Doc. XXIII n. 59
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DOCUMENTO SULLE TECNOLOGIE RELATIVE
ALLO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI ED ALLA BONIFICA
DEI SITI CONTAMINATI
(RELATORE: SENATORE FRANCO ASCIUTTI)
Premessa.
Con l'avvicinarsi della chiusura dei lavori della XIII legislatura, è necessario fare un bilancio sullo stato dell'arte delle tecnologie di smaltimento dei rifiuti e sulla bonifica dei siti contaminati, utilizzando il bagaglio di esperienze e di informazioni acquisito dalla Commissione nel corso di specifici sopralluoghi presso gli impianti che producono o gestiscono lo smaltimento o la bonifica, durante gli incontri e le audizioni delle associazioni degli industriali locali, delle forze di polizia giudiziaria, della magistratura, dei prefetti, delle associazioni ambientaliste, dei comitati dei cittadini, degli operatori del settore, dei consorzi, di tutte quelle realtà, cioè, che nella problematica dello smaltimento e della bonifica sono coinvolte a diversi livelli di responsabilità. Nel presente documento si è pertanto tenuto conto delle relazioni tematiche già emanate dalla Commissione in materia di amianto, di rifiuti solidi urbani, di rifiuti ospedalieri, di rifiuti industriali, di incentivi alle aziende che operano traguardando allo sviluppo sostenibile e ai principi dell'Emas (Environmental management audit scheme) o che si sottopongono volontaristicamente alle procedure di certificazione del sito e dell'attività. In sostanza la Commissione, nel corso dei suoi tre anni di lavoro, ha sempre guardato con estremo interesse al panorama nazionale dell'imprenditoria nel settore dei rifiuti e delle bonifiche, studiandone le evoluzioni, cercando di cogliere segnali ed evidenze che facessero capire se essa stesse percorrendo la strada di un sistema industriale di gestione dei rifiuti tecnologicamente avanzato, in grado di realizzare una vera e propria gestione integrata del ciclo globale non solo dei rifiuti urbani ma soprattutto di quelli speciali industriali. Occorre a questo punto riflettere sulla considerazione che i rifiuti speciali industriali, per qualità e quantità in gioco, costituiscono il vero problema da affrontare, senza con ciò minimizzare sulle realtà emergenziali dei rifiuti solidi urbani che affliggono al momento quattro grandi regioni del sud del Paese e che proprio in questi giorni si sono estremamente amplificate nella regione Campania. L'argomento della gestione dei rifiuti, nell'ottica di uno sviluppo sostenibile, è stato di così grande interesse per la Commissione che
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questa, a conferma di quanto illustrato in un dibattito alla Camera dei deputati nel novembre 1999 dal Presidente Scalia con la relazione sul biennio di attività della Commissione, ha organizzato a Milano il 29 giugno 2000, presso l'Università Bocconi, il convegno-dibattito «Verso un sistema industriale per la gestione dei rifiuti». Il decreto legislativo n. 22/97 ha recepito 3 importanti direttive comunitarie in materia di rifiuti ed imballaggi (91/186, 91/685 e 94/62/CE). Ha rappresentato un punto di svolta epocale per la gestione dei rifiuti che era impostata, unicamente, sulla filosofia dello smaltimento (rifiuto a perdere) spostando il baricentro delle attività sui temi del recupero e del riciclo. Senza facili ottimismi si può affermare che, a quattro anni dall'entrata in vigore della riforma, il settore dei rifiuti sta entrando in una fase di profonde e radicali trasformazioni che dovrebbero consentirgli di superare gli attuali limiti strutturali e tecnologici che sono all'origine della scarsa qualità ambientale dei servizi erogati a fronte di costi elevati e crescenti (fenomeno molto più accentuato nelle regioni del Mezzogiorno). La situazione di partenza d'altronde era di estrema arretratezza con alcune patologie tipiche di sistemi pubblici «protetti», come sono i servizi ambientali nel nostro Paese, con una forte regolazione ambientale ed una regolazione economica insufficiente. Ciò che appare oggi necessario, come riconoscono tutti gli osservatori, è un sistema di gestione integrata in grado di farsi carico, con continuità ed in modo economicamente ed ecologicamente sostenibile, del problema dei rifiuti affermando, concretamente, i principi comunitari: riduzione all'origine, riuso, riciclo e recupero di materiali ed energia di cui lo smaltimento in sicurezza rappresenta la fase finale e residuale dell'intero ciclo. C'è la necessità di superare alcuni ritardi, costituiti in particolare dal completamento della normativa attuativa prevista dal decreto legislativo n. 22/97 (rifiuti pericolosi, compost, cdr, assimilabilità, discariche, ecc.) dal recepimento da parte delle regioni del quadro normativo, adeguando i rispettivi piani di gestione dei rifiuti dalla definizione degli ambiti territoriali ottimali (ATO) (avviati timidamente in pochissime realtà), dalla realizzazione di un sistema di impianti integrato e tecnologicamente avanzato. Gravi e numerose sono altresì le deviazioni da un sistema corretto di gestione che producono gravi danni ambientali, a volte irreversibili. La produzione nazionale di rifiuti viene stimata dalla Commissione in circa 108 milioni di tonnellate di cui irca 28 di rifiuti solidi urbani e il rimanente di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi. Il sistema di smaltimento nazionale già a partire dagli anni '80 ha mostrato forti carenze e lacune, alimentando le attività e i traffici illegali assai lucrosi della malavita organizzata. La Commissione valuta che oltre il 30% di rifiuti speciali industriali non sia gestito correttamente o lo sia in maniera illecita per cui di almeno 35 milioni di tonnellate non si conosce il destino finale. Le cifre del «fatturato in nero» sono allarmanti e sono stimate dalla Commissione in circa 15.000 miliardi l'anno con una evasione di almeno 2000 miliardi da parte del circuito illegale. Nel settore della termodistruzione in cui fino agli anni '80 l'Italia aveva investito in ricerca e tecnologie, il non efficace abbattimento delle diossine e dei furani emessi dagli inceneritori di prima generazione, alimentava la «sindrome di Seveso», la paura cioè delle popolazioni per la dispersione in ambiente delle diossine come nell'incidente
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Icmesa di Seveso. Qesta situazione è alla base della perdita, nel nostro Paese, dell'innovazione nel campo tecnologico, della ricerca e dello sviluppo, nel momento in cui, nel resto dell'Europa, si sviluppavano tecnologie di combustione e di abbattimento delle emissioni in grado di garantire i limiti assai stringenti imposti dalle direttive comunitarie in tema di emissioni. Ancora oggi, nel nostro Paese, il ricorso alla discarica rimane, per il 79%, circa la via di smaltimento preferita mentre la termodistruzione è ferma al 6.6%, valore che colloca l'Italia come fanalino di coda di tutti i Paesi europei in cui il ricorso alla termodistruzione si attesta intorno ad un valore medio del 25%. Il nostro parco impiantistico, mostra ormai i suoi anni ed è pressoché inadeguato, se si escludono come vedremo, alcuni casi di eccellenza per cui è sempre più difficile e costoso contenere le emissioni entro i limiti di legge. La situazione appare meno drammatica di quanto in effetti sia poichè non sempre i controlli delle ARPA vengono effettuati sugli impianti con la necessaria frequenza e attenzione. A fronte di un deficit impiantistico, si segnalano iniziative da parte dei privati che operano con i loro impianti di trattamento o all'interno di grandi aziende o con proprie piattaforme e di alcuni comuni come quello di Modena da tempo impegnati nei trattamenti. Il ruolo degli Enti di ricerca quali Enea e CNR, si è dimostrato negli ultimi tempi in grado di reagire e sviluppare alcune tecnologie, in parte brevettate, per il trattamento di termodistruzione di prodotti organici e di inertizzazione dei rifiuti pericolosi industriali come per esempio l'amianto. La presa di coscienza, da parte della Commissione, di tale situazione deficitaria a livello nazionale, ha stimolato i Commissari ad effettuare dei confronti con le altre realtà gestionali dei Paesi del nord Europa recandosi in visita, nel mese di settembre 2000, presso alcuni siti di trattamento della Germania, Finlandia, Svezia, Danimarca, al fine anche di verificare l'esistenza di un sistema industriale per la gestione integrata dei rifiuti. Di certo, la cultura nord europea (statunitense e canadese nel caso dei Paesi d'oltre Oceano), mostra di essere più avanzata, più strutturata e interiorizzata rispetto alla nostra. Anche il sistema delle filiere, apprezzabile per certi versi per i risultati raggiunti sul versante degli imballaggi derivanti dal sistema produttivo, non è ancora ad un livello adeguato sul versante delle filiere da raccolte differenziate comunali, risentendo delle difficoltà iniziali per organizzare il CONAI e soffrendo la mancanza di un mercato consistente del recupero dei materiali. Certo è comunque che il rallentamento che ancora si registra nelle operazioni di riciclo e in quelle di riciclaggio nelle filiere, ha risentito del ricorso alle procedure semplificate da parte della imprenditoria degli ecofurbi che ha colto l'occasione per realizzare ricicli virtuali e non virtuosi di materiali con evidenti danni per l'ambiente e con attività truffaldine, come purtroppo la Commissione ha avuto modo di verificare in più occasioni, «de visu». Alcune filiere inoltre, come quella della plastica, contrariamente a quella dell'alluminio assai profittevole e ad alto risparmio energetico, non sembrano economicamente appetibili per il riciclo materiale, atteso che la plastica di riciclo sfiora il costo della materia prima vergine e le sue caratteristiche meccaniche si deteriorano notevolmente a partire dal terzo ciclo di recupero, anche se è possibile in alcuni casi specifici spingersi a ricicli superiori alle tre volte. Occorre tuttavia rilevare
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qualche caso di eccellenza riferibile all'attività di alcune aziende quali la Cobea di Bergamo e la Ecoselecta che opera in Trentino-Alto Adige e che si stanno sempre più imponendo sul mercato per il riciclo delle plastiche nel settore del PET e di altri polimeri plastici. La Ecoselecta, peraltro, ha vinto un progetto Life della Comunità europea in materia di riciclo. In alcuni casi, può essere economicamente più profittevole in tema di rapporto costi/benefici, l'avvio dei materiali plastici alla termodistruzione con recupero energetico. Occorre però ricordare che proprio per tali materiali, in ogni caso contenenti significative percentuali di cloro, la combustione determina i maggiori problemi ambientali e sanitari in rapporto alle già ricordate condizioni medie del nostro parco di inceneritori. Ritardi sensibili si osservano anche nel settore della raccolta differenziata delle frazioni secche ed umide dei rifiuti solidi urbani e dell'impiantistica esistente ad esso correlata, in alcuni casi obsoleta e che, di là dai valori previsti dalla normativa, si attesta mediamente al 14% a livello nazionale. Un dato preoccupante da segnalare e che non facilità di certo il consenso delle popolazioni alla installazione di qualsivoglia impianto di trattamento o di recupero di rifiuti è una sorta di ipersensibilità, da qualche tempo ingeneratasi nella popolazione che vive anche in realtà urbane o suburbane degradate. Si tratta di una vera e propria sindrome Nimby (Not in my backyard) che esaspera gli animi, non aiuta e incoraggia l'imprenditoria e favorisce i lucrosi affari della malavita organizzata. Il caso eclatante della Campania di questi giorni è sotto gli occhi di tutti, dove, in molte situazioni, gli amministratori - sindaci in testa - hanno addirittura respinto la localizzazione in aree industriali di impianti di vagliatura e di compostaggio, a basso impatto ambientale, e, in ogni caso, necessari per evitare di trasformare la crisi dei rifiuti in emergenza sanitaria. Il confronto con i Paesi nord europei ci vede, al momento e per quanto sopra detto, perdenti non solo in riferimento alla quantità degli impianti in esercizio ma anche alla qualità tecnologica. Non appare diversa la situazione per ciò che riguarda le tecnologie di bonifica dei siti contaminati in quanto, oltre ai ritardi accumulati nella emanazione della norma attuativa, si registra ancora un basso interesse da parte della imprenditoria nostrana. Non è difficile infatti vedere all'opera aziende straniere (europee e americane) che per tempo hanno sviluppato tecnologie in situ, on site ed off site in grado di soddisfare tutte le esigenze delle imprese chiamate a bonificare i propri siti. La contaminazione dei suoli e dei sottosuoli peraltro, nel nostro Paese, è assai diffusa. Almeno 15 siti sono stati dichiarati di importanza nazionale e quindi i relativi progetti di bonifica sono avocati a sé dal Ministero dell'ambiente (che, a fronte di un primo finanziamento di circa 560 miliardi con la legge n. 426/98 ha stanziato con l'ultima manovra finanziaria un ulteriore finanziamento di circa 500 miliardi) presso il quale solo ora, a seguito dell'ultima legge finanziaria, si sta formando una commissione di esperti per valutarli. I grandi siti contaminati sono quelli di aziende come l'Enichem di Porto Marghera, di Priolo, di Gela, di Brindisi, come l'Acna di Cengio, come altri siti della costiera domiziana compromessi dagli interramenti abusivi di rifiuti pericolosi, come gli impianti di Bagnoli etc. A questi «grandi» siti contaminati occorre aggiungere quelli derivanti dai censimenti ai sensi del decreto del Ministero dell'ambiente del 16
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maggio 1989 e quelli assai diffusi e derivanti dalla dismissione dei serbatoi interrati del settore petrolifero della distribuzione e vendita di carburanti. In tale settore, infatti, sono previsti almeno 25000 interventi per il prossimo futuro. In conclusione si deve constatare che il sistema Italia è in forte ritardo nel settore dello smaltimento e dell'impiantistica ad esso correlata, mostra forti dipendenze dalle tecnologie straniere, anche se all'orizzonte cominciano a profilarsi iniziative di privati e degli enti di ricerca in grado di mettere a disposizione impianti e innovazioni tecnologiche.