Onorevoli Colleghi! - La gestione dell'emergenza Kosovo da parte del Governo ha suscitato e sta ancora suscitando più di qualche perplessità. Ogni giorno che passa apprendiamo dai mezzi d'informazione, dai tanti volontari o dalle stesse organizzazioni non governative, che spesso ci sollecitano direttamente al fine di ottenere un po' di chiarezza, qualche particolare inedito e tremendamente scottante circa l'impiego degli aiuti umanitari. In particolare, la nostra attenzione deve rivolgersi all'operazione denominata «Missione Arcobaleno», poiché è attraverso di essa che è stata gestita la maggior parte del materiale e del denaro teoricamente destinata ai profughi del Kosovo.
La mobilitazione popolare per aiutare le popolazioni colpite è stata enorme ed ha coinvolto la società italiana a tutti i livelli: sono scesi in campo singoli individui, associazioni, piccoli commercianti e multinazionali per dimostrare la solidarietà dell'Italia. Molti hanno donato il superfluo e ancora molti altri si sono invece privati di un po' del loro necessario, come, ad esempio, i terremotati delle regioni Umbria e Marche, la cui partecipazione ha superato ogni aspettativa. In ogni caso tutti indistintamente hanno diritto alla chiarezza ed alla trasparenza sulla gestione dei frutti del loro impegno, in qualsiasi modo esso sia stato espresso.
Purtroppo, abbiamo invece constatato, e non senza provare una profonda amarezza, che tale enorme empito di solidarietà, di una rilevanza tale da poter riempire di giustificato orgoglio anche il più cinico e disinteressato dei governanti, è stato vilipeso e disatteso nelle finalità proprio da chi si era fatto promotore dell'iniziativa, impegnandosi pubblicamente a gestirla nel migliore modo possibile.
Alcuni dei risultati oggi sono sotto gli occhi di tutti, anche se c'è chi tenta disperatamente di mascherare l'intollerabile evidenza. Un abbondante 40 per cento degli aiuti in beni materiali, tra cui cibo, medicinali, effetti letterecci, pannolini e via dicendo, giacciono abbandonati in ben 920 container ammucchiati su un molo del porto di Bari. Si tratta di un abbandono che dura da mesi e mesi, senza nessuna precauzione circa la conservazione del cibo e dei medicinali, ormai scaduti o comunque inutilizzabili, dati i 70 gradi raggiunti all'interno dei cassoni di lamiera nel corso di quest'afosa estate.
Ulteriori problemi stanno via via sorgendo anche per quanto concerne la gestione dei fondi liquidi della «Missione Arcobaleno», ben 130 miliardi di lire di cui le organizzazioni di volontariato chiedono conto al Governo senza ottenere risposta. A ciò vanno aggiunte le miriadi di irregolarità e di piccole truffe che stanno coinvolgendo i responsabili della raccolta un po' in tutta Italia e ad ogni livello dell'apparato gestionale.
A completare il quadro c'è poi la disastrosa allocazione dei beni nello stesso territorio albanese. Giorno dopo giorno giungono notizie, foto e filmati quantomeno allarmanti, che mostrano gli aiuti del popolo italiano finiti in mano alla mafia dei Balcani; mostrano una gestione dei campi tricolori incapace di difendere cose e persone dalle irruzioni armate della malavita locale; riferiscono di interi accampamenti razziati, da cui sono stati portati via anche i carri ospedalizzati e rapite giovani profughe da avviare alla prostituzione.
Le risposte del Governo a questa messe di accuse che ogni giorno gli piovono addosso non convincono; accuse sollevate, beninteso, non dai proponenti della presente proposta di inchiesta parlamentare, ma dagli stessi volontari, militari, crocerossine e giornalisti impegnati nella mobilitazione di solidarietà.
Ci si chiede, ad esempio, come abbia fatto l'Esecutivo a snocciolare con tanta ostentata precisione i dati sullo stato e sul contenuto dei container baresi, quando il giorno stesso dell'annuncio gli scriventi erano proprio a Bari, constatando che su 920 contenitori appena 20 erano stati sommariamente oggetto di controllo da parte dei soli 10 volontari presenti, e che oltretutto tra le stesse poche merci esaminate vi era parecchio materiale scaduto pronto, nonostante ciò, ad essere imbarcato per la Turchia. Occorre aggiungere che in tali condizioni di conservazione rappresenta ora un pericolo anche l'acqua minerale in bottiglie di plastica, sicuramente resa tossica dalle alte temperature. Tutto ciò dà l'impressione che il Governo abbia fretta di liberarsi della «patata bollente», prima che sia possibile effettuare controlli approfonditi ed individuare e punire i responsabili. Questo, in un Paese che vanta a buon diritto la possibilità di considerarsi civile, non può essere ammissibile e tantomeno giustificabile, come non sono plausibili le dichiarazioni del Presidente del Consiglio dei ministri che ritiene «normale» in tali casi uno sperpero del 20 per cento degli aiuti. Anzi, occorre ricordare al Presidente del Consiglio dei ministri che nel suo Paese «normale», sul quale si è dato anche la pena di pubblicare un opuscolo, non è andato smarrito appena il 20 per cento della «Missione Arcobaleno», ma che oltre il 40 per cento dei container giace ancora a marcire sotto la canicola di Bari, che chissà quanti altri beni donati dal popolo italiano sono andati ad ingrassare i boss della mafia albanese e che infine mancano all'appello almeno 130 miliardi di lire di cui ancora attendiamo notizie.
Quindi, proprio in un Paese che voglia tuttora ritenersi civile e senza bisogno di aggettivazioni di gusto soggettivo, appare necessaria l'istituzione immediata di una Commissione parlamentare di inchiesta, volta a far luce entro novanta giorni al massimo sulla gestione degli aiuti italiani al Kosovo e sulla «Missione Arcobaleno» in particolare. Questo prima che parte delle prove, irrimediabilmente avariate, vada ad aggravare i problemi del popolo turco o di altri popoli bisognosi.
Riteniamo che un Parlamento civile ed un Governo che non abbia scheletri nell'armadio debbano abbracciare tale iniziativa, per dare una doverosa risposta alle aspettative dei milioni di italiani che non hanno risparmiato il loro impegno a favore dei profughi kosovari e che oggi, di fronte a tutte le inchieste che si sovrappongono da più parti, chiedono a gran voce risposte certe, serie e soprattutto veritiere.
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