatto il senatore Masullo a citare il finale di Porte chiuse di Sartre dove si dice «l'enfer sont les autres» perché è proprio così. Era in quel senso che il professor Gnisci ha parlato di inferno; evidentemente questa associazione con Sartre non è venuta in mente ai professori del senato accademico, sul cui livello complessivo mi astengo.
PRESIDENTE. Chi glielo ha ordinato? Chiedo scusa, ma la risposta diventa facile.
CORRADO AUGIAS. La risposta è facile però lei non impedisce ...
EMIDDIO NOVI. Ha perfettamente ragione.
PRESIDENTE. Questo è un altro tema. Deve valere per tutti, il problema è che vale solo per uno.
CORRADO AUGIAS. Ma certo, difatti la cosa è questa, presidente, e finisco veramente. Rendetevi conto che se voi, in una direttiva, in un indirizzo, istituzionalizzaste il fatto che il deputato non può fare trasmissioni, comunque questo dovrebbe essere esteso a tutte le televisioni perché non si può mettere la televisione pubblica in condizioni di inferiorità nell'uso di professionisti (quando ovviamente siano rispettate le condizioni di base, e cioè si sia lontani dalle elezioni, non c'è la par condicio e il candidato - io in questo caso - non trae un illecito vantaggio di popolarità da quella prestazione). Se fossimo stati a sei mesi dalle elezioni europee non avrei fatto quel programma, mi creda: siamo a due anni e più dalle elezioni europee, per questo ho accettato. Quando mi è stato offerto di fare una certa serie di programmi, non sono stato «costretto» come ha detto qui un collega, ma ho ritenuto indipendentemente di non doverla fare (la fece difatti Sandro Curzi) perché ho ritenuto un po' inelegante che un parlamentare facesse addirittura tutta una serie.
PRESIDENTE. Forse il direttore potrà dare una risposta anche su tale questione, anche per capire se alla RAI per fare un programma bisogna prima diventare parlamentari europei, essendo giornalisti bravi o meno, perché questa è questione intrigante.
CARLO FRECCERO, Direttore di RAIDUE. Partirei da un dato di fatto, onorevole presidente: perché abbiamo chiamato un eurodeputato? Proprio per i motivi che hanno condotto la Commissione di vigilanza a chiedere questa seduta pubblica: perché il programma era ad alto rischio e d'altra parte era però una necessità farlo, perché la mia generazione è stata abituata ad attendere la verità da anni, da anni - vedi piazza Fontana eccetera - ed ha capito che la televisione può essere un mezzo esplosivo ma anche un medium di democrazia e di chiarezza.
1956 che mi costa niente rispetto ad un altro degli anni novanta che invece mi costa miliardi, a fare molto ascolto. Ho avuto la tentazione di assumere lo stesso atteggiamento (perché siamo ossessionati dal nostro lavoro, per cui occorre sempre avere la matrise della nostra professionalità) in questa circostanza; mi sono detto: no, Carlo, non farlo; non è corretto, anche se il film Nodo alla gola è di una bellezza folgorante e su di esso esistono biblioteche di critiche un po' più intelligenti di quelle che sono apparse sul programma di Augias.
PRESIDENTE. Le critiche sono state avanzate da un gruppo della Commissione, non dal presidente: non mi attribuisca cose che non mi competono.
CARLO FRECCERO, Direttore di RAIDUE. So benissimo che la Commissione di vigilanza può avanzare critiche, ma ritengo che sia più giusto avere un paracadute per fare un programma corretto.
ad evitare certe dimenticanze che la mia generazione ha vissuto per tanti anni. Credo quindi che mostrare sia anche una missione di un servizio pubblico che deve essere sempre al servizio della democrazia.
PRESIDENTE. Ringrazio il direttore Freccero e l'onorevole Augias per la loro presenza.
La seduta termina alle 16,25.
Diamo il benvenuto al dottor Freccero, direttore di rete, e al conduttore della trasmissione, l'onorevole Augias, che sono accompagnati dall'avvocato Esposito, direttore dell'ufficio legale della RAI, e dal dottor Barenson.
Poc'anzi si è svolta l'audizione del professor Tecce, rettore dell'università La Sapienza di Roma, che come loro sanno ha espresso una protesta per la trasmissione andata in onda su RAIDUE il 1o luglio sul delitto alla Sapienza.
Se i colleghi concordano, proporrei di procedere ora in questo modo: al termine delle dichiarazioni che i nostri ospiti vorranno rilasciare saranno svolte tutte le domande, cui seguiranno poi le risposte, salva sempre la possibilità, se necessario, di un nuovo giro di domande; ciò anche al fine di consentire ai deputati di partecipare ai lavori dell'Assemblea e leggere eventualmente le risposte alle loro domande nel resoconto stenografico. Diversamente ho il timore che non riusciremmo a concludere nella seduta odierna.
La trasmissione - anche questo so e posso affermare - è stata ideata e condotta nel pieno rispetto dei criteri di completezza, obiettività ed imparzialità che il servizio pubblico deve osservare secondo la legge, secondo le direttive della Commissione parlamentare e, prima ancora, secondo i principi deontologici a cui devono ispirarsi gli operatori dell'informazione.
Il fatto che la studentessa Marta Russo sia stata uccisa nell'università e che dell'omicidio siano state indiziate persone che nell'università lavorano non poteva certo essere taciuto come se si trattasse di particolari irrilevanti o di variabili indifferenti alla contestualizzazione del delitto.
Risulta, del resto, da tutte le cronache e commenti giornalistici, che proprio il contesto del fatto di sangue ha particolarmente turbato la comunità degli studenti e la pubblica opinione. Era perciò assolutamente impossibile e sarebbe stato mistificatorio presentare l'ateneo romano come estraneo alla vicenda, come mera scena del crimine. Bisogna interrogarsi ed
Ritengo che non vi sia altro da dire di fronte alla presa di posizione dell'università, salvo rilevare che, avendo il rettorato ipotizzato condotta diffamatoria ed avendo deliberato di intraprendere azione giudiziaria, sarà la magistratura a decidere se al prestigio dell'ateneo abbia nociuto la trasmissione televisiva ispirata - lo ripeto e lo dimostrerò - ad un onesto e veritiero censimento dei problemi posti dall'omicidio di Marta Russo o non piuttosto l'università stessa che affida il suo prestigio alla carta da bollo.
Invito chiunque di voi lo ritenga ad indicarmi, nelle 74 pagine della trascrizione della trasmissione, una sola parola o espressione da parte mia che giustifichi un giudizio così grave del quale io per primo mi dorrei gravemente, se fossi incorso in quell'errore.
Un'ultima cosa, presidente: io credo paradossalmente che, se quel programma dovesse essere accusato di mancanza di obiettività, sarebbe in senso contrario a quello che il magnifico ha ritenuto, perché degli otto ragazzi che hanno preso la parola, scelti con molta cautela fra tutte le organizzazioni giovanili presenti all'università - e difatti perfettamente equilibrati -, cinque hanno parlato a favore del clima e dell'ambiente universitario e tre - se i colleghi o il presidente lo ritengono, posso leggere le dichiarazioni dal trascritto - si sono espressi in maniera blandamente negativa, cioè accampando ragioni di disagio logistico, eccetera, che sono sotto gli occhi di tutti e sulle quali non credo che sia il caso di trattenerci. Quindi, dicevo, se paradossalmente vi è stata una mancanza di obiettività, questa è stata in senso contrario a quello sostenuto dal rettore. Anche le opinioni dei professori erano perfettamente bilanciate e comunque ne erano loro i responsabili.
Presidente, mi fermerei qua; se poi avrà la bontà di ...
Se i nostri interlocutori desiderano integrare i loro interventi alla luce di questo parere della consulta qualità, possono farlo.
Intanto prendo atto del fatto che il programma è piaciuto sia a Freccero sia ad Augias e ne sono contento, perché vuol dire che a qualcuno è piaciuto.
Per quanto riguarda il modello di programma, io credo che la televisione, anche quella pubblica, anzi soprattutto quella pubblica, abbia un dovere di informazione, ma questo non era un programma di informazione. Sarebbe molto grave se nei telegiornali o nelle trasmissioni di informazione qualcosa venisse taciuto. Immagino che la RAI non taccia mai nulla di rilevante e quindi prendo atto che questo dovere di informazione viene sempre e comunque rispettato, come anche il dovere di obiettività, anche se magari a qualcuno poco obiettivo come me la trasmissione Mani pulite, soprattutto l'ultima parte, quella dedicata a forza Italia, non è parsa un modello di obiettività.
Il problema è che tipo di trasmissione abbiate fatto. Non era, dicevo, una trasmissione di pura informazione perché non è che si riportassero solo i fatti; si cercava di approfondire i fatti, però - e questa è stata la carenza della trasmissione in quanto tale - non era neppure una inchiesta alternativa, una controinchiesta; non si sono seguite o approfondite piste diverse rispetto a quelle che la magistratura aveva indicato.
Ad esempio, se avessi avuto la ventura - ma come parlamentare non ritengo di poter avere questa ventura - di condurre una trasmissione televisiva del servizio pubblico, mi sarei domandato perché sono state fatte cadere altre piste. C'era una società per le pulizie, molti impiegati della quale si esercitavano al tiro a segno, avevano portato addirittura le pistole dentro l'università, c'erano delle intercettazioni ambientali che dimostravano che si era fatto del tiro a segno anche all'interno dell'università, e questa pista la procura della Repubblica l'ha fatta cadere; avrà le sue ragioni, ma una trasmissione dedicata all'omicidio avrebbe forse potuto anche riferire sulle piste lasciate cadere ed approfondirle; se fosse stata una trasmissione di coraggio, avrebbe dovuto farlo.
Una controinchiesta è una controinchiesta. Quando i giornali hanno fatto inchieste, ad esempio su Ustica, non è che sono andati a vedere il lavoro dei magistrati, lo hanno preso e lo hanno approfondito e basta; lo hanno preso, lo hanno approfondito e si sono domandati se non vi fosse qualcosa che non era stato indagato o qualche altra ipotesi possibile. Questo qui non è stato fatto; non era una trasmissione di informazione e di cronaca dei fatti - cosa doverosa per qualsiasi mezzo di comunicazione - ma non era neppure una inchiesta alternativa; era soltanto la rappresentazione dell'inchiesta della procura della Repubblica ed il tentativo di portarla alla luce, su quella e solo su quella cercando tesi a confronto. Mi sembra un'impostazione sbagliata, perché si fa un'inchiesta parallela a quella della magistratura senza garanzie per alcuno, mentre la magistratura è tenuta per legge a rispettare determinate garanzie. Una trasmissione televisiva non lo è e non le rispetta. Faccio solo l'esempio di un lapsus. Non metto in dubbio che Augias abbia tentato di mantenersi in equilibrio rispetto alle diverse tesi; non è in discussione il modo in cui è stata condotta la trasmissione ma quando un ragazzo, riferendosi all'omicidio di Marta Russo, dice «l'omicidio di Scattone», questo sfugge; io l'ho sentito. È passato «l'omicidio di Scattone» e questo è stato percepito.
In un'inchiesta della magistratura, ripeto, vi sono determinati vincoli e determinate garanzie ed anche questi lapsus non sono consentiti; in una trasmissione televisiva questi problemi non ci sono. Si fanno poi errori di fatto: ho letto che la ragazza che accompagnava Marta Russo ha dichiarato che non era vero per nulla che fossero scese per quelle scalette e che venivano da tutt'altra parte; nella trasmissione invece è stato rappresentato, in modo anche molto suggestivo, il percorso delle due studentesse. Sarà una cosa marginale, non lo so, fatto sta che è una cosa falsa, a sentire la dichiarazione di questa ragazza.
A me sembra che questa trasmissione non fosse doverosa. È stata fatta una scelta di opportunità ed è su questa che indaghiamo partendo dalla questione, marginale magari ma non per chi ne è protagonista, della rappresentazione fatta dell'università. Non era neppure una
Il punto vero è che, mentre è in corso una indagine della procura, mentre due giovani sono in galera, indiziati e neppure imputati, mentre loro tentano di difendersi da accuse, la RAI, in una trasmissione seguita da 3 milioni 200 mila persone, prende come unica base ed unica traccia l'inchiesta della procura della Repubblica e non fa alcun tipo di lavoro giornalistico approfondito.
Purtroppo non abbiamo avuto modo di approfondirlo, ma il rettore Tecce uscendo ha fatto una serie di oscuri presagi sui mandanti di questa trasmissione. Non so come sia stata verbalizzata; lo dico perché eviterei questo terreno. Altri sostengono che si è aperta la campagna elettorale; allora, siccome sono banalità, non mi interessano né quelli che dicono che si parte con la campagna elettorale a Roma a cominciare da questa trasmissione - affermazione che ha altrettanto valore di quella del rettore in uscita ...
Pongo una domanda sulla natura della discussione, perché noi siamo la vigilanza. Ho sentito un interessantissimo dibattito sullo stato dell'università, ma la Commissione cultura è un'altra; questa è la Commissione di vigilanza e la domanda chiave se Tecce fosse stato o meno invitato non è un problema irrilevante rispetto alla vigilanza; la non convocazione di Tecce per un contraddittorio avrebbe portato ad un giudizio negativo dal punto di vista formale sulla trasmissione; il fatto che Tecce abbia onestamente ammesso di essere stato più volte contattato e di aver detto di no, è un problema del rettore; provate ad immaginare se in questo paese, a partire da Ustica, si affidasse la realizzazione di un programma alla scelta degli ospiti di parteciparvi. Qualsiasi ospite sarebbe in grado di non far realizzare qualunque inchiesta; basterebbe dire che non intende andarci.
ae1Questa è la domanda che pongo: chiedo cioè al direttore di rete ed ai curatori se il rifiuto di partecipare possa essere un valore tale da essere acquisito come elemento per annullare una trasmissione. In questo modo chiunque potrebbe far venire meno il principio del contraddittorio. Dico questo perché oggi facciamo un confronto tra l'università di Roma e la Rete due, ma se domani vi fosse un altro pronunciamento del senato accademico di Perugia o di Milano, o del consiglio generale della CGL o della CISL, assumiamo come criterio permanente questo tipo di confronti e di audizioni? Pongo la domanda all'ufficio di presidenza, perché è evidente che questo deve valere in permanenza, non può valere in un caso e non in un altro; si apre un terreno molto scivoloso perché passeremmo dagli indirizzi alla valutazione dei singoli programmi che chiunque può
ae1Detto questo, il mio giudizio sulla trasmissione è che essa è stata ben fatta, ma ciò vale zero perché questo non è un tribunale estetico e si devono rispettare alcuni criteri fissati dalla vigilanza. Mi permetto allora di fare alcune domande al direttore della rete. Se ho capito, una delle contestazioni è che si è presentata male ed in modo unilaterale l'università di Roma. Personalmente, se devo fare una critica alla trasmissione, devo dire di aver visto critiche ben più dure all'università di Roma nei telegiornali pubblici e privati, da parte degli studenti e da parte di professori non presenti nel senato accademico. Esistono pagine e pagine di critiche durissime su quello che accade e vorrei che si tenesse conto anche di questo; non le ho viste invece rappresentate. Una parte forte della contestazione universitaria non è stata rappresentata. Quindi io faccio una contestazione di parzialità eventualmente di segno opposto, ma che non faccio valere perché i programmi televisivi hanno un loro elemento di parzialità. Ciascuno di noi non può pensare di ritrovarsi espresso nei dibattiti. Pongo però la domanda al direttore di rete: siccome si è aperta qui una interessante discussione sul tema dello stato delle università italiane e non solo di Roma, ritiene la Rete due, a partire dallo spunto dato da questa vicenda, di compiere un viaggio nel pianeta universitario italiano in autonoma scelta da parte dell'università perché prosegua questa discussione, magari richiamando anche il rettore Tecce a questo tipo di discussione?xe
La seconda domanda l'ho già fatta: che si fa, cosa accade in altri paesi europei quando viene meno il contraddittorio, cioè quando una delle parti rifiuta di partecipare? Conosco parecchi codici: si fa ugualmente la trasmissione. La mitica BBC ha l'obbligo di fare ugualmente la trasmissione.
Terza questione, che giudico importante: voi confermate che il rettore Tecce è stato invitato ed ha detto di no? Mi pare un punto dirimente per la Commissione di vigilanza. Vorrei sentirlo dire bene perché per me è decisivo: se è stato invitato, non ha luogo alcun documento successivo.
Un'ultima questione sollevata anche da altri colleghi mi interessa molto, ed è quella posta dalla consulta qualità. È un terreno davvero delicato: come si interviene quando su una vicenda è aperta l'istruttoria? La storia pregressa della cronaca di questo paese è tale che di Ustica - come di altri grandi processi - non si sarebbe parlato se non ci fosse stata la possibilità di intervenire: è del tutto evidente. Mi rendo conto, però, che c'è un problema, che non riguarda tanto questo programma, quanto la questione delle telecamere in tribunale e delle garanzie: è il problema posto dai colleghi Taradash e Poli Bortone, e che sento anch'io. È vero, c'è un problema di garanzie e vorrei conoscere la vostra opinione sulla possibilità di intervenire su tale tema. Attenzione, però: queste materie hanno confini molto sottili. Noi abbiamo già dato indirizzi e bisogna muoversi nel rispetto dei codici e delle carte esistenti. Molto sottile è il confine tra il darsi delle regole (questo può valere per qualsiasi Governo) ed intervenire a limitazione del diritto di cronaca. Vorrei sapere come intendete il confine in questo senso.
Ricordo in primo luogo a me stesso che l'indirizzo che riguardasse i processi (non parlo più di Marta Russo) può partire dalla Commissione di vigilanza ma non può che essere indirizzato anzitutto all'authority per estenderlo a tutto il settore privato. Ciò che non potrebbe accadere è la fissazione di una regola sul garantismo applicata al servizio pubblico, mentre altre sei reti nazionali non stanno nello stesso sistema di regole. È evidente che, se si vota un indirizzo, si deve sapere che questo diventa generale e va inviato all'authority: credo che sarebbe molto rischioso per le sue conseguenze ma già anticipo quale sarebbe la mia richiesta in quel caso.
Infine, non so se siano sfuggite tre righe del comunicato del senato accademico. Mi auguro comunque che, qualunque decisione si dovesse assumere, non ci si limiti alle ultime quattro righe, che non avevo letto: chiederò spiegazioni a Tecce per iscritto. Si parla di iniziare un procedimento disciplinare nei confronti del professor Gnisci per le dichiarazioni rilasciate durante la trasmissione e si fa presente che si scriverà una lettera a tutto il personale dell'ateneo per comunicare che le interviste nell'ambito dell'università dovranno essere preventivamente autorizzate dal rettore o dai presidi interessati.
Mi auguro che la Commissione di vigilanza resti molto distante da questo tipo di indirizzi.
Premesso che ammiro molto Augias come giornalista e come letterato, mi pongo una questione in quanto credo che la funzione della Commissione di vigilanza, e quindi di ciascuno di noi in quanto suo membro, sia quella di mettere in evidenza i problemi di fondo che attengono al rapporto tra il servizio pubblico e la realtà complessiva della nostra società.
Vorrei sottolineare con molta modestia che nelle stesse parole pronunciate oggi da Augias si rileva un elemento che ci può aiutare a formulare un giudizio che vada al di là del problema strettamente giuridico, dei lamenti sull'università di Roma, sulla responsabilità della RAI ed altre cose del genere, per capire meglio il rapporto tra servizio pubblico e realtà della nostra società.
Augias ha detto - e mi pare che questa sia l'espressione della regola fondamentale che vige e non può non vigere in materia di giornalismo televisivo - che gli interventi sono stati sempre equilibrati - uno di qua, uno di là -, il che è vero. Ma non è forse proprio qui che cogliamo il limite di una trasmissione (non parlo di questa ma in generale) dedicata ad un problema circoscritto all'interno del quale però si cala, come un enorme contenuto non contenibile, un problema molto più grosso? Uno di qua e uno di là significa in bianco e nero; la realtà, soprattutto quella dolente dell'università italiana, è policroma, e non si può ridurre al bianco e nero.
Credo che, al di là della straordinaria professionalità di Augias, della buona volontà di tutti, della pace delle nostre regole formali, il problema di fondo sia proprio questo. Mi associo quindi alle richieste di chi ha domandato ai dirigenti editoriali della RAI di aprire, per esempio, una serie di trasmissioni sullo stato delle università italiane. È un problema che non si può racchiudere in termini manichei (hai ragione tu, ho torto io, o viceversa) ai quali inevitabilmente obbedisce una trasmissione a carattere tutto sommato spettacolare. Non entro nella questione dell'interferenza giudiziaria, che interessa altri colleghi; a me importa l'impossibilità di ridurre una realtà così complessa in un letto di Procuste, per cui necessariamente viene tagliato un piede, qualche volta la testa (se c'è), viene tirato un braccio o qualche altra parte del corpo.
Il problema sta tutto qui: lo strumento televisivo ha una straordinaria potenza e quindi, come uomo di cultura, auspico che
Un'analisi su questo problema sarebbe fondamentale e su di essa il nostro servizio televisivo potrebbe utilmente esercitarsi.
Desidero rivolgere alcune domande. Penso che vi sarete posti il problema derivante dal fatto che il tema che affrontavate era di grande delicatezza; spero che almeno su questo punto abbiate riflettuto a lungo e vi siate chiesti se valesse la pena di fare un programma in diretta o se fosse preferibile la registrata. I programmi in diretta sicuramente comportano alcuni problemi che quelli registrati consentono di limitare: alcuni meccanismi possono sfuggire - poi magari questo non è avvenuto - ma può darsi che su un tema così delicato si potesse esaminare l'eventualità di scegliere la registrazione.
Il rischio maggiore era quello dell'interferenza sull'istruttoria in corso: potevano sfuggire alcuni giudizi, alcune battute; mi pare che la magistratura voglia addirittura acquisire una testimonianza. Quindi, sicuramente almeno in un passaggio si è andati un pochino oltre, tanto da fare intervenire la magistratura per recuperare una testimonianza: almeno questo è quanto ho letto sui giornali.
Ricordo, caro Freccero, una trasmissione sciagurata di alcuni anni fa di TV 7 su Ustica, dove si affermò con assoluta certezza che si era trattato di un missile. Uscii da quella trasmissione con un senso di frustrazione: non è possibile - pensavo - che la prima rete del servizio pubblico fornisca certezze così definitive sul fatto che volassero aeroplani e missili ovunque, il tutto dimostrato da teorici del settore.
In queste occasioni, quando tutto è ancora da risolvere, quando la magistratura non ha ancora espresso un giudizio definitivo, c'è il rischio che si entri nel campo della certificazione di un'ipotesi. Mi chiedo allora - ripeto la domanda di Taradash - perché non ci si sia posti il problema delle altre strade investigative, visto che questo è lo specifico tipico della televisione: c'è una traccia investigativa proposta dalla magistratura, ma possono essercene altre. Non credo che non ne abbiate avuto nozione ma di ciò non è stato fatto cenno.
Non mi pare che Tecce abbia dato solo una risposta negativa; oggi egli ci ha fornito una motivazione dicendoci che non ha ritenuto opportuno andare in trasmissione per le ragioni che mi pare abbiate ascoltato. Vi chiedo: si è tenuto conto di tutto ciò? Si è detto in trasmissione che il rettore ed il senato accademico avevano deciso di non intervenire per questo o quest'altro motivo? Ciò vi ha indotto ad essere più cauti?
Freccero è un maestro e ci insegna che c'è una bella differenza tra la tesi che si esprime attraverso il programma televisivo e la testimonianza. Quest'ultima non fa ancora televisione: è un supporto video ad una tesi «clandestina» aperta che la televisione va a dimostrare. Può darsi che la tesi non esista e la si ricerchi; però la testimonianza più negativa ha sempre più successo in televisione. Quando si dice «questa università è un inferno», l'affermazione ha un'efficacia dirompente per chi ascolta e molto maggiore rispetto a quella secondo la quale tutto va bene.
Si metabolizza una tesi «clandestina» che forse non è quella che lo stesso conduttore voleva; pur tuttavia, bisogna essere tanto bravi da separare le testimonianze, filtrarle, fare in modo che vengano
Sono state fatte tutte queste valutazioni, per cui alla fine si è comunque ritenuto che a tali domande si sia data risposta da voi giudicata positiva? Ed il prodotto è da voi ritenuto ancora positivo?
Considero di grande valore l'intervento svolto poc'anzi dal collega Taradash il quale - proponendo, come mi è parso di capire, al conduttore Augias un possibile percorso informativo alternativo, quello della controinchiesta - ci ha fatto toccare con mano (ho provato un brivido lungo la schiena) il rischio che si sarebbe corso se i curatori della trasmissione - sfuggendo allo stile inglese di Augias - si fossero concessi il gusto di percorrere gli itinerari alternativi o complementari di inchiesta.
Credo che in quel caso oggi ci troveremmo di fronte ad una bella matassa da sbrogliare; sarebbe stato legittimo - oggi lo è un po' meno - il rilievo della consulta qualità. Ci saremmo posti il problema dell'interferenza tra la ricostruzione di un'inchiesta ed il lavoro dell'informazione.
Questo non è stato fatto. Se la trasmissione fosse stata condotta in quel modo, sarebbe stata ancora più elettrizzante e suggestiva; avrebbe avuto un milione di audience in più, ma vi ringrazio per non averlo fatto. Credo che questa riflessione sia utile perché ci consente di fare un piccolo passo avanti che potremmo approfondire successivamente.
Vorrei invece introdurre due brevissimi interrogativi. Poiché la precedente audizione si è conclusa in modo rapsodico e non so che cosa sia restato a verbale e cosa no ...
Tra le ultime frasi del rettore Tecce vi sono state una nota citazione: «c'è del marcio in Danimarca» e una valutazione politica molto netta: «c'era un obiettivo recondito nella trasmissione». Mi sono permesso di chiedere fuori verbale se tutto ciò corrispondesse ad un segnale trasversale. Tengo a ripetere queste affermazioni che non figurano a verbale e chiedo su di esse qual è il vostro giudizio, la vostra opinione.
Chiudo con una battuta che mi auguro non consideriate come una provocazione. La farete una trasmissione-inchiesta sui Murazzi di Torino e sull'annegamento del giovane marocchino o avete paura di essere denunciati per diffamazione dalla comunità di Torino?
Trattandosi della presa di posizione di un'istituzione, essa assume una particolare importanza rispetto ad un rilievo mosso ad una qualsiasi trasmissione da un
In questa sede non dobbiamo comunque stabilire se c'è stata o non c'è stata diffamazione. L'università, se si ritiene diffamata dalla trasmissione, ha tutti gli strumenti - e non so se li abbia utilizzati - per farsi rendere giustizia. Credo che il compito della nostra Commissione sia verificare se gli indirizzi fissati dalla Commissione in materia di trasmissioni televisive siano stati effettivamente violati in questa circostanza. A latere si possono fare una serie di considerazioni, come quelle - a mio avviso non convincenti - che suggerisce la consulta qualità della RAI, e cioè l'affermazione della necessità di non procedere a trasmissioni su fatti o situazioni per i quali è in fase istruttoria un procedimento giudiziario. È evidente che questa soluzione rischierebbe di inibire ogni tipo di informazione sulle vicende giudiziarie.
Si pone in effetti il problema, che è stato peraltro sollevato più volte dalla Commissione (ricordo la lunga ed approfondita discussione, che portò anche ad un documento, sull'opportunità di trasmettere in diretta, e in che modo, il processo ad Andreotti), di come la televisione fa informazione giudiziaria. Però questo è un tema molto complesso, che meriterebbe qualche indirizzo generale, ma che comunque va posto, così come il tema, che attualmente non è regolato da norme di legge né da indirizzi della Commissione né da norme interne alla RAI, relativo alla opportunità o meno di affidare a parlamentari determinate trasmissioni; anche tale questione dovrà formare oggetto di una riflessione e di una determinazione.
In questa sede dobbiamo soltanto cercare di capire se effettivamente gli indirizzi fissati dalla nostra Commissione siano stati violati. E l'indirizzo principale cui fare riferimento è quello del pluralismo, cioè della rappresentazione il più possibile completa dei diversi punti di vista che su un determinato evento si sono manifestati.
Sotto questo profilo - lo confesso - non trovo che si possano muovere censure alla trasmissione, sia per il modo in cui è stata congegnata (affrontava diversi temi ed era divisa per argomenti) sia per la scelta degli interlocutori indicati. Si è presentata come una trasmissione abbastanza pluralistica sotto questi aspetti ed anche nell'esposizione dei punti di vista.
È vero che sono state pronunciate parole molto pesanti nei confronti dell'università da parte del professor Gnisci, bilanciate dalle posizioni opposte assunte dal professor Cotta, che ha contestato alla radice la tesi del professor Gnisci riproponendo il tema della responsabilità individuale e non della responsabilità ambientale, anche se in qualche passaggio - e forse avrei gradito che il conduttore gli avesse fatto sviluppare il concetto - ha dichiarato che ci sono condizioni nelle quali la responsabilità individuale può essere attenuata. Sono state manifestate opinioni radicalmente differenti anche da parte degli studenti; anzi - e qui forse hanno ragione il dottor Freccero e l'onorevole Augias - le tesi degli studenti dirette a rappresentare l'università come situazione di degrado erano molto morbide, mentre le tesi orientate a sostenere che tutto va bene erano molto secche e determinate.
Complessivamente dal mio punto di vista (ho guardato la trasmissione non la sera in cui è andata in onda, ma successivamente qui in una stanza, quindi con una concentrazione particolare che quando normalmente si guarda una trasmissione non si ha) la trasmissione si è dimostrata equilibrata. Se invece si vuole fare una riflessione sull'opportunità o meno che determinati temi siano trattati, si affronta un problema di carattere più generale, la cui responsabilità non può essere fatta ricadere su chi ha deciso e ha portato avanti questa trasmissione.
Concludo con una considerazione di carattere generale. Su alcuni temi di ampio respiro sarebbe opportuno sentire l'opinione anche di due autorevoli esperti sia del giornalismo sia dell'uso del mezzo televisivo. Quanto allo specifico della trasmissione - lo ribadisco ancora una volta - riscontro una drammatizzazione dei giudizi con la quale non mi sento di concordare; può darsi, tuttavia, che io non abbia la
L'invito che posso rivolgere è che non si utilizzi la vicenda di Marta Russo per evitare che si parli dei problemi dell'università, oppure per fare esattamente l'inverso: si porti avanti un onesto lavoro di informazione, al fine di mettere a disposizione dei cittadini che guardano la televisione i diversi punti di vista che su questo argomento sono emersi.
Faccio mie le domande poste dal collega Romani: sono state tenute presenti queste precauzioni nel momento in cui si è deciso di dar vita alla trasmissione? Perché è stata scelta la diretta e non invece la trasmissione differita, che avrebbe offerto la possibilità di limare e di correggere eventuali errori? Non voglio infatti ricordare a due esperti del mezzo televisivo che la trascrizione ha un valore molto relativo rispetto alla correttezza dell'impianto: una cosa è infatti rendere una dichiarazione in televisione, altra cosa è trascrivere quella dichiarazione e farla leggere. L'espressione del viso, il tono e il contesto nel quale si parla fanno assumere un valore completamente diverso da quello che invece si desume leggendo la trascrizione.
Ci sarebbe da fare un dibattito di ore su questo aspetto, però resta l'interrogativo sull'utilizzazione del mezzo televisivo rispetto ad un evento che dal punto di vista giudiziario si trova ancora nella fase istruttoria, quindi nella fase dei dubbi, delle incertezze o delle non certezze, rispetto alle quali una trasmissione televisiva può assumere il valore di una manipolazione dell'opinione pubblica, perché comunque si dovrà fare un processo, ci saranno dei giurati, cioè persone che avranno visto la trasmissione e potranno essere in qualche modo orientate da quello che hanno visto.
Colgo dunque l'invito che è venuto dai colleghi Giulietti, Falomi e Raffaelli sul fatto che ci debba essere un confronto all'interno di questa Commissione e che si debbano formulare indirizzi: abbiamo avuto già modo di parlarne quando si è discusso il caso Andreotti, e allora optammo per un no alla diretta di quel processo, anche se lì non si trattava della ricostruzione dell'indagine ma si doveva decidere se seguire o no in diretta un processo senza la mediazione giornalistica, che assume un valore assai rilevante ai fini dell'oggetto della trasmissione.
Per mia personale convinzione, ritengo che il servizio pubblico avrebbe dovuto astenersi dal mandare in onda questa trasmissione, non per il buon nome della comunità dei torinesi o dell'università, ma per il semplice fatto che avrebbe potuto costituire, come in effetti ha costituito, una turbativa nella fase istruttoria. È comunque questa una convinzione che riferisco a livello personale, quindi senza alcuna implicazione politica.
In conclusione, ribadisco che mi associo alle domande che sono state rivolte al dottor Freccero e all'onorevole Augias dal
Sulla vicenda dell'università di Roma vi è un supertestimone, la signora Alletto, la quale pare sia stata assunta come invalida civile. Ora, quando i supertestimoni hanno un retroterra - per così dire - non molto chiaro, allora è facile che il giornalista intuisca che su di essi gli inquirenti eserciteranno una forte capacità di convincimento e di condizionamento. D'altra parte, quando queste inchieste partono, bisogna fare in modo il prima possibile che l'opinione pubblica abbia una risposta.
Ora, una trasmissione che non abbia finalità di carattere pedagogico dovrebbe essere costruita a mio avviso secondo una trama ed un copione tali da far emergere queste contraddizioni. È stato citato il caso di Ustica: è vero, ma il copione seguito per quell'inchiesta potrebbe essere valido anche per il caso dell'università di Roma.
In sostanza, un po' tutta l'informazione sull'università di Roma ha teso a far passare una serie di messaggi: un ateneo invivibile, una struttura che tende ad accumulare antagonismo e violenza, con una carica che può benissimo sfociare in comportamenti criminali. È stato questo il quadro venuto fuori dall'informazione complessiva sulla vicenda.
Mi domando, allora: è possibile costruire un'inchiesta televisiva di controinformazione, cioè un'inchiesta che rappresenti una trama diversa da quella istituzionale? In altre parole, in questo paese è ancora possibile costruire informazione giudiziaria che sia alternativa al verbo delle procure e delle istituzioni? E la trasmissione di cui ci stiamo occupando - nella sua trama, nel suo motivo conduttore - si è posta un obiettivo che in questo paese le grandi inchieste giudiziarie, i giornali, tutti gli strumenti dell'informazione non si pongono più?
In realtà non si tratta di fare controinformazione o antagonismo: si tratta di fare un buon lavoro giornalistico.
La Commissione di vigilanza doveva occuparsi di questa trasmissione: secondo me abbiamo fatto bene ad occuparcene. Se poi il seguito della nostra discussione sarà una risoluzione sulla trasmissione oppure un atto di indirizzo in tema di giustizia e di processi, ciò non toglie che proprio da questa trasmissione dovevamo partire. È vero che c'è una lacuna, ma non significa - senatore Falomi - che, in assenza di un indirizzo al quale far riferimento, noi non dobbiamo occuparcene.
Se non fossi stato presidente della Commissione, quindi, avrei chiesto ugualmente un'audizione sull'argomento, nella mia qualità di membro della Commissione.
Il senato accademico della Sapienza ha chiesto alla nostra Commissione di intervenire per una trasmissione che ha reputato dai contenuti diffamatori. Qui gli indirizzi, dunque, non c'entrano nulla: ci regolano le finalità di servizio pubblico, gli articoli 1 e 4 della legge n. 103 dicono cosa dobbiamo fare. Non ci sono solamente gli indirizzi, tant'è vero che essi sono ribaditi nella legge in itinere sull'autorità nelle
Spero quindi che su questo punto il dibattito si chiuda presto. Se ogni volta dobbiamo discutere sulla legittimità della nostra azione, senatore Falomi, bisognerà spiegare al paese che non possiamo discutere sull'omicidio di Marta Russo ripreso dalla televisione. Qui parliamo del delitto, di una ragazza assassinata all'università: cosa c'entri il pluralismo mi riesce difficile comprenderlo.
A mio parere, se devo esprimere un giudizio di gravità, la cosa più grave che abbiamo ascoltato in questa audizione è in una risposta del direttore di RAIDUE, il quale ci ha detto che oggi, 22 luglio, ancora non conosce un parere della consulta qualità della RAI espresso il 3 luglio (il senato accademico ha protestato il giorno successivo, non nella giornata precedente). In sostanza, qui abbiamo un organo di consulenza qualitativa del consiglio di amministrazione che spara cannonate su una trasmissione («non si possono creare opinioni fondate soltanto su supposizioni, su pregiudizi, che confondono l'opinione pubblica anziché informarla»), ma questo parere non viene portato a conoscenza del direttore di rete: è un fatto grave, che voglio segnalare alla vostra attenzione. Se ricorderete, infatti, proprio durante la discussione sul pluralismo mi feci portatore di un'idea: chiedere alla RAI di trasmettere a questa Commissione i pareri della consulta qualità. Non si può far finta che quest'organo non esista. Dobbiamo ringraziare il rettore che ci ha messo a conoscenza di un documento che la nostra Commissione non conosceva: è grave, però, che non lo conoscesse nemmeno il direttore di rete (stante la sua affermazione).
Perché questo riferimento, colleghi? Perché il problema è l'assenza di una dialettica nel servizio pubblico su ciò che si fa, che non si fa, che si può fare, che non si deve fare. È un grande problema di rapporto interno all'azienda che dobbiamo deciderci a sollevare ed a risolvere, anche con l'approvazione di nuovi indirizzi.
Ricordo che la nostra Commissione - dopo uno stallo di più di una legislatura - ha ricominciato a impartire indirizzi. È un merito collettivo: significa che ci poniamo il problema del rapporto dialettico con il servizio pubblico. Dobbiamo considerarlo un merito, non un limite.
Vengo ora ad altre questioni. Innanzitutto, reputo professione di «benaltrismo» dire che bisogna fare la trasmissione sull'università. Cosa c'entra con il delitto? Qui stiamo parlando di una trasmissione su un delitto che è diventata trasmissione sull'università. Ecco il problema. Certo, anch'io vorrei trasmissioni su tutte le università, compresa quella di Camerino, ma il problema è cosa c'entri questo (non dico «che ci azzecca ...», altrimenti parleremmo di un'altra inchiesta, quella di Mani pulite, alla quale ha fatto riferimento l'onorevole Romani) con il delitto di Marta Russo. Può essere un particolare, ma non la tesi principale di una trasmissione. Allora l'interrogativo sull'opportunità di discuterne è davvero «benaltrismo». Noi dobbiamo discutere se la RAI abbia fatto bene o male: possiamo anche astenerci dall'esprimere un giudizio istituzionale, ma sicuramente non possiamo sottrarre a noi stessi il diritto di esprimere giudizi personali su questo tipo di trasmissione.
Onorevole Giulietti, non so se sia giusto puntare l'attenzione sull'invito o sul
Nella lettera che ci è stata gentilmente letta dal direttore di RAIDUE si parla di una richiesta di autorizzazione: è cosa diversa da un invito. La lettera riguarda un'autorizzazione a realizzare le riprese televisive all'università. A voce, poi, al rettore o alla sua segreteria (questo ancora non l'ho capito, perché il rettore ha detto di non ricordare) è stato chiesto di ...
Ecco perché non mi interessa sapere se l'invito sia stato effettivamente formulato. L'invito c'è stato ed il rettore ha spiegato perché ha rifiutato di andare. Punto. Finita la questione. Ma la trasmissione è andata in onda ed i telespettatori non sanno se il rettore è stato invitato ...
In sostanza, qui il riferimento non è all'assenza del rettore, ma alla mancata concessione dell'aula. Ma è un problema che non mi interessa. Sto ponendo un'altra questione. Vi potrei dire che tanta prudenza non l'avete usata nello speciale sulla massoneria (proprio su RAIDUE): non è andato in diretta, è stato trasmesso in registrata, si è scatenato un autentico inferno. Allora quella prudenza? L'assenso del gran maestro, l'assenso a fare la diretta o la registrata (e poi la decisione sulla differita): ricorderete la questione, colleghi. Ma non mi interessa fare il processo a RAIDUE: mi interessa capire se vi sia una logica o no. Ecco la questione di fondo.
La trasmissione, direttore, va in onda a cinquanta giorni dall'omicidio di una ragazza. Non stiamo parlando di Ustica, fatto avvenuto chissà quanti anni fa (e chissà quanti mesi dopo è avvenuta la prima trasmissione); non stiamo parlando delle stragi. Sono vicende che abbiamo vissuto tutti sulla nostra pelle. E, se permette, viviamo sulla nostra pelle anche il delitto all'università di Roma. Pur avendo visto la trasmissione soltanto ieri, e non il 1o luglio, ho provato grande emozione di fronte a quelle immagini. Sapere di un delitto in cui è morta una ragazza ed aver
L'altra questione che sollevo - e larvatamente affrontata in questa sede, avendovi fatto riferimento il senatore Falomi - riguarda la scelta del conduttore che tutti stimiamo e apprezziamo (così non lo devo ripetere più, e del resto è la verità), ma non vi è bisogno ogni volta di fare una sorta di commemorazione più che di celebrazione. Direttore, non ha senso rincorrere le proteste dei gruppi politici che, per loro natura, sono faziosi. Tuttavia il presidente dell'ordine dei giornalisti è intervenuto su tale questione, giudicando assolutamente legittime le proteste sula scelta di affidare la conduzione del programma ad un parlamentare europeo; poi affronterò anche l'aspetto del risvolto ideologico, che è trapelato anche nelle parole del professor Cotta, pronunciate alla fine della trasmissione. Comunque, è stata data ad un parlamentare europeo un'opportunità che a nessun altro parlamentare è concessa; infatti nessuno di noi può condurre una trasmissione televisiva (non so se siamo bravi o meno), ma questo è il dato.
Passo ora alle domande, altrimenti rischio di dilungarmi.
La prima domanda riguarda l'opportunità di fare una trasmissione a soli 50 giorni dal delitto. Vorrei capire se gli atti letti in trasmissione fossero pubblici o riservati solamente alle parti, essendo in pendenza tra e dopo la trasmissione un giudizio davanti al tribunale per la libertà.
Sulla scelta del conduttore sono già intervenuto; chiedo soltanto al direttore se non vi siano giornalisti della seconda rete o in tutta la RAI in grado di fare questo tipo di programma.
Il professor Cotta ha denunciato il taglio ideologico che l'onorevole Augias voleva dare alla trasmissione, cioè puntare sulle colpe dell'ateneo e della società più che su quelle dell'individuo e delle persone cui tale responsabilità va eventualmente imputata.
Questa tesi era a conoscenza del direttore di RAIDUE prima della scelta della
L'onorevole Augias ha ammesso che alla fine della trasmissione non si è parlato nella sostanza di Marta Russo: questo lo reputo, a livello professionale, un successo ed un fallimento.
Per quanto riguarda la tesi secondo cui l'ateneo sarebbe stato diffamato con il rifiuto ad ospitare la trasmissione, vorrei sapere perché avrebbe dovuto acconsentire a tale richiesta. Perché, secondo voi, avrebbe dovuto dire sì alla richiesta di ospitare la trasmissione nell'ateneo? Vi è stata poi quella battuta finale, che lei ha attribuito ad altri, sull'istituto di filosofia del delitto, come è stato ribattezzato da qualche ironica persona che lei frequenta. Obiettivamente questa battuta getta una luce davvero sinistra sull'ateneo di Roma.
Quando ha invitato gli ospiti, onorevole Augias, conosceva la tesi del professor Gnisci sull'inferno della Sapienza?
Quali sono i «mezzucci» utilizzati da certi personaggi che hanno impedito ad altri di elevare il livello del proprio comportamento e delle proprie dichiarazioni? Ho parlato con una persona che ha visto, come me, la trasmissione e mi ha fatto notare che è un «mezzuccio» anche intervistare il questore che parla di omertà senza spiegare in cosa consista. Ciò nello stesso momento in cui lei sottolineava giustamente che l'omertà è tipica di ben altri ambienti, come se l'ateneo fosse una filiale di Cosa nostra. Vorrei chiedere da quale università vengano lanciati i sassi, tanto per capire il contesto!
Queste questioni, secondo me, la dicono lunga (è un'opinione personale che può essere tranquillamente contestata, ci mancherebbe altro!) sulla validità della tesi del senato accademico, che ha denunciato il fatto che la trasmissione sia stata condotta a senso unico. Si è avvalorata la tesi che Marta Russo è morta solo perché era all'università La Sapienza e che quanto accaduto non poteva verificarsi in nessun'altra parte: questa è la tesi di fondo che emerge dalla denuncia del senato accademico.
L'onorevole Raffaelli ha chiesto giustamente di conoscere il vostro commento sulla frase del professor Tecce in merito al «marcio in Danimarca», come se vi fossero manovre elettorali. Proprio questa mattina uno dei candidati alla carica di rettore all'università di Roma, il professor Orlandi, ha detto cose inenarrabili, secondo la mia modesta capacità di giudizio, sul degrado della Sapienza e si è associato alla tesi del professor Gnisci secondo cui quel delitto è avvenuto all'università di Roma e non poteva avvenire altrove (Commenti del deputato Giulietti). Sono problemi loro! Noi siamo membri della Commissione di vigilanza della RAI! Siamo tutti capaci di fare dello spirito, ma non riesco a farlo sul delitto di Marta Russo, caro collega Giulietti (Commenti del deputato Giulietti)! Non ha la parola!
In questo caso non c'entra nulla la faziosità politica o la politica che contesta la RAI, perché siamo in presenza di un gruppo di persone che hanno seguito una trasmissione ed esprimono un giudizio, a prescindere dalle parti in commedia. Lo stesso giudizio, onorevole Augias, l'ho trovato riportato nella rassegna stampa dove in pratica viene contestata la gestione dell'inchiesta. I colleghi hanno a disposizione copia della rassegna stampa e potrei citare l'Avvenire, ma anche altri quotidiani come Il Giornale d'Italia; l'Unità ha espresso un giudizio favorevole alla trasmissione; vi sono poi il Giornale ed il Corriere della Sera che, attraverso l'inserto TV Sette, ha pubblicato un articolo di Alberto Bevi-lacqua, in cui l'autore scrive che sul caso della povera Marta Russo: «Avrei dedicato spazio, spazio, alla figura umana della povera ragazza: ne avrei fatto il centro di tutto. Quanta identificazione ne sarebbe nata nei telespettatori e che risultato»; e poi aggiunge: «Perché tanta morbosità sulla macchina 'esterna' del giallo?» È una vergogna.
Chiedo scusa della lunghezza del mio intervento e dei toni, onorevole Giulietti, se sono apparsi offensivi, ma non voleva essere questa la mia intenzione (a volte capita).
Nel fare mie anche tutte le domande dei commissari, do la parola ai nostri ospiti.
Mi devo complimentare con lei, in quanto presidente, per il livello della Commissione, delle obiezioni e delle osservazioni espresse che le assicuro, avendo certo meno esperienza di voi del lavoro parlamentare, sono di qualità estremamente superiore a quella per esempio ...
Proprio per questo livello e per la buona fede che mi è sembrata, collega Novi, trasparire dalle vostre domande, al di là di ogni strumentalità politica, mi sia consentito rivolgervi due preghiere, perché non c'è una sola lacuna, ve ne sono due, che alla fine del mio intervento mi permetterò di farvi osservare.
Prima vorrei cercare di rispondere alle molte domande dei colleghi; anzi mi scuso se non risponderò a tutte e se vi sembra sia il caso vi prego di richiamarmi, così cercherò di essere più preciso.
Per quanto riguarda la questione di fondo del senato accademico, osservo che la diffamazione è un reato che si basa su fatti precisi, contestabili, individuabili. Individuate questi fatti, queste parole, queste espressioni, questi atteggiamenti e questi toni (differenza fra scritto e parlato) e contestatemeli, se ci riuscite.
La mia idea, presidente, gliela dico in assoluta buona fede, come se stessimo tra amici e non in una Commissione parlamentare. Ho riletto questa mattina, dopo venti giorni, il testo trascritto e la mia idea è che non c'è nelle 70 cartelle una frase che possa sembrare sbilanciata (ne citerò subito due, che lei prima ha richiamato) in un senso, e se c'è io la sdrammatizzo immediatamente dopo, correggendomi, o addirittura pronuncio una frase opposta per riequilibrare il significato.
Lei, per esempio, ha fatto riferimento al termine «mezzucci». Ho individuato il punto in cui pronuncio questa parola e adesso cercherò di illustrare il contesto in cui ho utilizzato tale sostantivo. Tra l'altro, mi consenta di dire che il comunicato del senato accademico è scritto in un italiano zoppicante.
Dal testo risulta (mi rivolgo agli studenti): «Voi ci vivete lì dentro. Io leggo i giornali. Quello che è mancato è di vedere dichiarazioni, nel complesso delle cose successe dopo il fatto, comportamenti, all'altezza della tragedia che era successa. Io mi sarei aspettato in un'università, da parte di professori che insegnano materie importanti, un livello che non ho sentito. Ho avuto l'impressione di vedere 'mezzucci'». Caro presidente Storace, mentre pronunciavo la famosa parola, avevo in mente la sentenza con la quale erano stati rinviati e confermati in carcere i due indiziati, dove i «mezzucci», se lei avrà la pazienza di leggerla, sono esplicitati.
Una sola volta vi è stata una frase che mi ha fatto sobbalzare e l'ho letta in una intervista rilasciata dal professor Lipari, padre di Chiara Lipari, che citando Corrado Alvaro ha detto: «La dispersione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile». Questa mi è sembrata una frase bellissima, contrapposta ai «mezzucci», mi permetta di ripeterlo, ed alle molte bugie, che, caro presidente, il questore di Roma, persona prudentissima per inclinazione personale e per carriera, ha ritenuto di aver trovato dentro l'università, dentro l'istituto di filosofia del diritto: un clima omertoso. È una cosa che fa sobbalzare! Avrà fatto sobbalzare lei non meno di me.
Presidente Storace, lei sa come me che l'immagine dell'università era pessima. Se avessimo potuto andare lì dentro in trasparenza e con un dibattito equilibrato, avremmo fatto un favore a loro prima ancora che alla pubblica opinione. Questa è la verità, caro presidente, e lo sa benissimo che è così!
Erano atti pubblici e pubblicati o ripresi ampiamente dai giornali quelli che abbiamo letto. La tesi della responsabilità dell'ateneo non emerge; non c'è nel programma alcuna tesi: se una accusa può essere fatta è che è stato un programma vile, reticente, troppo cauto. Tale era la mia preoccupazione mentre lo facevo che sui due indiziati ho detto meno di un quarto di quanto avrei potuto dire. Non ho detto neppure una delle bugie che loro hanno detto, provate a verbale, provate in una sentenza, sia pure provvisoria; non ne ho detta neppure una.
Il collega Landolfi ha affermato di essere preoccupato di due aspetti ed ha chiesto se avevamo cautelato i due indiziati. Li abbiamo talmente cautelati che non sono stati quasi mai citati. L'altro aspetto gravissimo, che il collega comunque ha fatto benissimo a sollevare, è stato
In questo caso invece la vicenda era in istruttoria e potevo soltanto, sì e no, andare sul sentiero strettissimo dato dagli atti e da quanto era emerso. All'interno di quel sentiero mi sono trattenuto, anzi, con un eccesso di cautela che qualcuno mi ha rimproverato. Mi sono addirittura lasciato qualche centimetro di margine a destra e a sinistra per essere assolutamente garantito.
Voglio vedere, se mai il Senato accademico metterà in pratica la sua minaccia, per me infondata, di querelare o di chiedere il risarcimento civile dei danni, a quale frase, a quale impostazione latente del programma contenuta in queste 74 cartelle si andranno ad appellare.
Presidente Storace, voglio rispondere a quanto mi ha detto, perché ho visto accoratezza nelle sue parole. Lei ha detto che si è parlato poco di Marta Russo. È stato un mio scrupolo alla fine del programma dire, e lei lo ricorderà perché il programma l'ha visto da poco: «In questo programma abbiamo parlato poco di Marta Russo e me ne vergogno, ma proprio perché ne abbiamo parlato poco vorrei chiudere su di lei». Anzi se un rimprovero devo fare a Cotta è di avermi rovinato il finale del programma con quel suo intervento in cui ha ripetuto per la terza volta la stessa cosa, un pochino vieu jeu.
Vi è un'ultima cosa: nel caso di un delitto - questa è una regola che riguarda tanto i libri gialli quanto i film ed i programmi televisivi, che ovviamente mutuano tutti una stessa atmosfera -, nelle indagini su un delitto, dicevo, non si parla quasi mai della vittima. Questa è una regola fissa che appartiene proprio alla qualità del racconto che intorno alle indagini su un delitto si sviluppa. Non si parla quasi mai della vittima, quindi non mi faccia colpa di aver parlato poco di Marta Russo perché io ho obbedito, parlando poco di Marta Russo, ad una legge di fondo del racconto che gira introno ad un fatto di sangue, che è sempre così: chiarita la personalità della vittima - ed è stata chiarita a pagina 10 - chiarite le circostanze del fatto, si parla di quello che è successo; purtroppo è una legge dura, ma costante. Mi citi un film, un libro o altro dove questa legge non venga rispettata.
Due lacune, dicevo, presidente, e concludo: la mia idea mi permetto soltanto di suggerirla; ho molto apprezzato anche il suo intervento prima, l'ho sentito sul circuito chiuso. Mi permetto questo suggerimento all'attenzione di questa Commissione, del suo presidente e del collega Falomi: per favore, occupatevi seriamente, su un piano generale, del problema (che non è mio personale, delicatissimo e scivolosissimo, sul quale è difficilissimo mettere le mani) se un professionista dell'informazione, che diventi deputato nazionale o europeo, possa continuare o no a fare il suo mestiere, come fanno gli avvocati, gli architetti, i medici, compatibilmente con gli obblighi di istituto, e qualunque altro tipo di libero professionista.
Attenzione, presidente, non stiamo parlando di un dipendente ma di un libero professionista. Se andate a mettere le mani là dentro - mi sono permesso di fare alcune riflessioni che, se voi riterrete, verrò ad esporvi quando vi occuperete sul piano generale di questo problema; le ho riassunte in due-tre cartelle - rischiate, secondo me, di intaccare un principio concernente addirittura la sfera della libertà costituzionale dell'individuo. Perché discriminare un professionista dell'informazione rispetto ad ogni altro tipo di professionista? Un professionista che viene eletto deputato che deve fare? Non mi riferisco a lei che ha massima competenza, è giornalista ma - mi permetta - non è noto per essere un giornalista, bensì per essere un ottimo presidente di Commissione ed un battagliero parlamentare. Lei è noto per questo; io, se permette, sono noto per essere un giornalista, sono un parlamentare in prestito; tra due anni finirà la legislatura e probabilmente non sarò più deputato europeo; posso, tra due anni, non essendo più deputato, mettiamo, riprendere un mestiere che ho interrotto completamente per cinque anni, alla mia età tra l'altro?
Mi permetto di fare queste accorate riflessioni perché ci ho pensato molto e mi sono posto veramente il problema di cosa dovevo fare; a me cosa importa di fare un programma in più o in meno? Mi sono posto il problema di fondo e mi piacerebbe che questo consesso di saggezza, di esperienza e di opinioni diverse esaminasse questo aspetto, così come - questa è la seconda lacuna; vedo il direttore che scalpita e non vorrei farmelo nemico (Interruzione del direttore di RAIDUE, Carlo Freccero) ... Allora il secondo elemento lo dirò se sarò convocato un'altra volta. Grazie presidente, grazie colleghi.
La prima cosa: ho atteso anche i 50 giorni perché speravo che altre reti potessero decidere di fare questo programma; ho chiesto al coordinamento palinsesti di poter fare questo programma, quando naturalmente il caso è divenuto emblematico. Credo che il servizio pubblico debba avere come compito quello di registrare la cronaca e anche dare gli elementi per comprendere il magma della complessità della nostra società. Personalmente mi sembra in questi mesi di aver lavorato con molta tensione e molta professionalità; i risultati parlano e non solo, ma in questa seduta sono apparsi altri programmi in modo sotterraneo: Mani pulite, Massoneria, questa è la prova che RAIDUE lavora su tutti i terreni e sempre con molta attenzione.
Mi è stato detto: perché la massoneria non in diretta? Era iniziata come inchiesta; naturalmente poi da questa inchiesta sono nati dei problemi riguardo alle persone intervistate e siccome io - lo ribadisco ed ho le prove per dimostrarlo - sono un garantista e non faccio mai la caccia al perdente, ma semmai il contrario, allora ho provveduto ad avere lo scoop (che mai alcuna televisione europea ha avuto) di avere i rappresentanti di tutte le massonerie riunite intorno al documento preparato dai giornalisti; é la prova della massima onestà intellettuale e veramente di limpidezza totale.
Seconda cosa. Mani pulite: mi dispiace che non ci sia l'onorevole Taradash, perché su quattro episodi di un'ora e mezza ha contestato solo l'ultimo, e questo vuol dire che ho superato ampiamente gli esami. La prima preoccupazione che ho avuto è stata: per favore, raccontiamo i fatti; avrei potuto benissimo, per Mani pulite, fare un altro racconto cinematografico e forse, se un difetto il programma aveva, era di attenersi ai dati di fatto.
Andiamo avanti: c'è questo delitto. Sapete benissimo che il lavoro della televisione viene fatto in sintonia con gli altri media. Vedo che il delitto riempie le cronache dei giornali e assume contorni che vanno oltre l'inchiesta giudiziaria; è un pretesto di dibattiti che si incrociano intorno all'università, intorno al nulla, al vuoto, tanto è vero che ho avuto la tentazione, solamente dopo una settimana, di mandare in onda, proprio perché conosco bene Hitchcock, il film Nodo alla gola. Ma mi sono punito perché ho detto: questo è un modo non corretto di creare un immaginario, di sovrapporre alla cronaca un film e di dar vita in modo surrettizio, inconscio, ad un accostamento; non l'ho programmato, e vi giuro che morivo dalla voglia di farlo.
La riprova? Anche qui, stiamo ai fatti. Con Serata Marte riesco, con un film del
Su questo ho dato prova di onestà. Bene: la voglia è forte; l'imperativo categorico di farlo è necessario. Mi guardo intorno e mi domando: chi può condurre questo programma? Sapevo che bisognava agire con velocità. Ho atteso risposte e ho visto che la mia richiesta era l'unica in RAI, come per la Serata Marte, come per l'intervista per commemorare Borsellino, come per la commemorazione di Ilaria Alpi giovedì prossimo. Ricordiamoci che la televisione oggi si intreccia con il giornalismo. Mi dicono: fallo pure; ho il loro permesso.
Devo trovare un paracadute per questo programma. Chi è che può farlo portando il rischio non dico a zero, visto che nessuno è perfetto, ma al minimo? È solamente Augias. Lo interpello una, due, tre volte: la prima volta mi dice che è impegnato in Commissione cultura del Parlamento europeo ma che vorrebbe farlo; la seconda volta mi dice che la sua agenda non glielo permette. Poi, finalmente, accetta: la scelta è stata fatta solo per far sì che il programma non sconfini nella scorrettezza e che abbia dietro di sé un discorso. Sapevo benissimo che tutto ciò poteva far nascere critiche da parte dell'onorevole presidente della Commissione di vigilanza. Ritenevo però che le critiche intorno a questa scelta fossero meno importanti rispetto alla possibilità di avere le garanzie necessarie per fare un programma corretto.
Metto tutto ciò sulla bilancia ...
Succede una cosa molto strana: purtroppo questo programma si incrocia con un'altra diretta programmata per il lunedì, quella sull'incontro Berlusconi-D'Alema sulla bicamerale. Mi sento danneggiato da questo fatto perché nella stessa serata ci sono due programmi di informazione. Non è stata colpa mia, però: avevo chiesto una settimana prima di poter fare il programma. Dico tutto questo per sottolineare che la RAI, sempre sottoposta a critiche, è in fin dei conti capace di trasmettere due programmi di informazione nella stessa giornata con un ascolto globale del 34 per cento: è un segno buono per il paese.
Non solo. Si stabiliscono dei criteri: il primo è quello di tradurre per chi non legge i giornali ma discute al bar i fatti che hanno dato vita a questa tragedia; il secondo è quello di stare attenti a non cadere nella banalità più assoluta, a parlare di inferno, di studenti, del fatto come di una pièce di teatro, ma di raccontare semplicemente i fatti: il narratore ideale è Augias. Abbiamo cercato anche di applicare la par condicio; so - come qualcuno ha giustamente sottolineato in questa sede - che non è solo la par condicio che è messa in discussione ma anche altre cose molto più gravi, come la domanda se la televisione debba rappresentare il reale.
Più vado avanti e più scopro che in politica le differenze passano attraverso i punti di vista della politica culturale. Questo è molto interessante e lo sto apprezzando. Ormai sulla politica molte volte si è d'accordo: vedo che ci sono «abbracci», spostamenti di maggioranze e minoranze. Invece sulla politica culturale si mantiene una differenza. Ne prendo atto.
Ripeto: la televisione è veramente un diavolo; su questo non c'è ombra di dubbio. È estremamente pericolosa. Però è anche vero che la televisione può aiutarci
Perché la diretta? È chiaro: questi programmi vengono fatti quasi come una sceneggiatura. Tutta la trama era scritta in precedenza. Un vero programma televisivo, se non è un'inchiesta, è dettagliato. Poi c'è la domanda-risposta che dà la possibilità di praticare altre piste: è come un ipertesto e c'è tutto uno schema logico, che può prendere direzioni diverse a seconda delle risposte e delle evoluzioni del programma.
Quanto alle finalità di quest'ultimo, esso non voleva andare contro nessuno; non c'era alcun obiettivo particolare. Ho scoperto dopo che esisteva il problema dell'elezione del rettore della Sapienza: vi giuro che non lo sapevo assolutamente. La questione era un'altra: ogni giorno ormai sui quotidiani e sui settimanali quattro pagine erano dedicate al tema. Mi sembrava obbligatorio che la televisione facesse uso di questa brutta e selvaggia parola - sinergia - con gli altri media.
Vi dico una cosa: la televisione che non fa sinergia con gli altri media è la più povera, quella che è usata come la birra nel frigorifero, come una baby sitter, come un'infermiera per un ammalato terminale. Invece, la televisione che fa sinergia con gli altri media è più viva; è più rischiosa, ma è quella che serve a dare rispettabilità e maturità a se stessa. Credo che il servizio pubblico debba preoccuparsi anche della rispettabilità della TV; è chiaro che è un lavoro molto più difficile. Molto meglio e più facile sarebbe programmare un film; ma credo che si possa fare una volta a settimana e non si possa praticare in modo continuato uno schema di TV che riproduce il magazzino e non il reale.
La Commissione è convocata per domani, alle 13,30, per il seguito dell'esame di un atto di indirizzo sul tema delle donne e la televisione e di una risoluzione connessa.
