Doc. XXII, n. 68




RELAZIONE

Onorevoli Colleghi! - Non si può dimenticare cosa siano stati il regime fascista e il regime nazista. La memoria dei crimini perpetrati deve rimanere viva, affinché il ricordo renda impossibile il verificarsi di tanto orrore una seconda volta nella storia dell'umanità.
E ugualmente non si può dimenticare che la maggior parte dei responsabili è rimasta impunita. Molti di essi sono riusciti a camuffarsi, altri hanno trovato rifugio in alcuni Paesi non democratici, altri con le complicità di alcune istituzioni deviate sono riusciti a sfuggire alla giustizia. È accaduto anche nel nostro Paese, basta ricordare la fuga di Kappler dall'ospedale militare di Roma.
Il «processo Priebke» ha riportato questi fatti in primo piano. Proprio le indagini compiute in occasione di quel procedimento nel 1994 hanno portato alla luce l'esistenza di 695 fascicoli riguardanti circa 15 mila vittime di crimini nazi-fascisti, conservati presso la sede della procura generale militare della Repubblica di Roma, situata a Palazzo Cesi. Erano in uno stanzino del primo piano protetto da una cancellata di ferro, in un armadio chiuso con le porte rivolte verso il muro, e non nell'archivio degli atti dei tribunali di guerra soppressi e del Tribunale speciale per la difesa dello Stato situati nello stesso edificio. Dunque siamo di fronte non a conservazione, bensì ad occultamento: un fatto gravissimo che chiama in causa le responsabilità di alte cariche delle istituzioni repubblicane.
I fascicoli contengono rapporti redatti nel dopoguerra dall'Arma dei carabinieri su tante stragi ed eccidi, noti e meno noti, come, ad esempio, le stragi di Sant'Anna di Stazzema, di Roccaraso, di Gubbio, de La Storta, e del lager di Fossoli. Nel 1946 tali rapporti furono consegnati dai carabinieri alla procura militare generale, che doveva inviarli alle procure circoscrizionali per gli accertamenti di legge. Ma ciò fu fatto soltanto per quei fascicoli che non contenevano indicazioni sugli autori del reato e dunque corrispondevano a procedimenti contro ignoti, mentre gli altri, nel 1960, furono archiviati con la formula «archiviazione provvisoria», una formula che non esiste in nessun codice.
I procuratori generali che si alternarono dal dopoguerra furono Umberto Borsari (1944-1954), Arrigo Mirabella (1954-1958), ed Enrico Santacroce (1958-1974) che dispose l'archiviazione degli atti citati. Ma i responsabili di questo mancato esercizio dell'azione penale vanno ricercati più in alto. In proposito, il Consiglio della magistratura militare (CMM), che nel maggio 1996 ha aperto sul caso un'inchiesta, ha scritto: «si ritiene che nella determinazione di quella illegalità non possono che essere confluiti motivi di opportunità politica (...) in un certo senso una superiore ragione di Stato. Dal carteggio acquisito se ne può desumere una puntuale definizione». I tre procuratori seguirono una linea unitaria circa il trattamento dei fascicoli, e proprio questa loro conformità fa pensare ad una «ragione di Stato» e a responsabilità più alte.
Dove esattamente vanno dunque cercate queste gravissime responsabilità e le ragioni di quest'occultamento? La risposta sembra venire da un carteggio del 1956 tra il Ministro degli affari esteri, il liberale Gaetano Martino, e il Ministro della difesa, il democristiano Paolo Emilio Taviani, partigiano e presidente dell'Associazione partigiana volontari della libertà. I due Ministri nelle loro lettere convenivano che era inopportuno far procedere richieste di estradizione di criminali nazisti perché così si poteva alimentare una polemica sul comportamento della Wehrmatch (la Forza armata tedesca) compromettendo la rinascita dell'esercito tedesco, fortemente voluta dalla NATO. Le ragioni della coalizione militare atlantica furono quindi prioritarie rispetto alla giustizia e ai sentimenti di umanità verso le vittime.
È a partire da questo carteggio che la II Commissione permanente (Giustizia) della Camera dei deputati ha condotto nel gennaio-febbraio 2001 una «Indagine conoscitiva sul rilevamento di fascicoli relativi a crimini nazi-fascisti». Tale Indagine ha reso evidenti le responsabilità della magistratura militare, ma anche - come si legge nel documento conclusivo approvato il 6 marzo 2001 - che «i magistrati militari furono in realtà uno strumento in mano ai politici ed, in particolare, al governo. (...) Alla base della inspiegabile inerzia della magistratura militare vi fu, infatti, la "ragion di Stato", la quale dovrebbe essere stata determinata dalla guerra fredda che caratterizzava negli anni '50 e '60 non solo la politica internazionale degli Stati, ma anche quella interna».
Oggi che i fascicoli sono tornati alla luce le istituzioni dell'Italia repubblicana e democratica hanno il dovere di fare luce sulle responsabilità di quest'occultamento: chi, quando e perché. Il fatto è gravissimo e chiama in causa direttamente la democraticità che il popolo italiano ha sancito per il proprio Paese con la Costituzione. È per questo che si vuole istituire una Commissione monocamerale di inchiesta. Tale intervento è proposto anche nel documento conclusivo della citata Indagine conoscitiva della II Commissione della Camera dei deputati. Il Parlamento, massimo organo di governo, deve visibilmente essere presente nella restituzione della giustizia, affinché non vi siano dubbi sul suo operato.
I fascicoli rinvenuti a Palazzo Cesi contengono una documentazione ricchissima, riguardante migliaia di vittime inermi, e moltissimi nomi di responsabili: nazisti delle SS, fascisti della San Marco, delle Brigate nere, della legione autonoma mobile Ettore Muti, della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale e della Guardia nazionale repubblichina. Si tratta di documenti che utilizzati in tempo avrebbero permesso di processare molti criminali. Oggi, a distanza di cinquant'anni, rintracciare i colpevoli è più arduo, ma ugualmente è importante l'impiego dei fascicoli per dettagliare quelle pagine di storia che non possono essere esaurite dalle testimonianze.
L'importanza di questi fascicoli sta anche nel fatto che contengono nomi di criminali italiani, che chiamano in causa direttamente la nostra coscienza di nazione. Troppo spesso gli italiani, infatti, hanno proceduto ad una sorta di tacito autoassolvimento sottolineando solo le responsabilità del nazismo e considerandosi in fondo «italiani brava gente».
Su questi temi non va abbassata la soglia di attenzione, perché la dimenticanza è voluta e premeditata da alcuni, e supportata da troppo revisionismo storico, che proprio con questi documenti va combattuto.
La presente proposta di inchiesta parlamentare viene presentata all'estremo limite della legislatura in corso, non solo e non tanto perché resti traccia della volontà di accertare la verità, ma anche come auspicio che coloro che assumeranno la funzione di rappresentare il popolo italiano nel prossimo Parlamento vogliano predisporre uno strumento idoneo a fare luce su una pagina oscura e dolorosa della storia repubblicana.


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