Allegato B
Seduta n. 829 del 19/12/2000


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AFFARI ESTERI

Interrogazione a risposta immediata in Commissione:

III Commissione:

FRANCESCA IZZO, PEZZONI e DEDONI. - Al Ministro degli affari esteri. - Per sapere - premesso che:
da tempo va trascinandosi senza produrre effetti reali di ricomposizione del conflitto insorto tra le parti, l'ennesimo caso di minori contesi, che vede come protagonisti un padre, il cittadino belga Noel Dumont de Chassart, dal 1968 residente in Italia, a Muravera (Cagliari), e i suoi tre figli minori, condotti e trattenuti dal giugno 1999 in Austria, senza il consenso paterno, dalla madre, la cittadina austriaca Alexandra Walterskirchen;
la vicenda, nel porre all'attenzione il problema del rispetto del diritto dei minori ad essere educati da entrambi i genitori, segnala nel merito elementi di disattenzione preoccupanti che appaiono ancora più gravi perché riferiti ad un quadro di rapporti tra Stati che sono membri dell'U.E. e che hanno ratificato la Convenzione dell'Aja del 1980;
rilevato infatti che a nulla sono valsi sinora i pronunciamenti del Tribunale dei Minori di Cagliari, la sentenza recentemente emessa dal Tribunale Penale di Cagliari di condanna della madre per la sottrazione dei minori, di intimazione ad essa dell'immediato rientro dei minori e di affido degli stessi al padre e i procedimenti avviati presso le autorità austriache dal nostro Ufficio Centrale per la Giustizia minorile per la restituzione al padre dei minori e per far valere per esso perlomeno il diritto di visita -:
se non ritenga opportuno intervenire presso le autorità austriache perché siano rispettati i principi alla base della Convenzione dell'Aja, sia fatta valere l'esecutività dell'ultima sentenza emessa dal Tribunale Penale di Cagliari, e perché, infine, gli organismi giudiziari austriaci tengano in


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giusto conto il diritto dei tre minori ad avere come punti di riferimento nel loro percorso di formazione e crescita entrambe le figure genitoriali.
(5-08649)

Interrogazione a risposta in Commissione:

LANDI DI CHIAVENNA. - Al Ministro degli affari esteri. - Per sapere - premesso che:
sono noti a tutti gli avvenimenti che hanno caratterizzato la storia mondiale e italiana degli anni 1940-1945 e, in particolare, le circostanze relative alla storica data dell'8 settembre 1943;
meno noti, invece, sono i fatti realmente accaduti sul campo che, dopo più di cinquant'anni, vengono ancora taciuti. Ci si riferisce, in particolare a quanto accadde quell'8 settembre a Cefalonia dove erano di stanza la divisione Acqui (composta da 11.700 uomini e comandata dal genera1e Gandin) e un raggruppamento tedesco di circa 2000 uomini e 9 carri armati leggeri. Il generale Gandin e il suo stato maggiore, alla luce di quanto stava accadendo a Roma, erano orientati ad arrendersi poiché, ufficialmente, i tedeschi si sarebbero accontentati della cessione delle postazioni fisse di artiglieria in cambio del trasporto della divisione Acqui nell'Italia da loro controllata. Si trattava peraltro di una falsa promessa poiché la Germania non aveva in realtà i mezzi sufficienti per un simile trasporto e inoltre, da alcuni mesi l'alto comando della Wehrmacht aveva approntato un piano per il disarmo forzoso dei reparti italiani. Nella giornata del 13 settembre giunse da Brindisi un messaggio del generale Ambrosio, capo di stato maggiore dell'esercito italiano, che ordinava di rispondere con le armi ad eventuali attacchi da parte tedesca. Il generale Gandin trasmise l'ordine ai suoi uomini informandoli che in caso di sconfitta sarebbero stati uccisi;
il 15 settembre le truppe tedesche sferrarono un attacco che durò sette giorni, ovvero fino alla proclamazione della resa da parte italiana (22 settembre). Sin dal primo giorno dell'attacco, in obbedienza ad un ordine di Hitler, i tedeschi fucilarono tutti quelli che rifiutarono di arrendersi, centinaia tra ufficiali, marinai ed artiglieri. Il rendiconto ufficiale da parte italiana è di 1300 uomini caduti in combattimento, 500 fucilati e 3000 prigionieri affogati durante il trasferimento in Grecia a causa delle mine che fecero saltare in aria tre navi. Militari e uomini d'Italia che si batterono come rare volte è accaduto, sacrificando la propria vita al grido di «viva l'Italia», «viva il Re». L'uno accanto all'altro caddero monarchici, comunisti, antifascisti e fascisti. Un momento della storia che in nome della Patria vide partecipi al loro destino comune persone di cultura ed espressione politica opposta;
nell'archivio della Wehrmacht questo episodio viene ricordato a brevi linee e si cita soltanto la fucilazione di un generale italiano e di quattro ufficiali perché franchi tiratori; viene altresì taciuto un altro analogo episodio accaduto a Corfù dove sono stati fucilati 600 marinai italiani. Tuttavia, al processo di Norimberga il generale Taylor, capo dell'accusa, dimostrò ampiamente l'effettivo svolgimento dei fatti di Cefalonia e affermando che la strage di Cefalonia non aveva precedenti nella storia dell'umanità e che gli Italiani, in quanto regolari soldati con l'uniforme militare di uno Stato sovrano avrebbero meritato ben altro trattamento. A Norimberga, peraltro, venne comminata l'unica condanna su Cefalonia al generale Lanz, comandante del XXII corpo d'armata da cui dipendevano i battaglioni impiegati sull'isola -:
quali iniziative ufficiali il ministro intenda assumere nei confronti della Repubblica federale tedesca al fine di ottenere il riconoscimento delle responsabilità militari in ordine alla strage di Cefalonia e al fine di ottenere le scuse verso i parenti delle vittime;
quali iniziative ufficiali il ministro intenda assumere per consacrare alla storia il martirio dei militari italiani che si sono immolati a difesa del valore della patria.
(5-08651)