COMMISSIONE VIII
AMBIENTE, TERRITORIO E LAVORI PUBBLICI

Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di giovedì 26 febbraio 2004


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE PIETRO ARMANI

La seduta comincia alle 15,10.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione di rappresentanti della Fondazione Ramazzini.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla valutazione degli effetti dell'esposizione ai campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici, l'audizione di rappresentanti della Fondazione Ramazzini.
Prima di dare luogo all'audizione, comunico che, nella prospettiva di concludere nei tempi previsti l'indagine conoscitiva sulla valutazione degli effetti dell'esposizione ai campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici, deliberata il 27 maggio 2003 e il cui termine di conclusione è fissato per il 31 marzo 2004, l'ufficio di presidenza della VIII Commissione, integrato dai rappresentanti dei gruppi, ha convenuto, nella riunione di mercoledì 25 febbraio 2004, sull'esigenza di limitare il programma originario delle audizioni previste nell'ambito dell'indagine conoscitiva medesima, anche al fine di poter pervenire quanto prima all'approvazione di un documento conclusivo. L'ufficio di presidenza ha infatti concordato di poter considerare sufficienti gli elementi emersi nel corso delle audizioni già svolte, che saranno peraltro integrati da ulteriori informazioni che la Commissione potrà acquisire nelle audizioni ancora da svolgere, sia nella seduta odierna che nelle ultime sedute programmate per la prima metà del mese di marzo 2004.
Propongo pertanto, se non vi sono obiezioni, di limitare il programma dell'indagine conoscitiva nel senso in precedenza indicato.
(Così rimane stabilito).

Do ora la parola al direttore scientifico della Fondazione Ramazzini, dottor Morando Soffritti, che saluto e ringrazio per aver voluto corrispondere all'invito della Commissione a partecipare all'odierna audizione.

MORANDO SOFFRITTI, Direttore scientifico della Fondazione Ramazzini. Anzitutto, signor presidente, desidero a mia volta porgere il mio ringraziamento per l'invito rivoltomi a partecipare all'odierna audizione, che si svolge nell'ambito dell'indagine promossa dalla Commissione.
Come lei ha testé riferito, sono direttore scientifico della Fondazione europea di oncologia e scienze ambientali «Bernardino Ramazzini»; porterò, quindi, il mio contributo ai lavori della Commissione, con particolare riferimento alle conoscenze oggi disponibili circa i potenziali rischi cancerogeni dovuti all'esposizione a campi elettromagnetici. Ricordo, peraltro, che si tratta dei campi per i quali in tutti questi anni - nel nostro e, altresì, in altri paesi - si è più percepita la possibilità del rischio.


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Mi corre anzitutto l'obbligo di fare una premessa; si deve tenere in considerazione che, per quanto riguarda i rischi cancerogeni di campi elettromagnetici, certamente non siamo dinanzi ad un forte agente cancerogeno: altrimenti, anziché la sola percezione, avremmo avuto l'evidenza. Mi preme, però, sottolineare che, forse, potrebbe essere un agente cancerogeno, seppur debole. Se così fosse, esso potrebbe rappresentare un rischio non piccolo, in quanto ai campi elettromagnetici è esposta la quasi globalità della popolazione del nostro pianeta.
Si tratta quindi di un problema che deve comunque essere, per così dire, esplorato con gli strumenti scientifici oggi disponibili. Tra questi, le indagini epidemiologiche sono molto importanti, perché è in base ad esse che, all'inizio, si è potuto sollevare il problema. Nel 1979, infatti, due ricercatori americani, Wertheimer e Leeper, dimostrarono come, rispetto ai coetanei lontani da installazioni elettriche, i bambini residenti in prossimità di queste ultime avessero un rischio doppio di sviluppare la leucemia.
Sono quindi importantissime le indagini epidemiologiche che, però, per la caratterizzazione di tali agenti cancerogeni, non sono certamente lo strumento più appropriato, risentendo molto di fattori confondenti. Inoltre, richiedendo l'osservazione di un'ampia popolazione, sono di difficile fattibilità. Risultano, invece, estremamente importanti gli studi sperimentali, che debbono ricreare, in laboratorio, le stesse condizioni espositive dell'uomo per un adeguato numero di animali sperimentali: nella fattispecie, roditori, ratti e topi.
Tali studi potrebbero evidenziare la presenza o meno del rischio e, in ipotesi, la sua dimensione, fornendo, quindi, le indicazioni di priorità di intervento, nel caso queste fossero necessarie; tuttavia, si tratta di studi che a tutt'oggi non sono stati mai condotti. Gli studi effettuati a livello internazionale, infatti, sono non più di quattro; l'ultimo, condotto dal National Toxicology Program americano, avrebbe dovuto essere, per programmazione e conduzione, il più importante, mentre ha senz'altro rivelato delle carenze, come riscontrato dall'Agenzia internazionale di ricerca sul cancro di Lione. Quest'ultima ha considerato l'esperimento inadeguato ad essere utilizzato ai fini di esprimere una valutazione sui rischi cancerogeni derivanti dai campi elettromagnetici prodotti dalla corrente elettrica. Quindi, sarebbero necessari esperimenti adeguati.
Per quanto riguarda, invece, i campi elettromagnetici a radiofrequenza - ovvero quelli generati dai sistemi radar e, oggi, dalla telefonia mobile, nonché dai sistemi, più in generale, di comunicazione -, il problema, nella percezione della popolazione, si è posto per due motivi specifici. Se vi è la percezione del potenziale rischio cancerogeno per le bassissime frequenze della corrente elettrica e se possediamo l'evidenza di tale rischio per le altissime frequenze - raggi X, raggi gamma, raggi ultravioletti -, i campi elettromagnetici compresi tra le bassissime e le altissime frequenze, ovvero le così dette radiazioni ionizzanti, certamente destano, nell'immaginario del pubblico, il sospetto della sussistenza di eventuali elementi di rischio. A fronte di questa domanda, che il pubblico in genere si pone, non è stata fornita una risposta sufficiente. Né gli studi epidemiologici sinora condotti possono venirci in soccorso, considerato che il periodo di esposizione (ai campi magnetici della telefonia mobile, ad esempio) è ancora troppo breve. È impensabile che un agente cancerogeno possa esprimere, in soli cinque o dieci anni di esposizione, tutte le sue potenzialità nocive. In secondo luogo, gli esperimenti di laboratorio - che in questo caso avrebbero potuto essere predittivi - non sono mai stati programmati e tantomeno condotti.
L'uso dei telefonini, come anche le antenne delle stazioni radio-base, possono rappresentare un rischio cancerogeno per la popolazione esposta, oppure no? A questa domanda si è sempre risposto osservando come non sia mai stato dimostrato che i campi elettromagnetici a radiofrequenza comportino un pericolo tale. È però altrettanto vero che non si è mai


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potuto escludere con certezza il contrario, appunto perché mancano i dati per poterlo sostenere.
È pertanto necessario che gli studi vengano condotti, per due motivi. In primo luogo, per produrre delle normative dotate di una base scientifica adeguata e quindi convincenti per le popolazioni e i cittadini che richiedano chiarimenti in ordine ai rischi evidenziati; in secondo luogo, le ricerche sono importanti perché, qualora si dimostri la sussistenza del rischio, esse sarebbero in grado di indicare le priorità dell'intervento (se cioè questo debba essere eseguito rapidamente o invece sia procrastinabile).
La fondazione che io dirigo, fin dagli inizi degli anni novanta, ha sollevato il problema della rilevanza di questi studi di fronte ai vari organi locali nazionali preposti alla tutela ambientale e della salute. Soltanto di recente, però, siamo riusciti a coagulare attorno al nostro progetto - che rapidamente andrò ad illustrare - le risorse opportune per avviare gli studi di laboratorio, grazie ai finanziamenti finalizzati del Ministero della sanità, come anche dell'ISPESL, e ai contributi della regione Emilia-Romagna e di altri enti locali, pubblici e privati. Quindi, con questi interventi, siamo riusciti a partire, avviando il primo esperimento per valutare i potenziali effetti cancerogeni del campo magnetico generato dalla corrente elettrica.
L'esperimento, iniziato nel luglio 2002, è stato programmato su oltre 9 mila animali: è come se noi avessimo esposto una popolazione di una piccola comunità alle emissioni elettromagnetiche. Gli animali sono stati esposti a partire dalla loro vita fetale sino alla loro morte spontanea. La tipologia della programmazione di questo esperimento ci consente di prendere in considerazione anche l'eventuale effetto della predisposizione, cioè la potenziale combinazione sinergica tra predisposizione individuale ed esposizione a campi elettromagnetici. Questo è un dato molto importante, considerando che la porzione di popolazione predisposta a sviluppare cancro è all'incirca pari al 4,5 per cento (si pensi ai fumatori passivi che a quarant'anni sviluppano un tumore polmonare, ad esempio). Rispetto alla popolazione mondiale, la percentuale del 3, del 4 o del 5 per cento rappresenta una quota molto alta, corrispondente a qualche centinaio di milioni di persone. Quindi, assume una fondamentale importanza programmare un esperimento che prenda in considerazione anche questo. I primi risultati della sperimentazione ci perverranno tra il 2007 e il 2008.
Il secondo esperimento sarà quello di esporre oltre 3 mila animali a campi elettromagnetici generati da un'antenna delle stazioni radio-base per riprodurre l'esposizione ambientale, ad esempio, di quei bambini residenti in condomini di fronte ad uno stabile in cui sia stata installata un'antenna di una stazione radio-base. Lo studio inizierà alla fine di quest'anno, e avremo i primi risultati tra il 2008 e il 2009.
Il terzo esperimento comincerà all'inizio del 2005 e riprodurrà l'esposizione ai campi elettromagnetici generati dalle antenne dei cellulari. Saranno coinvolti 1.500 animali, ripartiti in gruppi rispettivamente esposti per 6, 3 e 1 ora al giorno, così da simulare l'esposizione della popolazione alle onde elettromagnetiche in ragione della durata della conversazione telefonica (tempi lunghissimi, medi e modesti).
Audizioni come questa appaiono essenziali per mantenere informati gli organi istituzionali preposti alla tutela dell'ambiente e della salute, e notificare ad essi gli aggiornamenti continui della ricerca scientifica nel settore. Ciò presuppone l'intenzione di entrare nel cuore di una problematica che interesserà soprattutto il futuro delle prossime generazioni. I nostri figli, i nostri nipoti sono destinati a crescere e vivere in una «cappa» elettromagnetica. Non mi riferisco soltanto alla telefonia cellulare ma anche all'utilizzo di computer senza allacciamento alla corrente elettrica, e al ruolo dei satelliti destinati a gravitare sopra le nostre teste e per tutto il pianeta. Accettiamo di esporci nella presunzione che, trattandosi di onde elettromagnetiche non ionizzanti


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(secondo una definizione di cento anni fa), ciò non possa comportare dei rischi per la nostra salute. Ritengo invece che questo tipo di pericolo debba essere molto valutato, solo considerando che una persona su due, oggi, durante il corso della sua vita, è destinata ad ammalarsi di cancro. Inoltre, di tutti i decessi che si verificano annualmente nella nostra popolazione, oltre il 30 per cento è dovuto a tumore.
Quindi, risulta fondamentale l'attenzione che verrà prestata alla diffusione nell'ambiente di agenti che possono o potrebbero provocare questo tipo di malattie. Infatti, sulla base delle conoscenze attuali, pensare che fra qualche anno vi possano essere delle pillole magiche che siano in grado di curarci è solo una pia illusione.

PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Soffritti per la sua esposizione.
Passiamo ora alle eventuali domande o richieste di chiarimento dei colleghi.

FABRIZIO VIGNI. Naturalmente, ritengo sia di grande interesse lo studio sperimentale che la Fondazione Ramazzini ha avviato, poiché potrebbe darci maggiori conoscenze scientifiche su un problema che, a tutt'oggi, è avvolto da un contesto di incertezza.
Confermando ciò di cui era già a conoscenza la comunità scientifica - conoscenze che, in seguito, hanno portato all'approvazione della legge quadro sull'inquinamento elettromagnetico ed all'introduzione del principio di precauzione - il professor Soffritti ha precisato che, ad oggi, si dispone essenzialmente di dati epidemiologici utili ad evidenziare una possibile relazione tra l'esposizione a campi elettromagnetici e l'insorgere di alcune patologie; non si dispone invece, almeno in eguale misura, di dati derivanti da studi sperimentali. Inoltre, anche per quanto riguarda gli studi epidemiologici sappiamo che le «evidenze» si riferiscono prevalentemente o esclusivamente alle basse e bassissime frequenze.
Vorrei sapere se questa diversità tra i dati epidemiologici relativi alle bassissime frequenze ed alle radiofrequenze possa dipendere solo dal recente sviluppo delle reti di telecomunicazione, oppure da effetti diversi prodotti sugli organismi viventi dai due tipi di frequenze. In Italia la materia è regolata dalla legge quadro n. 36 del 2001 - che ha introdotto il principio di precauzione - e da una serie di strumenti attuativi quali il decreto ministeriale n. 381 del 1998 ( relativo alle radiofrequenze) - che ha fissato come valore di attenzione, in applicazione del principio di precauzione, i 6 volt/metro per il campo elettrico - e (relativamente alle bassissime frequenze) i più recenti decreti emanati dal Governo lo scorso anno.
Vorrei sapere se ella, in considerazione dello stato attuale delle conoscenze e degli studi esistenti, ritenga che i valori di attenzione adottati in Italia - tra l'altro, uno dei paesi all'avanguardia nella scelta del principio di precauzione relativamente all'inquinamento elettromagnetico - siano sostanzialmente adeguati ad una corretta applicazione del principio di precauzione.

PRESIDENTE. Professor Soffritti, dato che i primi risultati di queste ricerche - peraltro svolte su un campione abbastanza significativo di animali - si avranno tra il 2007 e il 2009, cosa si intende fare nel frattempo? Bisogna bloccare qualunque tipo di investimento in attesa dei risultati, oppure si può continuare ad installare antenne e a sviluppare le attività informatiche ed elettroniche ad esse collegate?
Le do la parola per le risposte.

MORANDO SOFFRITTI, Direttore scientifico della Fondazione Ramazzini. Riguardo all'osservazione di carattere pratico sollevata dal presidente, vorrei far presente che per la riduzione dei rischi non sussistono problemi di carattere tecnologico: la tecnologia è in grado di risolvere tutti i problemi che vengono affrontati. Noi, invece, intendiamo sempre trarre dalle innovazioni vantaggi immediati senza preoccuparci delle prospettive. Negli Stati Uniti, ad esempio, quando si studia un farmaco o un pesticida, dal momento in


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cui la molecola viene identificata a quello in cui la stessa entra in commercio passano 10-15 anni. Il costo di progettazione, realizzazione e commercializzazione è all'incirca di 15-20 milioni di dollari. Quando si dovrebbe effettuare la valutazione di impatto sanitario? Ricordo, per inciso, che l'impatto ambientale viene sempre valutato, mentre a non essere mai considerato è proprio quello sanitario. Ebbene, la valutazione di quest'ultimo andrebbe effettuata alla fine del processo; ma lei, signor presidente, ritiene verosimile che un processo ormai giunto alla fine, il quale, iniziato dieci o quindici anni prima, abbia determinato i costi dianzi detti, possa essere inficiato o messo in crisi da una sperimentazione condotta su 1.000 o 500 animali? Certamente no.
Quindi, tali sperimentazioni, in quanto, per così dire, antieconomiche, non vengono mai condotte; sarebbe, perciò, necessario prendere atto del fatto che questi studi debbano essere, invece, approfonditi. Nel caso in cui da essi emergessero problematiche di tipo sanitario, sarebbe, altresì, necessario appurare cosa generi tali problematiche e apportare il correttivo tecnologico, il che è giustappunto quanto non viene operato. Infatti, ciò implicherebbe costi che peggiorerebbero la competitività; quindi, per rispondere alla sua domanda, non si tratta di un problema di carattere scientifico e tecnologico. Si tratta, piuttosto, di scelte politiche, nell'ambito delle quali andrebbe raccomandata l'osservanza del principio di precauzione. Anche quest'ultima, infatti, è una scelta di carattere non scientifico, bensì politico; occorrono, quindi, scelte di carattere politico che mettano in evidenza come, dinanzi ad una situazione nella quale si sospetti la sussistenza di un rischio, si debbano assumere comportamenti tali da ridurre quanto più possibile tale evenienza.
Faccio, allora, un esempio con riferimento alle linee elettriche. Ebbene, perché, essendoci la percezione che il rischio sussista, si deve continuare a costruire linee elettriche ignorando siffatta percezione? Perché - e parlo di situazioni che ancora si verificano -, essendosi programmata, cinque o dieci anni prima, una linea elettrica in modo tale che passi al di sopra del tetto di una scuola elementare, si deve insistere affinché essa venga poi effettivamente costruita secondo tale percorso aereo? Non si auspica di spegnere la lampadina; si tratta soltanto di tenere nel debito conto informazioni e preoccupazioni esistenti e quindi, anziché far passare una linea elettrica sopra una scuola o un ospedale o una strada abitata e via dicendo, cercare un nuovo percorso. Questo è un primo aspetto della questione.
Inoltre, se fosse dimostrato - ad esempio, con questa nostra ricerca - che, in effetti, l'aumento del rischio riguarda non solo i casi di leucemia nei bambini ma anche altri tipi di tumori, allora, anziché continuare a costruire linee elettriche aeree, si dovrebbe seguire un altro tipo di tecnologia.

PRESIDENTE. Però, anche quelle sotterranee determinano dei problemi.

MORANDO SOFFRITTI, Direttore scientifico della Fondazione Ramazzini. Non mi riferisco a quelle sotterranee; penso ad un altro tipo di tecnologia. Al riguardo, ribadisco che la tecnologia è un problema risolvibile. Quindi, non si tratta di fermare il progresso; si tratta, come da un po' di tempo si va sostenendo, di costruirlo in modo che sia compatibile con l'ambiente e la vita. Peraltro, abbiamo già tutti gli strumenti.
Per rispondere, invece, alla sua domanda, onorevole Vigni, abbiamo conoscenze epidemiologiche sulle bassissime frequenze perché alla corrente elettrica siamo esposti da cento anni; non possediamo informazioni sulle radiofrequenze, se non aneddotiche. Sappiamo che il rischio di leucemie e linfomi in radaristi è superiore rispetto alla popolazione non esposta ad onde radar; sappiamo, altresì, che nei bambini che abitano in prossimità di ripetitori radiotelevisivi il rischio di contrarre leucemie è maggiore. Però, una quantificazione di questo rischio ancora non esiste; la risposta sarà senza dubbio


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data tra vent'anni, quando verificheremo, tra gli abbonati della telefonia cellulare, quanti si sono ammalati di tumore. Ma, onorevole Vigni, anche per tale aspetto, essendo la diffusione della telefonia cellulare così ampia - negli Stati Uniti sono 150 milioni le persone che usano il telefonino e nel mondo si calcola siano oltre un miliardo e mezzo gli utilizzatori - non sarà semplice giungere ad una valutazione attendibile. Infatti, la diffusione è tale per cui è difficile separare quanti sono esposti al telefonino da quanti, invece, non lo sono. Si è addirittura ricorso a strategie quali, ad esempio, considerare quanti usano prevalentemente il telefonino da un orecchio soltanto e confrontare, quindi, una parte della popolazione con l'altra abituata ad usare il telefonino con l'altro orecchio, in modo da appurare le differenze per quanto riguarda l'incidenza dei tumori del nervo acustico e della porzione cerebrale corrispondente.

PRESIDENTE. Quindi, mi scusi, l'auricolare che si usa in macchina...

MORANDO SOFFRITTI, Direttore scientifico della Fondazione Ramazzini. Si tratta di uno strumento necessario per evitare incidenti.

PRESIDENTE. Quindi si evitano gli incidenti però aumenta il rischio?

MORANDO SOFFRITTI, Direttore scientifico della Fondazione Ramazzini. No, non viene aumentato il campo elettromagnetico: a livello dell'orecchio, certamente è diminuito; è aumentato in quella parte del corpo dove, invece, viene tenuto il telefonino. Quindi, non cambia praticamente niente.

PRESIDENTE. Allora, forse, andrebbe riposto in tasca ...

MORANDO SOFFRITTI, Direttore scientifico della Fondazione Ramazzini.. Certo, in tal caso, per quanto riguarda l'uomo, il rischio si porrebbe per un organo al quale, per così dire, l'uomo tiene molto...

PRESIDENTE. Ringrazio ancora il dottor Soffritti per il suo intervento.
Avverto che i rappresentanti della Fondazione Ramazzini hanno consegnato una documentazione, di cui dispongo la pubblicazione in allegato al resoconto stenografico dell'audizione odierna.
Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 15.50.


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