Resoconto stenografico dell'Assemblea
Seduta n. 274 del 4/3/2003
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Discussione delle mozioni Paoletti Tangheroni ed altri n. 1-00166, Bolognesi ed altri n. 1-00098 e Conti ed altri n. 1-00106 sulle iniziative per contrastare la pratica dell'infibulazione (ore 18,07).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione delle mozioni Paoletti Tangheroni ed altri n. 1-00166, Bolognesi ed altri n. 1-00098 e Conti ed altri n. 1-00106 sulle iniziative per contrastare la pratica dell'infibulazione (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1).
Avverto che è stata altresì presentata la mozione Cima ed altri 1-00167, che verte sullo stesso argomento delle mozioni all'ordine del giorno (vedi l'allegato A - Mozioni sezione 1). La discussione, pertanto, si svolgerà anche su tale mozione.
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione delle mozioni è pubblicata nel vigente calendario dei lavori (vedi calendario).

(Discussione sulle linee generali)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali delle mozioni.
È iscritto a parlare l'onorevole Paoletti Tangheroni, che illustrerà anche la sua mozione n.1-00166. Ne ha facoltà.

PATRIZIA PAOLETTI TANGHERONI. Signor Presidente, ministro, onorevoli colleghi, la mozione che oggi presentiamo chiede al Governo un impegno per sostenere quelle donne che intendano sottrarsi all'infibulazione. L'infibulazione è una delle più devastanti mutilazioni genitali e si effettua soprattutto in Somalia, dove è stata subita dal 98 per cento delle donne, a Gibuti, nel Sudan del nord, in alcune parti dell'Etiopia, in Egitto e nel Mali. Le mutilazioni sessuali in generale sono praticate in 40 paesi del mondo secondo i dati forniti dall'organizzazione mondiale della sanità, e riguardano circa 130 milioni di donne.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'UNICEF e il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, nel 1997, hanno predisposto una dichiarazione comune per decretare come universalmente inaccettabili le mutilazioni sessuali femminili. Sebbene nella dichiarazione venga riconosciuto che tali pratiche sono profondamente ancorate alle tradizioni locali, si afferma anche che la cultura non deve essere ritenuta come assolutamente immutabile ma deve considerarsi sempre aperta a trasformazioni ed adattamenti. Questa dichiarazione si compone di sei capitoli i quali, partendo dall'affermazione che esistono diritti fondamentali di ciascun individuo, analizzano le differenti modalità delle mutilazioni sessuali femminili. La dichiarazione esamina dati statistici relativi al fenomeno e i rischi di varia natura per la salute psicofisica delle donne. Alla fine, la dichiarazione giunge alla conclusione di una totale riprovazione delle mutilazioni sessuali.
Questa posizione, signor Presidente e signor ministro, è chiara e, nel 1997 si espose, coraggiosamente al rischio di essere considerata etnocentrica; ciononostante, fu fatta. A questo proposito occorre ricordare, e mi pare significativo farlo, che 17 anni prima, nella riunione delle ONG femminili, tenuta a Copenaghen nel 1980, anche solo il termine mutilazione attribuito a tali pratiche fu rifiutato proprio dalle donne africane le quali consideravano, da una parte, offensivo il termine in sé e, dall'altra, pensavano che la questione delle mutilazioni genitali femminili dovesse essere affrontata ed eventualmente risolta partendo dall'interno del mondo femminile africano.
In effetti, l'universalismo a cui la dichiarazione OMS, UNICEF e Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione si richiamava nel 1997, si opponeva al relativismo propugnato proprio dalle esperte africane a Copenaghen. Quindi, la difficoltà di intervenire tra il relativismo che rispetta le culture altre e l'universalismo che afferma l'esistenza di diritti fondamentali, sembra potersi, oggi, superare, signor Presidente e signor ministro, perché, oggi, qualcosa è cambiato. Credo si possa affermare, con ragionevole certezza, che oltre alle posizioni


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assunte dalle agenzie dell'ONU, oltre le dichiarazioni dei leader religiosi, sia islamici sia cristiani, i quali stigmatizzano tali pratiche come non consone ai dettami delle dottrine religiose, esiste oggi una coscienza critica che si è andata formando nelle nuove generazioni. Le 100 ragazze che si sono rifugiate nella chiesa in Kenya e le 700 pronte a lasciare le loro famiglie pur di sottrarsi a tale brutale mutilazione testimoniano che la cultura tradizionale sta trasformandosi e, se essa non si dimostrerà pronta ad accogliere le istanze di cambiamento che vengono da queste giovani generazioni, sarà destinata a sclerotizzarsi.
In un'ottica di concreta cooperazione allo sviluppo - ribadisco: concreta - dei paesi toccati da tale fenomeno è opportuno ricercare, signor ministro, tutte le strade per consentire a quei soggetti che lo desiderino di potersi sottrarre a tale orribile tortura.
Per quanto riguarda il nostro paese c'è un provvedimento parlamentare che ha iniziato il suo iter ed già stato approvato unanimemente presso la Commissione giustizia del Senato. Tale provvedimento prevede una modifica del nostro codice penale per poter perseguire, con una pena da 6 a 12 anni, chiunque esegua una mutilazione sessuale; se poi a subire tale mutilazione è una minore, la pena può essere elevata di un terzo.
In Italia la situazione, quando la legge sarà a regime, si potrà considerare sufficientemente sotto controllo, ovviamente con gli opportuni sostegni a tale provvedimento. Signor ministro, si tratta allora di dare un sostegno a tutte quelle giovani che si trovano nei rispettivi paesi d'origine dove, anche in presenza, come testimonia il caso del Kenya, di una normativa chiara, non riescono a proteggersi da tali sevizie. In primo luogo, signor ministro, signor Presidente, occorre intensificare i programmi di sensibilizzazione e di informazione per tutta la popolazione, attraverso la diffusione di opuscoli, ricorrendo ad altri metodi di comunicazione, per sottolineare i danni ed i rischi ai quali le donne sottoposte a questa orribile mutilazione vanno incontro. L'informazione è molto importante perché non bisogna dimenticare che chi pratica questa orrenda tortura sono le madri e le nonne delle ragazze, le quali sono convinte di operare per il loro bene. Chiaramente, un'adeguata informazione potrebbe quindi in gran parte ridurre questo fenomeno.
Inoltre, occorre assistere - mi permetto in questo caso di dire che questa strada, per altre situazioni, è già stata battuta - le ragazze che intendano ribellarsi, prevedendo l'appoggio di legali per far valere i propri diritti nel caso che la normativa del paese in cui vivono vieti l'infibulazione. Non basta, infatti, la presenza di una legge: queste ragazze hanno bisogno anche di un sostegno legale, perché spesso non dispongono di mezzi adeguati.
Infine, avrebbe un'importantissima portata culturale la possibilità di prevedere che le sedi diplomatiche italiane nei paesi di origine possano considerare, ove ve ne fosse l'opportunità ed ove fosse possibile, di concedere asilo politico alle ragazze che ne facciano richiesta per sfuggire a tale mutilazione.
Il Parlamento europeo ha varato, nel settembre scorso, una risoluzione che si prefigge di colmare il divario esistente tra le famiglie ancorate alla tradizione dell'infibulazione e le leggi vigenti; tale divario dovrebbe essere affrontato, secondo il Parlamento europeo, soprattutto sul piano culturale. La novità della risoluzione consiste nel prevedere la concessione dell'asilo politico a quelle ragazze che hanno subito mutilazioni. La risoluzione che qui proponiamo, signor ministro, signor Presidente, ha invece una valenza che definirei piuttosto preventiva, perché interessa soprattutto quei soggetti che sono a rischio di mutilazione. Quindi, fuori dagli schemi che riconducono a relativismo ed universalismo, al di là di ogni dogmatismo, sia esso tradizionalista o modernista, credo si debba qui ricordare l'articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, approvato dall'Organizzazione delle Nazioni Unite nel dicembre del 1948, quando ancora gli orrori dell'ultimo conflitto mondiale erano vicini e ben impressi


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nella memoria di ciascuno; esso così recita: ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Bolognesi, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00098. Ne ha facoltà.

MARIDA BOLOGNESI. Signor Presidente, sono contenta che in questa Assemblea, una sede così autorevole ed importante, si discuta - tra l'altro in una settimana che, in molti luoghi del paese, verrà dedicata alla festa della donna, ai diritti delle donne, negati o conquistati, ai grandi temi sui quali le donne sono in prima linea (come quello della pace) - dei diritti delle donne nel mondo e, in particolare, dei diritti delle future donne. Parlando infatti della pratica dell'infibulazione, delle mutilazioni genitali, sicuramente poniamo l'accento su un fenomeno che, se riguarda, secondo le stime ufficiose, circa 130 milioni di donne e bambine, investe ogni anno due milioni di bambine tra i 4 ed i 12 anni. Si tratta di un fenomeno che parla sicuramente del tema della violazione e della violenza sul corpo femminile, del rischio enorme per la salute, per il diritto alla salute di queste donne, di queste bambine, di queste future donne, nonché del tema della negazione della sessualità femminile.
Credo che anche tale tema abbia diritto di cittadinanza in quest'aula ed è saggio e giusto che cominciamo a discuterne; peraltro, sulle mozioni presentate vi sono anche tanti punti di convergenza. Credo, quindi, che oggi facciamo molto bene ad occuparci dei diritti delle bambine nel mondo. Come ha affermato la collega Paoletti Tangheroni, da questo tema emerge non tanto un problema che non a che vedere con alcuna religione, ma che è legato a pratiche culturali e ad una struttura culturale antica e profonda che fa fatica ad essere superata, anche quando attraverso il fenomeno dei flussi migratori i riti vengono trasferiti e trasportati nell'incontro con altre culture. Pertanto, questo diventa a pieno titolo anche un tema italiano.
Credo che bene abbia fatto la Commissione affari sociali, che ha la competenza in materia sociale e sulla salute, ad approvare una risoluzione che richiamava problemi concreti riguardanti il territorio italiano e credo che bene faccia oggi questa Assemblea ad affrontare e, mi auguro, a concordare su molti dei punti che pongono al centro dell'attenzione la necessità di una serie di azioni che investono il terreno culturale e, quindi, anche il tema dell'integrazione tra le comunità che ancora praticano questo rito. Peraltro, ritengo che esso rappresenti una violazione dei diritti umani, essendo contrario all'inviolabilità del corpo umano, e che sicuramente in qualche modo si avvicini alla tortura per quanto riguarda le bambine che vi sono sottoposte.
Certo, non bisogna sottovalutare ciò che la collega affermava, ossia che si tratta di un fenomeno che spesso viene trasmesso dalla cultura femminile di queste tribù. Evidentemente, vi è ormai una sorta di consolidata idea di accettazione sociale all'interno della comunità di origine che dobbiamo indurre a superare, facendo capire che in Italia, in Europa ed in altri paesi per essere accettate nella comunità non è necessario subire la pratica della mutilazione e dell'infibulazione.
Credo, quindi, che questo tema, che sicuramente ha a che vedere con la violazione dei diritti umani che interferiscono con l'integrità della persona fisica, oggi possa intrecciarsi con altri problemi. Credo che saremmo saggi nell'analizzare questo problema sicuramente non pensando di risolverlo con una mozione ed avviando alcuni strumenti concreti. Come ricordava la collega Paoletti Tangheroni, al Senato vi è un provvedimento che può trovare anche canali accelerati e in Commissione affari costituzionali è in discussione la legge sull'asilo: questa potrebbe essere l'occasione per aprire anche tale tipo di discussione. Dopodiché - mi rivolgo al ministro delle pari opportunità - proprio in ottemperanza alla piattaforma di Pechino, possiamo anche pensare ad


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una serie di azioni a tutela della salute delle donne e della loro autodeterminazione alla difesa della loro salute e, aggiungo, della loro sessualità, predisponendo nel nostro paese concreti strumenti di lavoro. Credo, infatti, che quello delle mutilazioni genitali sia ormai un tema anche italiano e che quella della salute delle donne immigrate nel nostro paese sia una problematica a cui i nostri servizi sanitari e sociali non sono ancora attrezzati e preparati a rispondere.
Ritengo che, laddove ci si trovi di fronte a questo fenomeno (penso al momento della gravidanza e del parto), le nostre strutture sanitarie ed i nostri consultori non siano attrezzati a comprendere e ad affrontare questo problema nonché a trovare forme di risposta. Credo, quindi, non solo che si debbano sollecitare l'iter della legge ed altre questioni che la collega Paoletti Tangheroni sollevava, ma che in Italia si debba anche promuovere un'efficace azione di prevenzione attraverso i consultori ed attraverso azioni dialettiche con le comunità che praticano ancora questa tortura nei confronti delle bambine.
Occorre vi sia la possibilità di trovare meccanismi di tutela sanitaria, perché vi è una ricaduta non solo psicologica ma anche concretamente sanitaria molto pesante. Bisogna trovare meccanismi di integrazione culturale che facciano capire come l'Europa consideri questo un reato e come promuova progetti di integrazione ed accettazione culturale. Credo, quindi, che prevenire e monitorare il fenomeno in Italia ed attrezzare le strutture sanitarie e sociali a rispondere adeguatamente siano impegni che dobbiamo collettivamente prenderci e che chiediamo al Governo.
L'altro punto su cui si deve riflettere per dare una risposta concreta è quello dell'asilo. L'asilo politico riguarda il tema dei diritti umani e dell'inviolabilità. Spesso i cittadini di altri paesi chiedono asilo politico perché sono torturati. Credo si possano far rientrare le donne che chiedono asilo nel nostro paese, o quelle che lo chiedono per le loro bambine, tra i casi di tutela dell'integrità fisica delle persone dato che fuggono da torture e da violazioni dei diritti umani. In Commissione affari costituzionali e poi in aula discuteremo di ciò. Non possiamo più accettare una cultura che considera, giustamente, violazioni dei diritti umani le torture politiche o le persecuzioni, ma non considera una violazione così grave, che condizionerà tutta la vita delle bambine, come uno dei motivi per cui si può chiedere asilo politico.
Dunque, si tratta dell'organizzazione delle nostre strutture sanitarie, del monitoraggio, di un lavoro di prevenzione, di azioni di integrazione culturale mirate a far capire alle donne che non è più necessario che le loro bambine subiscano tali pratiche per essere accettate nella collettività e, dall'altro lato, di strumenti che rispondano al tema dell'asilo politico anche per quanto riguarda la violazione del corpo femminile, il diritto alla salute delle donne, ed il diritto di tali donne ad avere una sessualità. Questi sono i temi a cui insieme possiamo dare una risposta.
La portata del problema è enorme: il rispetto delle religioni, delle pratiche e delle culture degli altri paesi è doveroso, ma dobbiamo compiere un salto di qualità. Credo che, se praticato in Italia, questo debba diventare un reato perché è necessario il rispetto delle culture, delle abitudini, e delle profonde convinzioni dei popoli diversi, ma vi è una soglia che non può mai prevedere la violazione del corpo femminile, la violazione dei diritti umani, la pratica di torture.
Mi accaloro perché ho visto un filmato molto pesante su questo. So che la collega Paoletti rispetta il fatto che le donne che vengono da queste etnie lottino loro stesse per la loro emancipazione. Tuttavia, credo che le vittorie si ottengano negli anni e con la capacità di capire ma anche di rifiutare. Se verrà espresso da quest'Assemblea un forte rifiuto di una pratica che costituisce piena violazione dei diritti umani e vi saranno concrete azioni conseguenti, forse avremo fatto poco, ma avremo compiuto sicuramente un passo significativo stracciando quel velo per cui le torture riguardanti la sessualità femminile vengono accettate anche nella nostra cultura.


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Credo che questo rifiuto dell'accettazione delle mutilazioni genitali femminili rappresenti quel salto di qualità concreto che può rendere questo delitto un delitto universale contro le bambine e contro le donne, nel mondo e nel nostro paese. Riusciremo così a fare un passo avanti e a chiamare a voce chiara altre donne a questa battaglia, che riguarda loro ma che riguarda anche noi perché riguarda il futuro del riconoscimento dei diritti di cittadinanza universale, tra i quali sicuramente va inscritto anche quello di queste donne (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Conti, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00106. Ne ha facoltà.

GIULIO CONTI. Signor Presidente, signor ministro, onorevoli colleghi, vorrei fare un'analisi storica di questo fenomeno. Anche in questo Parlamento, già nella scorsa legislatura, un deputato di Alleanza nazionale, l'onorevole Aloi, presentò una proposta di legge, sottoscritta da oltre un centinaio di deputati appartenenti a tutti i partiti, affinché si provvedesse a risolvere legislativamente questo problema. Ritengo, infatti, che il punto principale sia quello di risolvere tale problema dal punto di vista legislativo, in casa nostra. Agire all'esterno mi sembra sia un atto di grande fede e di grande volontà, nonché di solidarietà, ma di difficile attuazione.
Vorrei in primo luogo far notare che con riferimento all'atto di mutilazione sessuale femminile (qui non parliamo di quello maschile, non so perché, ma non ne ho parlato neanche io, quindi siamo responsabili tutti)...

MARIDA BOLOGNESI. Perché non ne fanno!

GIULIO CONTI. ...È la mamma che porta la bimba a fare questa mutilazione. Personalmente, ho presentato una proposta di legge - anche l'onorevole Cè ne ha presentata una e ritengo che forse lo abbiano fatto anche altri parlamentari -, con la quale si propone che ai genitori venga tolta la patria potestà quando portano le figlie a sottoporsi a questa pratica; ciò significa che le bambine verranno affidate ad altri e non più ai genitori. D'altronde, è un problema di grande rilievo anche questo, anche perché ritengo che la questione debba essere analizzata da tutti i punti di vista.
Quello che è successo in Kenya è accaduto a bimbe che non hanno ancora 14 anni; quindi anche la pratica della richiesta del diritto di asilo, effettuata e richiesta da una minorenne così giovane, non ritengo che verrebbe accettata. Allora, il problema è diverso, nel senso che occorre trasferirlo nella realtà della situazione esistente in quella nazione; peraltro il Kenya è l'unica nazione nell'Africa centromeridionale a proibire legislativamente questa pratica (forse vi sarà stata una sensibilizzazione che ha portato all'approvazione di una legge e quindi ad una presa di coscienza da parte delle più giovani ragazze, nelle loro scuole, ma soprattutto nella missione dove questo è accaduto).
Credo che il problema sia di molta più difficile soluzione di quanto detto fino ad oggi e di quanto sarà possibile fare dal punto di vista legislativo. Certamente noi dobbiamo creare un movimento di opinione, affinché il divieto di questa pratica venga reso molto popolare, cioè molto conosciuto dalla gente.
Sono costretto a illustrare quello che accade, anche se capisco che sarà un'illustrazione un po' cruda, un po' crudele, forse non molto elevata culturalmente, dato che è una cronaca di quello che fanno a queste ragazze, le quali subiscono ferite corporali, ma soprattutto psicologiche. L'infibulazione, della quale parliamo oggi, consiste nell'asportazione della clitoride, delle piccole labbra, di due terzi della parte anteriore dell'organo e spesso anche della parte media delle grandi labbra. Immaginate che tortura subiscono queste ragazze!

STEFANIA PRESTIGIACOMO, Ministro per le pari opportunità. Lo sappiamo bene che cos'è l'infibulazione!


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GIULIO CONTI. Chi lo sa lo sa, chi non lo sa è bene che ascolti, sia per radio sia per televisione, dato che ci stanno guardando con il satellite da tutta Italia.
Questa è l'infibulazione, che viene realizzata con lamette da barba. Domani sera leggerò un'intervista, riportata in un grande giornale femminile in questa settimana - forse il ministro l'avrà letta -, dove si parla di questa pratica subita da una donna di cultura elevata, un architetto di una nazione del nord Africa, la quale racconta quello che lei stessa ha subito.
Quindi ritengo che nascondere queste cose non serva a nulla.

STEFANIA PRESTIGIACOMO, Ministro per le pari opportunità. No, no, è un fatto...

GIULIO CONTI. Vengono usati pezzi di vetro e un coltello, senza alcuna garanzia igienica. In tal modo, in regioni dell'Africa e del Medio Oriente, non viene effettuata solo l'infibulazione, ma anche la clitoridectomia, con l'asportazione della clitoride, delle piccole labbra e del cappuccio della clitoride; quindi, figuratevi quello che accade. Non credo sia sbagliato parlare di ciò, in quanto le conseguenze non sono pericolose solo dal punto di vista psicologico, ma anche della vita e in seguito al parto.
Comunque, le lesioni conseguenti a tali pratiche comportano su tutte le ragazze shock postoperatori, lesioni ad altri organi (uretra, vescica) e, a causa delle scarse condizioni igieniche, molte ragazze muoiono di tetano o di setticemia. Vi sono inoltre altre complicazioni come ascessi vulvari, dismenorrea, emorragie; tra l'altro, il parto è complicato a causa delle lesioni in fase di cicatrizzazione che vi sono in quell'organo.
Ritengo che tale situazione, dal punto di vista medico, debba essere esaminata, analizzata e illustrata proprio per far capire a chi pratica queste mascalzonate, vale a dire le madri di queste bambine, la gravità di tali pratiche.
In Europa, dove il livello culturale è senz'altro superiore rispetto ai paesi dai quali provengono tali persone, occorre che tali soggetti si rendano conto di ciò che fanno; infatti, fino ad ora, tale pratica ha creato solo pochissimi casi di ribellione. Vi è invece accettazione non solo da parte delle bambine, ma anche da parte delle madri.
Il fatto che prima del matrimonio tali ragazze debbano subire questo trattamento costituisce un atto di assoluta inciviltà, che tuttavia accade nell'ambito di tribù che vivono in tal modo da centinaia e centinaia di anni. Occorre svolgere un discorso diverso con riferimento a ciò che accade in Europa, in America, in Australia e a quanto avviene in Africa o negli Stati del Medio Oriente ed ora anche negli Stati dell'estremo Oriente dove tale pratica si è diffusa.
In Italia l'infibulazione si è diffusa a causa del fenomeno dell'immigrazione, che non ha consentito alcuna preparazione da parte di coloro che sono arrivati nel nostro paese riguardo ai nostri usi e alla nostra cultura. Dunque, abbiamo questa responsabilità nei confronti di tali soggetti; infatti, non possiamo pensare che vi sia un destino perverso che li condanni a subire tali pratiche.
In Italia non vi è stata nessuna denuncia in ordine a queste pratiche, nonostante l'OMS abbia parlato di 20-30 mila ragazze che le subiscono. Al congresso di Firenze di qualche anno fa si è parlato di ciò, ma nessuna mamma e nessuna bimba ha denunciato tale fenomeno. Tuttavia, qualcuno ha posto in essere questo atto, dunque dobbiamo fa riferimento a chi lo ha fatto (certamente vecchi stregoni di quelle tribù che si sono trasferite nel nostro paese, ma forse - mi auguro di no - anche qualche medico).
Dunque, il Parlamento deve approvare una legge ad hoc - anche sulla base delle proposte di legge già presentate - nella quale siano previste le misure da adottare nei confronti del medico che pratichi l'infibulazione. Probabilmente, sarebbe giusto prevedere una radiazione dall'albo, come d'altra parte noi abbiamo già proposto. Devono essere previste soltanto misure punitive e repressive? Ritengo di no, in quanto credo che anche la prevenzione -


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come precedentemente affermato dall'onorevole Bolognesi - abbia una particolare importanza e debba cominciare proprio dalla scuola.
Con riferimento alla prevenzione, tutti affermiamo le stesse cose per quanto riguarda i poliambulatori, i distretti, i consultori e così via, nei quali tuttavia nessuna madre di ragazza che ha subito tale pratica si recherà. Quindi, l'azione dobbiamo svolgerla noi a livello scolastico o nei luoghi frequentati dai giovani.
Un altro fattore che non si deve dimenticare è quello relativo ai rapporti tra Stati. Credo che l'Italia, nell'intrattenere rapporti con le nazioni dove si pratica l'infibulazione e dove non esiste alcuna repressione legislativa né alcuna prevenzione medico-sanitaria, si debba impegnare, attraverso il Ministero degli affari esteri, affinché tali Stati approvino una legge; in caso contrario, le nostre proposte possono apparire molto velleitarie. Quindi, dobbiamo stabilire ciò, quando si ratificano trattati tra Stato e Stato, come accade quasi ogni settimana alla Camera dei deputati: perché l'Italia sottoscriva un accordo culturale con una nazione dove si praticano queste barbare torture alle ragazze, deve essere inserita la richiesta di una legge che reprima il fenomeno e che non permetta simili pratiche nei paesi di origine. Mi rendo conto che sarà molto difficile passare dall'approvazione di una legge alla sua reale esecutività in Uganda - ho citato l'Uganda per tutti -, nell'Oman, negli Stati del Golfo o in tutti gli Stati dell'Africa nera. Però, è il principio che deve prevalere e deve essere portato avanti. Quindi, per realizzare quest'obiettivo, si potrebbero utilizzare gli accordi tra nazioni.
Come abbiamo detto tutti - e ritengo che tutti debbano dirlo -, un altro argomento è rappresentato dall'aspetto legislativo. Prima, ho fatto un'autocritica a proposito della mia proposta di legge che, personalmente, emenderò su questo punto, se dovesse arrivare all'esame della Commissione: è necessario valutare quali azioni intraprendere a favore delle ragazze che vogliano sfuggire a questo trattamento o che lo abbiano subìto. Quale assistenza sociale, economica e culturale, quale supporto in termini di istruzione devono essere forniti? A chi devono essere affidate? Le affidiamo alle mamme, che hanno fatto praticare questo trattamento? Le affidiamo al padre che, comunque, sapeva o, forse, ha costretto la madre, affinché portasse la figlia a subire questo trattamento?
Quindi, signor ministro, il discorso non è così semplice. È un discorso serio, che richiede un significativo programma di realizzazioni, per mettere in atto ciò che chiediamo con la nostra mozione. Crediamo debba essere messo in atto un progetto che realizzi le nostre speranze. Chiediamo che esse vengano condivise da tutti e messe in pratica in Italia ed in Europa. In alcuni Stati europei e anche in America esistono già leggi sull'argomento. Ritengo, dunque, che in Italia siamo indietro.
Cerchiamo di portare avanti le iniziative con rapidità e con coscienza, a livello di Commissioni parlamentari ma anche a livello culturale, nella nazione. Sono raccomandazioni che vorrei fare a nome del mio partito. Ritengo un atto di civiltà portare avanti questo discorso. Vorrei che non si creassero confusioni con la legge Bossi-Fini, per quanto riguarda il problema dell'immigrazione e della richiesta di asilo politico, che verrebbe estesa ad oltre cento milioni di donne che hanno subìto questa pratica: faremmo soltanto una dichiarazione di buona volontà che verrebbe a cozzare con una legge da poco approvata da questa Camera dei deputati e da tutti noi, perlomeno dagli esponenti della maggioranza.
Si tratta di valutazioni che dobbiamo fare dal punto di vista medico, dal punto di vista sociale, dal punto di vista organizzativo, sanitario ed igienico. Ma le nostre considerazioni devono riguardare anche la possibilità di mettere in atto un divieto serio, che prevenga il fenomeno, quando è possibile, e che punisca, quando, sciaguratamente, l'infibulazione dovesse essere realizzata, spesso con l'aiuto o con la costrizione dei genitori.


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PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Zanella, che illustrerà anche la mozione Cima n. 1-00167, di cui è cofirmataria. Ne ha facoltà.

LUANA ZANELLA. Signor Presidente, illustro la mozione Cima n. 1-00167, presentata dai Verdi. Centotrenta milioni, fra donne e bambine, hanno subito mutilazioni genitali. Due milioni sono le vittime, ogni anno. In almeno ventotto paesi la pratica delle mutilazioni genitali è ancora considerata la normalità ed è, appunto, attuata. Il fenomeno, se pur non solo recentemente, ha coinvolto anche i paesi cosiddetti ricchi, quali l'Europa, gli Stati Uniti, l'Australia e il Canada. Si calcola che 180 mila siano le bambine e le giovani donne che sono state fino a qui sottoposte a questo tipo di pratica nell'Unione europea.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE FABIO MUSSI (ore 18,43)

LUANA ZANELLA. Peraltro l'infibulazione, come diceva il collega che mi ha preceduto, è già vietata dalle legislazioni di alcuni paesi in Europa. Nella IV Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulle donne, svoltasi a Pechino nel 1995, molta attenzione e forte dibattito sono stati dedicati proprio a questo tema e gli Stati sono stati invitati ad assumere iniziative concrete contro la violenza sulle donne e, in particolare, ad impegnarsi rispetto alle mutilazioni genitali femminili.
Ricordo che il 13 marzo 2002 il Parlamento europeo, dopo aver sentito la relazione della Commissione per i diritti delle donne e le pari opportunità ed il parere della Commissione per la libertà e i diritti dei cittadini la giustizia e gli affari interni, ha approvato una risoluzione sulle donne e il fondamentalismo. In questo documento si è sottolineato come proprio le donne sono state e continuano ad essere una delle principali vittime dei fondamentalismi religiosi.
Tra le altre violazioni, punizioni ed attentati contro l'integrità fisica e la vita delle donne, vi è il ricorso a pratiche culturali e tradizionali quali le mutilazioni genitali che sono state segnate senz'altro come degne di particolare attenzione. Ricordo che sono pratiche che vanno oltre l'appartenenza religiosa. Infatti, molto spesso si attribuisce questa pratica al mondo islamico, mentre sappiamo e va sottolineato ancora una volta che questa ha ben altri radicamenti e origini. Si tratta di una pratica che, indubbiamente, cozza in maniera fortissima con la nostra cultura, con la nostra sensibilità ed anche con gli ordinamenti legislativi che regolano le nostre realtà e le nostre società e, soprattutto, con i diritti fondamentali dell'uomo e della donna e le libertà democratiche: tra queste, il diritto all'integrità del corpo femminile e all'autodeterminazione rispetto alla propria sessualità sono sicuramente al centro.
Il Parlamento europeo, nel denunciare il ricorso alle pratiche di mutilazioni genitali, ha invitato gli Stati membri a prendere concrete misure, sia preventive, sia nel senso di adottare una legislazione contro gli atti che pongono in pericolo l'integrità psico-fisica e la salute delle donne. Il 10 dicembre, in occasione della giornata mondiale dei diritti umani, che come è noto ricorre ogni anno in questa data, è stata lanciata una campagna mondiale contro le mutilazioni genitali femminili di cui nel mondo sono vittime ben 130 milioni di donne e bambine. Questo è l'obiettivo condiviso dai movimenti delle donne, dalle associazioni delle donne native e di donne immigrate e da ONG. Si tratta, appunto, dell'obiettivo di sradicare questa pratica da tutti i luoghi in cui, invece, è al momento ancora fortemente radicata.
Nel nostro paese il fenomeno è conosciuto, però quanto mai sommerso e clandestino. Sicuramente la non conoscenza della questione fa sì che vengano inibite le possibilità di una vera azione di contrasto, di prevenzione e anche di promozione culturale.
All'interno del Dipartimento per le pari opportunità, dal 1999 fino alla primavera del 2001, ha operato la commissione che


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doveva definire le linee essenziali del progetto nazionale contro le mutilazioni genitali femminili. In seguito, con l'insediamento del Governo, tale commissione è stata sciolta nell'ambito della riorganizzazione generale. Noi crediamo che le campagne di informazione costituiscano la base indispensabile per il corretto approccio alla problematica delle mutilazioni genitali, proprio per favorire lo spontaneo, progressivo, convinto ed efficace abbandono delle medesime. L'attività di sensibilizzazione deve essere affrontata a vari livelli istituzionali, in modo da coinvolgere, anche nell'ambito delle amministrazioni locali, il sistema sanitario - in precedenza si è fatto riferimento ai consultori -, il sistema sociale e quello educativo scolastico.
Tuttavia, attraverso questa mozione vogliamo mettere in evidenza un problema e cioè la necessità di una pluralità di strumenti che, attraverso l'opera del Governo, la nostra comunità deve avere a disposizione. Quindi, ribadisco - come ha già fatto la collega Bolognesi - la necessità di riconoscere il diritto di asilo alle donne fuggite dai propri paesi perché pretendono, intendono sottrarsi alla pratica della mutilazione. Quello descritto è uno strumento, importante, fondamentale che se non viene garantito in questi casi, mi chiedo in quali altri lo debba essere.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE MARIO CLEMENTE MASTELLA (ore 18,48)

LUANA ZANELLA. Dalla nostra politica estera deve considerarsi centrale l'attenzione ai diritti fondamentali della donna. Ci si deve adoperare sul piano internazionale intervenendo sugli accordi - anche di natura economica e commerciale -, in modo da condizionare il riconoscimento dei diritti umani e dei diritti delle donne. Inoltre le amministrazioni locali vanno rafforzate, rese partecipi e consapevoli; nell'ambito della Conferenza Stato-regioni deve essere promossa una precisa azione affinché non venga affatto sottovalutato il problema e venga attuato anche un approccio di tipo culturale, oltre quello strettamente giuridico o sanitario.
Soprattutto deve essere istituita una nuova commissione che, in continuità con il lavoro già svolto - certamente non di poco conto e di poco peso - ed assieme alle altre amministrazioni dello Stato competenti, elabori un progetto complessivo. Infatti è proprio di un progetto complessivo e di una pluralità di strumenti che si abbisogna. Vanno coinvolte le associazioni delle donne immigrate presenti sul territorio, vanno previsti programmi di istruzione capillari, formazione, sensibilizzazione e conoscenza di una pratica che non si esaurisce in una sola fattispecie.
Come già suggerito dai colleghi che mi hanno preceduto vi è anche bisogno di un indispensabile lavoro di monitoraggio. Infatti, non si può intervenire dall'alto - prendendo, magari, a modello altri progetti attuati in diverse realtà - per aggredire una situazione che conosciamo soltanto parzialmente, episodicamente. Invece va portato avanti un lavoro di monitoraggio, coinvolgendo le regioni, la Conferenza Stato-regioni, le associazioni e tutto ciò che già esiste e si muove per affrontare seriamente ed efficacemente questo problema.
Voglio dire che non si parte assolutamente da zero.

PRESIDENTE. Concluda, onorevole Zanella.

LUANA ZANELLA. Vi è la necessità, e concludo, di mettersi in relazione non soltanto con le vittime, ma soprattutto con le donne, convinte della bontà e della necessità di questa pratica, la radicano anche nei nostri territori.
Bisogna partire dalla relazione con queste donne per risolvere effettivamente o comunque affrontare, in maniera seria ed efficace, questo problema, altrimenti si renderebbe la pratica clandestina ed essa continuerebbe ad estendersi, ad essere presente nel nostro come in altri territori.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Rocchi. Ne ha facoltà.


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CARLA ROCCHI. Signor Presidente, gli argomenti sollevati nelle mozioni oggi all'esame dell'Assemblea destano in tutti noi la preoccupazione per una profonda ingiustizia presente fino a ieri fuori dalle nostre frontiere nazionali ed oggi riscontrabile anche all'interno del nostro paese a causa dei fenomeni migratori. La vicinanza del problema ha acuito l'interesse e l'attenzione sul problema medesimo e richiede da parte nostra non solo una considerazione attenta, ma anche e soprattutto l'emanazione di provvedimenti molto forti perché questo tipo di intervento e di atteggiamento siano messi al bando senza se e senza ma, attraverso azioni assolutamente radicali.
Che questi interventi debbano essere operati nei paesi terzi con tutte le forme e con tutti gli strumenti della diplomazia è un dato; che questi interventi debbano esser operati all'interno del nostro paese in tutte le forme, anche quelle più severe, del codice penale è anch'esso un dato. Quando si parla di fenomeni di questo genere, si sottolinea principalmente il danno fisico perché si parla di invasione violenta, di mutilazione fisica del corpo femminile. Io dico che questo tipo di interventi sono soprattutto e prima ancora un'invasione ed una mutilazione irreversibile della psiche delle persone.
Qualunque intervento fisico può esser superato se i suoi effetti non sono legati pesantemente - come lo sono in questi casi - ad una perdita del diritto fondamentale della persona che è quello non solo all'integrità del proprio corpo, ma alle proprie potenzialità psichiche, psicologiche ed emotive.
Non si sottolinea abbastanza quanto queste pratiche privino le donne della loro possibilità di godimento pieno della vita sessuale. Certo, mi rendo conto che si tratta di un concetto molto più occidentale di quanto non sia diffuso negli altri paesi, ma questo è. Questi interventi sono motivati da tale ragione; perseguono tale obiettivo. È come se ci limitassimo alle segnalazioni, alle attenzioni igienico sanitarie, dicendo: è disdicevole cavare gli occhi ad una persona perché non sono garantite le regole igienico sanitarie. In realtà, le regole igienico sanitarie rappresentano un problema che si inserisce nel più vasto problema dell'invasione fisica, psichica ed emotiva della completezza di una persona.
Vanno, inoltre, spese alcune parole sulla necessità di valutare questi problemi davvero senza se e senza ma, perché spesso capita di considerare accettabili situazioni, usi e costumi che non sono i nostri, in nome di un relativismo culturale che, negli anni passati, ha provocato guasti inenarrabili sia in campo scientifico sia in campo relazionale. Dover dire cioè che qualunque situazione è giustificabile in sé perché esiste in altri contesti, significa troppo comodamente tirarci fuori da ogni obbligo di riflessione e di assunzione di responsabilità.
Va valutato infine che, nonostante venga segnalato anche nel corpo delle mozioni che spesso non sono soltanto gli uomini di quelle culture a pretendere tali interventi, ma che anche le donne di generazioni precedenti sono parte attiva in questi interventi di mutilazione, tutto questo sottolinea un divario generazionale - è la prima volta che generazioni di giovani donne cercano di sottrarsi a tali interventi -; la generazione precedente, piuttosto che affine come genere, dovrebbe quindi essere considerata fortemente dissimile come generazione.
In altre parole, oggi, quando si può vedere con maggiore chiarezza quale sia il problema e quando anche all'interno di quei paesi e di quelle culture le donne e i giovani hanno preso contezza e coscienza di cosa si vuole fare sulla loro persona, quello costituisce il nucleo da salvaguardare. Non ha senso richiamare quindi tradizioni orribili e desuete, nè continuità di genere; non ha senso richiamarsi a null'altro che non sia il nostro senso di responsabilità.
Al Governo cosa si chiede? Di adottare tutti i provvedimenti sia in campo nazionale sia in quello internazionale; a noi si chiede di valutare questo fenomeno e di non abbassare mai la guardia per quello che questo fenomeno realmente è, ovvero


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una deprivazione totale dei diritti della persona, non soltanto di quelli della persona fisica, ma anche di quelli della persona nella sua interezza psichica ed emotiva.
Finalmente, proprio da parte di chi questi danni li ha patiti e continua a patire, ovvero le nuove generazioni, arriva a noi un segnale d'allarme, un campanello molto preoccupante, nonché un richiamo alla nostra responsabilità personale, alla quale nessuno di noi intende sottrarsi ed in tal senso chiediamo al Governo di non volersi esso stesso sottrarre (Applausi dei deputati del gruppo della Margherita, DL-l'Ulivo).

PRESIDENTE. Constato l'assenza delle onorevoli Lussana e Bellillo, iscritte a parlare: s'intende che vi abbiano rinunziato.
È iscritto a parlare l'onorevole Giachetti. Ne ha facoltà.

ROBERTO GIACHETTI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, intervengo brevemente dopo alcuni interventi svolti dai colleghi che ampiamente hanno illustrato le caratteristiche nelle quali si realizza questo tipo di pratica. Io vorrei in primo luogo, visto che non accade spesso, ringraziare il ministro presente in aula anche nell'ambito del dibattito sulle linee generali e che con attenzione sta seguendo i nostri interventi. Non mi dilungherò per ripetere valutazioni che sono state ampiamente trattate, ricordando che stiamo trattando di un fenomeno che investe centinaia di milioni di donne nel mondo, in particolare nella zona africana, ed in quella del Golfo persico.
Vorrei semplicemente evidenziare che appare evidente come il fenomeno delle mutilazioni genitali femminili sia condizionato e correlato alle diverse implicazioni sociali, culturali e religiose e, benchè accomunate per convenzione sotto la medesima sigla, esse in realtà sono molto diverse per quanto concerne le conseguenze sociali, sanitarie e psicologiche che da esse derivano.
Ne consegue che non solo possono essere assai diverse le pratiche, ma anche le stesse modalità di esecuzione, le motivazioni culturali ed antropologiche su cui si basano, l'età in cui vengono eseguite, gli operatori che le effettuano e la partecipazione della comunità o dell'etnia di riferimento.
Tutti sappiamo bene che la ragione fondante del perpetuarsi di un simile fenomeno è innanzitutto nella volontà di porre un controllo sessuale sulla donna, mascherato attraverso un ancestrale desiderio di chiudere e controllarne il corpo con la conseguenza di padroneggiare e negare la sessualità della donna stessa.
Parlando di questi argomenti, non dobbiamo trascurare che l'infibulazione, in particolare, e più in generale, le mutilazioni genitali su donne e bambine, entrano in netta contraddizione con i principi universalmente riconosciuti del rispetto della integrità fisica e morale della persona, ma al contempo negano l'uguaglianza della dignità e dei diritti dei due sessi e che nell'ambito del diritto internazionale vi è una previsione esplicita ed implicita di condanna di tale ferocia, sia nel campo dei diritti umani sia in quello dei diritti della donna, e non ultimo, che è quello che mi sta più a cuore, del bambino.
Vorrei richiedere una particolare attenzione proprio nei confronti dei diritti del bambino, che sono sanciti dalla Convenzione dei diritti del fanciullo del 1989, all'articolo 24, comma 3, in cui gli Stati membri si impegnano ad adottare misure effettive ed appropriate ad abolire i costumi che sono pericolosi per la salute del bambino.
Questa previsione normativa, signor Presidente, riveste grande importanza, perché l'infibulazione, come è noto, viene esercitata fin dalla prima settimana di vita (in particolare in Etiopia e in Sudan), ma anche nella prima infanzia (nello specifico in Egitto), oltre che nella prima pubertà (in Nigeria) e, non di rado, durante il corso della prima gravidanza, per quanto si tratti di un rito che ha la funzione di preparare la ragazza a diventare una donna adulta.


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Da un punto di vista della speciale condizione delle donne che subiscono o rischiano simili torture, un riconoscimento speciale sul piano internazionale - ma con specifiche ricadute anche sul piano interno - si è ottenuto con la sentenza del 1991, in base alla quale la corte d'appello di Parigi definisce le mutilazioni dei genitali femminili come una persecuzione ai sensi della Convenzione di Ginevra; sentenza alla quale ha fatto subito seguito la delibera dell'Alto commissario delle Nazioni unite, sottoscritta dal Canada, dagli Usa, dalla Svezia, dalla Norvegia, che sollecita la concessione dell'asilo alle donne e alle bambine africane a rischio di mutilazione se costrette a rimpatriare nel loro paese d'origine. Proprio per questo ed anche alla luce di quanto sta avvenendo in Kenya, sarebbe necessario considerare più dettagliatamente l'eventualità, per il nostro paese, di concedere il permesso di soggiorno e la protezione alle donne a rischio e a riconoscere loro anche il diritto di asilo.
Ad aiutarci in questo senso potrebbero sovvenire alcune disposizioni dell'Unione europea che, pur essendo di carattere generale, potrebbero valere nei casi in cui la domanda di asilo sia fatta per pericolo di mutilazioni. Tra la fine degli anni ottanta, nel corso degli anni novanta e fino ad oggi, con la crescita dell'immigrazione, la gran parte dei paesi europei che condannarono l'infibulazione si trova a dover articolare risposte diversificate di fronte all'eventualità per cui i genitori immigrati intendano compiere mutilazioni genitali sulle proprie figlie all'interno di strutture sanitarie pubbliche. Paesi come la Svezia, la Francia e la Gran Bretagna hanno avviato un iter legislativo in materia, approvando norme più o meno specifiche contro le pratiche infibulatorie, motivo per cui anche in Italia - dove, secondo una ricerca del 1996, almeno 28 mila immigrate hanno subito una mutilazione ed almeno 5 mila sono le bambine che rischiano di andare incontro ad interventi di questo tipo - è auspicabile pensare ad una approvazione a breve termine della modifica del codice penale, cui faceva riferimento l'onorevole Paoletti Tangheroni, in materia di illegalità di questa pratica. Tale norma permetterebbe certamente di scongiurare il pericolo di eventuali infibulazioni «fatte in casa», che di fatto costituiscono potenziali vie di fuga dinanzi all'applicazione dell'articolo 50 del nuovo codice deontologico dei medici, che non consente l'esercizio di qualsiasi forma di mutilazione genitale femminile né di trattamenti disumani e degradanti.
Nel concludere, signor Presidente, mi sia consentito valorizzare la campagna internazionale «Stop alle mutilazioni genitali femminili», realizzata dall'associazione italiana «Donne per lo sviluppo», dal comitato «Non c'è pace senza giustizia» e da un gruppo di associazioni femminili dei paesi africani che, insieme ad altre organizzazioni governative e non, sottolineando la delicatezza e l'urgenza della questione, chiedono interventi concreti volti a debellare questa pratica insopportabile. L'obiettivo è quello di amplificare la cassa di risonanza del problema, rafforzando le campagne di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sul tema e coinvolgendo le personalità di tutto il mondo a sottoscrivere un appello internazionale che si rivolga sia paesi che esercitano pratiche discriminanti sia ai paesi di accoglienza.
La materia è ovviamente molto delicata e sarà indispensabile che un'eventuale normativa contro tali pratiche non diventi un pretesto di criminalizzazione, nella profonda convinzione che ogni singolo atto legislativo debba essere affiancato da un adeguato livello di informazione che ne motivi e ne definisca la sostanza e, contemporaneamente, ne illustri le modalità d'applicazione.
È dunque necessario puntare, anche in Italia, alla costituzione di centri speciali, di osservatori su scala regionale e nazionale, in cui i medici, gli operatori sociali adeguatamente istruiti e i mediatori culturali si occupino della prevenzione e dell'educazione sanitaria delle donne immigrate, in cui sia meno frequente lasciare uno spiraglio alla possibilità che le mutilazioni avvengano clandestinamente.


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PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali delle mozioni.

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