Back

Doc. XXXIII n. 7


PARTE SECONDA
Profili di minaccia collegati allo scenario internazionale

1. Sviluppi di situazione nelle aree di maggiore interesse

L'impegno dell'intelligence, prioritanamente catalizzato dalla crisi balcanica, ha dovuto misurarsi con un contesto estero che si connota per la presenza, e talora per l'interazione, di rivendicazioni etnico-separatiste, di fermenti confessionali integralisti e di quadri di precarietà istituzionale suscettibili di riflettersi sulla sicurezza del nostro Paese.
Ciò, pure in relazione all'accresciuto ruolo assunto dalla politica estera italiana, ora in via esclusiva, a sviluppo di peculiari rapporti bilaterali, ora quale anticipatrice delle scelte comunitarie, ora quale forza propulsiva del dialogo euromediterraneo, in una contingenza mondiale in cui particolarmente acceso e pregnante si è rivelato il dibattito sul concetto stesso di sicurezza e, soprattutto, sul ruolo e le attribuzioni della comunità internazionale.
E stata seguita, in primo luogo, la situazione oltreadriatico, ove le prospettive di stabilizzazione risultano fortemente condizionate non solo dal processo di pacificazione in Kosovo, ma anche dall'effettivo riassorbimento delle diverse spinte centrifughe accelerate dal conflitto e dell'emergenza umanitaria che ha riversato migliaia di sfollati sull'intera regione.
L'esigenza di un adeguato controllo degli arsenali bellici ed i futuri progetti di approvvigionamento energetico conferiscono specifico rilievo all'evoluzione delle diverse entità statuali dell'area centroasiatica, mentre lo scacchiere mediorientale, pur in presenza di taluni segnali di disgelo, resta caratterizzato da contrapposizioni politiche e da contenziosi connessi allo sfruttamento delle risorse idriche che costituiscono perdurante innesco per il riaccendersi della tensione.
Il teatro africano, infine, permane connotato nella fascia mediterranea dalla pervasività dell'estremismo islamico e, più a sud, da cruente guerre regionali rispetto alle quali gli interventi di mediazione e le misure umanitarie si mostrano, nei fatti, di limitata efficacia.

a. area balcanica
Le prospettive della Repubblica Federale di Jugoslavia (RFJ) e, con essa, quelle dell'intera area balcanica sono affidate alle capacità di pacificazione e alla realizzazione di un piano globale di ricostruzione postbellico finalizzato a creare le condizioni per una progressiva stabilizzazione della regione.
La soluzione del conflitto che ha opposto Belgrado ai paesi dell'Alleanza Atlantica ha trovato, al momento, esito nel completo ritiro delle forze serbo-federali dal Kosovo e nel dispiegamento di una presenza internazionale di sicurezza (KFOR), sotto l'egida dell'ONU, con la partecipazione di un contingente russo.
Difficoltà potranno emergere nella creazione di un'amministrazione civile in una realtà strutturata su base clanica - e, pertanto, ancora poco propensa ad accettare forme organizzate di gestione pubblica - che ha già palesato pressioni tese ad occupare i vuoti di potere, per assumere nei fatti specifici ruoli di sicurezza, di polizia ovvero di amministrazione locale.
La mancanza di un completo controllo dei vertici su tutte le formazioni armate, che sta ostacolando l'attuazione dell'accordo sul disarmo stipulato con la Forza Internazionale di Pace, e le accese critiche mosse dalle frange di orientamento radicale - che hanno manifestato l'intenzione di continuare a perseguire l'obiettivo dell'indipendenza - profilano il rischio di atti ostili da parte di elementi estremisti nei confronti del contingente KFOR, nonché di attriti, segnatamente con la componente militare russa, osteggiata da talune formazioni locali.
L'evolversi della situazione è destinato ad incidere anche sull'avvicinamento della regione alle istituzioni comunitarie. Su di esso, infatti, grava l'incognita del reinserimento nel contesto internazionale della Serbia, a sua volta condizionato dalla democratizzazione del quadro politico jugoslavo. Tale prospettiva appare sempre più legata ad un ricambio in seno alla dirigenza federale, la quale, grazie ad una vasta campagna di propaganda, tenta ancora di influenzare a proprio favore l'atteggiamento della popolazione. Nonostante le iniziative propagandistiche, sono emerse costanti indicazioni in merito all'aumento del malcontento popolare - alimentato tra l'altro dalla problematica dei profughi serbi e dalla posizione critica assunta dalla Chiesa Ortodossa nei confronti del regime - e del malessere in seno alle Forze Armate e di polizia.
Con lo scoppio del conflitto i rapporti tra Serbia e Montenegro hanno subito un notevole deterioramento. Al rifiuto delle autorità di Podgorica di accettare lo «stato di guerra», la dirigenza federale ha risposto aumentando la pressione su quel governo, che continua a nutrire timori circa possibili tentativi di destabilizzazione da parte di Belgrado. Il Presidente montenegrino, pur determinato a perseguire una ridefinizione dei rapporti con la Serbia all'interno della Federazione, ha assunto posizioni di cautela, evitando di porsi in contrasto diretto con gli assetti federali. A tale atteggiamento si affianca una politica tesa a ribadire, all'esterno, un'immagine riformista e democratica.
Una soluzione valida per il Kosovo potrà costituire un significativo riferimento anche per altre minoranze presenti nell'area: tale potrebbe essere il caso della componente ungherese in Vojvodina.
In Albania la situazione continua ad essere connotata da diversi fattori di precarietà, che potrebbero compromettere la prosecuzione del processo di normalizzazione intrapreso da quella dirigenza e ripercuotersi anche sulle iniziative avviate dal nostro Paese nel campo della cooperazione e ricostruzione.
Sull'ordine pubblico e sulla sicurezza incide, infatti, l'accresciuta attività della criminalità organizzata, a fronte della quale permane l'inadeguatezza degli apparati di contrasto, in gran parte riconducibile alle carenze strutturali e legislative. Questo aspetto è aggravato, tra l'altro, da talune connivenze a livello politico, dall'elevato indice di corruzione degli appartenenti alle Forze dell'ordine e dalla capacità intimidatoria che su di esse esercitano le consorterie malavitose.
Permangono, altresi, tensioni nell'ambito della maggioranza di governo - suscettibili di intensificarsi in vista del congresso straordinario del Partito Socialista Albanese, previsto per il prossimo autunno - e con il principale partito di opposizione (Partito Democratico Albanese), anche a causa delle iniziative da questo intraprese per giungere ad elezioni politiche anticipate.
In tale contesto si è innestata la crisi kosovara che, oltre a determinare implicazioni sul piano esterno, quali la rottura delle relazioni diplomatiche con la RFJ, ha inciso sui fragili equilibri interni. Si sono andate aggravando le condizioni di sicurezza, specie nelle regioni nordorientali, per l'attività di formazioni armate e per il massiccio afflusso di profughi che ha favorito, tra l'altro, l'incremento di iniziative da parte della criminalità organizzata.
Il consistente esodo di profughi dall'area del conflitto verso la Macedonia, modificando il preesistente rapporto interetnico, ha deteriorato ulteriormente la situazione di quel paese, già connotata da instabilità, acuendo le tensioni tra la comunità serba e quella albanese. La cornice di sicurezza ne ha risentito, con evidenti conseguenze per il personale internazionale operante nell'area.
Il processo di stabilizzazione della Bosnia Erzegovina (B-E) continua a registrare crescenti difficoltà in ragione della fase di stallo che caratterizza il quadro politico in entrambe le entità e che, più di ogni altro fattore, influisce negativamente sul funzionamento delle istituzioni comuni.
Nella Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina l'accettazione del piano di pace da parte di Belgrado ha provocato reazioni diversificate nell'ambito della dirigenza serbo-bosniaca. Mentre la maggior parte degli schieramenti condivide la decisione serbo-federale, segmenti radicali hanno minacciato il boicottaggio dei lavori parlamentari, mettendo a rischio il processo di normalizzazione del paese. Nonostante il confronto NATO-RFJ abbia prodotto il ricompattamento delle forze serbo-bosniache, indirizzandole verso posizioni più radicali ed anti occidentali, permane un orientamento moderato, favorevole alla formazione di un esecutivo in grado di garantirsi gli indispensabili aiuti internazionali e di agevolare il progressivo avvicinamento alle strutture europee.
Nella Federazione Croato-musulmana non si evidenziano segnali di una riduzione della tensione tra le due comunità, anche in ragione delle aspirazioni croato-bosniache di costituire una terza entità autonoma all'interno della B-E.
Le condizioni di salute del Presidente croato rendono sempre più attuale il problema della sua successione, che potrebbe comportare serie conseguenze sugli equilibri interni e regionali, per l'influenza esercitata dalla Croazia sia sulla propria comunità in Bosnia-Erzegovina, sia nel quadro dei contenziosi ancora in atto con la RFJ.

b. Comunità degli Stati Indipendenti, area caucasica e centroasiatica
Nella Federazione Russa, nonostante una ripresa dell'iniziativa del Presidente Eltsin ed un parziale ridimensionamento dell'opposizione, permangono fattori di incertezza riconducibili al persistente stato di crisi economica ed alle prossime scadenze elettorali, suscettibili di ingenerare situazioni di difficile governabilità, con ripercussioni sulla stabilità dell'assetto politico-istituzionale.
Le possibilità di rilancio dell'economia sono connesse all'adozione, richiesta dagli organismi finanziari internazionali per l'erogazione di nuovi prestiti, di provvedimenti strutturali che implicano notevoli costi sociali, la cui approvazione potrebbe essere strumentalmente osteggiata dall'opposizione. Ulteriori ritardi nell'avvio del risanamento determinerebbero inevitabili ricadute negative sulle condizioni di vita della popolazione, con l'eventualità di estese manifestazioni di protesta.
Non accennano ad attenuarsi, poi, le difficoltà legate all'inserimento degli immigrati (oltre sei milioni) nel tessuto sociale del paese, con il rischio di tensioni etniche che potrebbero essere sfruttate dai movimenti nazionalisti e xenofobi.
Fattori di potenziale destabilizzazione si sono evidenziati a seguito della mediazione svolta da Mosca durante la crisi kosovara. Le scelte della dirigenza, finalizzate a rilanciare l'immagine del paese sullo scenario internazionale, sono state, infatti, oggetto di aspre critiche da parte di vari settori ed in particolare degli ambienti militari. Al riguardo, potrebbero prevalere posizioni favorevoli all'adozione di una nuova strategia di difesa.
Nonostante il profilarsi di spinte isolazioniste, resta obiettivo prioritario del governo mantenere aperta la collaborazione con l'Occidente per non essere escluso dai processi decisionali che interessano l'Europa.
E da rilevare, inoltre, la diffusione della criminalità organizzata agevolata da fenomeni collusivi. In tale contesto, si acuisce anche il confronto tra le autorità centrali e quelle periferiche, che rivendicano una più ampia autonomia amministrativa e finanziaria.
In Ucraina, la prospettiva delle elezioni presidenziali va acuendo il confronto tra il Capo dello Stato ed il Parlamento sulle linee di politica estera ed interna e induce l'opposizione ad atteggiamenti più intransigenti.
La situazione si è ulteriormente deteriorata a seguito della crisi kosovara e dei contrapposti orientamenti manifestati sulla questione.
L'inasprimento delle misure repressive nei confronti dell'opposizione in Belarus ha accentuato l'involuzione autoritaria del regime, sottraendo consenso al Presidente, la cui posizione risulta, altresì, indebolita, ma non compromessa, dall'inefficacia delle misure adottate per fronteggiare la grave crisi economica.
L'area caucasica evidenzia forti tensioni, in un quadro ove spinte nazionalistiche interagiscono con interessi esterni, connessi alle notevoli opportunità di sfruttamento delle risorse petrolifere del Mar Caspio che muovono i Paesi della regione a ricercare una maggiore credibilità sul piano internazionale.
Nelle Repubbliche caucasiche della Federazione Russa, le difficoltà delle dirigenze locali di garantire adeguati livelli di sicurezza stanno favorendo il crescente attivismo dei gruppi fondamentalisti islamici, suscettibile di sfociare in una radicalizzazione dei conflitti, sostenuta, tra l'altro, da ambienti stranieri.
A fronte di tale situazione, le autorità centrali, anche in ragione di ostacoli di carattere finanziario, non sono state in grado finora di elaborare un progetto politico idoneo a garantire il superamento dei fattori di crisi, mentre sono in atto preparativi da parte di Mosca per intensificare le operazioni di contrasto ai gruppi di guerriglia.
Nodo centrale rimane il rilancio dei negoziati relativi alla Cecenia, ove si assiste ad un processo di islamizzazione delle istituzioni ed a un progressivo indebolimento della posizione del Presidente, che potrebbe favorire spinte eversive avvicinando il rischio di una guerra civile.
Sulla stabilità delle rispettive dirigenze e sulle prospettive di sviluppo socio-economico di Azerbaigian ed Armenia pesa il perdurare del contenzioso per il controllo del Nagorno Karabakh, in una situazione che vede le autorità armene favorire l'accrescimento della capacità offensiva delle formazioni secessioniste.
La Georgia è tuttora caratterizzata da marcata instabilità, non solo per i contrasti interni recentemente sfociati in un tentato colpo di Stato, ma anche per il ripetersi di iniziative terroristiche connesse con la crisi abkhaza.
Nelle Repubbliche centroasiatiche della CSI le difficoltà del processo di democratizzazione costituiscono ostacolo al risanamento economico, inasprendo il degrado sociale ed innescando episodi di corruzione ed il diffondersi della criminalità, implicata nel contrabbando e nel narcotraffico, in un contesto segnato, altresì, dalla minaccia del fondamentalismo islamico.
La situazione in Tagikistan rimane precaria, in ragione della possibile ripresa dell'attività di guerriglia che potrebbe compromettere il processo di normalizzazione del paese, con rischi di coinvolgimento del personale dell'ONU e delle organizzazioni umanitarie presenti sul territorio.
In Afghanistan, al fallimento degli accordi di pace avviati sotto l'egida dell'ONU sono seguiti scontri ed incidenti tra le opposte fazioni, che stanno determinando un notevole flusso di profughi verso l'Iran, capace di accentuare la tensione con tale paese.

c. area mediorientale e del Golfo Persico
Il cambiamento intervenuto, a seguito delle ultime consultazioni elettorali, nella dirigenza israeliana rappresenta un evento significativo per il superamento dello stallo del processo di pace in Medioriente.
Il nuovo premier ha, infatti, manifestato l'intendimento di avviare colloqui con l'Autorità Palestinese sul problema di Gerusalemme e sullo status definitivo dei Territori occupati e di riprendere le trattative con il Libano per il ritiro delle truppe israeliane dal sud del paese nel più ampio contesto di un accordo con la Siria.
La disponibilità dimostrata dal Presidente siriano ed il rafforzamento della posizione di Arafat nei riguardi della frammentata opposizione palestinese rappresentano altrettanti indicatori positivi in direzione di una soluzione negoziata. Permangono le incognite date dagli effettivi margini di manovra di cui il primo ministro israeliano potrà usufruire per una concreta realizzazione dei propri programmi e dai problemi con cui la leadership palestinese si dovrà confrontare nella gestione sia del processo politico in atto nei Territori, sia dei rapporti di forza all'interno delle istituzioni dell'autonomia.
L'assenza di apprezzabili miglioramenti delle condizioni di vita della popolazione di Cisgiordania e Gaza e l'eventuale prosieguo della politica di espansione degli insediamenti ebraici nelle suddette località potrebbero, infatti, conferire nuovo impulso alla minaccia destabilizzante proveniente dagli ambienti radicali, specie quelli di matrice islamica, che continueranno a costituire il naturale catalizzatore del malcontento popolare nei confronti dell'Autorità Palestinese.
In prospettiva, una favorevole evoluzione negoziale, che contempli la realizzazione degli obiettivi di fondo della comunità palestinese, potrà consolidare la posizione di Arafat, mentre ulteriori ritardi nell'applicazione degli accordi di Wye Plantation e nell'adozione di una strategia globale di risoluzione profilano il rischio di nuovi episodi di violenza da parte di frange estremiste e di una recrudescenza delle conflittualità nel Libano meridionale.
Nell'attuale contesto d'area è di notevole interesse, per i suoi eventuali riflessi sugli equilibri regionali, il miglioramento delle relazioni tra Siria e Giordania, concretizzatosi nell'avvio di consultazioni per la definizione di accordi in materia di sicurezza e per lo sviluppo della cooperazione bilaterale, specie sulla questione delle risorse idriche.
In Siria si registra un graduale ricambio dei vertici delle Forze Armate, dei Servizi di sicurezza e di alcuni settori dell'amministrazione civile allo scopo di formare una nuova classe dirigente in una prospettiva che assicuri continuità nella guida del paese. In Giordania, il nuovo sovrano sta cercando di imprimere maggior impulso al processo di risanamento economico e di democratizzazione, anche mediante la cooptazione della componente islamica all'interno della compagine governativa, al fine di prevenire o contenere eventuali spinte destabilizzanti da parte degli ambienti radicali.
Nello Yemen, nonostante le misure adottate per neutralizzare i gruppi estremisti islamici, la cornice di sicurezza rimane precaria. Restano, pertanto, immutati i rischi per i cittadini stranieri ed il personale occidentale operante a vario titolo nel paese.
In Iran si aggrava il confronto tra la fazione conservatrice e la componente riformista, che si è anche tradotto in azioni violente ed intimidatorie, segnatamente in direzione di intellettuali, esponenti politici ed organizzazioni favorevoli al Presidente.
In politica estera l'attuale dirigenza ha adottato iniziative tese ad attenuare l'isolamento internazionale. La diplomazia iraniana si è dimostrata particolarmente attiva nel recupero delle relazioni con i paesi del Golfo Persico e nell'avvio del dialogo con quelli occidentali. Nello scacchiere mediorientale permangono i rapporti privilegiati con la Siria, principale interlocutore nel processo di riavvicinamento con il consesso arabo-musulmano dell'area.
L'Iran mantiene, inoltre, un elevato livello di mobilitazione militare sia lungo il confine con l'Afghanistan, a motivo delle tensioni con i Talibani, sia lungo quello con l'Iraq, per la presenza in quel paese di movimenti di opposizione armata a Teheran.
In Iraq, nonostante la precarietà della situazione socio-economica a causa del protrarsi dell'embargo ONU, il regime appare tuttora stabile.
Al fine di fronteggiare un eventuale acuirsi delle tensioni interne, le autorità di Baghdad hanno emarginato le personalità ritenute inaffidabili ed hanno proceduto alla rotazione degli incarichi chiave, attribuendoli ad elementi per lo più legati da vincoli di parentela al Presidente.
La mancanza di coesione tra i vari gruppi dell'opposizione, in prevalenza operanti all'estero a causa della pesante repressione attuata dal regime nel corso degli anni, ha finora impedito loro di proporre una valida alternativa. A ciò si aggiungono la scarsa incisività del dissenso interno a connotazione etnico-religiosa, rappresentato dalle componenti curda e sciita.
Il principale fattore di crisi è determinato dalla perdurante tensione nei rapporti con Stati Uniti e Gran Bretagna, a causa del reiterarsi di incidenti nelle zone interdette al volo.

d. area nordafricana
Specifica rilevanza rivestono le dinamiche e le linee di tendenza riscontrabili nella regione nordafricana, rispetto alla quale il nostro Paese risulta prioritariamente impegnato sul piano diplomatico e, ad un tempo, direttamente esposto, in termini di sicurezza, ai possibili riflessi di crisi politiche o legate al divario crescente tra pressione demografica e risorse disponibili.
In questo senso - pure per le sue implicazioni sugli assetti complessivi dell'area e sulle nostre prospettive di approvvigionamento energetico - viene seguito con attenzione l'evolversi delle vicende in Algeria.
La politica di riconciliazione nazionale sviluppata, da ultimo, anche attraverso un provvedimento di clemenza di inedita portata ha, da un lato, accelerato l'adesione al processo di pacificazione di quelle forze islamiste già da tempo oggetto di caute aperture da parte governativa e, dall'altro, accentuato le divisioni nell'ala irriducibile, al cui interno è andata assumendo crescente visibilità la fazione sostenitrice dell'esportazione del conflitto all'estero.
Se in materia di riforme economiche il programma del nuovo Presidente potrebbe trovare il necessario sostegno dell'establishment, resta tutto da delineare l'ulteriore percorso necessario a recuperare al dialogo gli islamisti, in un contesto politico-istituzionale nel quale la componente militare occupa ancora un posto di primo piano ed in cui nuovi, cruenti attentati attestano, specie nell'area della capitale, una perdurante vitalità degli estremisti intesa a ribadire la loro presenza e l'imprescindibilità della loro inclusione nel processo in atto.
Il confronto con le forze islamiste qualifica anche la situazione in Egitto, ove il Governo ha da tempo adottato una politica integrata di lotta al terrorismo, affiancando a talune misure premiali un'azione di contrasto determinata. A tale strategia ha fatto riscontro l'acuirsi della frattura tra quanti propugnano l'abbandono della lotta armata e le frange ostili ad ogni ipotesi di accordo, che potrebbero ricercare all'estero nuovi ambiti di reclutamento, ovvero di attivismo. Gravano, su siffatto quadro, gli effetti degli interventi di risanamento economico destinati, in prospettiva, a produrre elevati costi sociali.
In Libia si è registrata una netta diminuzione dell'attività dei gruppi di opposizione, dovuta essenzialmente al rafforzamento delle misure di sicurezza, ad un più efficace controllo del territorio ed all'incremento del livello di affidabilità delle Forze Armate. In politica estera, il paese ha finalizzato le proprie scelte all'ottenimento della rimozione del regime sanzionatorio, palesando, nel contempo, l'aspirazione a porsi come attore strategico della scena africana - anche attraverso l'assunzione di un inedito ruolo di mediazione nei conflitti regionali - e, più in generale, a riguadagnare spazi in ambito internazionale. Significativa, tra l'altro, l'adesione alla dichiarazione congiunta dei Ministri dell'Interno del Mediterraneo che in giugno, ad Algeri, hanno riaffermato la condanna di ogni forma di terrorismo.
In Marocco il proselitismo integralista, che trova alveo privilegiato nelle università e che rappresenta la principale fonte di dissenso al corso riformista in atto da tempo, si mantiene relativamente circoscritto, in virtù anche della forte valenza confessionale del potere monarchico e di segnali di ripresa economica.
Margini di permeabilità alle istanze islamiche più oltranziste presenta la Tunisia, peraltro impegnata in un'efficace azione di contenimento della militanza estremista e significativamente proiettata verso la sponda europea.
Per quanto attiene, infine, all'area del Sael, in Sudan la situazione è stata caratterizzata da contrasti politici a seguito dell'introduzione del multipartitismo. Lo sfruttamento delle ingenti risorse energetiche e l'inizio delle esportazioni di petrolio dovrebbero favorire un graduale miglioramento dell'economia e, contestualmente, attenuare le tensioni. Il quadro di sicurezza interna resterà comunque segnato, nelle regioni meridionali e nordorientali, dal confronto tra le forze governative e i principali gruppi di opposizione.

e. Corno d'Africa ed Africa centrale
La situazione nel Corno d'Africa continua ad essere caratterizzata da elevata instabilità. La crisi confinaria tra Etiopia ed Eritrea, nonostante l'accettazione dell'accordo di pace promosso dall'Organizzazione per l'Unità Africana, ha evidenziato il prosieguo delle operazioni belliche e dell'attività di potenziamento dei rispettivi dispositivi militari. La mancanza di un'effettiva volontà politica di pervenire ad una soluzione negoziale e la rigidità di entrambe le parti, specie per quanto attiene al ritiro delle truppe, hanno prodotto un sostanziale stallo delle trattative. Il recente riavvicinamento dell'Eritrea al Sudan ed a Gibuti potrebbe peraltro preludere ad un'attenuazione del contenzioso.
Il protrarsi della conflittualità ha determinato il progressivo coinvolgimento della Somalia, in considerazione degli stretti collegamenti che intercorrono tra i due Stati belligeranti ed opposte fazioni somale, con conseguente ripresa degli scontri interclanici nelle regioni centro-meridionali e nella zona di Mogadiscio che hanno ulteriormente deteriorato la già precaria situazione del paese.
Lo scenario offre di fatto margini di manovra alle organizzazioni integraliste islamiche che si vanno affermando in talune aree, profilando il rischio che i conflitti in corso nella regione creino un'unica area di crisi, in cui il fondamentalismo confessionale funga da collante. Ciò, tenuto anche conto che diverse acquisizioni ventilano un crescente impegno ed il possibile radicamento del saudita Bin Laden proprio nel teatro somalo.
Il perdurare delle attività belliche nella Repubblica Democratica del Congo ed il coinvolgimento di numerosi Stati a sostegno delle forze in campo ha evidenziato forti contrapposizioni suscettibili di sfociare in un ulteriore allargamento del confronto armato, con conseguenze destabilizzanti per l'intera regione dei Grandi Laghi.
Il difficile processo di pacificazione vede in atto molteplici sforzi diplomatici il cui buon esito è messo a dura prova dalla situazione sul terreno, caratterizzata ancora da virulenti scontri.
Lo stato di guerra ha inciso gravemente sul quadro socio-economico, generando anche consistenti flussi di profughi nei paesi limitrofi.
Sulla conflittualità della regione incidono altresì gli sviluppi della crisi in Angola, ove la situazione ha subito un ulteriore deterioramento sotto il profilo della sicurezza a causa della ripresa delle ostilità da parte dell'UNITA.
I vari contesti di conflittualità centro-africana si connotano tutti per le connesse crisi umanitarie che, in un quadro generale già fortemente compromesso, rappresentano motivo di instabilità per gli Stati contermini.

2. Terrorismo internazionale

La presenza di diffuse aree di crisi rimanda direttamente alla minaccia promanante dal terrorismo internazionale, soprattutto di matrice confessionale ed etnico-separatista.
Il fenomeno è alimentato dall'evolversi delle varie situazioni da cui trae costantemente nuova linfa costituendo strumento di più ampie strategie che, sovente, contemplano iniziative violente per incidere nei conflitti locali, anche al di fuori dei contesti coinvolti.
Tra gli ambiti suscettibili di avere diretta influenza sulla dinamica descritta, emergono prioritariamente la sponda meridionale del Mediterraneo, lo scacchiere mediorientale ed il quadrante balcanico.
Per quanto riguarda il Nordafrica, sia in Egitto che in Algeria il tramonto di ogni prospettiva di misurarsi con il potere su basi di forza ovvero di venire inclusi nei processi di pacificazione in atto potrebbe determinare ulteriori slittamenti terroristici ad opera degli islamisti più radicali.
La rinuncia alla violenza di una delle più rappresentative formazioni delI'integralismo egiziano ed il varo in Algeria di un provvedimento di clemenza in favore di parte della militanza eversiva finiscono, infatti, con il marginalizzare le frange irriducibili, che appaiono evolvere verso forme di «mercenarismo», cooptabile per il perseguimento di eterogenee azioni controindicate.
La pericolosità insita in tale tendenza va rapportata all'evoluzione in atto nell'intero movimento, che conferma fra i tratti salienti una spiccata connotazione antioccidentale ed una rimarchevole spinta delle varie formazioni a convergere in uno schieramento unitario, accentuando le interconnessioni tra elementi di varia nazionalità. Ciò, anche grazie all'apporto di combattenti - formatisi nel conflitto afghano prima, ed in quello bosniaco in seguito - che possono considerarsi una sorta di «apolidi della jihad», sganciati dai contesti di provenienza e pronti a confluire in progetti di impronta transnazionale.
In questo scenario si colloca la figura di Osama Bin Laden, nei suoi rinnovati appelli alla guerra santa contro gli «Ebrei ed i Crociati» e nel suo ventilato diretto coinvolgimento in tutta una serie di iniziative tese ad ampliare la mappatura terroristica.
L'accresciuto ruolo di tale soggetto, che favorisce l'interazione tra il radicamento dei gruppi nelle crisi regionali e la loro internazionalizzazione, connota in maniera peculiare l'attuale minaccia.
Al di là della portata simbolica ormai assunta dal personaggio vanno considerati con attenzione, con specifico riguardo all'Italia, segnali relativi alla possibile presenza di militanti di una formazione integralista asiatica aderente al «Fronte Islamico Internazionale per la jihad contro gli Ebrei ed i Crociati», nonché alla costituzione di un'articolata rete di fiancheggiatori, reclutati in Africa centrale, destinati ad infiltrarsi nei paesi occidentali ed alla pianificazione di attentati antioccidentali da affidare a gruppi nordafricani ovvero del sub continente indiano.
Proprio per la possibilità che indichi l'effettiva operatività in territorio nazionale di un movimento riconducibile al disegno internazionalista, è di particolare rilievo il recente affiorare di un attivismo - tradottosi anche nell'invio di missive minatorie a diverse rappresentanze diplomatiche in Italia e presso la Santa Sede - finalizzato ad accreditare l'esistenza in ambito europeo di una formazione multinazionale la cui denominazione, compatibile con una molteplicità di gruppi integralisti, riecheggia l'organizzazione facente capo a Bin Laden.
In ordine ai possibili «inneschi» di azioni terroristiche vanno menzionati gli arresti di diversi personaggi indicati quali collaboratori del saudita, nonché, per quel che concerne l'agguerrita componente egiziana, la recente condanna di numerosi elementi di spicco dell'integralismo, tra cui il braccio destro di Bin Laden.
Conferme della tendenza alla sinergia, almeno sul piano logistico quando non su quello operativo, si rinvengono anche con riguardo al territorio nazionale, che continua a porsi quale snodo per gli ingressi clandestini, l'approvvigionamento di documenti falsi, l'autofinanziamento tramite narcotraffico, nonché per il mantenimento dei contatti con le centrali propagandistiche e decisionali del Nordeuropa.
L'Italia, inoltre, costituisce sponda di riferimento da e per la regione balcanica, al centro di una strategia di penetrazione islamica che - utilizzando tra l'altro la presenza in loco di talune forme di associazionismo assistenziale - ha trovato nei conflitti bellici e nell'invio di combattenti volontari ulteriori opportunità di sviluppo.
Significativo indice dell'attivismo integralista nell'area, tra l'altro, l'individuazione, in febbraio, in Albania, di una cellula terroristica riconducibile a Bin Laden, i cui appartenenti erano inseriti in Organizzazioni Non Governative operanti nella zona.
Il monitoraggio delle presenze integraliste entro i nostri confini conferma il particolare attivismo della componente algerina - che potrebbe accedere all'opzione violenta aderendo all'appello lanciato di recente dalla dirigenza in patria - e di quella egiziana, seguita con ogni attenzione in quanto ha evidenziato una notevole capacità operativa anche all'estero e risulta altresì, sebbene non senza distinguo ed eccezioni, tra i gruppi di punta del citato Fronte Islamico Internazionale.
Iniziative finalizzate alla propaganda ed al proselitismo sono da ricondurre anche ad oppositori marocchini e tunisini.
L'aspirazione universalista mostrata dal movimento islamista e l'intendimento di assumere valenza rappresentativa delle diverse realtà radicali - avvalendosi anche di tattiche flessibili che calibrano le scelte operative alla diversificazione dei contesti in cui operano e delle fasi che attraversano le sue articolazioni - impone di guardare anche all'andamento del processo di pace arabo-israeliano, con riferimento al quale l'eventualità di nuovi atti terroristici appare legata alla perdurante intransigenza delle frange estremiste irriducibili.
L'intrecciarsi, in talune vicende, della tematica confessionale con rivendicazioni etnico-separatiste costituisce moltiplicatore della minaccia, attesa la possibilità di inedite saldature tra formazioni terroristiche.
Spunti in questo senso potrebbero derivare, con precipuo riferimento al nostro Paese, dall'esito finale del processo a carico del leader del PKK.
Quell'organizzazione - di cui emergono fermenti e contrasti interni che hanno portato anche alla fuoriuscita di nuclei «autonomi» - potrebbe, infatti, decidere di ampliare il teatro della propria attività armata, ricomprendendovi l'Europa, qualora l'opzione violenta venisse ritenuta la sola possibile ad attestarne peso e vitalità.
Specifici profili di rischio derivano inoltre dalla possibilità, di cui si sono già evidenziati taluni segnali, che sul problema della sorte di Ocalan convergano anche i movimenti curdi iraniani, iracheni e siriani, ovvero che esso venga strumentalizzato da altri settori interessati.
Ulteriore ambito di attivazione è collegato alla crisi balcanica. In pendenza di conflitto l'azione dell'intelligence ha riguardato la minaccia di matrice serba oltranzista, nonché l'eventuale utilizzo del territorio nazionale quale via di transito per armi e materiale bellico destinato alle formazioni combattenti in Kosovo.
Nella fase attuale, terminato il confronto convenzionale, non possono escludersi iniziative di stampo terroristico, anche all'estero, che rappresentino traduzione di progettualità maturate durante le ostilità ovvero di autonomi intenti di quei soggetti radicali la cui presenza è stata a suo tempo segnalata anche in territorio nazionale.
Analoga attenzione viene riservata alla possibilità di azioni controindicate, specie in loco, ad opera di elementi albano-kosovari contrari al processo di pacificazione in atto.

3. Immigrazione clandestina

Il fenomeno migratorio clandestino, che per quanto attiene ai flussi dal Nordafrica ha conservato un andamento pressochè costante, ha fatto registrare una nuova fase emergenziale in concomitanza con il conflitto in Kosovo. Le varie mafìe balcaniche, e segnatamente quella albanese, hanno approfittato della contingenza per mobilitarsi, onde incrementare i propri traffici e perseguire ulteriori margini di profitto. Il territorio schipetaro - da tempo indicato quale punto di confluenza privilegiato di clandestini non solo dell'area, ma anche dell'Est e dell'Africa - ha visto moltiplicare l'attivismo delle consorterie malavitose, di cui sono stati segnalati, tra l'altro, i tentativi di inserirsi nei circuiti di smistamento delle provvidenze internazionali destinate alle strutture di prima accoglienza colà predisposte. In ragione del peculiare ruolo svolto su quel fronte dal nostro Paese, l'impegno di intelligence ha riguardato sia i rischi immediati per la sicurezza, sia la possibilità di manovre a vario titolo lesive dell'immagine nazionale.
Sono stati oggetto di costante monitoraggio il complesso sistema criminale che gestisce il traffico di clandestini e profughi dalla regione, la diffusa corruzione di locali ambiti istituzionali, nonché le strategie operative adottate dai trafficanti che, accanto al consolidato ricorso agli scafisti, hanno elaborato metodologie alternative, tra le quali l'imbarco su traghetti di linea degli extracomunitari di varia nazionalità dotati di documenti falsi.
L'azione informativa si è ampliata in direzione della presenza degli albano-kosovari nei campi di accoglienza allestiti in territorio nazionale, in relazione al rischio di infiltrazioni di soggetti controindicati, ovvero di tentativi di cooptazione nelle file della malavita da parte di sodalizi endogeni.
Specifico rilievo è stato riservato all'eventualità che tra i massicci arrivi sulle nostre coste potessero celarsi elementi dell'intelligence serba, estremisti islamici e militanti dell'UCK, per i quali ultimi l'Italia rappresentava soprattutto via di transito per il teatro di guerra.
Al di là dell'emergenza congiunturale, la pressione migratoria in direzione del nostro Paese appare destinata a protrarsi nel tempo, attesi gli elevati costi della crisi che limitano fortemente le prospettive di crescita economica, con prevedibili ricadute sugli equilibri sociali e politico-istituzionali dell'intera regione.
Il SISMI, istituzionalmente impegnato sul versante estero, ha costantemente fornito dettagliati rapporti informativi sull'intero teatro balcanico, riferendo, tra l'altro, numerose notizie in ordine ai gruppi criminali operanti nelle aree di Fier, Durazzo e Valona; il SISDE ha sviluppato un mirato progetto d'intelligence potenziando il proprio dispositivo nelle regioni maggiormente interessate dal fenomeno ed approfondendo talune dinamiche d'interesse oltreadriatico, tra le quali le interazioni tra malavita albanese e sodalizi italiani, nonché la penetrazione islamica radicale e le sue possibili proiezioni sulle comunità di quella fede presenti in Italia.
Sotto tale ultimo profilo va tuttavia rilevato come i rischi di «importazione» delle istanze integraliste siano solo marginalmente legati alle correnti migratorie clandestine, tenuto conto che il nostro Paese, punto di riferimento per l'approvvigionamento di documenti falsi, risulta interessato per lo più dall'elevata mobilità all'interno dell'Europa di esponenti delle diverse cellule.
Del pari, con riguardo alla questione curda, l'eventualità di tensioni e di iniziative potenzialmente pericolose non risulta direttamente ricollegabile all'affluenza di clandestini di quell'etnia - più massiccia in concomitanza con l'inasprirsi della conflittualità nei luoghi di origine - quanto, piuttosto, alla già consolidata presenza in Europa di strutture e basi della militanza più oltranzista.
Allo stesso modo, l'attivismo entro i nostri confini di simpatizzanti di organizzazioni terroristiche operanti nello Sri Lanka si tradurrebbe per lo più nel favoreggiamento dell'immigrazione clandestina ed in comportamenti illegali ai danni delle comunità cingalese, tamil e filippina.
Il fenomeno migratorio continua a mostrare riflessi particolarmente insidiosi principalmente sul piano criminale, in un'interazione dei bisogni dei migranti con gli interessi di quanti gestiscono il traffico destinata a mantenerne inalterato il livello.
È un dato ormai acquisito che sulle stesse rotte e sui medesimi mezzi impiegati per raggiungere il nostro Paese viaggino, e sovente trovino manovalanza a basso costo, anche i commerci di armi e droga, volano di una crescita esponenziale, qualitativa e numerica, dei sodalizi criminali coinvolti. Ciò ha favorito lo sviluppo di un vasto indotto illegale che rappresenta la più significativa, quando non l'unica, fonte di reddito per taluni ambiti territoriali e sociali, dotando i gruppi malavitosi, in una con un elevato potere corruttivo ed un non trascurabile consenso del contesto di riferimento, di una forte incidenza sulle dinamiche politiche delle aree di origine.
Le ripercussioni sul piano sociale dei flussi clandestini sono strettamente correlate alla difficile integrazione degli extracomunitari che la stessa condizione di irregolarità costringe all'emarginazione, a situazioni lavorative precarie, ovvero all'accesso nei circuiti criminali. Circostanze, queste, in grado di alimentare in certe fasce di popolazione l'erroneo convincimento - talora strumentalmente incoraggiato da settori dell'oltranzismo politico - che associa l'immigrato al delinquente o che identifica in esso una minaccia al proprio livello di vita, favorendo l'innesto di sentimenti di intolleranza già sfociati, in passato, in pericolose degenerazioni.

4. Spionaggio

Le rinnovate occasioni di esposizione alla minaccia spionistica determinate dall'evoluzione dello scenario mondiale hanno postulato un'attenta ed incisiva azione a tutela da possibili ingerenze in danno di interessi nazionali, in Italia ed all'estero, che ha permesso, tra l'altro, l'identificazione di diversi agenti stranieri operanti sotto copertura.
Tale impegno si è prioritariamente rivolto, in un contesto di ampia collaborazione con gli Organismi informativi della NATO, alla protezione della missione condotta nei Balcani, per prevenire iniziative connesse al conflitto nella RFJ, con particolare riguardo alla sicurezza di basi, strutture e personale militare italiano e dell'Alleanza, in un quadro che presenta tuttora profili di pericolo. Le verifiche effettuate hanno consentito altresì di smentire l'ipotesi di una fuga di notizie concernenti i piani operativi dell'operazione «Determinated Force», di contrastare possibili episodi di disinformazione e fornire supporto intelligence ai reparti impegnati.
In generale, continua ad essere elevato per i paesi occidentali il rischio di penetrazione da parte di alcuni Servizi, sotto copertura di tipo commerciale o diplomatico, nei settori economico, industriale e tecnologico, oltre che militare.
Taluni Organismi niediorientali hanno surrettiziamente proseguito una intensa opera di propaganda, di. controllo sulla dissidenza, nonché di raccolta di informazioni in campo scientifico.
Sono state rilevate, inoltre, forme di attivismo imprenditoriale nordafricano, sospettate di schermare finalità controindicate.
La ricerca informativa ha confermato l'interesse di soggetti ed organizzazioni di paesi esteri ad acquisire illegalmente conoscenze in settori sensibili per la sicurezza dello Stato o ad eludere provvedimenti di carattere internazionale volti a limitare gli scambi commerciali.
Nel quadro delle attività istituzionali, è in corso il riesame della problematica connessa alla sicurezza delle Rappresentanze diplomatiche italiane all'estero.
Sono state, infine, individuate attrezzature speciali nascoste da agenti stranieri sul territorio nazionale.

5. Traffico di armamenti e di tecnologie avanzate, proliferazione di armi di distruzione di massa

Nonostante le iniziative di contrasto intraprese a livello internazionale - che includono misure, tuttora all'esame della UE e della NATO, per la costituzione di appositi centri di coordinamento - il traffico di armamenti è proseguito su livelli significativi, registrando un'accelerazione in connessione con il conflitto nella RFJ, in pendenza del quale i flussi di materiale bellico non hanno mancato di interessare il nostro Paese quale zona di transito.
Al di là del particolare allertamento imposto dalla crisi in Kosovo - in esito alla quale l'area balcanica si conferma, ad un tempo, zona nodale di raccolta e smistamento e mercato privilegiato - il fenomeno ha riguardato altresì il Continente africano.
In quest'ultimo contesto, due nazioni belligeranti si sono evidenziate per l'investimento di considerevoli capitali, teso ad acquisire equipaggiamento militare specie di origine ex sovietica. A fronte di tale quadro, rispetto al quale il traffico in argomento costituisce uno dei maggiori fattori di destabilizzazione, è di tutto rilievo l'impegno assunto dagli Stati dell'Africa Occidentale con l'adozione di una moratoria sull'importazione, l'esportazione e la produzione di armi leggere.
In relazione a quanto sopra, sono state effettuate segnalazioni sui traffici in parola. È proseguita l'attività di individuazione e raccolta di dati sui trasferimenti illegali di materiali strategici e nucleari, sia in Italia che all'estero. L'andamento del fenomeno fa registrare un aumento dei paesi coinvolti. Se, infatti, in passato esso era concentrato prevalentemente in due nazioni europee, l'ultimo biennio ha visto emergere all'attenzione dieci Stati.
I dati in possesso dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) hanno avvalorato in ben ventidue casi le segnalazioni del 1998 riguardanti materiale sensibile, proveniente soprattutto dal settore civile dei paesi dell'ex URSS, nella gran parte non idoneo ad impieghi militari. I soggetti individuati - fatta eccezione per un caso scoperto in Italia e rivelatosi un tentativo di frode, in cui gli arrestati sarebbero stati collegati con la criminalità organizzata - hanno palesato forti connotazioni dilettantistiche in eventi peraltro occasionali.
La necessità di incentivare le misure di salvaguardia - anche mediante la definizione di un sistema comune di controllo da dislocare alle frontiere - e di rafforzare, in sintonia con l'AIEA, il programma per la prevenzione del traffico in parola ha trovato pieno riconoscimento in ambito G8.
L'impegno in materia di disarmo e non proliferazione è un punto fermo dell'azione del Governo nei diversi fori internazionali. Con tale spirito il nostro Paese ha assunto la presidenza del «Nuclear Suppliers Group», ospitandone a Firenze, nel mese di maggio, l'Assemblea Plenaria annuale.
L'azione informativa in direzione della proliferazione delle armi di distruzione di massa si è tradotta eminentemente nel monitoraggio di quei paesi che continuano a fare di tale opzione uno strumento di egemonia regionale e che rappresentano una minaccia a livello internazionale.
Il campo d'indagine e l'attività di contrasto hanno riguardato lo stato dei programmi, le organizzazioni preposte alla loro realizzazione, l'ubicazione delle strutture di progettazione, produzione e sperimentazione, nonché l'attività di procurement volta all'acquisizione di materiali sensibili, tecnologia e prodotti «dual use» per lo sviluppo del settore.
Uno Stato mediorientale è sospettato di condurre un progetto nel campo del nucleare militare e si è evidenziato per l'utilizzo di un'avanzata struttura scientifica per proseguire i programmi di produzione di tossine e batteri impiegabili nella realizzazione di armi biologiche.
Un altro Stato dell'area, in possesso di gran parte del know-how necessario per la costruzione di ordigni nucleari, potrebbe in futuro acquisire materiali facendo ricorso ad una rete di società e partner commerciali ben introdotti nelle potenziali nazioni fornitrici, rivolgendosi in maniera sempre più estesa ad intermediari operanti in paesi terzi.
Preoccupazione destano i rischi connessi alla proliferazione nucleare e missilistica nel Continente asiatico, ove permane il noto contenzioso territoriale sul Kashmir. I recenti eventi bellici sono solo l'ultima espressione del perdurante stato di tensione politica e militare tra India e Pakistan, acuitosi, a partire dal maggio 1998, con l'effettuazione di alcuni test nucleari, cui sono seguiti, nello scorso aprile, esperimenti di missili balistici.
Nuova Delhi e Islamabad continuano, anche se con modalità e a livelli diversi, la ricerca sui mercati esteri di tecnologie avanzate e di materiali per i loro programmi. Nell'area un'altra nazione, tra quelle maggiormente impegnate in campo missilistico, potrebbe condurre un ulteriore test entro l'anno ed appare altresì proseguire lo sviluppo nel settore nucleare. Di rilievo, in proposito, quanto emerso circa tentativi di acquisire attrezzature e componenti attraverso società di copertura e ditte fittizie, nonché in ordine alla possibilità che il paese si avvalga in futuro di nazioni compiacenti o di quelle con cui coopera nel campo missilistico.
Nel medesimo contesto permane all'attenzione uno Stato considerato punto di riferimento dei paesi «a rischio» che intendono sottrarsi ai controlli sui programmi di proliferazione. Si stanno, pertanto, intensificando gli sforzi occidentali affinché il paese, firmatario dei principali trattati internazionali di non proliferazione, partecipi anche ai regimi multilaterali di controllo delle esportazioni di materiali e tecnologie sensibili.


Back