XII COMMISSIONE
AFFARI SOCIALI

INDAGINE CONOSCITIVA
SUGLI ASPETTI SOCIALI E SANITARI DELLA PROSTITUZIONE


Seduta di giovedì 16 luglio 1998


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La seduta comincia alle 16.30.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che è stato richiesto che la pubblicità della seduta sia assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.
Se non vi sono obiezioni, rimane così stabilito.

(Così rimane stabilito).

Audizione del ministro per le pari opportunità, Anna Finocchiaro.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sugli aspetti sociali e sanitari della prostituzione, che prende oggi avvio, l'audizione del ministro per le pari opportunità, Anna Finocchiaro.
Ringrazio il ministro Finocchiaro per la sua presenza e credo che il suo ministero possa, nel prosieguo di questa indagine conoscitiva, mantenere un rapporto stretto con la Commissione e trovare nuove occasioni di confronto sul lavoro che è stato svolto negli ultimi due anni.
Questa è la seduta di avvio di un'indagine conoscitiva che è stata richiesta all'unanimità da tutti i gruppi presenti in Commissione proprio perché riteniamo tutti che sia maturato il momento per affrontare ed approfondire seriamente la discussione sul tema della prostituzione, con una serie di interlocutori sia istituzionali sia sociali, in modo da dare risposta ad un problema complesso, certamente non banalizzabile e che chiede al Parlamento una assunzione di responsabilità, dopo molti anni di silenzio sulla materia.
Do subito la parola al ministro Anna Finocchiaro. Poi, come sempre avviene nel corso delle audizioni, interverranno i colleghi e, da ultimo, riprenderà la parola il ministro per la replica.

ANNA FINOCCHIARO, Ministro per le pari opportunità. La prostituzione è situata all'incrocio tra sessualità, vecchi fantasmi sanitari ed emergenza AIDS. Fenomeno di grande disagio, crea ondate successive di allarme sociale, è per sua natura ambiguo e sfuggente e continua ormai da un secolo ad essere interpretato in modi opposti: come miseria e sfruttamento femminile, oppure come fenomeno da condannare radicalmente; come emarginazione oppure come reato in base al quale si richiede la punibilità delle prostitute.
La linea abolizionista e la linea regolamentarista, rivedute e continuamente intrecciate a proposte di depenalizzazione e legalizzazione (come peraltro si intuisce anche dalle proposte presentate al Parlamento italiano) si sono alternate senza definirsi, anche in altri paesi europei. Esemplare da questo punto di vista è l'ultima legge svedese che, se depenalizza il reato per le prostitute, può condannare il cliente fino ad un anno di carcere.
Il mio ufficio si è occupato soprattutto di violenza contro le donne e di donne immigrate. È in questo ambito che abbiamo incontrato il fenomeno delle donne trafficate a fini di sfruttamento sessuale.
Il 24 febbraio 1998 è stato istituito presso il dipartimento pari opportunità il


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comitato di coordinamento delle azioni di governo contro la tratta di donne e minori a fini di sfruttamento sessuale, che presiedo con il ministro Livia Turco, composto da membri designati dal mio ufficio, dal ministero per gli affari sociali e dai ministri di grazia e giustizia, interno ed esteri. Del comitato fanno parte anche esperti della direzione nazionale antimafia, dell'ISTAT e sono permanentemente invitate le associazioni più attive nel settore, tra cui Caritas, Gruppo Abele, USMI, Orlando, Parsec, On the road, IOM.
Il comitato ha lo scopo di analizzare il fenomeno della tratta, indicare i criteri per la raccolta di dati e la formazione di stime; rivedere la normativa interna allo scopo di adeguarla alle nuove esigenze emerse dall'evoluzione rapidissima del fenomeno della tratta; effettuare un monitoraggio e una valutazione dell'efficacia dei provvedimenti e delle azioni di contrasto al fenomeno. Spetta sempre alla struttura formulare proposte sia per l'attuazione delle «Linee guida europee per misure efficaci di prevenzione e lotta contro la tratta delle donne a scopo di sfruttamento sessuale» (dichiarazione ministeriale dell'Aja del 26 aprile 1997) che per gli altri atti internazionali sottoscritti dall'Italia, individuare gli indirizzi per l'emanazione di direttive destinate a tutti gli operatori del settore ed elaborare iniziative da assumere nelle relazioni internazionali, nelle sedi bilaterali e multilaterali.
Alcuni risultati sono stati già raggiunti. Lo scorso 8 maggio, il Presidente del Consiglio Romano Prodi e il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton hanno firmato un accordo bilaterale di cooperazione che vede impegnati i due paesi nella lotta alla tratta.
L'accordo è il risultato di un lavoro iniziato nel marzo di quest'anno quando una delegazione interministeriale coordinata dal mio ufficio si è incontrata a Washington con esponenti del dipartimento di Stato, del dipartimento di giustizia e dell'Interagency incaricata di coordinare l'azione dell'amministrazione Clinton sulle materie che riguardano le donne (President's council on women), dando vita ad un gruppo di lavoro bilaterale sul traffico di donne e minori, con la partecipazione della direzione distrettuale antimafia, che si è riunito per la prima volta a Roma il 14 aprile scorso.
A conclusione di quell'incontro le due delegazioni hanno indicato ai rispettivi governi le seguenti azioni, volte ad accrescere l'efficacia della lotta contro il traffico: tutelare i diritti delle vittime del traffico, lavorando su assistenza, protezione e integrazione sociale e studiando iniziative comuni, anche in cooperazione con i paesi di origine, per la formazione del personale di polizia e per la protezione dei familiari delle vittime; realizzare campagne di informazione nei paesi di provenienza delle donne vittime del traffico (questo è anche un obiettivo dell'Unione europea, che ha attivato in proposito due progetti, ad uno dei quali collabora il nostro Governo); realizzare, in collaborazione con la direzione nazionale antimafia, uno scambio periodico di dati e informazioni investigative, nel rispetto delle rispettive normative sulla segretezza delle indagini; realizzare una consultazione sulle iniziative da assumere nelle sedi multilaterali, in particolare ONU; realizzare una iniziativa Italia-Stati Uniti, in sede OCSE, centrata sugli aspetti sociali della lotta alla tratta.
Un secondo concreto risultato è stato raggiunto sempre in sede internazionale. Durante i lavori, ancora in corso, della conferenza plenipotenziaria per la istituzione della corte penale internazionale, è stato proposto di inserire tra i crimini contro l'umanità la definizione del delitto di riduzione in schiavitù, che comprende la tratta di donne e minori, anche a fini strettamente sessuali. Siamo inoltre impegnate, nell'ambito dei lavori preparatori per la convenzione sulla criminalità organizzata, all'idea di un protocollo addizionale sulla tratta.
L'esistenza del fenomeno della tratta è conseguenza della modificazioni avvenute nel mercato del sesso a pagamento, oltre che delle condizioni drammatiche dei paesi di origine delle donne coinvolte. Si


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modifica a sua volta la prostituzione e il suo mercato, soprattutto sulle strade. È così che viene invocata la riapertura delle case chiuse e la modifica della legge Merlin. Ma a questo riguardo vorrei riflettessimo sul fatto che quando nel 1958 fu abolita la prostituzione di Stato le «case chiuse» erano, in realtà, ormai «case vuote»; l'esercizio della prostituzione si era già spostato altrove, sia per iniziativa delle donne che non volevano più essere «patentate» quali prostitute di Stato, sia per esigenze dei clienti e del mercato, che avevano già trasformato gusti ed interessi.
Sul fenomeno del mercato commerciale del sesso, la prima evidente notazione non può che riguardare l'entità e le caratteristiche del fenomeno. È sicuramente negli ultimi anni, a detta degli osservatori più attenti, un fenomeno in crescita in Italia, in Europa e nel mondo.
Nel nostro paese il dato numerico cambia a seconda degli osservatori. Si oscilla dalle 50 mila alle 70 mila persone coinvolte. Secondo l'annuario ISTAT «Statistiche giuridiche e penali» il numero dei delitti e delle persone denunciate per istigazione, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, passa dai 285 reati e 327 persone coinvolte nel 1990, ai 737 reati e 967 persone coinvolte nel 1994. In pochi anni il fenomeno è triplicato.
Le regioni in testa alla graduatoria sono il Lazio e la Lombardia, mentre tra le nazioni straniere risultano ai primi posti quelle dell'est europeo, soprattutto ex Iugoslavia e Albania. In Africa spiccano i dati relativi alla Nigeria, Tunisia, Marocco.
Nell'insieme del fenomeno c'è un numero notevole di donne e uomini migranti che secondo alcune stime vanno dalle 15 mila alle 20 mila persone circa. Un segmento particolare riguarda le donne, spesso minorenni, trafficate in Italia: sono circa 2 mila costrette a prostituirsi con metodi violenti e ridotte in vera e propria schiavitù. Si tratta, tra l'altro, di un fenomeno in mano alla criminalità organizzata: pare che la tratta delle donne sia il terzo business della mafia dopo droga e armi, a livello mondiale: traffico di droga, traffico di armi, traffico di esseri umani. La prima distinzione da fare dunque è tra la prostituzione esercitata autonomamente e quella coatta (derivante da una riduzione di libertà operata mediante intimidazioni o violenza fino allo stato di riduzione in schiavitù); la seconda invece riguarda la differenza tra la prostituzione al chiuso e la prostituzione di strada.
Le «squillo», e la modificazione terminologica non è casuale, dotate di forte autonomia decisionale, sono le protagoniste della gestione «libera» del mercato rispetto ai rapporti con i clienti, alla prevenzione sanitaria e alla sicurezza da forme di aggressione. Dal punto di vista numerico sono difficilmente quantificabili, poco visibili socialmente e rispettose delle forme della convivenza civile.
La prostituzione di strada è sicuramente la categoria più tradizionale ma anche quella più esposta ai maltrattamenti e alle violenze. Mentre fino ad alcuni anni fa sembrava destinata ad assottigliarsi, se non fosse stato per il ricambio continuo delle ragazze tossicodipendenti, ha visto recentemente una dilatazione dovuta al fenomeno della immigrazione - e alla presenza di donne che provengono da altri paesi senza mezzi di sussistenza e in condizioni di difficoltà e di disagio sociale altissimi - che ha determinato un surplus di offerta e la conseguente caduta dei prezzi.
Gli studi e le rilevazioni in materia condotte dallo studio di ricerca sociologica Parsec (che ha elaborato una ricerca cofinanziata dal mio ufficio) sono sicuramente una delle fonti più rigorose e attestano un fenomeno di presenze tra le 18.800 e le 25 mila, variamente distribuite sul territorio nazionale.
Le presenze maggiori sembrano essere concentrate nel nord con cifre comprese tra le 8.800 e le 11.300 unità; seguite dal centro con 5.600-7 mila presenze e dal sud (comprensivo delle isole) con 5.100-6 mila presenze.
Le regioni con il numero più alto di ragazze straniere che si prostituiscono


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sono il Lazio e la Lombardia, rispettivamente con 4-5 mila e 3.500-4.500 unità stimate, in quanto regioni con alto tasso di immigrazione dovuto ad una maggiore attrazione insediativa, alle opportunità occupazionali nelle piccole imprese, nelle attività di servizio, alle opportunità di socializzazione. Le città di Roma e Milano appaiono quindi quelle con maggior presenza di prostitute, poco meno di un terzo del totale della prostituzione straniera presente in Italia (5 mila su 18.800 unità secondo la stima minima; 9.500 su 25 mila secondo la stima massima).
L'altra regione per grandezza del fenomeno è la Campania con 1.500-2 mila unità, buona parte a Napoli e nel suo entroterra (Baia Domizia, direttrice litorale nord, Caserta). L'Emilia Romagna e il Piemonte (1.200-1.800 unità) si collocano nell'ordine di grandezza medio con punte significative nelle città maggiori (Bologna 800, Torino 700). Il Veneto e l'Abruzzo hanno presenze che oscillano tra le 800 e le 1.200 unità nella prima regione, con aggregati più numerosi a Venezia e Vicenza, mentre nella seconda la stima è tra le 600 e le 800 unità, con aggregati significativi a Teramo.
Nelle altre regioni - da un punto di vista strettamente numerico - il fenomeno della prostituzione straniera sembra essere maggiormente contenuto. Anche in questi casi è probabile che la preponderanza delle presenze si registri nelle grandi città capoluogo di provincia.
Sulla base di queste rilevazioni è stato estrapolato il segmento relativo alle donne vittime di traffico. Infatti in due aree, tra quelle esplorate da Parsec, è stato possibile determinare il rapporto tra le due diverse grandezze. In un caso (Pordenone) su 20 prostitute straniere censite, 3 risultavano trafficate (1 su 7), mentre nell'altro caso (Rimini) su circa 450 prostitute afferenti ai servizi dell'associazione Papa Giovanni XXIII negli ultimi due anni le ragazze arrivate per le vie del traffico ammontavano a 39-40 unità (7,8-8,9 per cento).
Se ipotizziamo che questa seconda percentuale (scelta in quanto le grandezze di riferimento sono più ampie) possa valere anche a livello nazionale, abbiamo una stima minima di donne trafficate in Italia compresa tra le 1.453 3 l3 1.658 unità e una stima massima compresa tra le 1.942 e le 2.216 unità.
Un aspetto che rende difficile una stima più precisa è l'alta mobilità geografica che caratterizza una parte considerevole delle ragazze che si prostituiscono.
Infatti, a fianco di collettivi che rimangono ancorati alla loro residenza abituale, se ne riscontrano altri che si spostano da un'area territoriale all'altra, sulla base delle previsioni di mercato.
Alcuni gruppi si spostano per brevi periodi (due mesi) dall'area di residenza alle aree dove lavorano e viceversa, altri si spostano in maniera più complessa e con carattere rotatorio. In questi casi, tra il primo spostamento e il ritorno nell'area di insediamento abituale possono trascorrere periodi superiori ai tre-quattro mesi, fino ad un anno, in quanto le interessate si insediano per brevi periodi in luoghi intermedi, a seconda dei programmi che stabiliscono le organizzazioni a cui esse, volenti o nolenti, fanno riferimento.
Gli spostamenti variano non solo nella durata, ma anche per area geografica. Infatti si va dal pendolarismo quotidiano a forme extra-provinciali o extra-regionali, fino a spostamenti extra-frontalieri e a carattere internazionale o transnazionale.
Rispetto alle modalità degli spostamenti si passa da forme spontanee, individuali o di piccolissimi gruppi di ragazze con una grossa autonomia decisionale, a strutture di supporto logistico delle attività relative alla prostituzione da parte di terzi (sulla base di un sostanziale consenso delle ragazze) fino a forme di supporto organizzate da terzi su basi marcatamente coercitive o comunque centrate sulla violenza e sulla soggezione psicofisica. Gli organizzatori si identificano in questo caso quasi sempre con i cosiddetti «protettori», i quali rappresentano spesso segmenti o gruppi legati direttamente o indirettamente alle diverse


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forme della criminalità organizzata presenti sul territorio. I «protettori» determinano e gestiscono le modalità organizzative dell'esercizio della professione e detengono un sostanziale controllo sugli spostamenti e sulla scelta del luogo, sulle modalità di svolgimento dell'attività e sulla qualità del soggiorno, sulle tariffe da applicare alle prestazioni e sulla ripartizione finale dei proventi. Questi rapporti sono basati sulla paura delle ragazze e sulla minaccia continua di ritorsioni, non solo sulle dirette interessate, ma anche sui familiari (per esempio nel caso di nigeriane e albanesi). Le tipologie relative alla mobilità e alle sue forme organizzative mutano a seconda della nazionalità e dei contesti socio-politici da cui le ragazze provengono.
Arrivate a ridosso di più ampi flussi migratori, in modo particolare nel 1989-90 dopo la caduta del muro di Berlino e lo scoppio della guerra nella ex Iugoslavia, emergono le cosiddette polacche e i transessuali brasiliani. Questi ultimi arrivano sia direttamente dal Brasile via Lisbona o Madrid, sia dalla Francia via Parigi. L'arrivo è organizzato da agenzie miste (italiane e straniere) che garantiscono il trasferimento dietro pagamento di ingenti somme di denaro. Ma in parte è il risultato di percorsi individuali e spontanei, spesso con visto turistico.
Negli ultimi anni si sono succedute almeno altre quattro micro-ondate di donne straniere per lo più provenienti dall'est europeo, America, Africa, sud est asiatico, molto differenti per numero e caratteristiche migratorie, forme di regolarizzazione, canali di arrivo alla prostituzione. Le ragazze hanno un'età compresa tra i quattordici e i diciannove anni (albanesi, ma non solo), ma si arriva anche alla fascia dai venticinque ai trentacinque anni. Di scolarità media e medio-alta, soprattutto le orientali dell'est, sono tutte prevalentemente nubili. Questo è un dato importante rispetto alle forme di avvicinamento e di induzione alla prostituzione esplicita o mascherata. La presenza, anche se minoritaria, di figli rende estremamente difficoltoso il ricongiungimento familiare ed è motivo di paura e ricatto da parte dell'organizzazione criminale. Minacce, ricatti verso i parenti, violenza fisica e sessuale sono le modalità comunemente usate, insieme al sequestro di documenti e passaporto e al loro assoluto isolamento.
A fianco della prostituzione femminile (autoctona o straniera, autodeterminata o sfruttata) emergono forme di prostituzione che hanno come protagonisti giovani maschi e transessuali di origine italiana e straniera. All'interno della prostituzione maschile quella rivolta alle donne è un fenomeno molto recente e molto limitato, al punto da essere considerato statisticamente irrilevante. Si tratta piuttosto di prostituzione transessuale (in cui spesso si annoverano sia la prostituzione omosessuale sia i travestiti) ed è un fenomeno emerso negli ultimi quindici anni. Ai primi contingenti brasiliani che in genere arrivano da Parigi, si aggiungono micro-ondate provenienti dalla Spagna, dall'America Latina in generale (non solo dal Brasile) e dall'est europeo.
La prostituzione maschile straniera, molto ostacolata dai gruppi italiani, si rivolge ad un target molto specifico, cioè ad un segmento interno al mondo dell'omosessualità e in genere gli attori coinvolti sono omosessuali o bisessuali (molto raramente si rivolge a un target femminile). Chi si prostituisce sono giovani tra i venti e i trentacinque anni provenienti dall'area magrebina, sudamericana e del sud-est asiatico ed hanno varie modalità di esercizio della prostituzione, dalla strada ad appartamenti o motel, fino a visite a domicilio.
Le modalità di approccio sono limitate a particolari zone cittadine conosciute dai potenziali clienti o attraverso contatti telefonici, o pubblicizzate da riviste specializzate. Di solito indipendenti ed autonomi, per gli uomini che si prostituiscono non esiste la figura del protettore come coercizione e sfruttamento da parte di gruppi organizzati. Forme di costrizione e di violenza si riscontrano ovviamente nei


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casi di sfruttamento dei minori e talvolta nei confronti dei più giovani da parte dei più vecchi.
Un elemento continuamente invocato, per il ritorno alle case chiuse o per scelte comunque regolamentariste, è il problema dei controlli sanitari, dell'igiene e delle malattie sessualmente trasmissibili, soprattutto l'AIDS; ma un rapporto automatico prostituzione-aumento dell'AIDS non corrisponde alla realtà. In molti paesi europei le ricerche fatte sulla sieropositività tra le prostitute - escluse le tossicodipendenti che si sono infettate per l'uso di siringhe non sterili - rilevano un indice basso.
Dall'esperienza sul campo e dai progetti europei come TAMPEP emerge che più le prostitute sono autonome più sono rigorosamente attente agli aspetti sanitari della loro attività, e questo atteggiamento fa presa anche sulle donne straniere. Chi non vuole usare precauzioni è spesso il cliente che mette in pratica varie strategie per ottenere il suo scopo, offre più denaro, minaccia, non rispetta i patti. Questi atteggiamenti non funzionano con le professioniste, che non sono facilmente ricattabili, ma ottengono invece risultati con una persona debole e bisognosa di denaro (per droga o per gli sfruttatori, soprattutto i trafficanti di straniere minorenni).
Le associazioni delle prostitute e dei transessuali hanno lavorato moltissimo in questi anni per aumentare la consapevolezza del rischio di contrarre malattie trasmissibili sessualmente e per incoraggiare le pratiche di sesso sicuro.
Per questo, come propone l'OMS, è importante investire sui programmi di prevenzione rivolti a chi si prostituisce, ma soprattutto ai clienti. L'idea di imporre controlli sanitari obbligatori a chi si prostituisce, che ogni tanto viene proposta, non farebbe che aumentare la clandestinità, facendo perdere il contatto con le persone più a rischio e aumentando il pericolo, mentre tra l'opinione pubblica si creerebbe un clima di falsa sicurezza che porterebbe a rischiare di più. Inoltre questa è una misura che, per ragioni di efficacia e per evitare discriminazioni intollerabili, bisognerebbe introdurre anche per tutti i clienti, e magari per tutti i cittadini sessualmente attivi.
Le associazioni di strada e gli enti locali lavorano prevalentemente con programmi di prevenzione e di riduzione del danno sanitario. La stessa ottica è stata adottata per i progetti finanziati dalla Comunità europea proprio sul problema della prostituzione di strada, nonché dal Comitato per i diritti delle prostitute, dal Movimento italiano transessuali (MIT) e in generale dal Coordinamento nazionale delle associazioni, con l'eccezione dichiarata e radicale dell'Associazione Papa Giovanni XXIII che ha scelto in assoluto l'abolizionismo rispetto alla prostituzione, con l'intento di convincere le donne a lasciare la strada e di esercitare ostracismo pubblico nei confronti dei clienti. L'identificazione dei clienti, a fine di ostracismo pubblico, viene praticata anche da alcuni enti locali.
In assenza di modifica della legge Merlin, l'elemento più innovativo degli ultimi anni, dopo la mobilitazione in varie città d'Italia dei comitati di cittadini contro prostitute, viados e transessuali, è stato comunque l'intervento di molti enti locali che si sono misurati su questo fenomeno sulla base di progetti specifici.
Le amministrazioni comunali, in particolare partendo da Venezia-Mestre dove il conflitto era stato particolarmente acuto, hanno affrontato il problema come questione sociale attraverso una responsabilità inedita degli assessorati alle politiche sociali, sanità e territorio (di straordinaria qualità, a questo proposito, il progetto regionale dell'Emilia Romagna «Oltre la strada»).
Gli enti locali che si sono cimentati con questa sfida hanno ipotizzato la possibilità di un governo del territorio e del conflitto sociale per via politico-amministrativa, tenendo conto dei vari interessi in campo e provando a trovare una mediazione ragionevole. Questo è stato possibile per la collaborazione delle associazioni di base che, sempre più numerose e qualificate in questi anni, hanno scelto di misurarsi con lavoro di strada e lo «scandalo» della


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prostituzione; il rapporto e la consulenza delle associazioni dei/delle sex workers ha permesso la definizione e la riuscita di programmi di conoscenza, prevenzione, educazione reciproca ed è riuscito a creare un rapporto di dialogo e di mutua comprensione tra le parti sociali interessate al fine di evitare le ostilità e rispettare i diritti di tutti.
Ponendosi in un'ottica non repressiva, le amministrazioni comunali, con la collaborazione delle prostitute, hanno iniziato a lavorare per trovare soluzioni nuove per il nostro paese come le aree pedonali, il governo degli orari, la zonizzazione e altre soluzioni per migliorare la convivenza civile.
La zonizzazione, per esempio, proposta da alcune associazioni, non vuole dire creare quartieri a luci rosse, ma sperimentare la chiusura al traffico nelle strade più frequentate da clienti e prostitute per provare a stabilire una convivenza meno conflittuale con gli abitanti delle zone interessate; con questa misura si vogliono individuare, con l'aiuto di donne e uomini del mondo della prostituzione, strade e piazze più adatte, e consentire solo il passaggio pedonale o con limitazione di fasce orarie.
Oltre la prostituzione al chiuso o per strada nelle sue forme classiche, in Italia non ci sono altre tradizioni di governo del fenomeno; la capacità di sperimentare, senza definire forme sistematiche, è particolarmente ardua, eppure sembra una strada efficace per quelle città che per numero di popolazione e intensità del fenomeno si trovano in una situazione di emergenza.
Diversa è la strategia repressiva che punta, come è accaduto a Verona, sulla individuazione di zone deputate. Credo che sia troppo facile replicare che creano una concentrazione ghettizzante del fenomeno; inoltre questi quartieri non risolvono (esattamente come le «case») il problema dello sfruttamento, ma lo accentuano e lo aumentano. Le sex workers non potrebbero sfuggire al ricatto di chi inevitabilmente controllerà gli affari, le case, l'organizzazione, anche se con licenza legale. È questa l'opinione del Comitato per i diritti delle prostitute in Italia, ed è una posizione che sta diventando dominante in tutte le associazioni del settore in Europa.
Lo sfruttamento organizzato e il traffico delle donne hanno fatto cambiare idea a molte prostitute e a molti comitati come quelli danese e tedesco, che più di altri si erano battuti per la legalizzazione. Questo ha portato anche ad uno stallo nella discussione delle rispettive legislazioni.
Il reato di sfruttamento è chiaramente previsto dalla legge Merlin ed è relativo prevalentemente alle donne. Ma oltre allo sfruttamento classico ci sono nuove forme. In questi anni le prostitute si sono servite spesso, per i loro incontri con i clienti, di pensioni e alberghi, malgrado ciò fosse proibito e, proprio per questo, i prezzi pagati per quei locali sono sempre stati sproporzionati rispetto al loro valore e naturalmente senza nessuna dichiarazione al fisco. Lo stesso avviene quando si affittano monolocali o piccoli appartamenti per lavorare in proprio, se il proprietario è a conoscenza dell'uso che ne viene fatto. Queste forme di sfruttamento, considerevoli sotto il profilo economico, sono in contrasto non solo con la lettera, ma con lo spirito più profondo della legge Merlin.
Su come affrontare e superare l'utilizzo delle norme restrittive della legge Merlin da parte dei «tenutari» alberghieri sono emerse diverse proposte, per esempio quella della gestione in piccole cooperative o di due-tre persone nello stesso appartamento.
Sono proposte da esaminare con attenzione, soprattutto se si vuole ridurre drasticamente la prostituzione di strada, eliminando così anche il disagio sociale che essa presenta senza ripercorrere strade (come la riapertura delle case), che si rivolgerebbero solo alle donne più povere o più giovani, o solo alle donne trafficate. L'altra ipotesi parte dalla convinzione di riuscire ad eliminare la


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prostituzione o di regolamentarla attraverso la repressione o la statalizzazione (per esempio Austria e Grecia).
Ma proprio per l'entità, le caratteristiche del mercato sempre crescente, non sembrano ipotesi efficaci. Infatti, mentre sembra possibile battersi con qualche successo nei confronti del traffico se la cooperazione internazionale diventa efficace, la pervasività del fenomeno della prostituzione femminile e soprattutto transessuale e minorile non permette a nessuno di coltivare atteggiamenti ottimistici.

PRESIDENTE. Ringrazio il ministro Finocchiaro per gli ampi spunti di discussione che ci ha fornito, che sono utili per i lavori dell'indagine conoscitiva.
Do ora la parola ai colleghi che intendano svolgere considerazioni o porre quesiti.

PIERGIORGIO MASSIDDA. Avrei gradito intervenire dopo aver sentito alcune colleghe ...

MAURA COSSUTTA. Siamo rappresentate dal ministro Finocchiaro!

PIERGIORGIO MASSIDDA. anche perché nella relazione del ministro il problema si è doverosamente centrato sulla prostituzione femminile, per quanto proprio in conclusione abbia fatto riferimento, in termini pessimistici (come è giusto che sia per gli sviluppi che sta avendo), ad un nuovo tipo di prostituzione che troppo spesso viene trascurato, quello non solo della prostituzione maschile transessuale ma proprio della prostituzione che coinvolge i minori.
Dico questo perché la mia storia politica è legata ad una coraggiosa denuncia che feci nei confronti della prostituzione giovanile (bambini che erano costretti a prostituirsi anche da familiari) e che rivelò della nostra nazione una mentalità per me assurda, quella per la quale la difesa maggiore è di chiudere gli occhi, di scandalizzarsi e quasi aggredire chi obbliga a guardare. Credo dunque che il nostro lavoro, che si apre con un'ottima relazione che fornisce molti spunti, incontrerà enormi difficoltà, di vario genere, perché sarà oggetto di strumentalizzazione, di ironia e di altro. Tutti i membri della Commissione affari sociali sanno che si sta iniziando una strada difficile ed estremamente coraggiosa, che deve dare soprattutto serenità a loro stessi: il lato positivo è quello di sapere che si sta facendo qualcosa di utile, di necessario, di improcrastinabile. Proprio per questo chiedo che i dati che sono a conoscenza dei ministeri ed in particolare del ministro qui presente, che tra l'altro hanno permesso di redigere questa relazione, vengano messi a disposizione perché ci farà piacere su di essi esprimere un giudizio: molte volte la lettura degli stessi dati può portare a scelte differenti, non per contrapporsi, ma proprio per la ricchezza che può nascere dalle varie proposte e dalle varie scelte.
Nell'introduzione il ministro ha fatto presente il grande travaglio che abbiamo tutti nell'affrontare questo argomento. Legalizzare o proibire? Ci sono dati che nella bilancia, a seconda dello stato emotivo e degli episodi cui facciamo riferimento, tendono a far pesare di più ora un piatto ora l'altro.
Nell'esaminare il fenomeno della prostituzione credo che entreremo anche in altri campi. Parlando, per esempio, di pubblicità, di educazione, entreremo purtroppo anche nel mondo di Internet, che probabilmente è stato in maniera troppo grossolana condannato, con riferimento ad episodi denunciati in una risoluzione che abbiamo votato tempo fa in Assemblea, e che invece ci deve servire per combattere e, magari utilizzando gli stessi mezzi, per educare.
Trovo infatti estremamente utile il passaggio della relazione in cui si dice che per educare non si deve intervenire soltanto su chi è costretto a praticare questa professione o su chi, se permettete, vuole avere la libertà di praticare questa professione (nell'ambito delle libertà dobbiamo concedere anche la libertà di queste scelte) ma soprattutto su chi utilizza la


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prostituzione. Sappiamo peraltro che nel mercato, anche quello criminale, non c'è offerta se non c'è richiesta; quindi è chiaro che non dobbiamo rivolgerci soltanto a chi, costretto o meno, ha scelto di prostituirsi. È dunque un passaggio importantissimo quello dell'educazione, che deve essere fornita in termini moderni, non repressivi e costrittivi.
Credo che sarà opportuno, al di là delle statistiche, sviluppare il discorso della salute, che è uno degli argomenti più importanti. Il mio pensiero va infatti ai cittadini, a chi direttamente o indirettamente può essere coinvolto da scelte di altri. È importante incentivare il controllo della salute, anche se concordo con il fatto che l'obbligo di controlli, come si faceva nelle case chiuse, può indurre alcune donne ad allontanarsi e a praticare la prostituzione in clandestinità, impedendo così un intervento in tempo utile. È chiaro che il dialogo è la strada obbligata, ma quello che dobbiamo scegliere qui è come trovare il dialogo, che termini utilizzare, soprattutto per argomenti così forti. Siccome quando si parla di dialogo e di scelte ci sono anche degli oneri, sto già pensando a tutta l'ironia che potrà nascere se si dovesse decidere di intervenire pesantemente, quindi di destinare fondi a certi argomenti. In apertura ho parlato di grande coraggio da parte di tutti noi proprio perché le armi per poterci influenzare sono terribili.
Se i membri della Commissione affari sociali hanno deciso di affrontare l'argomento della prostituzione è perché il problema non lo sentono come singoli ma come portatori di un'esigenza collettiva. Proprio in questi giorni, prima ancora che iniziasse l'indagine, sono partiti gli attacchi; attacchi che sono subdoli, insidiosi, perché legati molto spesso all'ironia. Credo, allora, che dovremmo avere il coraggio, come istituzione, di cercare di dialogare con tutti ed anche se qualcuno ha ironizzato dovremmo invitare tutte le associazioni, tenendo presente che esistono anche delle associazioni di professionisti (perché si tratta di una professione), per affrontare, in modo preventivo, tutti i problemi nuovi che si pongono. Nella relazione vi sono, infatti, passaggi che riguardano il problema della transessualità e quello della omosessualità che, in maniera forse sorprendente per alcuni, stanno diventando molto più ampi di quanto si immaginasse; peraltro, poiché la relazione dice che il fenomeno si è manifestato in particolare negli ultimi quindici anni, sembra sia un problema nuovo, ma probabilmente, così come l'altro, è un mestiere vecchio come il mondo.
Un piccolo neo che trovo in questa relazione riguarda la prostituzione minorile. Credo che lo shock maggiore che proviamo quando, anche per la nostra attività politica, ci capita di girare per la periferia e poi rientrare in città attraverso non viuzze, si badi, ma grandi arterie, è quello di renderci conto che nonostante i controlli, nonostante i grandi sforzi della polizia (voglio ricordare che le volanti sono spesso poche e non è possibile addebitare loro certe responsabilità) per strada ci sono i bambini. So io quali cattiverie ho dovuto subire per aver denunciato questo stato di cose e per aver costretto taluni ad aprire gli occhi, perché il vedere bambini sicuramente colpisce più di ogni altra cosa. Siamo abituati a vedere, con grande coraggio e con arroganza, la donna; siamo abituati a vedere, con arroganza, l'uomo, il transessuale; ma quando cominciamo a vedere che anche i bambini girano e si prestano, con evidenza, come se non ci fosse neanche più il timore di una denuncia, vuol dire che siamo arrivati ad un limite ormai insopportabile. Ecco perché il lavoro al quale la Commissione affari sociali quest'oggi ha dato inizio deve procedere e procedere anche in tempi brevi, per non prestare il fianco a tutti gli attacchi che ci potranno essere. D'altra parte, come ha detto lei poc'anzi, ministro, questo è il terzo business della malavita ed è, probabilmente, quello più tollerato, perché in un ordine di pericolosità è giudicato il meno temibile, senza considerare che a volte è servito addirittura a risolvere o prevenire gli altri tipi di delinquenza.


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Credo che gli attacchi che questo nostro lavoro subirà saranno i più variegati. Ecco perché, lo ripeto, dobbiamo avere il coraggio di andare avanti e di bruciare i tempi per prospettare veramente delle soluzioni, coinvolgere tutte le associazioni e tutte le realtà comunque interessate, sia in negativo sia in positivo, da questo fenomeno; altrimenti, corriamo il rischio di creare più problemi di quanti vorremmo risolverne.

FRANCESCA CHIAVACCI. Desidero innanzitutto ringraziare la ministra per i dati che ci ha fornito e la concretezza della sua esposizione. Condivido in pieno l'impostazione che le ha dato, anche perché, come diceva il collega Massidda, gli aspetti da affrontare sono tanti e il tema è in qualche modo accattivante per i media e per l'opinione pubblica in generale. Sono d'accordo che dobbiamo procedere rapidamente, ma sono anche d'accordo che dobbiamo lavorare su dati certi e che diano davvero il quadro della situazione della prostituzione nel nostro paese. Quelli che la ministra ci ha fornito confermano, in qualche modo, una mia intuizione, ma forse non corrispondono alla realtà della prostituzione, che spesso i media ci presentano. Penso, ad esempio, alla questione della prostituta e delle migliaia di malati di AIDS ed al dibattito che su questo si è sviluppato; penso, per altro verso, all'immagine della prostituzione scelta, la prostituzione da salotto, sulla quale si indugia con una certa morbosità, a mio parere.
Sulla base dei dati che ci sono stati forniti, mi limiterò ad alcune domande e ad alcune osservazioni, ritenendo che il fenomeno vada inquadrato per quello che è oggi e che l'emergenza, in questo caso, sia costituita proprio dal problema della clandestinità e dell'immigrazione. Rivolgo, allora, alla ministra per le pari opportunità una domanda che, forse, sarebbe meglio fare al ministro dell'interno, ma che desidero formulare lo stesso: l'articolo 16 della recente legge sull'immigrazione, bello o brutto che lo si possa giudicare, comunque affronta per la prima volta in una legge dello Stato la questione delle prostitute immigrate; siamo in fase di stesura di un regolamento, credo - è una domanda ma anche una sollecitazione - che quanto disposto da quell'articolo, che è scritto bene ma difficile da applicare, potrebbe essere migliorato nel regolamento di attuazione.
Osservo, poi, che forse abbiamo commesso un errore nel non prevedere tra le audizioni da svolgere nell'ambito dell'indagine conoscitiva anche quella del ministro degli esteri, mentre gli operatori di strada ci sottolineano sempre come fondamentale la questione dei rapporti con i paesi di origine. È vero che l'obiettivo è quello di definire una serie di accordi internazionali, però non è casuale, ad esempio, che dall'Africa arrivino prevalentemente donne nigeriane; probabilmente, il tipo di rapporto che la nostra diplomazia ha con quel paese consente che ciò accada. Certo, questo flusso è anche legato al tipo di organizzazione criminale che si è creato in Nigeria, ma forse si potrebbe compiere uno sforzo maggiore e per questo motivo, rivolgendomi alla presidente, dico che sarebbe opportuno che il Ministero degli esteri ci chiarisse meglio quali sono i nostri rapporti con i paesi di origine, per capire perché queste donne vengano prevalentemente da determinati paesi. Così dicendo mi riferisco, naturalmente, al sud del mondo, perché il motivo per cui vengano dai paesi dell'est è facilmente intuibile.
Condivido profondamente quella parte della relazione nella quale si dice che si può e si deve affrontare il fenomeno nella emergenza e nell'immediato secondo la logica della riduzione del danno. Danno, a mio parere, soprattutto per queste donne, che sono sole, vivono la notte e non sanno assolutamente nulla. L'articolo 16, infatti, è un articolo bello ma come si fa, se non attraverso gli operatori di strada, a far sapere alle donne che esiste la possibilità di uscire dal traffico, e poi che ci sono centri di prima e di seconda accoglienza, cioè una rete di protezione sociale per la donna sottratta alla prostituzione che comporta tutta una serie di operazioni


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che credo debbano essere compiute soprattutto dagli enti locali? Condivido l'impostazione di un comitato in cui siano presenti le organizzazioni che operano nel settore, che forse sono quelle che ci possono insegnare di più su questo mondo, e penso che le cifre reali siano superiori a quelle che ci sono state fornite, perché in una situazione di clandestinità diventa difficile fare un censimento.
Un'altra considerazione vorrei fare a proposito della questione delle modifiche legislative. Ne discuteremo ed avremmo modo di capire se questa indagine debba portarci a proporre nuove norme. Personalmente, lo dico subito, non credo siano necessarie molte modifiche legislative e penso che sia più giusto compiere una riflessione sull'applicazione che finora si è fatta della normativa esistente. Forse alcune modifiche, ad esempio quelle indicate nell'ultima parte, potranno essere attuate, ma sono modifiche che, prevalentemente, vanno a svantaggio di chi si prostituisce - penso, ad esempio, alla questione del favoreggiamento - ma non degli utenti, se così li possiamo definire.
Nel programma dell'indagine conoscitiva è previsto, la ministra vi ha fatto cenno ed io credo che sarebbe realmente utile acquisire una documentazione sulle legislazioni negli altri paesi; in realtà, nessuno ha ancora risolto il problema della prostituzione, sopratutto in presenza del fenomeno dell'immigrazione, però vi sono tentativi di mutamenti legislativi e molti paesi europei hanno dato al problema una impostazione completamente diversa dalla nostra.
So che non era compito della ministra e che non avrebbe certamente potuto parlare di questo, però penso che l'aspetto fondante del fenomeno della prostituzione sia legato alla sessualità maschile. C'è un'offerta se c'è una domanda e la crescita dell'offerta deve farci riflettere sulla crescita della domanda. Non so chi possa fornirceli, ma credo che sarebbe molto interessante avere dei dati non solo sulle prostitute ma sugli utenti. Tutti sostengono che si tratta di un fenomeno trasversale, che interessa tutte le classi sociali, tutte le età e tutta l'Italia, quindi una ricerca su questi dati ci porterebbe sicuramente molto lontano, ma potremmo, come legislatori, riflettere ad esempio sull'opportunità della educazione sessuale nelle scuole, che porti a una modificazione culturale, perché non credo che attraverso le leggi si possa fare tutto. È un aspetto che lascio alla riflessione di tutti, ma che non possiamo trascurare se parliamo di prostituzione.
Un'ultima considerazione vorrei fare rispetto al fatto che, se sono veri, i dati contenuti nella relazione smentiscono la gravità di un fenomeno di cui spesso troviamo notizia sui giornali, quello di una prostituzione scelta minorile che non coinvolge le straniere ed è fondata sulla necessità di comprarsi il motorino o quant'altro. Certo il fenomeno esiste, poiché spesso leggiamo di operazioni di polizia a questo riguardo, ma forse è gonfiato dalla stampa rispetto alla sua effettiva entità. Certo è che anche questo è un aspetto che deve farci riflettere sul rapporto con il proprio corpo e la propria sessualità da parte delle giovani donne. Non sta a me dare valutazioni, ne credo che in questo momento siamo in grado di interpretare i dati, perché sono denunciati i casi ma non conosciamo né l'età, né la classe sociale delle «squillo» italiane.

GIUSEPPE LUMIA. Ringrazio anch'io il ministro, che ci mette nelle condizioni di dare avvio alla nostra indagine con una relazione ricca di contenuti e - cosa che mi preme sottolineare - molto problematica, quindi non tale da poter essere usata in modo semplicistico o per qualche scoop giornalistico; si tratta, poi, di una relazione che ci offre una comparazione con quanto avviene nel contesto più generale. Sono tre elementi che me la fanno molto apprezzare e che ci aiuteranno di sicuro a lavorare su un tema tanto complesso.
Penso che nella prostituzione si entri per diversi motivi. Sono tanti i canali di accesso e noi dovremmo descriverli, imparare a conoscerli, perché se vogliamo disincentivare con un'azione articolata


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l'accesso alla prostituzione, dobbiamo evitare di utilizzare una strategia al singolare, che ci farebbe rischiare di generalizzare, di scadere in approcci ideologici o di essere poco efficaci sul piano esperienziale, sul piano pratico. Dobbiamo esaminare bene le differenze, come lei, ministro, ha iniziato a fare, e studiare i diversi tipi di entrata, secondo criteri che parlano di violenza e non violenza, di capacità culturale o di difficoltà professionale, di limiti nel rapporto tra i sessi e nella società più in generale, per individuare meccanismi da analizzare e sui quali poter intervenire. È importante, lo ripeto, conoscere diversi canali di accesso perché il fenomeno si può ridurre - io penso - se riusciamo ad avere una mappatura di accesso e a definire strategie capaci di bloccare soprattutto quelle forme di entrata che dipendono da una crescita culturale, sul piano dei rapporti sessuali, e soprattutto, sul piano della costrizione e della violenza, ma anche su quello del rapporto con il lavoro.
All'interno della prostituzione, poi, si vive in diversi modi. Non esiste la prostituta-tipo e penso che vadano studiate anche le diverse forme di prostituzione, per poter operare interventi sia di riduzione sia di carattere più globale, anche in questo caso evitando forme al singolare, evitando strategie che riducono ad un solo modello, che non sono in grado di dare i risultati.
Su come si possa uscire dalla prostituzione ho, invece, idee meno chiare. Quali sono i diversi canali di fuoriuscita che esperienzialmente si possono cogliere? Quali possiamo incentivare? Anche questa è un'analisi che dobbiamo approfondire, per capire se esistano canali spontanei e come operino quelli, invece, già maturati da forme organizzate del privato sociale o anche da altre motivazioni, perché questo potrebbe molto aiutarci ad intervenire.
In sostanza, noi abbiamo bisogno di una strategia articolata di prevenzione, di confronto con chi permane all'interno di questo circuito e, soprattutto, di reinserimento. Ecco perché non vorrei che la prevenzione fosse solo quella sanitaria. C'è, infatti, anche una prevenzione molto più vasta, molto più articolata ed ho molto apprezzato le considerazioni svolte dalla collega Chiavacci rispetto ad un dato più complessivo, che non possiamo sottacere. Non ci possiamo più permettere, in questa società, di nascondere la difficoltà che in alcune fasce della popolazione e del contesto internazionale vi è ad affrontare in modo serio la cultura sessuale, perché arrendersi alla mercificazione del corpo è un orizzonte culturale che non può determinare un atteggiamento solo passivo e di adeguamento, ma deve essere in molti casi superato.
Anche per quanto riguarda il reinserimento, oltre che approfondire alcuni dati e utilizzare il privato sociale come risorsa conoscitiva, sarebbe opportuno vedere insieme con i cosiddetti operatori di strada quali strategie prospettare per attivare politiche attive di fuoriuscita e di reinserimento sociale e lavorativo.
Un'altra questione che mi preme sottolineare è il rapporto con la criminalità organizzata, che da rapporto indiretto si è trasformato in una forma sempre più diretta di accumulazione di risorse condivisa con le nuove mafie che nel nostro paese seguono i flussi migratori. Anche da questo punto di vista occorre capire bene come oggi la criminalità organizzata nazionale, nelle sue varie forme, e quella internazionale presente nel nostro paese gestiscano i circuiti della prostituzione dal momento in cui vengono selezionate le persone e liberamente o con violenza vengono inserite nel circuito, come si distribuiscono le presenze nei vari paesi e come poi vengono articolare nella gestione concreta nel mercato della prostituzione. Sotto questo profilo potremmo svolgere un lavoro interessante in Europa e in tal senso l'accordo bilaterale con gli Stati Uniti è interessante, perché potrebbe essere questa una pista pilota in grado di coinvolgere l'ONU nel suo nuovo ruolo sociale, in modo da individuare le strade della prostituzione in una scala che guarda la globalità del fenomeno e i percorsi della criminalità organizzata che


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in parallelo gestisce questo circuito, per vedere come insieme lo si possa aggredire.
Di particolare rilievo a questo riguardo è la questione minorile, che si sta molto integrando in questa nuova gestione internazionale del mercato del sesso.
L'ultima osservazione riguarda i paesi dell'est e del sud del mondo. Anche qui abbiamo bisogno di rapporti bilaterali e di cooperazione che intervengano dove si forma questa disponibilità e dove viene catturata, coattivamente o meno, la donna che viene inserita nel circuito della prostituzione. Al riguardo occorre utilizzare rapporti bilaterali con altri paesi, in particolare con il Brasile, la Nigeria e i vari paesi dell'Africa mediterranea, al fine di sviluppare forme in grado di bloccare a monte il meccanismo e vedere poi a valle, quando il meccanismo non è stato bloccato, come si può dare una ulteriore chance che oggi non si ha nel rapporto con i paesi d'origine.

NICOLA CARLESI. Dico subito che ho qualche difficoltà ad entrare in questo tema perché si rischia di non tenere i giusti atteggiamenti su un problema che sicuramente è grave, di difficile soluzione e, tra l'altro, in crescita.
Quando le soluzioni sono difficili, probabilmente non è una legge che può modificare la situazione. In precedenza è stato del resto osservato che non è una legge che può modificare la cultura, le dinamiche della società, le relazioni, le povertà vecchie e nuove, addirittura i problemi transculturali, perché con l'emigrazione il problema non è della nazione in cui chi si prostituisce vive.
Se è vero che è difficile cambiare il mondo con una legge, è anche vero che alla base di queste considerazioni di difficoltà bisogna trovare riferimenti certi, ed io non riesco a riferirmi ad altro che ad alcune mie impostazioni culturali. Occorre allora osservare che la prostituzione in quanto tale - bisogna dirlo molto chiaramente - è violenza: sempre, costantemente, comunque, a qualsiasi livello. Non può essere infatti considerata una scelta di libertà dell'individuo: è sempre una scelta obbligata, e quindi non è una scelta di libertà. Ad esclusione delle parafilie, ma si entra nel piano della patologia: non è assolutamente il caso di generalizzare questo fenomeno.
Essendo dunque un problema di violenza, è necessario ribadire il principio che ne costituisce un elemento negativo sia chi si prostituisce sia chi usufruisce della prostituzione. Nella mia concezione - ritorno ai presupposti culturali individuali, ai punti di certezza che ognuno deve cercare per tentare di affrontare il problema - lo Stato deve intervenire, deve affrontare il problema, deve dare risposte perché il fenomeno coinvolge aspetti che sono non solo sanitari, ma soprattutto di crescita di una nazione.
Non più tardi di un mese fa ho conosciuto una nazione del Sud America, Cuba, che non avevo mai visitato e che è sicuramente molto lontana dal mio modello culturale e politico, alla quale però si devono riconoscere alcuni aspetti sicuramente positivi in termini di servizi sanitari e di quanto altro è riuscita a conquistare, soprattutto in una situazione di estrema difficoltà. A Cuba il problema della prostituzione è esplosivo e crea vive preoccupazioni, ma è largamente tollerato. Questa non è solo una risposta all'embargo o comunque alle difficoltà causate dalla povertà, perché riescono ad essere incisivi sul problema della tossicodipendenza, della criminalità ed anche della microcriminalità, ma non sono incisivi, pur essendo preoccupatissimi, su questo problema. Nei colloqui che come parlamentari abbiamo avuto in quella realtà ho sollevato questo aspetto ma non mi hanno saputo dare una risposta. Porto questo esempio per dimostrare che manca la valutazione di un non valore rispetto a questo problema, o comunque vi è superficialità nel ritenere che la prostituzione possa essere negativa per una sana crescita in termini etici di una nazione.
Ecco perché sostengo che è necessario dare risposte su questo problema. Ma al di là dell'indagine conoscitiva che la Commissione affari sociali ha inteso promuovere (il presidente della Commissione l'ha


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voluta fortemente e richiede immediate iniziative sul problema, e la ringraziamo per questo), il Governo sulla prostituzione che cosa intende fare? Ho apprezzato molto la relazione del ministro perché analizza compiutamente il fenomeno fornendo dati che danno il senso di un contatto reale con il problema e quindi dimostrano la capacità di averne il controllo conoscitivo. Però che cosa si intende fare? Ho detto all'inizio che è difficile trovare soluzioni però è necessario dare risposte.
Non sono d'accordo nella maniera più assoluta sulla riapertura delle case chiuse. Non solo perché quando le hanno chiuse si erano già svuotate, ma anche perché è assolutamente impensabile riproporre un modello che vedeva lo Stato assumere il ruolo di protettore. Così come non sono d'accordo su modalità che tendono in maniera parziale a scotomizzare il problema, cioè a relegarlo in un angolo per poter dire che sotto i balconi di casa esso non emerge. Neanche queste sono risposte.
A monte di questa considerazione c'è sicuramente la necessità di incidere sul problema della prostituzione di strada, perché è quella in cui la violenza è più forte, quella in cui vi è sicuramente la percentuale minore, se non nulla, di adesione del soggetto alla prostituzione: è quella più violenta, quella più dannosa dal punto di vista non solo della società che è intorno alla strada, ma della donna che si prostituisce, e non solo della donna, perché ormai questo problema non riguarda solo il sesso femminile. La realtà è che le nostre periferie sono diventate un'enorme casa chiusa aperta, se mi si passa l'espressione.
Ho presentato una proposta di legge sul problema che è necessario affrontare - come rilevava poco fa il collega Lumia - almeno cogliendo alcuni aspetti del fenomeno, quello della strada, attraverso decisioni precise. L'attuale legge non è sicuramente più adeguata ai nuovi aspetti della prostituzione che si sono manifestati in questi anni. Ho presentato una proposta di legge in cui viene affrontato, ad esempio, il problema relativo non solo a chi adesca, ma anche a chi usufruisce della prostituzione, che secondo me deve essere considerato alla stessa stregua, cioè come persona che commette un reato da assimilare all'adescamento punito dalla legge Merlin, reato che peraltro va rivisto alla luce degli aspetti di oggi, come del resto altre nazioni fanno.
Per concludere, ritengo importante il discorso che è stato iniziato in Commissione. Giudico però necessario, al di là dell'indagine conoscitiva e delle audizioni programmate dalla Commissione, anche mettere mano ad una modifica della legge, confrontandosi sui vari aspetti di diversità anche culturale che il fenomeno coinvolge ma sicuramente cercando di dare risposte ad un problema che non può essere più trascurato: non si può far finta di niente rispetto ad una situazione grave che è sotto gli occhi di tutti i cittadini.

FABIO DI CAPUA. Ringrazio anch'io il ministro per la sua relazione, ma rilevo che è necessario che un'indagine di questo tipo sia affrontata senza la tradizionale ipocrisia che il nostro paese manifesta su certi temi, cioè con un atteggiamento molto liberale, laico e svincolato dai condizionamenti sessuofobici che hanno condizionato comportamenti, atteggiamenti e anche provvedimenti di legge in passato.
Con riferimento alla chiusura un po' pessimistica della relazione del ministro va osservato - ma questo è la storia che ce lo insegna - che sicuramente l'approccio al problema, anche per la sua complessità, non è soltanto di pertinenza del nostro paese.
Ho sentito parlare di violenza in ogni caso. Certo, c'è violenza per il contesto sociale nel quale nascono certi fenomeni, ma c'è anche una componente di libera scelta dalle due parti, forse dettata dal bisogno; per certi aspetti sono forme discutibili di libera imprenditoria, ma questo è un problema sul quale si può riflettere.
Dobbiamo invece stabilire qual è in questo campo il ruolo che deve esercitare lo Stato. Credo che i problemi più gravi siano quelli che investono la tutela dei


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minori, perché in questo ambito si riscontrano fenomeni chiari ed espliciti di violenza che possono essere letti, interpretati e denunciati all'interno del più generale fenomeno. Vi è la tutela di un comune senso del pudore, che può investire fasce di popolazione che hanno diritto ad essere tutelate anche su questo piano, per quanto riguarda territori, quartieri, residenti in determinati ambiti che pretendono certe tutele. Vi sono problemi di ordine pubblico, legati al controllo del territorio da parte di organizzazioni criminali, e ovviamente anche problemi di ordine sanitario, in relazione a patologie trasmesse che poi potrebbero essere diffuse in maniera incontrollata.
Nell'ambito di questo quadro vedo un ruolo chiaro e preciso dello Stato, anche se ritengo quanto meno improbabile in prospettiva un controllo e un governo pubblico del fenomeno. Non sono poi d'accordo sull'ipotesi di aggiungere la categoria protetta delle ex prostitute a quelle degli ex tossicodipendenti e degli ex alcolisti; sarei cioè prudente nell'impegnare il paese e le sue istituzioni ad allargare a dismisura il campo operativo sul terreno sociale. Certo, la fuoriuscita è auspicabile, ma teniamo conto che qui si tratta, in grande prevalenza, di popolazione immigrata, non residente, quindi di difficile controllo, della quale probabilmente non saremmo in grado di farci pienamente carico per dei programmi di recupero e di reinserimento.
Sono due gli aspetti che desidero puntualizzare. Innanzitutto, chiedo al ministro se non condivida che anche la prostituzione rientra nell'ambito di un problema più complesso, relativo al commercio del proprio corpo, che ha anche altri aspetti, come ad esempio quello della pornografia e di tutto ciò che ad essa è connesso. Se parliamo non della violenza esercitata in termini fisici, ma di violenza concettuale della prostituzione, dovremmo teoricamente estendere questo atteggiamento a tutte le pratiche che utilizzano commercialmente il corpo di una persona e se la prostituzione ne è un aspetto, un altro può essere rappresentato, come dicevo, dalla pornografia. Si deve affrontare con laicità tutta la problematica, per esaminare la portata del fenomeno e la legittimità dello Stato ad intervenire, e non vederne soltanto un aspetto, quello più clamoroso e che fa più notizia.
In secondo luogo, chiedo al ministro se non ritenga anch'ella che il problema è extra-nazionale, per cui i provvedimenti che possiamo adottare devono inevitabilmente raccordarsi ad una serie di misure coordinate con altri paesi. Così dicendo mi riferisco non soltando a rapporti bilaterali con i paesi da cui proviene la maggior parte delle persone coinvolte, ma ad un contesto internazionale capace di individuare misure in grado di intervenire su quegli aspetti sicuramente negativi, correlati al fenomeno, che ho prima elencato. D'altra parte, questo fenomeno si collega sicuramente al complesso tema dei grandi flussi migratori dalle parti povere della terra verso i paesi più ricchi, perché l'esperienza di questi anni dimostra che anche i flussi migratori legati alla prostituzione seguono inesorabilmente i grandi flussi di immigrazione di ordine sociale che derivano da condizioni di povertà, di disagio, comunque di difficoltà.

PRESIDENTE. Sono ancora iscritti a parlare alcuni colleghi, ma poiché sta per avere inizio la seconda chiama dei deputati per l'elezione da parte del Parlamento in seduta comune di membri del Consiglio superiore della magistratura, rinvio il seguito dell'audizione del ministro Finocchiaro a giovedì 23 luglio, alle 14.

La seduta termina alle 17.55.