Seduta n. 260 del 23/10/1997

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Seguito della discussione del disegno di legge: Disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero (3240); e delle concorrenti proposte di legge Corleone: Norme in materia di soggiorno dei lavoratori stranieri nel territorio dello Stato (153); Simeone ed altri: Modifiche al decreto-legge 30 dicembre 1989, n.416, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1990, n.39, in materia di immigrazione (453); Martinat: Modifiche al decreto-legge 30 dicembre 1989, n.416, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1990, n.39, recante norme urgenti in materia di asilo politico, di ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari ed apolidi oggi presenti nel territorio dello Stato (729); Di Luca: Modifiche al decreto-legge 30 dicembre 1989, n.416, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1990, n.39, in materia di ingresso e soggiorno di cittadini extracomunitari nel territorio dello Stato (1158); Gasparri: Norme in materia di lavoro stagionale e di ingresso nello Stato dei cittadini non appartenenti all'Unione europea (1283); Negri ed altri: Norme in materia di asilo politico, ingresso, soggiorno e tutela dei cittadini extracomunitari nel territorio dello Stato (1289); Muzio: Modifica all'articolo 4 del decreto-legge 30 dicembre 1989, n.416, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1990, n.39, in materia di concessione del permesso di soggiorno ai cittadini extracomunitari (1835); Nan: Modifiche al decreto-legge 30 dicembre 1989, n.416, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1990, n.39, recante norme urgenti in materia di asilo politico, di ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari ed apolidi

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nel territorio dello Stato (2182; Jervolino Russo ed altri: Disposizioni relative ai cittadini stranieri non comunitari (3225); Di Luca ed altri: Nuove norme in materia di immigrazione di cittadini extracomunitari (3441); Masi: Disciplina organica della condizione giuridica dello straniero (3588) (ore 14,28).

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge: Disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero; e delle concorrenti proposte di legge di iniziativa dei deputati Corleone: Norme in materia di soggiorno dei lavoratori stranieri nel territorio dello Stato; Simeone ed altri: Modifiche al decreto-legge 30 dicembre 1989, n.416, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1990, n.39, in materia di immigrazione; Martinat: Modifiche al decreto-legge 30 dicembre 1989, n.416, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1990, n.39, recante norme urgenti in materia di asilo politico, di ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari ed apolidi oggi presenti nel territorio dello Stato; Di Luca: Modifiche al decreto-legge 30 dicembre 1989, n.416, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1990, n.39, in materia di ingresso e soggiorno di cittadini extracomunitari nel territorio dello Stato; Gasparri: Norme in materia di lavoro stagionale e di ingresso nello Stato dei cittadini non appartenenti all'Unione europea; Negri ed altri: Norme in materia di asilo politico, ingresso, soggiorno e tutela dei cittadini extracomunitari nel territorio dello Stato; Muzio: Modifica all'articolo 4 del decreto-legge 30 dicembre 1989, n.416, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1990, n.39, in materia di concessione del permesso di soggiorno ai cittadini extracomunitari; Nan: Modifiche al decreto-legge 30 dicembre 1989, n.416, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 febbraio 1990, n.39, recante norme urgenti in materia di asilo politico, di ingresso e soggiorno dei cittadini extracomunitari ed apolidi nel territorio dello Stato; Jervolino Russo ed altri: Disposizioni relative ai cittadini stranieri non comunitari; Di Luca ed altri: Nuove norme in materia di immigrazione di cittadini extracomunitari; Masi: Disciplina organica della condizione giuridica dello straniero.
Ricordo che nella seduta del 30 settembre 1997 sono state respinte le questioni pregiudiziali, è proseguita la discussione sulle linee generali e sono state presentate e discusse le questioni sospensive Armaroli ed altri nn.1 e 2 (vedi l'allegato A - A.C. 3240
sezione 1).
Passiamo ai voti.

PAOLO ARMAROLI. Chiedo di parlare per una precisazione.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

PAOLO ARMAROLI. Non ricordo se siano state illustrate o no le questioni sospensive. Non mi pare.

PRESIDENTE. Gli uffici mi dicono che si è svolta la discussione. Onorevole Armaroli, la invito a leggere il resoconto stenografico del 30 settembre scorso, là dove il Presidente annuncia: «Avverto che gli onorevoli Armaroli ed altri hanno presentato le questioni sospensive n.1 e n.2. Ai sensi del comma 3 dell'articolo 40 del regolamento, sulle questioni sospensive potranno intervenire due deputati a favore, compreso il proponente, e due contro». Poi lei chiede di parlare a favore; successivamente chiede di parlare contro l'onorevole Jervolino Russo. Poi interrompono Pistelli e Vito; successivamente parla contro l'onorevole Maselli; poi lei chiede di parlare per una precisazione. Mi sembra che i colleghi abbiano parlato, la discussione si è svolta. Le faccio avere il resoconto, onorevole Armaroli.

PAOLO ARMAROLI. Onestamente non mi ricordo se ho illustrato le mie due questioni sospensive. Non mi pare, da quanto...


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PRESIDENTE. Mi risulta di sì! Lei, onorevole Armaroli, iniziò il suo intervento pronunciando le seguenti parole: «Delle due questioni sospensive (...) la prima è relativa alla direttiva Prodi (...). La seconda questione sospensiva attiene al collegamento (...)».
Se vuole, le faccio avere una copia del resoconto stenografico della seduta del 30 settembre scorso.

ELIO VITO. Chiedo di parlare sull'ordine dei lavori.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ELIO VITO. Non mi pare che questa sia una grande questione; tuttavia, come è accaduto altre volte in questa legislatura, quando viene presentata una questione pregiudiziale o sospensiva non annunciata interviene una specie di intesa che sta funzionando, e cioè che non sono votate immediatamente quando sono presentate. L'intesa che si è raggiunta (e che si è rispettata anche in questo caso, nonostante le difficoltà del collega Armaroli di ricordare quanto è avvenuto in precedenza) è che uno dei due interventi si svolga immediatamente dopo la presentazione di quel documento, per spiegare perché è stata presentata; e che il secondo intervento venga rinviato al momento del voto, di modo che i colleghi quando votano sanno di che cosa si tratti. Se vi è quindi una richiesta di svolgere un secondo breve intervento a favore, credo si possa fare, perché mi pare che questo non sia stato ancora svolto.

PRESIDENTE. Colleghi, mi è stato chiesto se erano state illustrate le questioni sospensive ed io ho risposto. Se vi è un'altra richiesta, la vediamo. Nella sostanza, vorrei capire se c'è una richiesta; però, me lo dovete dire voi; altrimenti, io devo indire la votazione.
Poiché nessuno chiede di parlare, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sulle questioni sospensive Armaroli n.1 e Armaroli n.2.
(Segue la votazione).

Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione:
Presenti 415
Votanti 413
Astenuti 2
Maggioranza 207
Hanno votato 180
Hanno votato no 233
(La Camera respinge -
Vedi votazioni).

MARIA BURANI PROCACCINI. Chiedo di parlare per una precisazione.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

MARIA BURANI PROCACCINI. Signor presidente, vorrei segnalare il mancato funzionamento della mia postazione di voto.

PRESIDENTE. Ne prendo atto, onorevole Burani Procaccini.

GIAMPAOLO LANDI di CHIAVENNA. Chiedo di parlare per una precisazione.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

GIAMPAOLO LANDI di CHIAVENNA. Presidente, anche il mio meccanismo di voto non ha funzionato e non ha registrato il mio voto favorevole sulle questioni sospensive.

PRESIDENTE. Ne prendo atto, onorevole Landi di Chiavenna.

FERDINANDO TARGETTI. Chiedo di parlare per una precisazione.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

FERDINANDO TARGETTI. Anch'io ho votato contro, ma il dispositivo elettronico non ha registrato il mio voto.

PRESIDENTE. Ne prendo atto, onorevole Targetti.


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ELISA POZZA TASCA. Chiedo di parlare per una precisazione.

PRESIDENTE. Ne ha facoltà.

ELISA POZZA TASCA. Signor Presidente, desidero segnalare che nella precedente votazione avevo espresso un voto contrario, che però non è stato registrato.

PRESIDENTE. Ne prendo atto, onorevole Pozza Tasca.

.(Ripresa della discussione sulle linee generali - A.C. 3240)

PRESIDENTE. Riprendiamo pertanto la discussione sulle linee generali.
È iscritto a parlare l'onorevole Serra. Ne ha facoltà.

ACHILLE SERRA. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori ministri, la necessità di una normativa organica che regoli il crescente fenomeno dell'immigrazione, è imperativo avvertito da tutti...

PRESIDENTE. Onorevole Serra, mi scusi se la interrompo.
Onorevole Pistelli, prenda posto!
Onorevole Lombardi, per cortesia, prenda posto!
Onorevole Ruffino, può prendere posto, per favore?
Onorevole Mantovano, se ha terminato la discussione, può accomodarsi!
Onorevole Pistelli, la richiamo all'ordine!
Prosegua pure, onorevole Serra: vediamo se, cooperando insieme, riusciamo a raggiungere il risultato.

ACHILLE SERRA. Sia consentito anche a me di dare atto della proficua collaborazione di tutte le parti politiche nella elaborazione di una legge adeguata all'importanza del problema.
Si deve dare ampio riconoscimento alla sempre corretta e sensibile presidenza dell'onorevole Jervolino Russo ed alla attenzione dei rappresentanti del Governo. Gli orientamenti diversi emersi nel dibattito in Commissione, non possono però trascendere una necessaria premessa comune: la proiezione di essi nell'orizzonte europeo di Schengen, obbligato riferimento per l'Italia.
Desidero ribadire l'apprezzamento già espresso in Commissione...

ROSA JERVOLINO RUSSO. Presidente, così è impossibile...!

PRESIDENTE. Onorevole Bianchi Clerici, lei che in genere è così garbata, può lasciar parlare l'onorevole Serra? Grazie.
Prego, onorevole Serra.

ACHILLE SERRA. Desidero ribadire, dicevo, l'apprezzamento già espresso in Commissione per l'iniziativa governativa di stralciare dal disegno di legge le disposizioni inerenti la concessione del diritto di elettorato attivo e passivo ai cittadini extracomunitari.
La decisione manifesta chiara sensibilità costituzionale del Governo, che ha ritenuto opportuno superare le asperità che l'innovazione in esame avrebbe prodotto nel confronto politico, con il rischio consistente di veder bollato l'intero provvedimento come incostituzionale, ritardando un appuntamento improrogabile di fronte ai nostri alleati europei, cioè quello di una legge che eviti all'Italia di continuare ad essere considerata filtro inattendibile e veicolo inadeguato per l'Europa.
Mi preme, in premessa, ricordare all'onorevole Moroni che non si deve cedere alla semplicistica tendenza di unificare...

PRESIDENTE. Onorevole Roscia, per cortesia! Colleghi, prendete posto, lasciate parlare l'onorevole Serra.
Onorevole Calzavara, la richiamo all'ordine per la prima volta. Onorevole Pistelli, la richiamo all'ordine per la seconda volta. Tra un po' finisce fuori, onorevole Pistelli, lo sa, sì?

FABIO CALZAVARA. Presidente, ero muto, stavo solo ridendo!


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PRESIDENTE. Cosa devo fare, onorevole Calzavara? Si metta nei miei panni!
Prosegua, onorevole Serra.

ACHILLE SERRA. Mi preme ricordare all'onorevole Moroni, dicevo, che non si deve cedere alla semplicistica tendenza ad unificare indiscriminatamente gli orientamenti dell'opposizione, bollandoli come estremisti e intolleranti. È una tendenza che non favorisce il dibattito, ma lo scoraggia; non aiuta il confronto, ma lo previene, precludendolo.
Nell'opposizione convivono varie anime, e a fronte dell'estremismo leghista, forza Italia non si è mai sottratta a quel confronto, né ha mai negato l'utilità del dibattito. Così come non è stata mai contraria, in modo preconcetto, al voto agli stranieri, con alcune ovvie e doverose limitazioni, ma ha sottolineato fin dall'inizio l'evidente contrasto della disposizione sul voto con la Carta costituzionale e l'insostenibilità di una scorretta concezione dinamica del costituzionalismo, spinta all'eccesso, oltre la lettera dell'articolo 48.
Oggi non siamo qui per celebrare un successo politico - sarebbe sciocco e irresponsabile farlo -, ma offriamo un plauso alla vittoria della certezza del diritto, che è supremo interesse di tutti, ove la razionalità e la logica giuridica facciano premio sull'ideologia. Prosegua il Governo con questa logica, ma anche con il rigore necessario per condurre in porto la norma, dando spazio al confronto e non alla minaccia che alla fine, ormai è accertato, resta solo minaccia di chi reiteratamente ipotizza il ritiro del consenso al Governo che dovrebbe invece sostenere.
È opportuno ricordare, poi, che gli auspici di giustizia sociale sono in contraddizione con aperture indiscriminate in materia di immigrazione. Il miglioramento delle condizioni nei luoghi di lavoro e del lavoro operaio, costituendo fattori in aumento dei costi fissi, potrebbero indurre datori di lavoro senza scrupoli a ricorrere al lavoro offerto in nero da immigrati privi di opportunità, ma obbligati ad accettare condizioni inique per garantirsi una misera sopravvivenza. Ove si rendesse quindi fertile il mercato dei clandestini, non si farebbe altro che incentivare il ricorso al lavoro nero e non si recherebbe alcun sostegno a favore della ripresa del mercato del lavoro regolare, che verrebbe da quegli stessi imprenditori snobbato, poiché economicamente troppo gravoso.
Quanto alle preoccupazioni dei verdi, espresse in Commissione dal capogruppo, circa il timore che la non concessione immediata del voto ai cittadini stranieri possa causare nei medesimi frustrazione, perché viene negato loro l'inserimento nel tessuto economico e l'integrazione in quello sociale, credo si debba rimarcare, onorevole Paissan, che non sarà certo un voto ritardato quello che maggiormente affligge gli stranieri. Le afflizioni dei disperati e dei negletti son altre, sono la sopravvivenza, il lavoro, l'assistenza, il futuro dei loro figli. Non si tratta di qualità della vita, per loro è in gioco la vita stessa. Una norma adeguata deve principalmente assumere i fattori che da queste considerazioni scaturiscono e che in essa devono in egual misura convivere: solidarietà, sicurezza, buoni diritti ed uguali doveri.
È vero, illustre relatore, che dal 1980 si è rovesciata la situazione e l'Italia da paese di emigrazione è divenuto paese di immigrazione in un momento particolarmente complesso, drammatico della storia del mondo. La ricchezza è mal distribuita, la disoccupazione affligge le migliori forze lavorative, i territori di molti paesi si sono impoveriti a tal punto da non garantire la sopravvivenza dei loro abitanti. È vero che dalla concomitanza di tutti questi elementi è esploso il boom dell'immigrazione nel nostro paese, più accessibile di altri, che si è trovato a fronteggiare, con leggi inadeguate, un fenomeno improvviso e superiore ad ogni possibilità di previsione e di ricezione. Ciò ha creato negli ultimi tempi un altro problema ancorato al primo, quello della sicurezza dei cittadini. Il nostro paese appare ricco e felice e diventa obiettivo costante di flussi di masse di disperati che fuori di qui spesso non hanno chance di sopravvivenza. Pertanto,


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accanto ad un consistente numero di stranieri che regolarmente entrano in Italia con la possibilità di lavorare e che contribuiscono - questi sì - ad alimentare cultura ed economia, a sostenere un incremento demografico, vi è una moltitudine di sbandati che entra clandestinamente, permanendo in Italia ed offrendo risorse umane a buon mercato agli illeciti traffici della criminalità organizzata.
Il profondo spirito religioso, la ricchezza culturale, i rapporti internazionali, la consapevolezza di vivere in una società multirazziale impongono momenti di straordinaria solidarietà verso i regolari, per i quali lo Stato deve adoperarsi al fine di garantire loro una decorosa possibilità di vita e di inserimento, buoni salari e buoni diritti. Con pari determinazione, però, va intrapresa una decisiva e vitale lotta nei confronti della clandestinità. È addirittura banale sottolineare come lo straniero, che si introduce di nascosto nel nostro paese senza lavoro, senza mezzi di sussistenza, senza dimora, debba, per sopravvivere, necessariamente delinquere, arricchendo quella criminalità che è piaga da sempre del nostro paese. Il solidarismo preconcetto paradossalmente finisce per togliere ad essi anche la dignità, inducendoli, nella disperazione, a commettere forse ciò che nel loro paese non avrebbero mai fatto. Cito un dato per tutti, di certo ben noto al ministro dell'interno: oltre 30 mila stranieri sono ospiti delle carceri italiane; circa l'85 per cento è costituito da clandestini che, oltre alla dignità, finiscono per perdere anche la libertà, che spesso è la loro unica risorsa.
Si impone dunque seccamente una scelta politica e si definisce, oltre gli altisonanti appelli ad un solidarismo inconsapevole, il vero nodo cruciale: contrastare in modo forte il fenomeno della clandestinità o rinunciarvi. Ne scaturisce, di conseguenza, una norma accettabile, europea, moderna e responsabile di solidarietà e di sicurezza; oppure non ne facciamo niente.
In questa ottica a me sembra che il disegno di legge del Governo compia questa scelta in modo incerto, quasi timoroso, con una tentennante azione di contrapposizione alla clandestinità e con un malsicuro concetto del dovere se è vero, com'è vero, che l'introdursi di nascosto nel nostro paese ed il favorire la permanenza del clandestino non può diventare reato; che l'espulsione di chi in qualche modo ha trasgredito le regole della convivenza incespica in difficili percorsi burocratici, impegnando uomini e mezzi, ma senza che di fatto divenga un reale ed effettivo deterrente.
Non si tratta di ridurre il provvedimento ad una norma sulle espulsioni, di modificare l'equilibrio tra regole e diritti, tra rigore e diritti, ma piuttosto di riordinare il complesso ambito in cui essi si devono combinare e su cui una seria regolamentazione sull'immigrazione finisce per incidere. È cieco chi non comprende che, paradossalmente, l'eccesso di garantismo si trasforma nel suo contrario, non tutelando quei diritti, ma negandoli, soffocandoli, appiattendoli con l'insana logica del permissivismo.
Occorre dunque concentrare l'attenzione sugli equilibri che si devono garantire tra la consistenza dei flussi, la capacità del mercato del lavoro di assorbirli, gli inderogabili principi che attengono alla garanzia dei ricongiungimenti, le effettive sanzioni contro le violazioni, la sicurezza dei cittadini, il peso che un latente rancore sociale può avere nel penalizzare gli stranieri che risiedono regolarmente in Italia e la realizzazione dei presupposti per offrire agli stessi migliori condizioni di vita.
Sono questi i punti di riferimento che realizzano la solidarietà ed al contempo il rispetto dei principi contenuti nella Costituzione e dei diritti inviolabili dell'uomo.
Il progetto su cui si sta svolgendo il dibattito deve quindi andare avanti proseguendo in questa logica di assoluta serenità, con onestà intellettuale, lontano da pochi costruttivi condizionamenti.
Il contributo di forza Italia sarà fattivo e responsabile, non evocherà irragionevoli eccessi, ma sarà finalizzato a definire regole chiare. È dunque necessario con

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centrare il lavoro soprattutto sulle disposizioni relative alla regolamentazione dell'immigrazione ed alla definizione di norme chiare circa l'ingresso ed il soggiorno di extracomunitari nel nostro paese, tutelando la sicurezza dei cittadini. Ciò non può essere confuso con cieco nazionalismo, né con rigidità insensibile verso una realtà che costituisce fattore qualificante di ogni società moderna. Occorre però non confondere i doveri di solidarietà con un garantismo indiscriminato che il rispetto di tali doveri finisce per vanificare, penalizzando in eguale misura i beneficiari di essa ed i suoi artefici.
Ritengo utile evidenziare in questa sede, rinviando poi notazioni specifiche al successivo corso del dibattito, in fase di esame degli emendamenti, quegli aspetti che qualificano l'intero assetto normativo, perché ne regolano la funzionalità.
In primo luogo occorre risolvere il nodo dell'identificazione. Solo mediante la creazione di un efficiente sistema che sia operativo presso ogni questura, che consenta la rilevazione dei dati dattiloscopici e la loro trasmissione in via telematica si può garantire l'applicazione completa delle norme in materia di espulsione e, in generale, della politica di prevenzione e repressione dell'immigrazione clandestina.
Appaiono strumentali e poco obiettive le critiche che definiscono liberticide scelte di questo tipo. È indispensabile la disponibilità di mezzi che consentano la reperibilità di chi si è reso clandestino.
La lotta alla clandestinità si deve svolgere sulla base di strumenti proporzionati alle risorse disponibili per renderli operativi, alla fattibilità delle leggi che la regolano. Un sistema di prevenzione non proporzionato denuncia irragionevolezza e demagogia, finendo per caricare le Forze dell'ordine di un ruolo e di un onere intollerabile per esse, dotate di straordinarie capacità, ma spesso prive di mezzi e mai conniventi - come su un noto quotidiano Giorgio Bocca ha avventatamente ritenuto di poter in maniera lapidaria dichiarare - con chi organizza gli sbarchi per far rientrare gli espulsi.
Auspico, dunque, che il lavoro e l'impegno che questa Assemblea dovrà dedicare al tema siano affrontati con la serenità dovuta al confronto sulle grandi questioni e con quel realismo che è presupposto per riforme vere ed indice di solidarietà intimamente avvertita come principio da perseguire e non come strumentale vessillo di facciata da esibire (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gasparri. Ne ha facoltà.

MAURIZIO GASPARRI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, onorevole ministro dell'interno, su questa legge si è molto discusso, detto e contraddetto.
Voglio innanzitutto chiarire un aspetto che riguarda le procedure e i tempi. Il Polo - e al suo interno alleanza nazionale - vuole che si faccia una legge, poiché ritiene che quella del 1990 - l'ex decreto poi convertito in legge, detto nella definizione politico-parlamentare decreto Martelli - abbia prodotto notevoli problemi e guasti. Era una normativa inefficace, che il suo promotore principale continua a difendere, ma che ha portato alla situazione nella quale ci troviamo.
In Italia vi sono centinaia di migliaia di clandestini. Non faccio parte di coloro che danno numeri perché, trattandosi di clandestini, mi sembra che le stime possano essere largamente confutabili. Ritengo dunque che siano false quelle molto riduttive che parlano di 2-300 mila clandestini ed allarmistiche quelle che li quantificano in oltre un milione: se si parla di 5-600 mila clandestini penso si faccia riferimento ad un dato reale, vero e preoccupante.
In più, cari colleghi, la politica permissiva e debole che si è fatta in materia di immigrazione ha portato alla dilatazione del numero dei residenti extracomunitari regolari. Infatti, quando si parla di distinguere i regolari dai clandestini, si dice una cosa giusta, ma oggi noi abbiamo in Italia un milione e 300 mila extracomunitari regolarmente residenti, che sono


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divenuti tali attraverso un'ondata di sanatorie progressive. Questa è la verità.
Nel 90 per cento dei casi si tratta di ex clandestini la cui posizione è stata sanata. Infatti le sanatorie non vi sono state solo in occasione del varo della legge Martelli, ma sono proseguite fino ai tempi recenti, fino a questo Governo e a questa legislatura, come ricorderà il ministro dell'interno Napolitano che dovette chiedere la conversione in legge di un decreto-legge varato dal Governo Dini e paradossalmente richiesto dai deputati della lega qualche finanziaria fa.
Quel gruppo, che era nella maggioranza di centro-sinistra che sosteneva il Governo Dini, barattò l'appoggio sulla legge finanziaria con un decreto in materia di immigrazione. Il decreto fu emanato, ma fu un decreto beffa perché quanto alla materia delle espulsioni e della sicurezza dava poche risposte alle esigenze avanzate dalla lega, ma conteneva la sanatoria: chi svolgeva un presunto lavoro o aveva un garante che versava per lui contributi all'INPS poteva regolarizzarsi.
Cosa accadde poi? Vi furono le elezioni e fu nominato un nuovo Governo: il Governo Prodi ed il ministro Napolitano non si sono presentati più in Parlamento con le norme di quel decreto che riguardavano le procedure di espulsione, ma hanno affidato la materia alla discussione odierna dei vari disegni di legge, chiedendo la sanatoria degli effetti prodotti in relazione a quanti si erano presentati all'INPS per la regolarizzazione.
Quindi il milione e 300 mila clandestini regolari sono figli delle sanatorie di Martelli e del combinato disposto lega-Dini-Napolitano-ultimo decreto, che ha concesso la regolare residenza a persone che però in Italia erano entrate illegalmente.
Attenzione allora a dire che qualcuno è troppo cattivo, perché in Italia vi è già una presenza cospicua di immigrati. Alleanza nazionale non chiede di rimettere in discussione lo status di questo milione e 300 mila stranieri entrati nel nostro paese a vario titolo e che oggi, comunque, ne hanno uno per rimanere, ma semplicemente che vengano varate norme efficaci sulle espulsioni.
Noi abbiamo parlato e talvolta anche urlato, signor ministro, come lei ha avuto l'amabilità di ricordare. Ma, se lo abbiamo fatto, è perché ritenevamo necessaria una politica di maggiore fermezza e sicurezza e consideravamo inefficace la politica di gestione delle emergenze da parte del Governo.
Colgo l'occasione per chiedere al ministro Napolitano di rendere nei prossimi giorni un'informativa sull'attuazione dell'espulsione dei cittadini albanesi entrati provvisoriamente in Italia, i quali avrebbero dovuto lasciare il nostro paese entro una certa data. Poi è intervenuta una proroga; noi non abbiamo partecipato, come ricorderà signor ministro, al «toto-data» quando se ne discusse in Parlamento. Vogliamo tuttavia che ci sia certezza sul ritorno a casa di coloro che devono rientrare nel loro paese.
Ho appreso in questi giorni che, mentre è stato difficile dare ricovero ai terremotati italiani, nelle zone terremotate vi erano alcuni albanesi alloggiati in alberghi (abbiamo presentato una interrogazione al riguardo). Credo che in questo momento stia peggio un terremotato di Nocera Umbra di un albanese, perché in Albania, grazia a Dio, non ci sono terremoti né guerre civili. Ci sono disoccupazione e problemi sociali, ma ve ne sono, signor ministro dell'interno, anche in molte parti del Mezzogiorno che lei ben conosce. Eppure, non mi pare che vengano collocati in alberghi a tre stelle i disoccupati di Gela o di Crotone, perché per la par condicio, dovremmo fare la stessa cosa! Anche nella bassa bergamasca o nelle zone interne del Piemonte ci sarà qualche disoccupato che vorrebbe essere trattato come un disoccupato albanese!
Vorremmo quindi sapere quando e come si stiano attuando le procedure di rimpatrio, su cui non abbiamo dubbi, perché non credo che il Governo ci proporrà un'altra proroga né che ci fornirà cifre sbagliate. Alleanza nazionale chiede allora maggiore fermezza. Qualche

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volta abbiamo sollevato questioni che ci hanno visto dalla parte della ragione. Ad esempio, il disegno di legge in esame conteneva un articolo 38 che era palesemente incostituzionale. Uno dei punti che abbiamo contestato, infatti, è stata la concessione, attraverso legge ordinaria, del diritto di voto nelle elezioni amministrative agli extracomunitari (residenti, ovviamente, da un certo numero di anni), in quanto la Costituzione, all'articolo 48, precisa che il diritto di voto spetta ai cittadini. Qualche volta abbiamo dovuto anche urlare (nel senso parlamentare e politico, mai in modo inurbano; anche in quest'aula si parla a volte con tono fermo e suonante, se non altro per attirare l'attenzione dei colleghi che hanno la pazienza di seguire i dibattiti), ma abbiamo anche dovuto attendere molte settimane e porgere la questione in qualche caso in maniera decisa, in altri casi, quando ci è stato consentito, in modo pacato, al fine di ottenere lo stralcio della norma citata. Si è infatti ravvisato, alla fine, che i dubbi di costituzionalità sussistevano; poi la maggioranza ha presentato un progetto di riforma della Costituzione e il paese potrà decidere anche con un eventuale referendum sulla modifica costituzionale. Noi siamo contrari, perché riteniamo che il diritto di voto appartenga ai cittadini e vorremmo sapere quando questo Governo e questa maggioranza daranno una risposta positiva al diritto di voto degli italiani all'estero, che sono cittadini ai sensi della vigente Costituzione.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE LORENZO ACQUARONE (ore 15)

MAURIZIO GASPARRI. Il relatore fa dei cenni rassicuranti, ma devo dirle, caro collega Maselli, che, pur essendo un parlamentare giovane, ho già trascorso qualche anno in Parlamento, anche se non tanti quanti ne ha trascorsi il ministro dell'interno ed altri colleghi ben più autorevoli di me. Sappiamo che la questione del voto degli italiani all'estero giace da tempo immemorabile in Parlamento; siamo in attesa che il Senato si pronunci, poi dovranno venire il principio e la legge attuativa.
Noi siamo contrari non solo per la sperequazione, ma perché riteniamo (entreremo nel merito quando si discuterà la legge costituzionale) che non sia giusto consentire di votare, anche solo per le elezioni amministrative, a cittadini stranieri. Altro discorso vale per gli appartenenti all'Unione europea; tra poco avremo anche la moneta comune e le intese comuni, quindi è evidente che all'interno dell'Unione europea vi è un legame diverso da quello che può esservi tra l'Italia ed il Canada o tra l'Italia e il Giappone, per citare paesi non comunitari diversi da quelli che spesso vengono citati. Il problema, quindi, non riguarda cittadini che vengono dal sud del pianeta, ma potrebbe riguardare anche cittadini non appartenenti alla Comunità europea della parte nord del pianeta.
Noi, allora, chiediamo chiarezza. Abbiamo ottenuto un'affermazione di principio e poi si discuterà nel merito il provvedimento. Quest'ultimo, nella parte relativa alle espulsioni, dà qualche parziale risposta, e noi ne diamo atto, tant'è vero che non abbiamo assunto posizioni ostruzionistiche. Come lei sa bene, signor ministro, abbiamo presentato un numero limitato di emendamenti e ci siamo comportati nello stesso modo anche rispetto ad altri provvedimenti, come quello in materia di sanatoria, pur essendo contrari, perché ci fidavamo (e abbiamo fatto male!) del Governo, il quale poi su vicende come quella dell'Albania o del diritto di voto o si è rivelato incapace ed inefficiente oppure ha tentato di piegare la Costituzione alle sue esigenze.
Anche il testo in esame contiene norme paradossali (spesso in quest'aula sono presenti studenti; oggi non ce ne sono, ma spero che ci saranno quando discuteremo gli articoli 7 e 8); si è detto da parte del Governo di accantonare l'articolo 38 sul diritto di voto perché bisogna rivedere la Costituzione. Ci sono voluti tre mesi di discussione per arrivare a questa verità! Il testo attuale, all'articolo 7, stabilisce praticamente


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che gli extracomunitari avranno diritto di voto quando la legge lo prevederà. Noi, cioè, arriviamo a prevedere una «norma volantino» (come noi l'abbiamo chiamata), secondo la quale tali soggetti voteranno quando ci sarà la legge. Che senso ha questa affermazione? Se la legge non c'è il diritto di voto non c'è e le leggi sono fatte per stabilire principi, non per distribuire volantini ed accontentare le proprie file di sostenitori terzomondisti, i centri sociali tipo Leoncavallo ed altre congreghe varie (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale).
Se uno studente ascolterà - me lo auguro e mi premunirò di invitarne taluni nelle tribune riservate ai cittadini seguendo le modalità previste dal regolamento della Camera - sentirà che prevediamo un disegno di legge costituzionale dovendosi modificare la Costituzione, ma nel frattempo una legge, in barba alla Costituzione ed alla sua riforma, prevede una norma-volantino secondo la quale quando vi sarà la legge costoro voteranno. Tale norma o è inutile, come io penso, o è incostituzionale, come è possibile. Soprattutto, è dimostrazione di ignoranza e di necessità ideologica.
Abbiamo seguito sulla stampa - il ministro Napolitano ha smentito - i contrasti con il ministro Turco. Non possiamo che prendere atto delle smentite del ministro dell'interno ma al di là delle lettere, poiché frequentiamo il Parlamento e tra noi parliamo, sappiamo degli scontri nel Governo e fuori dal Governo che vi sono stati su questa vicenda. Del resto l'onorevole Bertinotti nel suo intervento della serie «dateci una cosa» (poi, una cosa la ha avuta) disse anche che non condivideva la legge sull'immigrazione. Vedremo poi se questi mal di pancia della sinistra, se le crisi di pianto dell'onorevole Turco o altri fenomeni si ripresenteranno.
Accanto a questi aspetti negativi ve ne sono alcuni interessanti. Siamo favorevoli ai centri di raccolta per le persone da avviare all'espulsione previsti da questa legge e mi fa piacere che siano stati proposti, perché quando anni fa avanzammo la tesi di prendere esempio dalla Francia e da altre nazioni e di creare centri di raccolta simili ai campi profughi (un posto che non sia un carcere ma un luogo vigilato nel quale si entra e dal quale non si può uscire, come invece accade per i campi profughi per gli albanesi dai quali sono scappati quasi tutti e non si sa ancora dove siano) io stesso fui personalmente bollato di nazismo perché si sosteneva che si trattava di lager. Non erano lager ma esperienze presenti in Francia e altrove. Ebbene, ora li propone il Governo ed in questa politica corretta se qualcuno fa una proposta uguale a quella fatta precedentemente da qualcun altro va tutto bene perché a la Repubblica piace, perché il dottor Bolaffi farà un articolo recensendo positivamente l'iniziativa e caso mai qualche organizzazione di sinistra dirà che è inevitabile. Quando abbiamo fatto noi questa proposta non andava bene, ma noi non siamo puntigliosi e ci accontentiamo della sostanza. Chiediamo però modifiche di questa normativa.
Per esempio, caro ministro, c'è un punto sul quale richiamo la sua attenzione. Noi abbiamo presentato un emendamento affinché quando si deve procedere all'espulsione del clandestino che abbia avuto anche la ventura di essere sfruttato come lavoratore in nero - nel senso sindacale e sociale del termine - siano poste a carico del datore di lavoro sfruttatore (probabilmente, nel 99 per cento dei casi, italiano) le spese di rimpatrio. Ci auguriamo infatti che si faranno più espulsioni con questa legge, alla quale daremo il nostro contributo anche sulla base delle proposte che ben prima di questo Governo abbiamo presentato. Se vi è un ritardo la colpa è di questo Governo che a febbraio ha presentato la sua proposta mentre i gruppi del Polo e della lega fin dall'inizio della legislatura hanno depositato proposte che ho in un fascicolo con date e firmatari. Ribadisco che se vi è un ritardo la colpa è del Governo e della sinistra, non certo dei moderati, del centro-destra o di tutti gli altri gruppi che condividono la battaglia che da anni conduciamo. Abbiamo proposto di mettere

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a carico del datore di lavoro, che sfrutta il lavoro nero, i costi di rimpatrio. Vorrei che il ministro Napolitano facesse una riflessione su questo punto da qui al momento in cui si discuterà in aula, perché si tratta in fondo di un modo per alleggerire la spesa pubblica. Immagino infatti che alla fine saranno sui capitoli del Ministero dell'interno, comunque del Governo, le spese di rimpatrio; se la spesa viene invece accollata al datore di lavoro si ottengono due effetti: un risparmio per lo Stato ed una sanzione aggiuntiva per il datore di lavoro che sfrutta il lavoro nero (quindi anche una punizione per chi sfrutta in modo illegale il lavoro dei disperati che arrivano dall'estero).
Sinceramente non capiamo, signor ministro, e su questo punto la invitiamo serenamente a riflettere, perché non si debba dare luogo ad una proposta del genere, perché non si debbano accettare gli emendamenti dell'opposizione. Tenga conto, signor ministro, che abbiamo già consentito un iter più spedito di questa legge; in Commissione, infatti, come sanno bene i colleghi della Commissione affari costituzionali, ci siamo fermati all'articolo 10 o 11 per poi venire in aula. Il regolamento, in verità, lo consente, ma una legge così importante, sulla quale le opposizioni hanno presentato alcune centinaia di emendamenti - non migliaia, per un provvedimento di circa 50 articoli - avrebbe meritato una discussione più serena in Commissione, caro relatore e caro presidente della Commissione. E devo dare atto al presidente della Commissione che su questo versante si era adoperata, fino ai limiti di «strangolamento» del dibattito in Commissione.
Ci avete messo fretta per venire in aula e poi l'aula si è bloccata per i vostri dissidi tra Bertinotti e Prodi per alcune settimane (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale)! Questa è la verità. E allora perché non ci avete fatto discutere in queste settimane in Commissione? Noi non stiamo mica con il pugnale tra i denti. Sulle quote di ingresso limitate abbiamo detto di essere favorevoli, qualora si dia anche al Parlamento la possibilità di ratifica, ma non diciamo che l'Italia deve essere blindata. Si era parlato di 20 mila persone l'anno. Bene, siamo pronti a sottoscrivere, perché l'Italia ha 8 mila comuni e quindi quella quota equivale ad una media di tre persone a comune: vuol dire che a Roma, che è il più grande, verranno 300 extracomunitari e a Montefiascone, nessuno. Ventimila persone l'anno non sono un problema per un paese di 58 milioni di persone. Certo, se poi si vuole dire che il decreto sui flussi lo fa il Governo e non lo sottopone al Parlamento e i 20 mila diventano 50, 100, 200 mila, sarebbe un problema grave, perché la quota di 20 mila l'anno significa un raddoppio in circa 60-65 anni degli attuali un milione e 300 mila immigrati regolari; una prospettiva, penso, compatibile, visto l'arco di tempo. Altro è se il decreto dei flussi non fosse definito attraverso un concerto parlamentare. Tra l'altro, il provvedimento deve essere tempestivo - la legge Martelli lo prevedeva - ma viene notoriamente emanato alla fine dell'anno e non all'inizio, quando ormai i flussi, regolari e irregolari, ci sono già stati. Su questo abbiamo discusso ed abbiamo convenuto su alcune soluzioni.
Allora, il nostro contributo sarà propositivo, di correzione, di miglioramento, ai fini della sicurezza della nostra nazione. Noi non siamo né xenofobi né razzisti. Non discriminiamo nessuno per colore, religione, provenienza; discriminiamo tra persone oneste e persone disoneste, persone che hanno un titolo per entrare in un paese e persone che non lo hanno. Nella proposta di legge che il sottoscritto - fin dall'avvio della legislatura e già in quella precedente, non attendendo molti mesi - ha presentato, si parlava e si parla di disciplina e di lavoro stagionale; si parla di stringere accordi con i paesi più vicini all'Italia, di accordi, signor ministro, con quei paesi che collaborano con le procedure di rimpatrio dei clandestini, perché molti paesi - e lei lo sa bene - ostacolano questa azione. L'Italia deve far sentire la sua voce. Non ci si possono chiedere soldi, quote di

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ingresso e altre opportunità, senza poi fare nulla per rimpatriare i clandestini.
Per esempio, aspetto ancora una risposta da lei, signor ministro, o dal ministro Dini, su un fatto grave: noi stiamo dando soldi all'Albania e in quel paese si continua a coltivare droga. Dobbiamo pretendere la distruzione di quelle coltivazioni, se finanziamo la crescita di quel paese (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale)! Non mi sembrano questioni di parte, faziose, perché la droga che arriva in Italia alimenta un commercio già molto sviluppato nel nostro paese e poi fa male a tutti, agli elettori e ai cittadini di destra, di centro e di sinistra.
C'è Pannella che distribuisce la droga e colgo l'occasione, caro ministro, per porle un problema. Non so se la droga che butta per strada Pannella sia di provenienza albanese o meno, ma quando uno annuncia una manifestazione dicendo che commetterà violazioni, tale manifestazione non può essere vietata prima dal ministro dell'interno, dal questore? Non può essere vietata prima una manifestazione nella quale si annuncia la consumazione di un reato? Questo è un mistero che non abbiamo ancora avuto modo di veder chiarito. La polizia può dire «non sapremo come andrà a finire», ma Pannella - bontà sua - ce lo dice prima: fa i comunicati, li manda via fax. È come se dicessi che domani farò una manifestazione e picchierò l'onorevole Maselli, che non ho nessuna intenzione di picchiare: la manifestazione dovrebbe essere vietata preventivamente e io dovrei essere preventivamente denunciato all'autorità pubblica, per il reato di minacce.
Mi avvio a concludere, perché c'è ancora qualche minuto a disposizione dei colleghi del mio gruppo. Noi daremo un contributo propositivo. Voi avete perso tempo con crisi e quant'altro e noi abbiamo subito una mutilazione del dibattito in Commissione: vogliamo un dibattito serio nei prossimi giorni su questa questione. Noi non vogliamo far sì che non si approvi una legge in modo che si dica che è colpa del Polo se rimane la legge Martelli, ma non vogliamo né leggi troppo demagogiche né leggi troppo «buoniste». Bisogna riconoscere i giusti diritti, ma nella seconda parte della legge ci sono molte cose che ci preoccupano: la figura dei garanti e altre norme molto equivoche. Noi chiederemo di modificare queste parti.
Soprattutto, siamo mossi dall'intento di dare più sicurezza agli italiani. Quando a volte sottolineiamo che vengono prima gli italiani...

PRESIDENTE. Mi scusi, onorevole Gasparri, il suo gruppo ha quaranta minuti e nella ripartizione interna a lei ne spettavano quindici.

MAURIZIO GASPARRI. Un collega non c'è. Quanti ne restano? C'è il collega Armaroli, ma un altro non c'è.

PRESIDENTE. Tenga conto che lei sta sottraendo tempo a un altro collega del suo gruppo.

MAURIZIO GASPARRI. Siccome mi hanno spiegato che il collega non è sostituibile, cerchiamo di utilizzare il tempo.

PRESIDENTE. Era doveroso da parte mia avvertirla.

MAURIZIO GASPARRI. La ringrazio, ma ne stavo tenendo conto e mi avviavo a concludere, per lasciare al collega Armaroli la possibilità di utilizzare il tempo a disposizione del collega Contento che, non avendo potuto prevedere l'inversione dell'ordine del giorno, non è presente.
Concludendo, daremo un contributo propositivo e preciso, ma vorremmo che il Governo non si blindasse su una legge che, a nostro avviso, deve essere migliorata. Non difendiamo la legge Martelli, anzi la vogliamo cambiare, ma non vogliamo nemmeno una legge che possa lasciare aperti troppi quesiti.
In Italia c'è bisogno di maggiore sicurezza. Prima dell'interruzione «cronologica», stavo dicendo che non ci vergogniamo di dire che vengono prima gli


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italiani; per carità, vanno garantiti i diritti di tutti, ma il Governo italiano, il Parlamento italiano debbono garantire i diritti degli italiani, dei disoccupati italiani, dei cittadini che reclamano sicurezza, della gente che vede minacciata la propria libertà dall'illegalità autoctona italiana ma alimentata dalle ulteriori manovalanze provenienti dall'estero. Proprio perché abbiamo una criminalità forte e feroce, che ha in atto sequestri e quant'altro, non abbiamo alcun bisogno di importare né mafie russe, né mafia albanese, né il bandito Zani, né altri personaggi che girano in Italia o intorno ad essa.
Noi continueremo a condurre questa battaglia. Valuteremo, certo, il modo in cui sarà modificata la legge. Il nostro voto finale non è scontato; certo, allo stato è un voto contrario, dal momento che il testo non ci va bene e non ci soddisfa, ma noi abbiamo comunque aperto il dialogo sui diritti.
Sono stato l'unico politico a partecipare al congresso del Forum delle comunità straniere, che raggruppa molti cittadini anche di paesi extracomunitari. Non vi era nessun altro dell'Ulivo e della sinistra e non è stato singolare che vi fosse solo un esponente di AN. Le stesse cose che ho detto in quest'aula dico quando incontro persone provenienti da ogni parte del mondo ed ho potuto constatare molte critiche verso la sinistra, che ha promesso ed ha deluso, critiche verso sindaci come quello della città in cui ci troviamo, Rutelli, il quale ha dato soldi a destra e a manca ma ha deluso molte aspettative, anche quelle legittime: non parlo delle pretese che non avrebbero potuto essere assecondate, ma di quanto già previsto dalle leggi.
Allora, c'è una sinistra che fa propaganda o «norme volantino» e una destra che propone rigore, fermezza, sincerità. Non possiamo promettere a tutti il paradiso in terra. In Italia abbiamo milioni di disoccupati; il Governo dell'Ulivo ha fatto aumentare la disoccupazione e la crisi economica reale, al di là dei dati sull'inflazione. Quindi, non avendo risolto i problemi degli italiani, non credo che risolverà quelli di chi italiano non è. In ogni caso, non ci vergogniamo di stare in quest'aula a presidio dei diritti dei nostri cittadini, della sicurezza della nostra nazione e svolgeremo con serietà questo impegno anche nel corso della discussione di questa proposta di legge (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Onorevole Gasparri, l'onorevole Contento non è presente per le ragioni che ella stesso ha richiamato. L'onorevole Martinat mi ha preannunciato l'intenzione di intervenire. Ciò potrà essere consentito, purché sia rispettato il tempo complessivo attribuito al gruppo che, al momento, ha a disposizione, complessivamente, 20 minuti.
È iscritto a parlare l'onorevole Teresio Delfino. Ne ha facoltà.

TERESIO DELFINO. Signor Presidente, signor ministro, il provvedimento in esame reca «Disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero». Il disegno di legge, nel testo approvato dalla Commissione affari costituzionali in sede referente contiene norme che si applicano ai cittadini degli Stati non appartenenti all'Unione europea e agli apolidi.
Signor ministro, noi abbiamo contrastato, anche oggi, le questioni pregiudiziali di non passaggio all'esame di questo provvedimento perché consideriamo la legge sull'immigrazione molto importante ed urgente, in quanto finalizzata a regolare chi avrà titolo a far parte della società italiana come immigrato, come lavoratore, come residente e, eventualmente, come cittadino.
Siamo davanti ad un fenomeno, l'immigrazione, che si colloca nell'evoluzione economica e sociale dei rapporti mondiali: un dato reale, quindi, che consideriamo inevitabile per i prossimi anni, legato all'aspirazione degli uomini di raggiungere realtà e comunità economicamente prospere, collegato alla debolezza demografica di determinati paesi, in un mondo sempre più piccolo, interconnesso ed integrato. Abbiamo sollecitato più volte interventi


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legislativi capaci di superare l'attuale inadeguata normativa con una proposta idonea ad affrontare il fenomeno migratorio nella sua complessità.
Abbiamo dato atto, al momento della presentazione del disegno di legge in esame, di una visione ampia nella quale si è cercato di coniugare i due principi essenziali che, a nostro giudizio, debbono supportare la nuova legislazione, quelli della legalità e della solidarietà. Sono elementi sui quali il Parlamento deve, da un lato, definire una chiara e puntuale demarcazione tra ciò che è legale e ciò che non lo è e, dall'altro, garantire un'accoglienza civile nel rispetto della Carta dei diritti dell'uomo.
Non ci appassionano polemiche e ragionamenti strumentali, vogliamo porre le basi per superare il fenomeno dell'immigrazione clandestina. È questo un elemento sul quale noi ravvisiamo, nell'articolato legislativo varato dalla Commissione, elementi sui quali siamo consenzienti ed altri sui quali riteniamo si debba ancora lavorare.
Non c'è - vogliamo dirlo con forza - alcuna intenzione persecutoria rispetto agli immigrati; noi però riteniamo che ai nostri concittadini dobbiamo offrire una normativa che superi tutti quei buchi in quella maglia di protezione e di sicurezza che il paese deve garantire ai propri concittadini. Con riferimento a ciò abbiamo proposto (condividendola con altri colleghi del Polo) l'esigenza di un approfondimento.
Riteniamo altresì saggia l'impostazione accolta dal Governo e dalla Commissione di rinviare la questione del voto, non perché - e quindi in questo concordo con quanto aveva già espresso il collega Serra - noi abbiamo atteggiamenti pregiudiziali contro tale questione ma perché crediamo che in una evoluzione della normativa si debbano valutare con cautela e prudenza tutti quegli elementi che rendono comprensibile agli italiani l'affermazione di un elemento, di un diritto che riteniamo che, in fondo, faccia parte di quella Carta dei diritti dell'uomo che ho prima richiamato. Anche su questo elemento abbiamo espresso una valutazione comune nell'ambito del Polo per le libertà. In quest'aula volevamo solennemente ribadire la disponibilità a che questo percorso sia proseguito e ampliato in una direzione che riesca ad essere veramente accolta ed accettata in termini di persuasione e non di imposizione nei confronti della comunità nazionale.
Vi sono quindi molti elementi che richiedono nel testo pregevole (l'ho già detto) del Governo un approfondimento. Avremmo voluto, e l'abbiamo detto con molta chiarezza come cristiano-democratici, che questa riflessione, che questa analisi puntuale di tutti gli elementi venisse fatta in sede di Commissione referente. Oggi però chiediamo al Governo, alla maggioranza, al relatore che nell'esame, nella definizione di quelli che sono i temi più essenziali di questa normativa, vi sia la disponibilità ad un confronto civile, come mi pare di aver ascoltato e di aver letto nelle iniziali dichiarazioni del relatore.
Quindi, riteniamo si possa arrivare ad approvare in Parlamento una normativa corrispondente ai principi, da me richiamati in precedenza, di legalità e di solidarietà; principi che caratterizzano un popolo civile quale la comunità italiana vuole essere.
Vi sono altri aspetti che desidero sottolineare. In primo luogo, desidero fare riferimento alla questione della regolarizzazione delle posizioni degli immigrati che attualmente si trovano in Italia e che hanno un lavoro. Ebbene, in analogia con quanto previsto dal provvedimento Dini, esaminato nella scorsa legislatura, vorrei che la legge offrisse delle opportunità a tali persone, la cui presenza nel nostro paese al momento non è totalmente regolare. Reputo opportuno consentire a coloro che si trovano nel nostro paese e vi svolgono già un lavoro, di vedere riconosciuta la loro posizione e di poterla regolarizzare, senza essere obbligati - questo aspetto del problema è stato sottoposto alla mia attenzione proprio da parte di alcuni immigrati - a rientrare nel loro paese per poi tornare nuovamente in

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Italia, perché ciò comporta spesso per loro la perdita del lavoro che avevano trovato e l'allentamento dei legami che avevano stretto.
Per quanto attiene ai ricongiungimenti familiari, il disegno di legge in esame si colloca in una prospettiva che sostanzialmente condividiamo. Però, come ho già avuto modo di dire intervenendo su un altro provvedimento di legge, quello sul piano dell'infanzia, approvato a larghissima maggioranza, vi è l'esigenza di riconoscere il diritto al ricongiungimento familiare nell'ambito della normativa vigente nel nostro paese. Diversamente, se acconsentissimo a ricongiungimenti familiari collegati ad una diversa concezione del matrimonio, rischieremmo di favorire il ricongiungimento in situazioni difformi da quelle disciplinate dal nostro diritto di famiglia.
Rispetto a tale problema riteniamo si possa svolgere un dialogo ed un confronto. A nostro avviso, infatti, l'emergenza immigrazione esiste, ma sussiste altresì un vuoto legislativo e politico che riteniamo il Parlamento possa colmare con questo provvedimento. Con questi sentimenti e con queste disponibilità ci accingiamo a svolgere questo confronto (Applausi del deputato Maselli).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Valetto Bitelli. Ne ha facoltà.

MARIA PIA VALETTO BITELLI. Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, signori rappresentanti del Governo, vorrei partire da una premessa necessaria. Si ritiene oggi che la pressione migratoria sia un fenomeno inarrestabile e si stima che resterà tale ancora per lungo tempo. Di conseguenza diventerà un grande fattore strutturale di modifica nei rapporti tra nord e sud del mondo.
Nei paesi dell'Unione europea sono oggi circa 17 milioni gli stranieri extracomunitari; un milione nel nostro paese e per l'anno 2000 centri di ricerca tra i più accreditati e per così dire insospettabili ritengono che il numero sia destinato a raddoppiare. Ciò significa che, se nel 1950 i due terzi della popolazione stavano a nord del Mediterraneo ed un terzo al sud, per la modificazione delle strutture demografiche e per l'incremento demografico dei paesi in via di sviluppo - a fronte di un prodotto interno lordo che cresce, ma non in maniera sufficiente - il 2000 vedrà i due terzi della popolazione dell'area mediterranea presenti nel sud, aumentando necessariamente la pressione migratoria.
Di fronte a questo dato di fatto oggettivo ed incontrovertibile non resta che ragionare e trovare strumenti di soluzione alla gestione del fenomeno. Non posso dunque che esprimere soddisfazione poiché si affronta e si gestisce questo argomento in modo sistematico. È un segnale che il Parlamento e questo Governo non intendono sottrarsi al dibattito su temi scottanti ed estremamente complessi rispetto ai quali l'atteggiamento di rimozione del problema ed un mancato intervento legislativo non farebbero che aggravare la componente clandestina del fenomeno.
Attraverso questo provvedimento si danno finalmente risposte a chi chiede strumenti legislativi per garantire la legalità e per ovviare ai problemi di convivenza sociale tra residenti e cittadini stranieri immigrati, aggravati soprattutto dalla concentrazione del fenomeno dell'immigrazione nelle metropoli ed in alcuni quartieri con un tessuto sociale problematico; nel contempo però si evita la pericolosa e troppo spesso automatica equivalenza tra criminalità e immigrazione, che emergeva anche in alcune considerazioni dell'onorevole Gasparri che mi ha preceduto. La sistematicità è evidente anche nei tre obiettivi che il Governo si è dato proponendo il suo disegno di legge e cioè il contrasto dell'immigrazione clandestina e dello sfruttamento criminale dei flussi migratori; la realizzazione di una puntuale politica di ingressi legali limitati, programmati, regolati; soprattutto l'avvio di realistici ma effettivi percorsi di integrazione per i nuovi immigrati legali e per gli stranieri già regolarmente soggiornanti in Italia.


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Tali obiettivi esprimono la volontà di mediare, di riformare cercando nuovi approcci ad una questione che è strutturale in tutti i paesi europei; esprimono altresì la volontà di gestire la complessità, individuando nella società complessa e, dunque, nella società plurale multietnica un elemento di arricchimento e non un elemento solo di rischio o di preoccupazione.
Vorrei su questo elemento della complessità richiamare alcune voci ed anche alcuni dati riferiti alla mia città, Torino, dove il rapporto tra residenti e cittadini stranieri immigrati ha raggiunto punte estreme di conflittualità, sconfinando anche in eventi tragici le cui vittime - vorrei sottolinearlo - appartengono ad entrambe le parti. Nei mesi scorsi, tra le voci che colgono questa sensibilità, vi è stata quella dell'arcivescovo, cardinale Giovanni Saltarini, il quale nell'omelia per la festa della città ha auspicato un supplemento di umanità per procedere...

MARIO BORGHEZIO. Ma sotto casa sua non si spaccia!

PRESIDENTE. Onorevole Borghezio!

MARIO BORGHEZIO. Sotto casa sua non ci sono le prostitute!

PRESIDENTE. Onorevole Borghezio, non interrompa per cortesia! Prosegua, onorevole Valetto Bitelli.

MARIA PIA VALETTO BITELLI. ...per procedere verso una società più ospitale, dialogica ed accogliente nei confronti di tutti i soggetti in stato di disagio. L'arcivescovo ha anche aggiunto: «Gli immigrati non sono estranei o, peggio, nemici, ma vale anche per loro, non soltanto nei loro riguardi, il principio della responsabilità e, di conseguenza, quello della legalità. Questi due fattori dell'equilibrio sociale possono e perciò debbono coesistere nella coscienza e negli ordinamenti di una città matura».
Tra i dati che riguardano il saldo demografico di Torino, come si evince da quelli diffusi dall'ISTAT relativamente all'anno 1996, il segnale di aumento della popolazione è generato dall'arrivo di cittadini extracomunitari in una percentuale perfettamente in linea con quella nazionale, non superiore, del 2,5 per mille.
Nonostante ciò, tale afflusso è sentito come eccessivo e sproporzionato alle possibilità di accoglienza. Eppure, ci dovrebbe fare riflettere un dato riguardante il sistema pensionistico, oggi sotto i riflettori per la riforma dello Stato sociale: il crollo della sostenibilità del sistema pensionistico, dovuto all'oggettivo invecchiamento della popolazione nel nostro paese, si verificherebbe nei prossimi decenni anche con l'ingresso sul mercato del lavoro di un numero consistente di lavoratori immigrati ogni anno. Se da una parte si verifica la necessità di maggior rigore rispetto ad oggi per quanto riguarda la disciplina dell'entrata e la necessità di risolvere il problema della concentrazione soprattutto nelle metropoli ed in alcuni quartieri, dall'altra parte - lo ribadisco - è necessario evitare l'equivalenza tra criminalità e immigrazione, garantendo la certezza dei diritti e dei doveri per i residenti ed anche per gli immigrati. Doveri, certo, e quindi anche rispetto della legalità nell'attuare una politica di gestione dell'ordine pubblico che intensifichi l'azione preventiva e dissuasiva, anche con l'istituzione di figure quali il poliziotto di quartiere, come è avvenuto a Torino.
Legalità, ancora, nell'intensificazione ulteriore e fondamentale della lotta alla criminalità organizzata per quanto riguarda lo spaccio di droga e lo sfruttamento della prostituzione, di cui gli stranieri extracomunitari sono sicuramente un anello della catena, ma molto spesso l'ultimo!
Legalità, infine, nell'attuare il controllo dei clandestini, pur tutelando i diritti fondamentali della persona e nel perseguire quelli riconosciuti colpevoli di infrazioni e di illegalità, consentendo però - come prevede il provvedimento che stiamo discutendo - l'uscita dall'illegalità e dalla clandestinità a chi ne faccia richiesta. In questo modo si riconosce e si garantisce


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anche l'onorabilità e la dignità dei cittadini stranieri onesti che abitano nel nostro paese, ma anche la certezza dei diritti, garantendo cioè a tutti i cittadini - italiani, ovviamente, ma anche stranieri - condizioni di vivibilità economica e di inserimento nel corpo sociale che rispettino la loro dignità di persone.
Ecco allora che un'attenta politica di integrazione sociale, scolastica e lavorativa potrebbe innescare un circolo virtuoso che porti, in modo naturale, ad una convivenza serena tra i cittadini italiani e quelli stranieri. Inoltre, anche progetti educativi sulla mondialità e sottolineature sulla necessità di garantire a tutti il rispetto della dignità e dell'integrità della persona, sono strumenti essenziali per costruire una coscienza civile e sociale dei cittadini. In questo modo, con l'approccio sistematico e complesso che il disegno di legge in discussione introduce, noi vogliamo affermare che l'immigrazione non deve essere un problema sociale cui cercare soluzioni con interventi di settore, ma un problema di società.
Date le premesse iniziali di inarrestabilità del fenomeno, si sta - che ci piaccia o no - creando una nuova società; una, perché globale e, contemporaneamente, plurale e multietnica perché il mondo è «dentro di noi». Lo è innanzitutto per le tecnologie di comunicazione attraverso cui i linguaggi, i costumi, le abitudini (faccio un esempio molto banale) ed il modo di vestire dei giovani, diventano gli stessi nel medesimo istante a Mosca, a New York, in Argentina, in Africa ed in Europa! Solo dopo il mondo è globale per il numero di cittadini di nazionalità diversa che vengono ad abitare nel nostro paese. Sta a noi far diventare questa opportunità una ricchezza o esserne schiacciati, perché è certo che la globalizzazione, e cioè degli spazi geografici e mentali che tendono all'infinito, producono timori, insicurezze e paure per il proprio futuro, in una società in cui, ad esempio, l'immigrato (penso di nuovo alla mia città) è considerato anche un concorrente nella ricerca di un posto di lavoro.
Pertanto, io ritengo fondamentale per affrontare e vincere la sfida impostaci dalla globalizzazione, offrire ai nostri concittadini innanzitutto una proposta di sicurezza e di integrazione fondata sul concetto di cittadinanza.
Se noi costruiremo l'appartenenza ad una comunità civile basandola sul recupero di valori comuni e condivisi e sull'effettiva possibilità di rappresentanza degli interessi attraverso le istituzioni democratiche, sul senso di mutua responsabilità tra Stato e cittadini, in cui lo Stato, attraverso il sistema di protezione sociale dà opportunità e accompagna ciascuno nei momenti di maggiore debolezza, allora il nuovo, il diverso potranno essere fonti di minori paure e incertezze.
Ecco perché - e concludo - le grandi riforme che in questa legislatura questa maggioranza si è proposta di varare - la riforma delle istituzioni e la riforma dello Stato sociale - contribuiscono a quella costruzione, o ricostruzione, di cittadinanza che si rende necessaria alle soglie del 2000, sulla porta della società globale e nell'alveo della quale anche questo provvedimento trova una sua ragione, non solo, come dicevo, nella soluzione di un problema sociale, ma proprio come tassello di costruzione di una nuova e più piena società (Applausi dei deputati dei gruppi dei popolari e democratici-l'Ulivo e della sinistra democratica-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Borghezio. Ne ha facoltà.

MARIO BORGHEZIO. Presidente, quest'estate - l'estate dei fatti della Maiella - i sindaci di Rimini e di Riccione, insieme a molti altri sindaci, soprattutto i sindaci dell'Ulivo della costa riminese, hanno richiamato tutta la società politica italiana al dovere di dare finalmente alle forze dell'ordine, ai magistrati, al paese, norme efficienti, norme valide per contrastare i fenomeni diffusi su tutto il territorio, da Lampedusa alla Valle d'Aosta, di criminalità legata all'immigrazione irregolare e clandestina.
Il nostro paese non è stato caratterizzato in questi anni di immigrazione selvaggia,


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se non in maniera assolutamente sporadica, da fenomeni di razzismo. È invece forte la presa di coscienza civile. È proprio questo il caso di quelle proteste molto civili, di cui parlava la collega che mi ha preceduto, che si sono svolte nella città di Torino e in molte altre città, dove sono sorti a decine comitati spontanei di cittadini onesti, i quali chiedono da tempo inutilmente alle autorità adeguata protezione e tutela da una criminalità ogni giorno più arrogante.
Nella recente missione della Commissione antimafia a Milano ci siamo sentiti dire da tutto lo schieramento dei magistrati antimafia che la pericolosità delle organizzazioni, ormai autonome, di criminalità straniera è tale da aver subordinato in qualche caso ad esse persino la 'ndrangheta, che a Milano la fa da padrona da molto tempo nei settori dello spaccio e del traffico degli stupefacenti. Abbiamo ormai una criminalità straniera in grado di controllare tutto il percorso criminale del racket della prostituzione, del traffico e dello spaccio degli stupefacenti.
A fronte di queste domande, la risposta che giunge con il disegno di legge Napolitano-Turco è una risposta debole, inadeguata, assolutamente insufficiente a piazzare quei paletti, diciamo pure quel muro, tra immigrazione regolare e immigrazione irregolare e clandestina, quindi tra legalità e illegalità, che tutta la società civile ha richiesto e richiede.
Che dire poi dell'assenza, in questo provvedimento, di qualunque misura atta a qualificare e selezionare l'immigrazione che si vuole consentire nel nostro paese? Tutti gli Stati interessati da questo fenomeno hanno scelto la politica intelligente di selezione e di orientamento. Si vuole fare il possibile perché nei paesi ricettivi dell'immigrazione arrivino certi immigrati e non altri. Noi non abbiamo fatto nulla in proposito.
In un recente Convegno indetto dall'Organizzazione internazionale del lavoro è emerso che il punto cruciale per l'oggi, e soprattutto in prospettiva per il 2000, del problema dell'immigrazione è l'investimento del capitale umano. Vorrei sapere se questa visione lungimirante dell'Organizzazione internazionale del lavoro, quindi dell'organismo ONU, che studia e monitorizza in tempo reale ed in proiezione i grandi fenomeni di sviluppo del lavoro a livello planetario, sia compatibile con il percorso che avete indicato per le prostitute che si pentono ed alle quali viene rilasciato uno speciale permesso di soggiorno e consentita l'iscrizione agli uffici di collocamento. Questi sarebbero gli investimenti del capitale umano, queste le scelte che dovrebbero invece andare in ben altra direzione, cioè quella della formazione, del lavoro magari coinvolgendo le piccole e medie imprese? Ma niente di tutto questo è stato fatto. Non avete assolutamente voluto considerare, nel provvedimento in discussione, la necessità di affrontare, con grande coraggio e determinazione, il problema nodale del lavoro, oltre naturalmente a quelli, che ho indicato in premessa, del controllo e della prevenzione dei flussi migratori e nei confronti della criminalità legata alla immigrazione irregolare e clandestina.
Da entrambi i punti di vista indicati, la politica seguita dal Governo Prodi è totalmente sbagliata su un tema così importante e delicato. Sono divenuti esecutivi i provvedimenti legati al Trattato di Schengen, siamo entrati a pieno titolo in quell'area eppure ci ritroviamo privi degli strumenti minimali, giacché nei permessi di soggiorno rilasciati dal nostro paese il ministro Napolitano - che pure aveva dato assicurazioni in proposito fin dai tempi della sanatoria del dicembre dello scorso anno - non ha voluto introdurre l'indicazione dei rilievi fotodattiloscopici che gli operatori del settore ed anche i magistrati chiedono per poter realizzare almeno un leggero progresso nelle metodologie per l'identificazione, uno dei problemi chiave nell'azione di contrasto di questo tipo di criminalità.
Vorremmo sapere per quale motivo il provvedimento in discussione non mira, come avrebbe dovuto, a reprimere e sanzionare con grande severità tutti coloro che favoriscono il lavoro illegale e la

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produzione delle merci contraffatte, cioè tutto quel sottobosco di enti, di associazioni, magari a sfondo umanitario, che stanno dietro al grande business dell'immigrazione irregolare e clandestina. Sotto le parole della solidarietà quanti traffici, quanti interessi sporchi, quanta mafia si nasconde?
Allora, ci volevano provvedimenti severi, come la chiusura degli esercizi pubblici che impiegano manodopera di questo tipo, il sequestro dei manufatti e così via. Servivano cioè provvedimenti analoghi a quelli con i quali in tutti i paesi occidentali si affronta con severità il pericolo - perché di questo si tratta - dell'immigrazione irregolare e clandestina. Dunque, provvedimenti severi che avrebbero potuto esser ben controbilanciati da una politica - che per la verità ci saremmo attesi dal Governo dell'Ulivo - intelligente, progressiva nei confronti dell'avviamento al lavoro.
Voi prevedete unicamente il lavoro autonomo come motivo di ingresso nel nostro paese, come se in Italia vi fosse la necessità di venditori di sigarette di contrabbando o vi fosse carenza di venditori di spugnette o ancora di lavavetri. Altri sono i percorsi lavorativi che bisognava indicare in questo provvedimento; altri sono i principi ai quali si deve ispirare un paese moderno dotato di una polizia moderna. Tuttavia, onorevole Napolitano, quale che sia la preparazione professionale degli uomini delle nostre forze dell'ordine - ai quali naturalmente va rivolto un pensiero riconoscente per tutto quello che riescono a fare contro tale criminalità con questo Stato e con queste leggi - le competenze della polizia, che dovrebbe essere dotata degli strumenti per poter intervenire, per quanto riguarda gli stranieri non andrebbero suddivise, ad esempio, fra tre o quattro direzioni generali. Il processo di espulsione non va affidato - come voi volete continuare a fare - ad organismi burocratici, non deve essere circoscritto entro certi ambiti. L'esperienza di questi anni di lassismo, infatti, fa perfettamente capire cosa diventerà la solita procedura dell'espulsione in mano a questi organismi.
Stiamo assistendo ad un déjà vu, alla reiterazione del «nullismo» giuridico della legge Martelli. Siete riusciti a fare di peggio rispetto a quella esperienza, totalmente negativa e che ha causato danni incalcolabili anche alla nostra economia perché, checché ne dicano i cantori della società multirazziale, i dati aggiornati ci parlano del 10, al massimo del 15 per cento degli immigrati presenti nel nostro paese che pagano le tasse ed i contributi sociali; sono ragione di evasione, di espansione della criminalità. Ma nei confronti di questa situazione abbiamo una sola speranza, quella nelle istituzioni europee, nella nascita di una polizia europea che è quello che ci vuole e ci vorrà, con norme europee. Ovviamente, per noi padani, vi è la speranza della nascita di una Repubblica federale indipendente per le nostre terre, che possa finalmente adottare norme di stampo europeo contro il grave pericolo dell'immigrazione irregolare e clandestina (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).

PRESIDENTE. Avverto che dopo l'intervento dell'onorevole Borghezio al gruppo al quale egli appartiene rimangono, in sede di discussione sulle linee generali, due minuti di tempo.
È iscritto a parlare l'onorevole Di Bisceglie. Ne ha facoltà.

ANTONIO DI BISCEGLIE. Signor Presidente, ministro, onorevoli colleghi, credo che si debba innanzitutto esprimere soddisfazione per il fatto che riprendiamo a discutere in quest'aula del disegno di legge sull'immigrazione e perché ciò è stato possibile. Una dannosa interruzione della legislatura avrebbe altrimenti impedito di addivenire ad una legge europea, moderna e civile quale è quella per la quale ci battiamo e ci confrontiamo (Commenti del deputato Roscia). Voglio sottolineare questo dato perché mi sembra un elemento importante. Nel dire ciò invito in questa


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discussione, ma anche nel confronto che mi auguro si svilupperà in aula, a sgombrare il campo da discorsi in qualche modo ideologici e propagandistici, che non fanno i conti con gli elementi concreti della realtà; quegli elementi concreti che affondano anche nella conoscenza della storia. Lo dico perché non mi pare che oggi si possa parlare, così come spesso viene fatto a sproposito quando parliamo di questo argomento, di emergenza.

DANIELE ROSCIA. Nooo!

ANTONIO DI BISCEGLIE. Siamo in presenza di un fenomeno rilevante e che per molti versi presenta aspetti preoccupanti, ma non certo di un'emergenza.
Si tratta, d'altra parte, di un fenomeno inevitabile, perché nella storia dell'umanità le immigrazioni dei popoli hanno rappresentato uno degli elementi portanti. Come ricordava il relatore, tutti i popoli nascono nomadi e tutti i popoli si muovono alla ricerca del cibo e del lavoro.
Ecco allora perché il punto vero è come governare questo fenomeno. Ebbene, a me pare che il modo con cui il disegno di legge del Governo risponde al problema sia corretto, ovvero non erigendo mura, né eliminando frontiere; si tratta invece di affrontarlo alla luce della possibilità per il nostro paese di verificare la sostenibilità dell'accoglienza accanto al rigore ed alla fermezza nella sua attuazione.
Ecco perché a me pare dunque che, di fronte a questo fenomeno, la legge risponda alle necessità, una legge che non fa altro che riflettere, nel momento in cui si è sviluppata nel suo impianto l'esperienza precedente, il quadro europeo di riferimento, la prospettiva dell'evoluzione della società italiana, le esigenze del mercato del lavoro, quello che è già, ovvero la stessa entrata del nostro paese nel sistema di Schengen.
Mi pare anche, dunque, che si addivenga ad un equilibrio tra rigore ed integrazione, tra legalità e regolazione: un rigore fatto di diritti e di doveri; un'integrazione che coniuga il diritto alla sicurezza dei cittadini con le esigenze del mercato del lavoro, facendo in modo che vi sia una convenienza della legalità anche attraverso il riconoscimento di diritti civili, quali quelli relativi alla sanità, all'alloggio, ad un lavoro regolare e al ricongiungimento familiare.
Ecco perché pensiamo che si debbano combattere meglio e di più le associazioni mafiose, la criminalità organizzata che cerca di lucrare sulla disgrazia di tanti e tanti, su chi ha bisogno di cibo e di lavoro, comunque tenendo conto del fatto che chi, in realtà, è in grado di emigrare è in possesso - a differenza di altri che non hanno neanche ciò - di elementi di conoscenza e di informazione.
Dicevo che il disegno di legge si muove lungo un crinale di equilibrio e che ha un impianto che fa leva sulla possibilità di coniugare rigore ed integrazione. Penso anche che la discussione ed il confronto che vi sono stati in Commissione - voglio sottolineare quanto veniva ricordato dal presidente della Commissione e cioè che in tale dibattito tutte le parti politiche hanno dimostrato di dover davvero dialogare con uno spirito positivo e costruttivo - abbiano dimostrato che ormai i tempi sono maturi perché il confronto in aula possa arrivare ad una conclusione che ci auguriamo positiva e che passi attraverso un confronto cogente e trasparente, senza tentativi di dilazione o sotterfugi, su un tema tanto rilevante, per produrre una legge nuova, posto che tutti i gruppi qui presenti ne hanno dichiarato l'esigenza.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE PIERLUIGI PETRINI (ore 15,55)

ANTONIO DI BISCEGLIE. Occorre una normativa capace di rispondere meglio al fenomeno che è sotto i nostri occhi.
Credo che la stessa vicenda dell'articolo 38, relativo al diritto di voto, abbia messo in evidenza come in itinere si siano approfonditi temi importanti, ma non tanto quanto quello del voto. In ogni caso mi sembra che riguardo ad esso la soluzione


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cui si è addivenuti metta in evidenza che è certamente meglio favorire l'affermazione di un diritto ed il suo esercizio, piuttosto che evocarne uno non esercitabile.
Mi pare dunque che si sia compiuta una scelta che permetterà di conseguire nei tempi opportuni tale risultato.
Detto questo, credo che oggi non avrebbe davvero alcun senso non passare all'esame degli articoli. Abbiamo bisogno, invece, di valutarli celermente. Vorrei permettermi di fare una segnalazione ai deputati del gruppo di alleanza nazionale, che in qualche modo hanno cercato di dilazionare il dibattito, di guadagnar tempo, di rinviare, avvalendosi degli strumenti regolamentari.
Noi siamo interessati, ovviamente, ad un confronto anche in quest'aula, perché pensiamo di non essere né sordi né chiusi, ma pronti a confrontarci su aspetti del disegno di legge che possono essere ancor più migliorati, mantenendo però sempre fermo l'obiettivo di rigore e di integrazione, di legalità e di diritto alla sicurezza da coniugare con le esigenze dell'accoglienza. Credo che, se opereremo in tal senso, potremo davvero raggiungere l'obiettivo di varare una legge civile, moderna, europea, una legge che corrisponda allo spirito di solidarietà delle nostre popolazioni ma anche alle esigenze di sicurezza delle stesse, che riesca a coniugare il rispetto della persona umana con la capacità di dare alla stessa una prospettiva davvero perseguibile.
È con questo spirito, signor Presidente, che oggi riterremmo una iattura non passare all'esame degli articoli del disegno di legge in esame. Credo peraltro che si possa essere disponibili al dialogo e al confronto, ma anche fermi nel voler raggiungere l'obiettivo di una normativa moderna, europea, che tranquillizzi le nostre popolazioni e nel contempo sia elemento di speranza per gli immigrati (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo e dei popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Moroni. Ne ha facoltà.

ROSANNA MORONI. Presidente, colleghi, l'argomento in discussione è sembrato troppo spesso una disputa tra buoni e cattivi, come se il tema potesse ridursi ad una questione di sensibilità personale, anziché assumere quel significato squisitamente politico che è ineludibile ogni qualvolta si tratti di diritti. Noi non siamo chiamati a discutere di bontà o di generosità; è più corretto lasciare ad ambiti propri motivazioni riconducibili ad un concetto di carità più che al riconoscimento e all'affermazione di pari diritti, non soggetti, come tali, a concessioni più o meno generose, e cercare di acquisire un quadro completo di una materia che rischierebbe, altrimenti, di divenire solo terreno di scontro tra diverse collocazioni culturali.
Il relatore ricordava in un intervento svolto qualche giorno fa che nel paese non c'è comprensione. È vero, ci sono ambiti nei quali è presente notevole consapevolezza delle cause e della portata del fenomeno migratorio, ma esiste anche una diffusa condizione di ignoranza, accompagnata da chiusura e preoccupazione. Questa situazione aggrava e rende talora incontrollabili le spinte xenofobe, già poco plausibili come reazione istintiva, addirittura intollerabili se conseguenti ad un approccio razionale. Se infatti è comprensibile che un italiano disoccupato e senza casa possa temere la concorrenza di chi si trova in analoghe condizioni, non lo è altrettanto che un ceto politico emancipato, liberale e democratico reagisca in modo impulsivo ed incontrollato.
Personalmente non amo le facili distinzioni tra «buonisti» e «cattivisti», come con cacofonico neologismo ama dire più di un collega. In politica non si tratta di essere buoni o cattivi, semmai seri o meno seri. Si tratta invece di affrontare una discussione acquisendo tutti i possibili elementi di conoscenza e, su questa base, di decidere tenendo ben presenti e ben fermi alcuni principi di riferimento, imprescindibili elementi di giustizia e imparzialità.


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Invece, troppo spesso singoli uomini politici e partiti di riferimento (penso in particolare ad alleanza nazionale e alla lega; al collega Serra vorrei dire che non bastano le parole tolleranti, se non lo sono le scelte politiche concrete) assumono posizioni che niente hanno a che vedere con l'obiettività, ma che rispondono piuttosto al desiderio di mietere facili consensi. E niente è più facile che aderire alla preoccupazione e all'incertezza conseguenti a condizioni di precarietà presenti in larghe fasce della popolazione, indicando un capro espiatorio, possibilmente inerme. Collocare responsabilità diffuse in capo ad un unico soggetto poco familiare e perciò più facilmente sentito come diverso e ostile è uno sport molto praticato, perché porta a grandi risultati con poca fatica.
È anche meno problematico esorcizzare le paure eludendo riflessioni sulla complessità e sulla strutturalità dell'immigrazione, sull'inadeguatezza e sull'impreparazione del nostro modello sociale e culturale, e puntare il dito alla ricerca di una vittima sacrificale.
È un atteggiamento riduttivo e deresponsabilizzante, ma è anche consolatorio ed autoassolutorio: non siamo noi razzisti, sono loro ad avere comportamenti asociali o illegali che li autoescludono dalla nostra società aperta e tollerante. In questa sede credo che non possiamo operare facili rimozioni; dobbiamo anzi porci dinanzi ad una tematica così articolata e complessa valutando alcune necessarie premesse.
Il movimento migratorio che interessa vaste aree del pianeta non è temporaneo, è un fatto incontestabile. Finché le risorse del pianeta saranno ripartite in modo così ingiusto e diseguale da determinare un divario profondo come quello esistente fra paesi ricchi e paesi poveri non vi saranno frontiere in grado di arrestare chi afferma il proprio diritto alla sopravvivenza e non è tollerabile l'ipocrita riproposizione di politica di cooperazione come panacea quando è noto a tutti che non c'è stata e non c'è una decisa volontà politica in tal senso, quando sono note a tutti le miserrime cifre destinate dai Governi occidentali, compreso il nostro, agli aiuti ai paesi sottosviluppati. Si tratta di percentuali molto inferiori all'1 per cento del PIL, risorse la cui destinazione è stata spesso incerta e comunque sicuramente insufficienti a compensare la continua, organica rapina operata da nazioni economicamente forti a danno delle ricchezze di quei paesi. Paesi che vivono delle rimesse dei propri emigranti, superiori anche di tre volte (sono dati della Banca mondiale) agli aiuti allo sviluppo. Evidentemente quanto ricordava il relatore Maselli a proposito di un'Italia salvata più volte dalla crisi economica grazie alle risorse dei suoi emigranti è un fenomeno che si ripete ancora oggi.
Un'altra tesi avvalorata con insistenza e continuità è quella secondo cui l'Italia sarebbe un paese invaso. È un falso macroscopico che giova unicamente a generare i germi della paura e del rifiuto del forestiero. Nel nostro paese è presente circa un milione di stranieri, includendo le presenze legali e considerando che l'area di irregolarità oscilla tra 150 e 200 mila unità. Dati statistici di varia fonte dicono che la percentuale (1,7 in totale, 1,4 di extracomunitari sulla popolazione residente) è di gran lunga inferiore ad una media europea, superiore al 4 per cento. In alcuni paesi dell'Unione le presenze arrivano all'8,6, al 18 ed anche al 38,7 per cento, per citare il dato estremo del Lussemburgo. Sono cifre ampiamente sostenibili per il territorio italiano, un territorio la cui gente ha alle spalle spostamenti di massa che hanno portato decine di milioni di italiani a tutte le latitudini; italiani che erano ritenuti miseri, ignoranti, analfabeti, rissosi e facilmente delinquenti: esattamente come gli attuali immigrati.
L'unica risposta che troppi sanno proporre è la chiusura delle frontiere, trascurando il fatto non irrilevante che non c'è muro, barriera, ostacolo che dir si voglia in grado di fermare chi sfugge alla fame, alla guerra, alla disperazione. Accogliere queste persone non è semplicemente un gesto di umana solidarietà o di

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riconoscimento di diritti enunciati in varie leggi nazionali e sovranazionali; è anche e soprattutto una scelta di consapevolezza e di realismo, quel sano realismo tanto raccomandatoci da una destra che lo scambia per licenza di ignorare i diritti inviolabili dell'uomo sanciti dall'articolo 2 della nostra Costituzione.
La realtà è quella che vede popoli obbligati a spostarsi per ordinari ma basilari motivi di sopravvivenza, motivi più forti, più importanti, più coercitivi di qualsiasi legislazione repressiva. Per questo la risposta «non facciamoli entrare» appare tanto più ottusa, perché non solo denota iniquità, ma anche inefficacia, dimostrata da un fatto che alcuni dimenticano o fingono di dimenticare: le nostre frontiere sono già chiuse, almeno da un punto di vista normativo, ma questa chiusura non diminuisce gli ingressi nel nostro paese, comporta soltanto che essi avvengano clandestinamente e quindi senza alcuna possibilità di controllo e di governo.
Esiste un altro luogo comune, non meno subdolo e strisciante ed è l'equazione immigrati-criminalità. Chi asserisce - compresi alcuni colleghi non giustificabili per carenza di strumenti culturali - che il tasso di delinquenza è più elevato tra gli stranieri porta come prova il maggior numero di detenuti. Ma se si adottano metodi di analisi corretti e si usano giusti parametri di riferimento operando i raffronti tra fasce di età coincidenti ed analoghe condizioni socio-economiche si può agevolmente verificare che non ci sono differenze nella popolazione carceraria fra autoctoni ed immigrati. È intuibile che il disagio sociale, l'isolamento, la perdita di diritti inducono più facilmente a commettere illegalità, ma è anche vero che la detenzione diviene inevitabile quando non è possibile fruire di quelle misure alternative o sostitutive che sono accessibili solo agli italiani. Con questo non intendo certo sostenere l'equazione contraria a quella che voglio confutare. Non di meno, credo indispensabile una valutazione fondata su dati oggettivi e completi. Perciò, non intendo ignorare che gli stranieri sono spesso vittime di reati, che affitti esorbitanti, sfruttamento, paghe ridicole, licenziamenti ingiustificati sono la norma, che i clienti delle giovanissime prostitute che infestano i nostri lindi viali sono rispettabili, ma non altrettanto rispettosi, italiani.
Gli ingressi per lavoro sono in assoluto la parte più rilevante del fenomeno migratorio, ma la legislazione vigente in materia blocca di fatto i canali di accesso regolari e concorre inevitabilmente ad alimentare il bacino di irregolarità. Eppure, il nostro mercato del lavoro ha bisogno di questa manodopera. Esistono regioni e settori di attività in cui le prestazioni dei lavoratori immigrati hanno assunto un peso consistente. Sono dati autentici, confermati da pronunciamenti autorevoli e determinati da fattori come l'invecchiamento della popolazione, conseguente alla ridottissima crescita demografica, e l'indisponibilità di nostri concittadini a svolgere certi lavori.
Il lavoro c'è; per questo è tanto più esecrabile l'opera di chi fomenta una guerra tra poveri, indicando gli immigrati come ladri di lavoro. Semmai, responsabili di una possibile concorrenza sono certi datori di lavoro nostrani, che preferiscono assumere in nero moderni schiavi, esseri che si accontentano di paghe ridotte, che non chiedono la regolarizzazione dei contributi, che possono essere licenziati al bisogno, che non avanzano rivendicazioni sindacali, ma che anzi subiscono ogni tipo di prevaricazione perché minacciati dal ricatto della denuncia e dell'espulsione.
Chi alimenta la guerra tra diseredati dovrebbe onestamente riconoscere che della nostra disoccupazione e dei problemi connessi non sono responsabili gli immigrati, ma una crisi economico-sociale che interessa il nostro paese da anni e che si sta faticosamente cercando di superare, anche con il contributo degli immigrati. Infatti, i lavoratori stranieri, oltre a contribuire all'equilibrio del mercato del lavoro, producono ricchezza e recano indubbi benefici alla fiscalità statale e al sistema previdenziale. Finanziano l'economia

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italiana con la loro attività, pari al 2 per cento del reddito da lavoro complessivo. Visto che troppo spesso si parla di queste persone non come vittime ma come colpevoli di arbitri, aggiungo che il lavoro regolare degli immigrati produce contribuzioni di cui difficilmente usufruiranno in termini pensionistici, a meno che non chiedano la liquidazione quando lasciano l'Italia, cosa che pochi sanno e fanno e che comunque alleggerisce l'INPS della loro posizione. Inoltre, sulle paghe dei soli lavoratori dipendenti stranieri si applica dal 1986 una ritenuta supplementare dello 0,50 per cento: il fondo di rimpatrio, usato solo per poche decine di rimpatri, che da solo ha fruttato all'INPS oltre 150 miliardi, più di quanto lo Stato abbia stanziato per tutti i servizi sociali, culturali e di accoglienza destinati agli immigrati.
Queste considerazioni rafforzano le richieste delle associazioni operanti da anni nel settore, che ritengono l'ammissione per ricerca di lavoro l'unico modo realistico per eliminare la clandestinità. Se si vuole svolgere un ragionamento scevro di pregiudizi, si deve ammettere che l'unica soluzione al problema dell'illegalità è un soggiorno regolare, che consenta l'acquisizione di diritti, ma anche - e lo diciamo con convinzione - di doveri.
Causa prima degli episodi negativi che comprensibilmente destano preoccupazione è la clandestinità: è questa che produce emarginazione e comportamenti criminosi. Chi è inserito difficilmente si fa coinvolgere nell'illegalità. Ed è fin troppo facile additare l'immigrato come responsabile primario delle tensioni presenti in certe zone, dove gravi problematiche sono preesistenti e imputabili piuttosto alla cattiva qualità della vita, all'assenza di politiche sociali adeguate. I quartieri che assurgono alle cronache erano quartieri a rischio anche venti anni fa. Aveva ragione monsignor Di Liegro: gli immigrati più che una bomba sono stati un detonatore.
Perciò, trovo indegno il comportamento di quanti, per acquisire consensi dei nostri poveri, dei nostri disoccupati, degli abitanti dei nostri quartieri degradati, puntano facilmente il dito su altri poveri, su altre vittime incolpevoli, anziché rispondere alle difficoltà e alle comprensibili proteste di chi vive in zone disagiate, migliorandone il livello di vita e spiegando che la repressione non è una risposta efficace, che i livelli di convivenza accettabili sono garantiti solo da politiche di inserimento e di accoglienza, dall'emersione e dalla regolarizzazione, dallo scambio e dall'arricchimento culturale.
Anche l'immigrazione interna degli anni sessanta è stata considerata un'emergenza. A Torino e a Milano i cosiddetti «terroni» venivano respinti sui treni di provenienza.

ROBERTO GRUGNETTI. Ma quando! Che cosa stai dicendo!

ROSANNA MORONI. Anche allora l'inserimento ha fatto avanzare i livelli di civiltà.
Su questi temi dobbiamo fare scelte limpide, eque e rispettose del buon senso e dell'intelligenza dei cittadini, senza subire gli umori peggiori, la logica del consenso facile e della campagna elettorale perenne, senza legiferare per rassicurare le paure degli intolleranti. Abdicare ai principi, tentennare per paura delle reazioni non risolve ed è anche politicamente poco lungimirante.
L'intolleranza si nutre delle incertezze della sinistra, che rafforzano e legittimano gli orizzonti culturali della destra. Perciò non bisogna cadere nella tentazione di dare risposte solo apparentemente forti, come possono essere le frontiere chiuse o le facili cacciate. Anche il numero eccessivo di decreti di espulsione, infatti, al di là delle modalità con cui vengono comminati e delle valutazioni di carattere etico-giuridico, ha dimostrato la loro iniquità. La percentuale italiana di espulsioni effettivamente applicate, infatti, non è inferiore a quella di altri paesi a legislazioni più repressive.
A coloro che anche in quest'aula hanno enfatizzato e strumentalizzato vere e proprie tragedie - mi riferisco ai fatti dolorosi della Maiella e della Puglia -


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rispondo che, se proprio vogliamo scendere su questo terreno, episodi come questi confermano semmai l'inutilità, se non l'errore, del decretare decine di migliaia di espulsioni ogni anno, se poi proprio il numero così elevato rende impossibile eseguire i provvedimenti (Commenti del deputato Grugnetti).
Rifondazione comunista non è contraria alle espulsioni, ma ritiene che debbano rappresentare un provvedimento di eccezionale gravità, non uno strumento che sopperisce alla mancanza di una politica di immigrazione. Usare espulsioni e respingimenti come strumenti ordinari di governo del fenomeno migratorio e non delle sue patologie significa andare incontro ad un fallimento sicuro. Solo limitando drasticamente la misura a pochi casi gravi e ben definiti, è possibile darle effettività, creando un rapporto accettabile tra espulsioni decretate ed espulsioni eseguite. In caso contrario, il meccanismo espulsivo è nei fatti inattuabile e l'inefficacia annulla anche l'effetto deterrente della sanzione. Inoltre l'espulsione deve avvenire nel rispetto del dettato costituzionale, salvaguardando quindi la presunzione di innocenza, il diritto alla difesa e ad un processo regolare.
In proposito, non posso evitare di chiedermi dove sia il garantismo invocato a gran voce dal Polo e se lo stesso valga solo per i Berlusconi, i Previti, i Dell'Utri.

PAOLO ARMAROLI. Ma va!

ROSANNA MORONI. È stata richiamata la Costituzione per negare il diritto di voto ai non cittadini. Siate tutti altrettanto solerti nell'osservanza degli articoli relativi ai diritti fondamentali dell'uomo; violare i principi degli articoli 2 e 3, ma anche 24, 25 e 27 della Costituzione pone un grande problema di civiltà, di involuzione del diritto, di arretramento culturale, a prescindere dal fenomeno migratorio. Ammettere la logica della discriminazione, della differenza degli individui di fronte alla legge, significa imboccare una strada di cui non si conosce fine. Oggi tocca agli immigrati, domani ad altri individui liberi. Per rifondazione comunista un'ottica del genere non trova giustificazione alcuna.
Per questo, insistiamo per migliorare ancora il testo licenziato dalla Commissione. In particolare, il ricorso deve sospendere fino alla conclusione dell'iter l'esecuzione dell'espulsione da parte del prefetto, altrimenti rischia di rimanere una mera affermazione di principio cui è negata effettività ed efficacia. Semmai, si può ricorrere a giudizi per direttissima. Deve essere il direttore di Migrantes, monsignor Petris, a ricordarlo agli insigni giuristi presenti in quest'aula; altrimenti, non capirei neppure l'istituzione dei centri di cui all'articolo 12, da affiancare alle normali misure di sorveglianza di pubblica sicurezza, centri che abbiamo accettato con difficoltà perché lesivi del diritto alla libertà personale, ma che trovano giustificazione se l'espulsione viene sospesa in pendenza di ricorso, quando i mezzi di controllo ordinario non bastano ad impedire possibili fughe.
Lo stesso ragionamento vale per il rilascio e la revoca della carta di soggiorno, subordinati all'assenza di rinvio a giudizio o di sentenza non definitiva, anche per reati non gravi.
La formulazione attuale è migliore di quella originaria e ne do volentieri atto al Governo; permane tuttavia una violazione del diritto ad essere considerati innocenti fino a sentenza definitiva, previsto dall'articolo 24 della nostra Carta costituente. Si tratta di un'inosservanza che interrompe un faticoso percorso di cittadinanza e colpisce persone regolarmente inserite nel nostro contesto sociale, restituendole a quella precarietà che spesso induce a preferire la condizione di clandestinità.
Un aspetto qualificante del disegno di legge governativo era rappresentato dalla previsione dell'elettorato attivo e passivo nelle elezioni amministrative. In proposito, il collega Maselli ha parlato di «ciliegina sulla torta». Il problema è che questa «ciliegina» rappresenta l'essenza stessa della democrazia, uno strumento decisivo di integrazione contro la marginalità sociale ed un riconoscimento dei


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diritti contro il razzismo. Cito volentieri il ministro Napolitano nell'affermare che l'esercizio del diritto di voto è un aspetto caratterizzante di quella partecipazione alla vita pubblica che è tra le condizioni di un'integrazione decisiva ai fini della pacifica convivenza civile: è espressione di cittadinanza, non solo un fatto simbolico, ma la certezza di essere parte integrante della comunità, di vedersi riconosciuti garanzie e diritti, di sentirsi meno stranieri.
Con il disegno di legge di modifica costituzionale il percorso diviene molto più accidentato ed incerto. È vero che l'argomento è controverso, ma lo era anche in febbraio. Le opinioni dei costituzionalisti sono diverse. Esiste il precedente del voto ai cittadini comunitari che, a rigore, rappresenta comunque una deroga all'articolo 40 della Costituzione. Si poteva ancora una volta scegliere l'interpretazione più estensiva. Perché optare per quella che prelude ad un iter impervio e ad un esito dubbio? Lo stralcio ha fatto cadere il già precario equilibrio tra rigore ed integrazione, voluto e dichiarato dal Governo: un equilibrio tra diritti riconosciuti da alcuni e diritti negati ad altri, che già ci trovava critici.
Si tratta infatti di chiarire se gli stranieri, in particolare extracomunitari, abbiano piena titolarità di diritti o se siano soltanto destinatari di magnanime, parziali concessioni. Non si spiega altrimenti la pronta reazione del Governo alle critiche sulla presunta incostituzionalità del voto amministrativo venute da destra e l'indifferenza ad analoghe preoccupazioni relative alle norme su espulsioni e respingimenti venute dal volontariato e da rifondazione comunista.
Il collega Maselli diceva del clima di collaborazione che ha caratterizzato i lavori in Commissione. In effetti il mio gruppo si è posto di fronte a questa materia, così come alle tante che affronta quotidianamente, senza posizioni pregiudiziali, con l'atteggiamento di chi sa che la politica è confronto di opzioni diverse, talora contrastanti, e che è necessaria la ricerca di una sintesi comune, di una mediazione alta.
Devo dire che leggere per la prima volta il testo del Governo, soprattutto se a confronto con il «testo Nespoli», è stato come respirare una boccata d'aria buona. Fin dal primo giudizio abbiamo apprezzato la scelta di organicità rispetto a precedenti Governi che hanno usato solo l'approccio dell'emergenza e dell'ordine pubblico. Abbiamo valorizzato l'apertura significativa, coraggiosa ed innovativa anche rispetto ad altri paesi, consistente nel riconoscimento dei diritti di cittadinanza, a prescindere dalla situazione giuridica dei soggetti interessati.
Le previsioni in materia di obbligo scolastico, l'assistenza sanitaria, il diritto alla casa, la tutela dei minori, il riconoscimento del lavoro autonomo, la lotta contro le discriminazioni e i ricongiungimenti familiari sono indubbiamente strumenti efficaci di integrazione. Ma abbiamo parlato di luci e di ombre, criticando un'ispirazione del provvedimento che ci pareva riconducibile ad una concezione per cui lo straniero è un soggetto da disciplinare, una potenziale minaccia da controllare soprattutto in relazione agli aspetti inerenti agli ingressi, alle uscite e alla stabilità del soggiorno; aspetti che ci sembravano oscurare e vanificare le parti più positive.
La faticosa ricerca di confrontarsi sui contenuti e di conciliare punti di vista diversi, di cui do atto al Governo e ai colleghi di maggioranza, in particolare al presidente Jervolino Russo e al relatore Maselli, ha permesso formulazioni migliori.
Ho accennato in precedenza all'introduzione di un permesso di soggiorno per la ricerca di lavoro; non si tratta di lasciare entrare chiunque e comunque, ma di garantire canali di ingresso legali, dimensionati in base alle esigenze del nostro mercato del lavoro e che consentano di percorrere una via regolare di immigrazione.
Le dichiarazioni di disponibilità del Governo sono importanti, forse il primo

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segnale a livello europeo in questa direzione; è un passo avanti fondamentale nella battaglia contro la clandestinità; una battaglia che possiamo vincere solo prevedendo canali d'ingresso regolari e consentendo percorsi di integrazione certi.
In questo senso è fondamentale la certezza dei diritti connessi con la titolarità del permesso e della carta di soggiorno, che consente la stabilizzazione e favorisce l'inserimento sociale. Per questo è necessario migliorare ulteriormente la modalità di revoca dei documenti di soggiorno per evitare una inevitabile condizione di instabilità, insicurezza, precarietà. Non è pensabile che uno straniero regolarmente presente sia soggetto, in ogni momento della propria vita, ad ingerenze come il controllo del reddito disponibile da parte degli organi di polizia, come fosse un sorvegliato speciale.
Noi riteniamo che i controlli di polizia non debbano colpire chi risiede legittimamente nel nostro paese ma essere rivolti contro i trafficanti di esseri umani, di carne viva e dolente, contro gli arricchimenti ai danni di uomini, donne e bambini portati nel nostro paese, ricattati e sfruttati. È qui che dobbiamo colpire senza esitazioni!
Tornando alle parti riguardanti l'integrazione, vorrei ricordare rapidamente alcune previsioni di grande rilevanza di cui desidero dare atto al Governo e in particolare al ministro Turco. Appaiono notevolmente positive le disposizioni che assicurano la piena tutela dell'unità della famiglia e dei minori. La disciplina dell'istruzione obbligatoria e dell'educazione interculturale rafforza l'effettività del diritto all'istruzione e lo estende a tutti i minori stranieri ancorché privi di permesso di soggiorno. Sono anche favorite iniziative per la valorizzazione della differenza linguistica e culturale ed iniziative per sostenere, in relazione agli stranieri adulti, l'alfabetizzazione, il conseguimento del titolo di studio della scuola dell'obbligo e del diploma di scuola secondaria, l'apprendimento della lingua italiana e la formazione professionale.
Le disposizioni che ampliano l'effettività dell'assistenza sanitaria e la garanzia delle cure urgenti ospedaliere ed ambulatoriali anche ai clandestini appaiono assai positive ai fini dell'attuazione dell'articolo 32 della Costituzione che prevede la tutela della salute come fondamentale diritto dell'individuo e (lo dico per chi non ci arriva da solo, come Borghezio) interesse della nostra collettività. A Borghezio ricordo altresì che gli immigrati arrivano in Italia sani e si ammalano per le condizioni di emarginazione in cui si trovano a vivere.

DOMENICO MASELLI, relatore. Brava!

ROSANNA MORONI. L'ampia disciplina dell'accesso all'alloggio e ai centri di accoglienza costituisce un'indubbia novità perché vengono disciplinati i centri di seconda accoglienza e viene consentito l'accesso degli stranieri regolarmente soggiornanti agli alloggi di edilizia pubblica.
Non vorrei, per il modo sintetico con cui affronto tali temi, dare l'impressione di giudicare irrilevanti le previsioni relative ai diritti di cittadinanza, perché le cose non stanno così. Queste parti rappresentano un segnale importante, un mutamento radicale e significativo, una scelta di civiltà, però questi segnali, queste scelte, non possono essere parziali, altrimenti risultano indeboliti.
Per tali ragioni al Governo, che ha dimostrato disponibilità ad un reale confronto di merito e volontà di introdurre miglioramenti in Commissione, chiedo di completare questo importante cambiamento di orizzonte, modificando quelle parti del provvedimento che rispondono a logiche diverse, comprensibili, forse, ma certo estranee alla cultura cattolica di sinistra. Ciò consentirebbe di giungere all'approvazione di una buona legge. La mia insistenza al riguardo non è dovuta ad un atteggiamento di chiusura ideologica, ma è il portato di quanto ho capito ed imparato, con umile consapevolezza, approfondendo tali tematiche con chi, da posizioni differenti, si occupa di questi temi da sempre, in concreto, quotidianamente.


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Rifondazione comunista non può che farsi interprete di questi punti di vista, che sono giusti ed al contempo realistici e rispondono perciò alle ragioni d'essere del nostro partito.
Questo disegno di legge può rappresentare una risposta importante alle incertezze presenti nel paese e può mitigare gli effetti devastanti di un pessimo uso dell'informazione fatto da quanti, pur di aumentare rendite ed ascolti o di rafforzare posizioni di destra, offrono in pasto a lettori e ad ascoltatori notizie ad effetto, interpretazioni esasperate, semplificazioni mistificanti di episodi riguardanti gli immigrati. Questi metodi, che denotano poca o nessuna etica professionale, avvalorano l'idea che gli stranieri sono spesso criminali, avvelenano un clima già difficile, esasperano le intolleranze, il rifiuto, la paura dell'altro, fino ad indurre a comportamenti che sfociano in tragedia come quella recente lungo le rive del Po.
Con questo disegno di legge decidiamo non solo la sorte degli immigrati, ma anche il modello di società cui aspiriamo. Auguro a tutti noi di riuscire a fare del nostro meglio (Applausi dei deputati dei gruppi di rifondazione comunista-progressisti, della sinistra democratica-l'Ulivo e dei popolari e democratici-l'Ulivo).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Gardiol. Ne ha facoltà.

GIORGIO GARDIOL. Signor Presidente, onorevoli colleghi, anche noi verdi consideriamo il disegno di legge in discussione un passo in avanti rispetto alla situazione esistente, perché perlomeno si pone un problema fondamentale, quello di dotare il paese di strumenti che gli consentano di svolgere una politica organica per quanto attiene all'immigrazione.
Vorremmo però prendere in considerazione il disegno di legge alla luce di alcuni principi fondamentali, che sono già stati ricordati da altri colleghi. Mi riferisco ai diritti di cittadinanza che vorremmo separare dai diritti di nazionalità. I diritti di cittadinanza consistono anche nella possibilità di avere una residenza, nel poter circolare liberamente nel paese, nell'avere diritto ad una protezione civile, ad una formazione, all'istruzione e all'unità familiare.
Considerati i termini in cui si sta svolgendo la discussione, chiedo alla Presidenza di autorizzare la pubblicazione di considerazioni integrative del mio intervento in calce al resoconto stenografico della seduta odierna ed invito il Governo a tenerlo comunque nella dovuta considerazione.

PRESIDENTE. Onorevole Gardiol, la Presidenza lo consente.
È iscritto a parlare l'onorevole Luciano Dussin, che ha a disposizione due minuti di tempo. Ne ha facoltà.

LUCIANO DUSSIN. Signor Presidente, il gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania è contrario a questo provvedimento. Considerato il poco tempo a mia disposizione, mi soffermerò sui punti che reputo più sbagliati del provvedimento.
Il primo è rappresentato dall'articolo che prevede che verranno garantiti i diritti fondamentali agli stranieri comunque presenti nel territorio italiano e che si trovano alle frontiere del nostro paese.
È davvero incredibile perché in questo modo tali diritti saranno garantiti anche agli ergastolani evasi da Stati stranieri e che in ogni modo siano giunti nel nostro paese o sostino in zone di frontiera.
Solo alcuni geni dell'Ulivo, colti da delirio collettivo, avrebbero potuto con queste norme sancire un nuovo principio in base al quale non ci sono più limiti al masochismo. Non riuscirei ad esprimere altrimenti quello che provo nel leggere questi articoli di legge.
Vi è un ulteriore aspetto da sottolineare: sarà rilasciato il permesso di ingresso anche a chi cerca lavoro in Italia e per iscriversi alle liste di collocamento. Viene disatteso così il principio dell'alloggio e del lavoro certo per ottenere il visto di ingresso. In questo modo potranno entrare in Italia tutti gli stranieri del mondo e sarà poi impossibile controllare


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quanti saranno e cosa faranno, con il rischio che si riverseranno ovviamente in Padania e nel resto dell'Europa.
E ancora: è previsto il rilascio dei permessi di ingresso per il ricongiungimento dei familiari degli stranieri fino al terzo grado di parentela. Con ciò si avvereranno le previsioni di Bossi quando prefigurava la presenza in Italia, entro breve tempo, di 13 milioni di extracomunitari. Verranno, con un altro articolo, rilasciati permessi di soggiorno anche per «turismo di culto». L'evidente effetto di questa norma sarà quello di permettere a milioni di integralisti islamici di entrare nei nostri territori per poi darsi alla clandestinità.
Concludo richiamando il quarto comma dell'articolo 1 con il quale si calpestano i principi di autonomia, imponendo alle regioni di applicare questa legge, che viene imposta come principio fondamentale, e disattendendo le autonomie locali, le uniche titolate a legiferare in modo autonomo in materia (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Simeone. Ne ha facoltà.

ALBERTO SIMEONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, il problema dell'immigrazione nella sua impostazione generale è stato affrontato dal Governo dell'Ulivo, come al solito, soltanto parzialmente e senza una visione corretta, anzi la demagogia, la superficialità storica e soprattutto una particolare convinzione di necessità danno vita ad una legge che, come la precedente legge Martelli, si dimostrerà nei fatti assolutamente inadeguata ed insufficiente.
Ho ascoltato in Commissione tanti discorsi assurdi sulla constatazione storica che tutti i popoli sono nomadi, discorsi finalizzati a giustificare il fenomeno dell'immigrazione, che invece è tipico di questa fine di millennio. È opportuno sottolineare che il problema dell'immigrazione è il risultato del fallimento della politica dei paesi industrializzati nei confronti dei paesi meno sviluppati, coinvolti in speculazioni affaristiche e certamente non educati e sostenuti nella crescita e nella ricerca della propria identità. È questo un male tipico del nostro tempo, che continua illusoriamente a non guardare la realtà. Se non vogliamo capire, però, cerchiamo almeno di adeguarci ad altri paesi occidentali che si sono dati delle regole per non consentire all'immigrazione effetti e risvolti rischiosi per la stessa convivenza civile e per la libertà dei popoli.
Certe affermazioni, in verità assai banali, sono spesso frutto di un solidarismo assolutamente ipocrita che cerca di giustificare, da una parte, l'immigrazione con l'affermazione che i popoli occidentali non vogliono più fare certi lavori, mentre gli immigrati sono assolutamente pronti a svolgere anche i lavori più umili.
Al di là della considerazione che è strano come il concetto di lavoro sia stato degradato dagli stessi che lo avevano invece fino a poco tempo addietro elevato a mito, è evidente ancora di più che ci troviamo di fronte ad un razzismo mascherato; e quindi, proprio per questo, ancora più spregevole! E atteggiandosi così, non si fa altro che produrre un danno agli stessi immigrati; e comunque un danno lo provochiamo di certo alla nostra stessa popolazione.
Né i discorsi sulla ineluttabilità della civiltà multietnica, sul complesso di colpa del colonialismo dei paesi occidentali o sulle responsabilità dei paesi ricchi verso i paesi poveri, cambiano la sostanza di un atteggiamento che è assolutamente sbagliato e furbesco, se non addirittura estremamente pericoloso per l'Italia e per gli italiani.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, non mi va di elencare i problemi di carattere sociale l'esistenza dei quali constatiamo tutti i giorni; né mi va di dare a questo discorso un'astrazione culturale, ma io ritengo a questo punto che sia assolutamente opportuno prendere in esame la legge che stiamo discutendo. Abbiamo avanzato alcune proposte per migliorare il disegno di legge, che meriterebbero


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una certa attenzione. Una di queste proposte concerne il fatto che noi non riusciamo, per esempio, a controllare i flussi dell'immigrazione e che sembriamo assolutamente alla mercé di chi vuole invaderci. Occorre, allora, investire anche in tecnologie che ci consentano di conoscere questi flussi immigratori. A tal fine, noi abbiamo proposto anche l'erogazione di 10 miliardi per dotare tutti gli uffici periferici del Ministero dell'interno di una rete telematica per il controllo dei flussi di immigrazione e dell'arrivo degli stranieri in Italia; questo deve avvenire però non in tempo virtuale, ma in tempo reale!
Potremmo allora affermare che bisogna conoscere perché, solo conoscendo, noi possiamo prevenire il fenomeno. Ed è soprattutto necessario essere presenti e non lasciare - come al solito - nel limbo delle buone intenzioni i vari decreti di espulsione, che somigliano sempre più a della carta straccia. Gli espulsi vanno seriamente accompagnati alle frontiere e quelli che giungono in Italia clandestinamente, senza far parte di un'accoglienza programmata e ben precisata, vanno considerati anch'essi alla pari di quelli che sono stati espulsi e debbono essere accompagnati alle frontiere, alla maniera, cioè, degli immigrati clandestini; ciò deve avvenire naturalmente anche se essi sono individuati lontano dalle frontiere e in tal caso noi dobbiamo considerarli in flagranza di reato. Ritengo, quindi, che anche quei soggetti che non rientrano in un'accoglienza programmata e che sono lontani dalle frontiere debbano essere espulsi senza mezzi termini.
Ma a monte di tutto ciò, occorrerebbe determinare le quote di immigrazione che il nostro sistema sociale può accettare senza grossi stravolgimenti. Al raggiungimento di tale obiettivo si può però pervenire solo dopo aver preso coscienza della realtà e dopo aver compreso effettivamente quale sia la capacità di accoglienza e di accettazione della nostra società, attraverso un'ampia valutazione che deve essere fatta dal Parlamento e non con decisioni di maggioranza, che vanno naturalmente ad impostare un discorso al quale non possono partecipare tutte le forze politiche, ma soltanto il Governo.

PRESIDENTE. Onorevole Simeone, la prego di concludere.

ALBERTO SIMEONE. Mi avvio rapidamente alla conclusione, signor Presidente.
Facciamo attenzione, onorevole Presidente: il problema immigrazione è non solo di estrema delicatezza, ma può scatenare anche reazioni e creare squilibri assolutamente impensabili ed imprevedibili. Non facciamo i superficiali e cerchiamo di approfondire il problema e soprattutto di ragionare e di farlo tutti assieme. Il disegno di legge del Governo non lo ha fatto: è solo una «toppa» che oltre tutto è assolutamente malposta. Allora, discutiamone senza pregiudizi e con assoluta serenità, avendo ben chiaro in testa che quella in esame è una legge largamente migliorabile. Variamo allora un provvedimento che sia veramente serio, dignitoso! Questo non solo per gli immigrati, ma anche per tutte le nostre genti.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Di Luca. Ne ha facoltà.

ALBERTO DI LUCA. Signor Presidente, signor ministro dell'interno, vorrei leggere alcune riflessioni, alcune considerazioni, scritte non da me, che partono dalla seguente premessa: «I clandestini sono persone che vivono in un paese illegalmente, senza titolo né per entrare né per restare. Dal che dovrebbe conseguire che non è soltanto diritto ma anche dovere di uno Stato impedire l'immigrazione clandestina (...) ed espellere chi risiede in un paese senza averne il diritto. Questo (...) è anche un dovere dello Stato. Se i cittadini sono tenuti a sottostare alle leggi del loro Stato, alla stessa stregua lo Stato li deve tutelare da persone che sfuggono alle leggi e che sono legalmente inesistenti».
L'autore delle considerazioni prosegue in questo modo: «I paesi seri sono rigidi


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nel rispedire subito a casa il clandestino intercettato in entrata; (...) in tutti i paesi seri, un illegale che esercita attività criminali (spaccio di droga, prostituzione e altre) viene effettivamente espulso. Ma l'Italia non riesce ad essere seria nemmeno a quest'ultimo effetto. Non soltanto acchiappa poco (...) in entrata, ma nemmeno riesce ad espellere chi acchiappa e chi è davvero indesiderabile». E ancora: «Ma il problema dell'immigrazione clandestina non è più eludibile (...). L'Unità si chiede: perché non ce li prendiamo questi albanesi? La risposta è ovvia: perché così apriremmo una falla non più colmabile. Si preannunzia già l'arrivo di 50 mila curdi, attratti dalla notizia che in Italia lo sbarco è facile».
Inoltre l'autore sostiene che: «l'assenza di un'efficace politica di contenimento e di controllo degli extracomunitari rischia di creare, e sta già creando, reazioni di rigetto. L'Italia non ha mai avuto problemi razziali. Ma a forza di dare gratuitamente e stoltamente del razzista a chi non sposa il terzomondismo, finirà che il razzismo attecchirà anche in Italia». Nelle note che sto leggendo si afferma anche che: «...un paese che si apre all'immigrazione senza aprire il proprio mercato del lavoro è un paese dissennato. In Italia Rifondazione comunista, verdi e catto-sinistri predicano un accesso liberalizzato e si oppongono alle espulsioni, ma poi difendono a oltranza un mercato del lavoro congelato dai sindacati e dagli uffici di collocamento. In tal modo, come ha ben osservato Sergio Romano, creiamo il clandestino per legge».
Queste considerazioni - ripeto, non mie - che continuo a leggere, così proseguono: «In attesa di riflettere meglio sul voto, il problema pregiudiziale è se ci decidiamo a diventare seri sul controllo dell'immigrazione. Finora non lo siamo stati». Inoltre: «Resta poi da affrontare il problema di fondo, che è il problema dell'identità e dell'identificazione degli immigrati, molti dei quali entrano con nomi e permessi falsi e rientrano, quando espulsi, con un nuovo nome. Un magistrato milanese, Licia Scagliarini, ha avuto l'ardire di suggerire l'identificazione con impronte digitali. Apriti cielo! C'è chi solleva dubbi di costituzionalità, l'immancabile verde grida alla violazione di elementari diritti individuali; l'immancabile sacerdote lamenta che così si stigmatizzerebbe l'immigrato con una sorta di marchio. Eppure sul permesso di residenza più ambito al mondo, la carta verde degli Stati Uniti, si trova proprio un'impronta digitale del suo portatore. Possibile che decine di milioni di imbecilli» - si chiede l'autore - «non abbiano avvertito l'offesa, che siano contentissimi di lasciarsi marchiare? E perché mai al cittadino italiano nato in Italia si impone di essere identificabile (...), mentre al non-cittadino si vuole consentire di pascolare in Italia il più clandestinamente possibile?».
Queste note che vi ho letto non sono state scritte da un esponente del Polo, o da un giornalista di quei pochi mezzi di stampa che sono, se pur lontanamente, un po' meno lontani dal centro-destra. È un articolo apparso su L'Espresso, settimanale non certo vicino alle nostre posizioni, l'11 settembre, e l'autore è Giovanni Sartori. Mi chiedo: se Giovanni Sartori formula tali considerazioni, forse vuol dire che è veramente il momento di soffermarsi attentamente sulla questione e di convertire ciò che finora abbiamo considerato come il problema immigrazione in tema immigrazione. I contenuti sono ampi: solidarietà, sicurezza, necessità di rimanere in ambito Schengen a frontiere ormai aperte.
La posizione di forza Italia e del Polo è nota al ministro Napolitano ed a tutti: noi siamo per la solidarietà vera. Ed allora ancora una volta ripetiamo in quest'aula, devo dire piuttosto deserta, che cosa intendiamo noi per solidarietà vera. Noi riteniamo che qualsiasi extracomunitario possa tranquillamente entrare nel nostro paese, poniamo solo due condizioni, due richieste: che tale persona abbia un lavoro e che abbia una casa. Infatti, questo è l'unico modo per garantire innanzitutto a lui ma anche ai nostri concittadini che l'immigrato possa vivere

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una vita decorosa e soprattutto che non sia costretto a buttarsi nelle braccia della criminalità. Allora, ben vengano le quote, ma che tengano effettivamente conto delle persone che entrano nell'ambito di tale contesto, quindi con un lavoro.
Per quanto riguarda i ricongiungimenti, non abbiamo obiezioni. Teniamo però sempre conto del fatto che il ricongiungimento richiede un maggior onere per il capofamiglia. Allora, si verifichi realmente la sua disponibilità economica, se sia in grado di mantenere i suoi familiari. Ciò non è mancanza di solidarietà, semmai è la vera solidarietà perché - ripeto - non porta queste persone a dover delinquere.
Nella serie di proposte emendative presentate, l'emendamento 4.1 in sostanza è volto a chiedere al ministro del tesoro, di concerto con il ministro dell'interno e con quello del lavoro, di definire cosa significhi l'espressione «mezzi di sussistenza sufficienti». Deve essere il Governo, dovete essere voi ministri della Repubblica a stabilire quale sia l'importo minimo che, secondo voi, permette una vita sana, adeguata. Comunque sia, definiamo tale importo: volete che sia l'equivalente di un assegno sociale o di una pensione minima? Su tale questione siamo ampiamente disponibili. Tuttavia, nel momento in cui ci sentiamo dire - com'è accaduto in Commissione - che ciò non è possibile, ci viene il sospetto che in realtà si voglia lasciare spazio alla possibilità di fare entrare chiunque, mascherando tale ingresso dietro una concessione fatta da qualcuno che offre un posto di lavoro, ma che in realtà tale non è.
In riferimento a tale tema, proponiamo un altro emendamento: se vogliamo effettivamente rimanere nella logica secondo la quale l'immigrato, per poter vivere serenamente - e, perché no, anche noi tutti italiani - deve avere un lavoro, che quest'ultimo gli sia garantito con un contratto vero, formale, come quello che qualsiasi cittadino italiano che si presenti ad un'azienda dovrebbe avere, e non un generico impegno che il giorno dopo può essere stracciato.
Si tratta di un argomento al quale penso con particolare attenzione, poiché ricordo quando la presidente Jervolino in quest'aula affermò: «siamo molto sensibili come cattolici ai ricongiungimenti familiari». Torno a dire quanto accennavo in precedenza: occorre che abbiano un lavoro, che venga definito l'importo minimo che il Governo considera come reddito sufficiente e che la quota comprenda anche queste persone.
Un'altra questione alla quale siamo stati come Polo profondamente interessati - devo peraltro riconoscere che siamo parzialmente soddisfatti per l'esito che si è raggiunto - riguarda il voto. Vi sono dei legittimi dubbi di incostituzionalità e noi di forza Italia abbiamo chiesto a gran voce lo stralcio dell'articolo 38. Quando abbiamo iniziato il dibattito in Assemblea la presidente Jervolino disse nuovamente: «Coerenza del Polo sul tema del voto». Sicuramente porteremo avanti la nostra coerenza e, come abbiamo fatto dal primo giorno, chiederemo che questo voto possa essere attribuito a chi è effettivamente integrato nel nostro paese e stimiamo che il periodo considerabile a questo fine sia di cinque anni; chiederemo inoltre che vi sia una reciprocità con il paese di provenienza dello straniero ed anche un'uniformità in ambito europeo. Diciamo «no» a quell'emendamento all'articolo 7 che è assolutamente propagandistico ed oltre tutto sostanzialmente inutile.
Concludo richiamando un tema che forse è il vero ostacolo, il vero punto di differenziazione tra il Polo e la maggioranza, quello relativo alla clandestinità. Siamo profondamente convinti che differenziare i clandestini dai regolari sia l'unico modo per garantire gli extracomunitari regolari e - perché no - i nostri concittadini italiani. Differenziare i clandestini dai regolari vuole però essere anche un atto di umanità e di solidarietà perché, come ho accennato all'inizio, è l'unico modo vero per non spingere queste persone in una certa direzione perché disperate - poverette loro - sarebbero a

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questo punto costrette a gettarsi nelle braccia della criminalità (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Martinat. Ne ha facoltà.
Onorevole Martinat, al suo gruppo rimangono 12 minuti, ma le ricordo che è iscritto a parlare ancora l'onorevole Armaroli.

UGO MARTINAT. La ringrazio, Presidente. Cercherò di essere estremamente sintetico su un paio di punti, su cui interverrò anche perché avevo partecipato a suo tempo ad una lunga maratona di parecchie settimane in quest'aula quando si svolse la discussione sulla legge Martelli. Già allora, come forza politica, accusammo il Governo del tempo di inefficienza e di emanare una legge che poi ha dimostrato largamente le sue pecche. Oggi stiamo arrivando ad uno dei nodi fondamentali.
Non parlerò del problema dell'ingresso, ma di quello dell'espulsione, su cui svolgerò alcune considerazioni, signor ministro. In ordine al problema delle espulsioni nei confronti dei clandestini siamo parzialmente soddisfatti; le pongo però alcuni interrogativi.
Parlerò dei regolari (ignoro se i clandestini - chi indica le cifre non so come faccia a stabilirle - siano 100 mila, 500 mila, 10 mila od un milione; non mi interessa). In Italia esistono oltre un milione di cittadini extracomunitari la cui posizione è regolarmente sanata, ma per due o quattro anni. Di questi, secondo le statistiche del Ministero dell'intero, 112 mila hanno un lavoro regolare, dal che si desume che gli altri 900 mila non lo hanno. Il primo interrogativo è allora come vivano, onorevole ministro. Il regolare, non avendo un lavoro stabile, può diventare irregolare una volta scaduti i due anni. Come ci si regola allora nei confronti degli irregolari?
In Italia la prostituzione non è reato e quindi la si può esercitare liberamente. Se una colf diventa irregolare in quanto perde il lavoro e decide di non fare più il suo lavoro, ma il mestiere più antico del mondo, è da considerarsi una clandestina, un'irregolare od una povera sventurata che nei prossimi anni deciderà di fare nella sua vita non più la colf, ma un'altra cosa?
Come consideriamo il 96 per cento di coloro che commettono scippi o furti e non vengono presi e continuano a commetterli senza finire nelle patrie galere e, quindi, non vengono espulsi? L'interrogativo serio che sollevo è quello di come porsi nei confronti di coloro che sono formalmente regolari, che si trovano regolarmente in Italia, ma non hanno un lavoro stabile.
Se hanno un lavoro in nero, allora occorre studiare un meccanismo per farlo emergere: denunciare, condannando o assolvendo, il datore di lavoro, purché il lavoro diventi stabile e regolare a tutti gli effetti.
Se non si opera in questo modo, tali immigrati rientreranno non nella massa dei clandestini, quanto piuttosto in quella di coloro che in Italia commettono reati ed hanno la fortuna di non incappare nelle maglie della giustizia.
Clandestini regolari o irregolari: secondo noi il primo problema è che chi entra in Italia come ospite per lavorare - è la questione degli ingressi - deve innanzitutto conoscere i propri doveri. Poi gli verranno riconosciuti anche i diritti.
Dobbiamo dunque cercare di studiare una politica per disciplinare l'ingresso ma, soprattutto, dobbiamo trovare il modo di aiutare gli extracomunitari nei loro paesi. Il collega che mi ha preceduto parlava di minimo vitale: cosa si intende con tale espressione? Il milione e 200 mila lire mensili al di sotto dei quali in Italia vi è lo stato di povertà, oppure i 60 dollari che costituiscono lo stipendio base di un operaio in Tunisia? Quale dei due dovremo considerare per individuare il minimo vitale? È giusto e doveroso che ciò venga segnalato, altrimenti, in mancanza di precise indicazioni, la scelta verrà lasciata al buon cuore dei diretti interessati.


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Parlando di buon cuore, riteniamo inaccettabile il discorso dei garanti. Se un'azienda assume un immigrato, è giusto che questo venga in Italia; se una persona fisica garantisce con i propri mezzi l'ingresso di un immigrato, è giusto che egli venga in Italia, ma se i garanti sono società o enti morali che possono garantire per una o mille persone, occorre stabilire un limite. La Caritas può garantire per una, mille o 10 mila persone? E allora chi le manterrà una volta entrate in Italia con la garanzia della Caritas?
Signor ministro, questi sono gli interrogativi che poniamo sulle tematiche al nostro esame e che sono assolutamente importanti per l'oggi e, soprattutto, per l'avvenire.
Riteniamo che l'Italia potrà ancora accogliere immigrati quando si sarà liberata di quella schiuma oggi presente sul nostro territorio, che è rappresentata dalle centinaia di migliaia di delinquenti che sono entrati nel nostro paese. Quando dico centinaia di migliaia di delinquenti, non parlo a caso, perché dalle sue statistiche emerge che solo l'anno scorso quasi 60 mila extracomunitari sono entrati ed usciti dalle patrie galere. Di questi solo 5 mila hanno abbandonato il suolo patrio con il foglio di via.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Frattini. Ne ha facoltà.

FRANCO FRATTINI. Presidente, colleghi, forza Italia non nega, anzi riconosce l'alto valore dei principi di accoglienza e di integrazione sociale degli immigrati extracomunitari che secondo le regole del nostro diritto entrano, lavorano ed abitano onestamente in Italia. Noi non dimentichiamo le generazioni di coloro che, anch'essi emigranti, andarono oltreoceano a cercare fortuna, alcuni trovandola e altri non trovandola. Alcuni sono tornati in Italia e ritornano i loro figli, imprenditori, star dello spettacolo, magari ambasciatori; altri, però, cercarono fortuna con il crimine e in quei paesi sono stati giustamente perseguiti, puniti, espulsi.
Noi non dimentichiamo che oggi, in Italia, la sicurezza quotidiana dei cittadini di fronte alla microcriminalità è una questione sentita sulla pelle della gente comune. Chi esce di casa sapendo che può essere vittima di una rapina, dell'assalto di un tossicodipendente, di una violenza, tocca direttamente il rischio del contatto tra la gente perbene e il crimine. A questi cittadini non possiamo raccontare che è inevitabile, in nome dell'accoglienza e della convivenza, tollerare la perdita di controllo delle nostre coste, la scomparsa di migliaia di immigrati dalle tracce della polizia dopo il loro ingresso in Italia o dopo la vana notifica del decreto di espulsione, il rientro illegale di migliaia di immigrati espulsi ed invano rimpatriati. I cittadini non vogliono l'illegalità tollerata, non ammettono che ad uno straniero si conceda ciò che è negato ai concittadini.
In altri termini, noi crediamo che la convivenza sia frutto di un incontro multiculturale nella parità di condizioni e che non possa essere imposta dall'alto ai cittadini con leggi che rischiano di essere poco equilibrate. Noi siamo tra coloro che respingono con forza il razzismo e la xenofobia; siamo però a fianco dei cittadini che spesso hanno paura e delle forze di polizia che per strada rischiano la vita, talora senza disporre degli strumenti necessari per dare effettività alle regole del diritto.
Comprenda allora il Governo che le forze dell'ordine non possono subire ogni giorno l'oltraggio e l'umiliazione di chi illegalmente sventola sul loro volto una carta d'identità o un decreto di espulsione stracciati come garanzia per la permanenza sul territorio italiano. Comprenda allora il Governo che sarà un inganno per gli extracomunitari o una beffa per i cittadini la promessa, contenuta nel disegno di legge, di alloggi, centri di accoglienza, scuole e servizi per gli immigrati a carico degli enti locali. Si pensa addirittura all'introduzione della norma che prevede la costituzione di tali centri presso gli uffici doganali: si ha la vaga idea del suo impatto applicativo e organizzativo sugli uffici periferici della pubblica amministrazione?


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Allora, o tutto questo non verrà dato, e noi non vogliamo mettere la firma su un inganno alla buona fede dei più deboli, ovvero si darà agli immigrati quel complesso di servizi che i nostri concittadini, nelle periferie o nelle baraccopoli urbane, non hanno mai avuto. E noi non vogliamo contribuire a dare armi alla reazione violenta di stampo xenofobo della gente esasperata. Sarà interessante sapere come, a fronte di tali obblighi, si pensi, ad esempio, di far fronte agli oneri che graveranno inevitabilmente sui comuni.
Un diverso impianto avremmo voluto in questa legge. Primo: nessuna norma con proclami irrealizzabili di accoglienza, bensì regole certe per l'accesso ai servizi, a parità di condizioni per tutti. Secondo: ammissione controllata in Italia di chi entra, lavora e risiede nel rispetto della legge. Terzo: regole certe e rigorose per dare effettività ai respingimenti e alle espulsioni in caso di illegalità. Quarto: affermazione e previsione chiara dell'illiceità penale, con immediato respingimento a carico di chiunque rientri in Italia senza averne titolo, dopo essere stato legittimamente espulso. Quinto: programmi seri di cooperazione per favorire il reinserimento nei paesi di origine, con priorità assoluta rispetto ad ogni altra iniziativa di cooperazione sovranazionale.
Soltanto queste, a nostro avviso, sono le ricette per la vera accoglienza di chi è più debole. Soltanto questi, a nostro avviso, sarebbero gli antipodi per prevenire le violenze e le crudeltà di stampo razzista. Credo che toccherà all'Assemblea di questa Camera riprendere tematiche che in Commissione non sono state definite, nonostante il sereno confronto che si è svolto tra tutti i gruppi politici. Se non si riprendessero queste tematiche, sarebbe una grave occasione mancata per il Governo e per il Parlamento per riaffermare che lo Stato è accanto ai cittadini e agli stranieri perbene, ma che da noi non c'è posto per coloro che vengono da lontano a portare la paura nelle città.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Armaroli. Ne ha facoltà.

PAOLO ARMAROLI. Signor ministro dell'interno, lei è napoletano come era napoletano il grande Eduardo de Filippo, il quale annovera fra le sue commedie più famose Natale in casa Cupiello. Il padre chiede al ragazzo: «Ti piace questo presepe?» «No, papà, questo presepe non mi piace». Se lei mi domandasse, signor ministro, se questo presepe normativo mi piace, le risponderei come il figlio di Eduardo: «No, signor ministro, questo presepe non mi piace». Non mi piace, non per ragioni ideologiche, non per l'impianto filosofico del testo normativo, ma semplicemente perché i provvedimenti contenuti in questo disegno di legge non hanno, per così dire, né babbo né mamma.
Il testo originario del Governo non piaceva particolarmente a noi dell'opposizione di alleanza nazionale, ma tutto sommato ci appariva abbastanza equilibrato. Che cosa è successo, signor Presidente della Camera, in sede di Commissione affari costituzionali, ora degnamente rappresentata al banco del Comitato dei nove? È successo che minoranze intense nell'ambito della maggioranza parlamentare, e precisamente rifondazione comunista, verdi ed anche, qua e là, qualche popolare (ma soprattutto rifondazione comunista e verdi) D'altra parte abbiamo avuto un eccellente saggio da parte dell'onorevole Moroni, un deputato, una deputatessa, o meglio una deputata che stimo particolarmente, ma che oggi non ha pronunciato in quest'aula un discorso parlamentare bensì ha letto un sermone, una preghiera; si è comportata come un quacchero, come un pastore protestante e, anziché parlare in prosa, ci ha raccontato una bella poesia.
Onorevole Moroni, lei per caso aspira a diventare Alice nel paese delle meraviglie?

ROSANNA MORONI. Lo sono già, Armaroli!

PAOLO ARMAROLI. Grazie, onorevole Moroni, lo sospettavo, perché la visione del mondo e dell'Italia quale le appare - mi creda - è un sogno, che fra l'altro


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alberga anche fra questi banchi; tuttavia onorevole Moroni, si tratta di un'Italia che non c'è. L'Italia che c'è è molto più brutta di quella che lei ed io immaginiamo in questo momento: oggi come oggi abbiamo un'Italia invasa da clandestini.
Onorevole Moroni, per caso ha esaminato le tabelline e le percentuali dei rapporti fra clandestini e regolari e quelle relative al complesso degli immigrati presenti in Italia e negli altri paesi? Se non lo ha fatto, le ricorderò io alcuni dati: in Inghilterra, in Francia ed in Germania, cioè in paesi confinanti, abbiamo un fenomeno migratorio largamente superiore Non vorrei disturbare l'onorevole Moroni, che sta parlando con i colleghi del suo gruppo...

PRESIDENTE. Continui pure, onorevole Armaroli, poiché l'onorevole Moroni la sta ascoltando con attenzione.

PAOLO ARMAROLI. Dicevo che il rapporto tra clandestini e regolari è quasi del 50 per cento al 50 per cento (i clandestini sono leggermente al di sotto di tale percentuale). Lei, signor ministro Napolitano, in sede di Commissioni riunite affari costituzionali ed esteri di Camera e Senato ci ha dato i numeri - lo dico non in senso figurato ma in senso proprio - e questi numeri mi pare dimostrassero che il 40 per cento...

GIORGIO NAPOLITANO, Ministro dell'interno. Non ho dato nessun numero circa i clandestini perché sono tutte stime inattendibili!

PAOLO ARMAROLI. È vero, tuttavia ho citato - lei, che ha un'ottima memoria, signor ministro, lo ricorderà - una tabellina pubblicata dal Corriere della Sera che faceva scendere i clandestini a circa 700 mila, una cifra enorme. E allora, parlo alla deambulante onorevole Moroni È bello fare un po' di passeggiate ogni tanto, anche in questa bella aula...

PRESIDENTE. Onorevole Armaroli, parli al Presidente, grazie.

VASSILI CAMPATELLI. Non ha obbligo di ascolto!

PAOLO ARMAROLI. Dicevo che, piaccia o no al signor ministro, siamo in piena emergenza, perché un paese come l'Italia che ha - secondo stime, attendibili, non attendibili, non lo so - qualcosa come 700 mila o 800 mila clandestini non si può permettere di prevedere - come se questo fosse un paese normale, anziché un paese «paranormale» - tutte quelle garanzie nei confronti degli extracomunitari, che sono, che potranno essere giustificatissime quando avremo un paese normale, quando sarà svuotato il fenomeno della clandestinità.
Proprio per questo avevo presentato, a nome di alleanza nazionale, due questioni sospensive e il voto di questa Camera, un paio d'ore fa, le ha puramente e semplicemente respinte. Che cosa chiedevo? Chiedevo che si discutesse di questo provvedimento dopo che fosse esaurito quanto meno il fenomeno del «clandestinismo» albanese (cioè dopo il 30 novembre, secondo lo slittamento previsto dal Governo) e chiedevo inoltre chiarimenti al signor ministro e all'intero Governo per quanto riguarda il rapporto tra disegno di legge costituzionale e disegno di legge ordinaria. Io ricordo che il disegno di legge ordinaria qui in discussione contiene ancora due disposizioni relative alla partecipazione degli immigrati alla vita pubblica che - delle due l'una - o non vogliono dire assolutamente niente o sono in contrasto - mi dispiace di questo tormentone, signor ministro - con vari articoli della Costituzione, tanto è vero - e concludo, signor Presidente - che nella scorsa legislatura proprio autorevolissimi esponenti dell'Ulivo avevano presentato al riguardo una proposta di legge costituzionale.
Per queste ragioni, signor Presidente, noi siamo assolutamente contrari a questo provvedimento così com'è, anche perché è stato peggiorato dalla maggioranza.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Nan.Ne ha facoltà.


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ENRICO NAN. Anch'io voglio riprendere le considerazioni che ho sentito nella conclusione del collega Armaroli.
Credo che sia difficile adottare un provvedimento legislativo contro i principi europei, contro il paese e contro la Costituzione e ritengo che questo provvedimento abbia avuto invece la capacità di riassumere queste caratteristiche.
È un provvedimento, a mio modo di vedere, contro i principi dell'Europa. È di moda adesso parlare di Europa, nel momento in cui a breve avremo la moneta unica. Ricordo che tra pochi giorni, domenica prossima, anche per quanto riguarda l'Italia vi sarà l'abolizione dell'obbligo del documento di espatrio per l'ingresso negli altri paesi europei: quindi, non ci sarà assolutamente più un confine, non ci sarà più nessun tipo di controllo.
A questo proposito, il Trattato di Schengen prevedeva alcune condizioni molto precise: coniugava l'esigenza della libertà di circolazione con quella della sicurezza. Quindi, libertà all'interno dell'Europa e sicurezza all'esterno dell'Europa. Questo vuol dire che se da una parte i cittadini comunitari hanno la possibilità di girare liberamente tra i paesi membri, nel contempo i paesi europei hanno un dovere maggiore nel rispettare quei criteri di rigorosità nei controlli alle frontiere che non devono consentire l'ingresso di clandestini. Infatti, nel momento in cui un paese dell'Europa viola questi criteri, evidentemente il danno si estende a tutti.
Questo disegno di legge, in relazione al nostro paese, che ha notoriamente una costa molto difficile e difficili confini sotto l'aspetto del controllo, nulla prevede in ordine ad un maggior rigore in sede di controllo. Del resto, anche per quanto riguarda i flussi migratori, si limita a prevedere una delega in bianco affidata al Governo.
Credo che dobbiamo guardare anche ai paesi extracomunitari con una visione aperta. Il nostro deve essere un paese che deve dare possibilità a chiunque di entrare seriamente per svolgere la propria attività e per mettere su famiglia. Credo anche che la domanda interna nei settori dell'edilizia e dell'agricoltura possa essere soddisfatta da tanti cittadini extracomunitari; occorre tuttavia che vi sia una regolamentazione dei flussi, ai quali il provvedimento fa sì riferimento, salvo tacere sui dettagli.
Il rischio da evitare è che si affermino principi in contrasto con gli interessi interni. Negli ultimi anni abbiamo maturato moltissime esperienze ed abbiamo verificato come troppo spesso il vero problema, accanto a quello della carenza dei controlli alle frontiere, sia rappresentato dalla difficoltà di espellere i clandestini fermati. Il provvedimento è carente anche sotto questo profilo, perché non prevede un reato nei confronti di coloro che si introducono clandestinamente nel nostro paese. È vero che è prevista una sanzione per i favoreggiatori, ma diventa contraddittorio, signor ministro, che un fatto penalmente rilevante sia riferito a coloro i quali determinano l'ingresso clandestino e non a quelli che di fatto si introducono nel paese.
Nella mia proposta di legge in materia questo aspetto è disciplinato ed è previsto un distinguo tra l'attuale normativa ed una disciplina nuova indirizzata alla salvaguardia delle nostre coste e dei nostri confini, in generale alla tutela di quel Trattato di Schengen che prevede limiti di sicurezza sino ad oggi non introdotti e che il disegno di legge non prevede.
Il provvedimento in esame presenta aspetti di incostituzionalità, alcuni dei quali sono già stati rilevati da colleghi che mi hanno preceduto. Credo che uno degli aspetti più contraddittori, carenti e negativi del disegno di legge sia quello riferito all'individuazione dei centri di permanenza temporanea. In sostanza, di fronte alla difficoltà di fermare persone che non possono essere fermate, dal momento che non è previsto il reato di introduzione clandestina e, quindi, nemmeno la possibilità dell'emissione di un ordine di custodia cautelare, il legislatore ha pensato di istituire centri di permanenza temporanea nei quali accogliere le persone che saranno individuate, al fine di verificarne


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i dati anagrafici e, quindi, espellerle. Il problema è che, quando il clandestino viene fermato, non può essere espulso perché il paese di origine non lo accoglie fino a quando i documenti non risultano in ordine. Va comunque considerato che, per individuare esattamente i dati anagrafici del clandestino, sono necessarie ricerche digitali e fotografiche, tramite l'ambasciata, che comportano almeno 15-20 giorni. Al termine di questo periodo, siccome il clandestino non può essere coattivamente fermato, lo stesso non si trova più e, quindi, tutto il meccanismo di accertamento è vanificato.
Per superare l'ostacolo, la legge prevede questi centri di permanenza temporanea.
Presidente, signor ministro, credo che occorra fare una riflessione su questo punto perché in un paese come il nostro, dove addirittura viene messo in discussione l'ordine di custodia cautelare (mi riferisco al famoso articolo 7-bis della famosa legge Martelli, abrogato per incostituzionalità) è legittimo avere qualche preoccupazione - anche con questo articolo che è un ibrido tra un ordine di custodia cautelare, che tale non è, ed uno stato di libertà, che tale non è perché le persone debbono coattivamente restare ferme nell'ambito di una sorta di campo di concentramento - nell'andare ad approvare una norma che sarà resa inutile perché verrà dichiarata illegittima, una norma che comporterà dei costi assai elevati che ricadranno sulla collettività e che di fatto non servirà ad alcunché.
Prima di arrivare a votare questo provvedimento c'è dunque bisogno di un'ultima riflessione, perché ci troviamo di fronte alla prospettiva che resta tale e quale a quella odierna, non solo, ma con una situazione di legittimità per coloro che entrano e che hanno addirittura interesse a nascondere i propri documenti, e questo perché viene sancito ancora una volta che nessuno commetterebbe un fatto penalmente rilevante.
Non credo che questa sia una legge da prendere sottogamba, ma che rappresenti, in un momento importante come questo dell'Unione monetaria, uno degli appuntamenti più importanti e che in prospettiva può rappresentare un investimento assai sbagliato e con delle conseguenze assai gravi.
Nelle aule di giustizia sta scritto che la legge è uguale per tutti. Ebbene, in un momento in cui la legge finanziaria aggrava gli oneri a carico dei commercianti, degli artigiani, dei liberi professionisti e degli autonomi, andiamo a favorire ancora di più quello che è ormai un abusivismo sostanzialmente accettato. Basta andare nelle strade che stanno dietro alla Camera per constatare come sia di fatto accettata la vendita clandestina abusiva da parte di extracomunitari, mentre in questa stessa aula, tra breve, verranno approvate delle norme ancora più severe nei confronti dei lavoratori autonomi che, se si dimenticano di emettere lo scontrino, si ritrovano subito la Guardia di finanza nei propri negozi, con tutte le relative conseguenze fiscali.
Ebbene, credo veramente che questo provvedimento meriti una approfondita riflessione. Non è possibile che un paese come il nostro accetti che almeno 800 mila clandestini possano entrare indisturbati e restare nel nostro paese. Qui mi rivolgo a coloro che hanno parlato di solidarietà, di assistenza e che hanno richiamato anche interventi da parte della Chiesa. Ebbene, non credo che rappresenti un atto di solidarietà consentire a persone di vivere clandestinamente nel nostro paese, senza dar loro la possibilità di lavorare legittimamente ma solo quella di diventare la manovalanza della criminalità organizzata. A questo infatti sarebbero costretti! Nel momento in cui uno deve vivere, deve sfamarsi e guadagnare qualcosa ma non può lavorare in maniera legale, evidentemente sarà sfruttato dalla criminalità organizzata. Ecco perché è un errore a monte pensare di risolvere il problema colpendo i favoreggiatori di questi ingressi! Questi infatti ben difficilmente potranno essere colpiti perché sappiamo che stanno all'estero e perché utilizzano dei mezzi tali per cui diventa assai difficile colpirli.

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Se il provvedimento al nostro esame è il frutto di un ragionamento superficiale, bisogna porvi mano tenendo conto dell'esempio francese. Infatti, non si può richiamare il modello francese quando si parla di welfare e dimenticare i provvedimenti francesi quando questi sono molto più rigorosi di quelli adottati da noi.
Allora, o il provvedimento al nostro esame è superficiale oppure qualcuno in realtà si prefigge di perseguire altri obiettivi. Può darsi infatti che qualcuno voglia consentire l'ingresso ad un elevato numero di clandestini per trovare un unico sbocco alle situazioni che si verrebbero a creare: quello di varare un nuovo condono e di realizzare, attribuendo il diritto di voto a un milione di persone, un vero e proprio business politico, fatto da evitare in tutti i modi.
Ebbene, spero che non sia questo il significato della legge perché sarebbe molto grave (Applausi dei deputati del gruppo di forza Italia).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Masi. Ne ha facoltà.

DIEGO MASI. Signor Presidente, signor ministro, sono stati svolti molti ragionamenti sull'immigrazione, quindi cercherò di mantenere il mio, anche perché vedo molti colleghi che devono andare a casa ...

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, dovrebbe essere consentito all'onorevole Masi di parlare con tranquillità.

DIEGO MASI. Presidente, più verrò interrotto, più lungo sarà il mio discorso: questo è il punto.

PRESIDENTE. Ma lei ha solo cinque minuti, onorevole Masi.

DIEGO MASI. La ringrazio.
Reputo opportuno svolgere un ragionamento perché giustifica la linea politica che anche io ho tenuto sul disegno di legge presentato dal Governo, nonché sulla proposta di legge da me presentata; infatti, sono uno dei presentatori di una proposta di legge-quadro sull'immigrazione.
Ebbene, il mio ragionamento è il seguente ed è legato alla fenomenologia dell'immigrazione. C'è da chiedersi se questa fenomenologia possa essere interrotta, se vada contro gli interessi del paese o se sia un fenomeno che di fatto presenta delle gravi implicazioni per l'Italia.
Ebbene, a mio avviso, ma ad avviso anche di tutti coloro che lo hanno studiato, tale fenomeno è tendenziale ed inarrestabile, e questo mi pare il dato principale. Tendiamo infatti a diventare una società multirazziale. Se si considera che il mondo è diviso tra un 20 per cento, anche qualcosa di meno, che detiene l'80 per cento della ricchezza del pianeta ed una controparte, vale a dire l'80 per cento, che detiene il 20 per cento del ricchezza, è corretto pensare che questa parte, che sostanzialmente ha fame, cercherà di trasferirsi nei paesi più avanzati. L'Italia si trova ad un crocevia; è sempre stato così nei tempi e lo sarà sempre più in futuro.
Passando agli aspetti più specifici, c'è da domandarsi se l'immigrazione sia benefica per il nostro paese. La risposta a tale domanda, per me, è affermativa, perché l'immigrazione serve al paese in quanto i lavoratori extracomunitari svolgono quei lavori che di fatto gli italiani, anche se siamo in piena crisi di disoccupazione, non svolgono più. Inoltre, l'immigrazione serve perché il nostro paese ha bisogno di una manodopera ancora non qualificata, che di fatto occupa interi settori: dall'edilizia alla ristorazione, ai collaboratori domestici, all'assistenza agli anziani. Quest'ultimo è un punto di estrema attualità. A tale proposito porto un caso personale, dal momento che ho una madre anziana che sta male. Ebbene, ho potuto riscontrare che normalmente sono gli immigrati, che tra l'altro sono molto bravi, ad occuparsi delle persone che versano in tali condizioni. Questo è un dato certo, rispetto al quale non possiamo tirarci indietro e che non possiamo fare finta di non vedere. La realtà,


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dunque, è questa e andrà sempre più in tale direzione in futuro. Quindi l'immigrazione è benefica.
Vi è poi un fattore demografico. Sappiamo tutti che non facciamo figli. Modigliani - prendo le sue parole - si è posto il problema di chi pagherà le pensioni in futuro, e la sua risposta è stata che saranno gli immigrati. È un aspetto che è meno tendenziale, ma che ha ricadute molto concrete, soprattutto alla luce del dibattito che si sta svolgendo in questi giorni in merito al welfare State.
Vi è però una sottolineatura da fare. Vi è il rischio che, non essendovi consapevolezza su questo tema, nel paese si crei una spaccatura. Non dimentichiamo che oggi in Italia gli immigrati rappresentano l'1,9 per cento della popolazione, rispetto al 5-6 per cento della Francia e della Germania. Ciò significa che il nostro è un paese a basso tasso di immigrazione, ma se questa avviene in modo clandestino, come sta avvenendo, può creare (e in parte ha già creato) fenomeni di xenofobia che non sono propri della nostra tradizione.
Dobbiamo dunque trovare l'equilibrio tra i due aspetti del fenomeno: da un lato non possiamo contrastarlo, tanto più che ha effetti benefici; dall'altro esso rischia di far scoppiare nel nostro paese manifestazioni razziste. Al riguardo vi sono innumerevoli casi che non cito per brevità di tempo.
La linea che ho seguito nell'interpretare in Commissione la legge, nella proposta di legge di cui sono firmatario e negli emendamenti che ho presentato è stata quella della gradualità. Mi sono dichiarato contrario alla ipotesi di elettorato attivo per gli immigrati non perché temessi manovre politiche, complotti o altro, ma perché tale ipotesi non si muove nella linea della gradualità che ho indicato. Il voto avrebbe rappresentato la volontà di accelerare un processo integrativo che oggi non c'è ancora ma al quale arriveremo nel tempo, ne sono convinto. Al riguardo però occorre avere la sensibilità di graduare gli interventi in modo tale... Presidente, ho ancora tempo?

PRESIDENTE. No, è scaduto, ma le sto facendo recuperare il mezzo minuto dell'inizio.

DIEGO MASI. Allora termino immediatamente.
Sempre nell'ambito della linea che ho seguito nel predisporre i miei emendamenti, ne ho presentato uno, che mi riservo di ritirare, riferito al reato di ingresso clandestino, che non è previsto dal disegno di legge del Governo. Mi riservo di ritirarlo dopo aver verificato se quanto verrà deciso in materia di «respingimento» e di espulsione sarà in grado di frenare l'aspetto clandestino del fenomeno perché ritengo che in materia non si debba forzare troppo ma si debba approvare una norma che agli occhi dell'opinione pubblica appaia sufficientemente certa e forte.

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

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