Onorevoli Colleghi! - Il 10 aprile 1991 nelle acque antistanti il porto di Livorno si consumava la più dolorosa tragedia della marineria italiana: ben centoquaranta persone, tra passeggeri e personale di bordo della nave traghetto Moby Prince, perdevano la vita nel rogo seguito alla collisione con la petroliera AGIP Abruzzo.
A distanza di oltre sei anni dal disastro navale, l'attività di indagine dispiegata dall'autorità giudiziaria di Livorno non è riuscita ad approdare ad alcun convincente risultato, sia con riferimento all'accertamento delle cause del gravissimo incidente, sia con riguardo alla individuazione dei responsabili dello stesso.
A questa, e per più versi, preoccupante conclusione è stato giocoforza pervenire visto l'esito recente dei giudizi definiti in primo grado sia dal tribunale di Livorno, che ha mandato assolti con la formula «perché il fatto non sussiste» coloro i quali erano stati indicati come responsabili della inefficacia ed inadeguatezza dei soccorsi prestati, sia dal pretore di quella città, che ha assolto perché il fatto non costituisce reato i presunti autori di interventi di manomissione e di immutazione dello stato degli apparati di bordo della Moby Prince, interventi potenzialmente idonei a sviare le indagini e a incidere sull'esito degli accertamenti tecnici disposti dagli inquirenti.
Entrambe le sentenze emesse in primo grado, che peraltro potrebbero divenire definitive ove non si producesse l'auspicato esercizio del potere di impugnazione, hanno lasciato irrisolte questioni di fondo, mantenendo aperti tutti gli interrogativi formulati fin dall'inizio delle indagini.
Del tutto oscure rimangono le cause della collisione ed il prodursi del successivo rogo, né è dato di sapere se ed in quale misura possano aver inciso il sospettato anomalo impiego di sostanze esplosive o deflagranti, se le attrezzature di bordo, destinate a garantire la sicurezza della nave, fossero risultate adeguate e correttamente impiegate, quale incidenza causale sul prodursi del tragico evento possa aver avuto l'opera di soccorso apparsa, oltreché intempestiva, inidonea a fronteggiare efficacemente gli effetti dell'incendio sviluppatosi sul traghetto.
Né è dato al momento sapere quale ruolo abbiano giocato nel prodursi della collisione e del rogo l'applicazione della disciplina vigente in materia di procedure di manovra nell'area portuale ed in quella ad essa antistante e se i sistemi di prevenzione presenti nel porto fossero adeguati e fossero stati impiegati secondo le regole.
Non è poi dato sapere se l'esito dell'inchiesta avrebbe potuto essere diverso ove nel corso delle indagini si fossero potuti utilizzare tutti gli strumenti che avevano registrato il prodursi dell'evento e fra questi, ad esempio, la documentazione in possesso della NATO relativa ai tracciati ed ai rilievi satellitari che, invece, l'autorità giudiziaria livornese non ha avuto a disposizione.
Imprescindibili esigenze di verità, che sono proprie non dei soli familiari delle vittime, né della sola comunità livornese, ma dell'intera collettività nazionale, impongono che si faccia assoluta chiarezza su quell'ormai lontano, immane disastro, obiettivo questo il cui perseguimento non può non essere proprio anche del Parlamento, attivando lo strumento della inchiesta parlamentare.
Ma è del tutto ovvio che l'obiettivo di ricercare la verità, pur se altamente significativo, non può essere inteso come fine ultimo dell'inchiesta. Individuare le cause che produssero la tragedia della Moby Prince appare dunque come una ineludibile esigenza, in quanto è proprio da quella individuazione che sarà dato al Parlamento di ricercare, forte della specifica esperienza acquisita, quelle soluzioni normative che introducano discipline e strumenti adeguati e destinati ad impedire che nel futuro analoghi accadimenti possano riprodursi.
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