![]() |
Audizione del dottor Sergio Silva, direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del dottor Sergio Silva, direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI.
Presidenti delle Camere si limitano ad esercitare le funzioni loro attribuite dalla legge 25 giugno 1993, n. 206, in materia di nomina del consiglio di amministrazione della RAI.
azione in un tempo in cui non c'è più spazio per l'utopia'.
ANTONIO FALOMI. Presidente, devo protestare per il modo in cui lei sta introducendo la discussione, che non corrisponde affatto alle decisioni assunte dall'ufficio di presidenza. Lei ha dato lettura di numerosissime lettere (si potevano leggere dichiarazioni di altri parlamentari, ma lei non l'ha fatto) che attengono ad una polemica sorta in questa estate.
PRESIDENTE. Benissimo.
ANTONIO FALOMI. Lei, però, ha introdotto la discussione con la lettura di alcune lettere che hanno messo in moto la
nota polemica e tra l'altro non si comprende perché le legga soltanto ora, mentre avrebbe potuto farci pervenire prima molte di esse.
PRESIDENTE. Perché sono successive alla riunione dell'ufficio di presidenza.
ANTONIO FALOMI. Alcune non sono successive. Un simile modo di impostare la discussione distorce le decisioni assunte dall'ufficio di presidenza e per questo non posso non protestare.
MARIO LANDOLFI. Per riportare la discussione nei suoi giusti binari, ricordo che l'ufficio di presidenza ha deliberato l'audizione del dottor Silva per affrontare la questione della fiction e del cinema, ma la stessa audizione trae origine dalle polemiche sorte nella scorsa estate relativamente ad alcuni episodi, primo fra tutti quello concernente il film I Vesuviani. Il presidente, quindi, non ha fatto altro che dare lettura, a mio avviso correttamente, delle lettere pervenute alla Commissione, non per introdurre la discussione ma per spiegare anche ai colleghi che non fanno parte dell'ufficio di presidenza le ragioni per cui questa mattina ascoltiamo il responsabile del settore cinema e fiction della RAI.
PRESIDENTE. Con garbo pari al suo, desidero far rilevare al senatore Falomi che mi sarebbe sembrato piuttosto scorretto tenere nascosta alla Commissione una lettera dei Presidenti delle Camere, i quali hanno parlato di un'eventuale attivazione della stessa Commissione. Quest'ultima, infatti, ha deciso proprio di attivarsi.
ANTONIO FALOMI. Il problema è il taglio della discussione.
PRESIDENTE. La prego di non interrompermi, senatore Falomi. Lei può essere soddisfatto o meno della mia risposta, ma ho comunque il dovere ed anche il diritto di rispondere.
ANTONIO FALOMI. Io ho il dovere di richiamare le decisioni dell'ufficio di presidenza.
PRESIDENTE. Siccome l'ultima parola spetta al presidente della Commissione, la prego di rispettare questa mia prerogativa.
ANTONIO FALOMI. Ce ne possiamo anche andare!
PRESIDENTE. Lei è libero di fare quello che vuole! Il problema è che la lettera del Presidente della Camera è pervenuta, come testimonia il protocollo, successivamente alla decisione dell'ufficio di presidenza. Non posso, quindi, anticipare qualcosa che non conosco; se l'ufficio di presidenza non avesse deliberato l'audizione del dottor Silva, non avremmo avuto modo di ascoltare quest'ultimo e di dare lettura di quella lettera.
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Spero di dire qualcosa di utile, premesso che questa è la prima volta in cui mi trovo di fronte ad un consesso del genere, per cui intendo adeguarmi alle vostre indicazioni e richieste.
fosse consapevolezza di questo, tutti i particolari, anche importanti, potrebbero risultare imprecisi o non sufficientemente chiari: in questo momento è in atto un grandissimo sforzo, che è stato avviato un anno fa su preciso impulso del consiglio di amministrazione della RAI, per stimolare ed incrementare la produzione audiovisiva italiana, la quale, a partire dal 1990-1991, aveva iniziato una parabola discendente di straordinaria gravità ed evidenza. Infatti, i dati relativi a questi sette anni, che citerò in seguito, sono veramente preoccupanti per la nostra identità nazionale e per le nostre capacità industriali. Basti pensare che intorno al 1990 l'industria audiovisiva italiana aveva in qualche modo un ruolo di leader a livello europeo, mentre negli ultimi sette-otto anni, che hanno visto una crescita straordinaria dell'industria audiovisiva degli altri paesi europei, anche in risposta alla pressione americana, si è creato in Italia un fenomeno fortemente depressivo, tanto che, sulla base di studi e statistiche che la RAI ha commissionato di recente, risulta che nel 1996 il nostro paese si è attestato, dal punto di vista della produzione, all'ultimo posto rispetto ai paesi europei in qualche modo comparabili con l'Italia.
PRESIDENTE. A quale anno si riferiva?
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Al 1996, anno in cui il nostro sistema - non parlo, quindi, soltanto della RAI - produceva 221 ore di fiction contro le 459 ore della Spagna, le 690 della Francia, le 1058 della Gran Bretagna e le 1689 della Germania. In questo momento, quindi, il nostro paese si colloca all'ultimo posto nel settore audiovisivo ed in particolare nella fiction, ma che cosa significa tutto ciò? Su tali questioni sono stati scritti libri e si tratta comunque di qualcosa di molto importante, che ha a che fare con l'industria ma anche con la cultura e la politica. Credo che l'importanza di tale discorso non sia stata ancora ben compresa e valutata, soprattutto dai giornali italiani, che negli ultimi sei o sette anni hanno abbastanza trascurato tale fenomeno.
un problema ed infatti spero che da questa crescita travolgente possano emergere sei, sette o otto società medie che siano in grado di confrontarsi con il mercato internazionale.
l'altra metà all'acquisto, con un miglioramento di oltre il 10 per cento. Infatti, nel 1996 la produzione impegnava il nostro budget per il 39 per cento contro il 61 per cento degli acquisti, mentre nel 1997 le stesse quote sono passate, rispettivamente, a circa il 49 per cento per le produzioni e al 51 per cento per gli acquisti; si può quindi affermare che nel 1997 si registra approssimativamente una suddivisione con una quota pari al 50 per cento sia per la produzione sia per l'acquisto.
PRESIDENTE. Ringrazio il dottor Silva per la sua esposizione.
MARIO LANDOLFI. Ho apprezzato moltissimo la capacità del dottor Silva di volare alto e di mantenersi ben al di sopra delle polemiche che hanno indotto l'ufficio di presidenza della Commissione, su mia richiesta, a disporre l'odierna audizione.
RAI insediato all'epoca del Governo del Polo aveva deciso di finanziarlo.
PRESIDENTE. Questa è una procedura piuttosto inusuale, onorevole Landolfi, e non credo che sussistano le condizioni per accogliere la sua richiesta, anche perché lei ha toccato aspetti piuttosto delicati; ritengo quindi opportuno evitare un andamento della discussione a botta e risposta, perché qualcuno potrebbe dedurne che si voglia trasformare la Commissione in un tribunale. È ovvio, comunque, che deve essere rispettato il suo diritto di ricevere risposte precise dal dottor Silva, qui presente.
MARIO LANDOLFI. Oltre alla domanda che ho già posto, chiedo se sia possibile conoscere il numero e i titoli delle opere visionate e non finanziate dalla RAI, se sia vero che la stessa azienda acquisti diritti d'antenna di film prodotti dal senatore Cecchi Gori, fatto salvo il primo passaggio degli stessi su Telemontecarlo; vorrei cioè sapere se sia vero che la RAI paghi miliardi per film che Cecchi Gori trasmette sulla sua rete, concorrente della stessa RAI, prima di passarli a quest'ultima.
titolare della Tangram, Adriano Ariè, attuale presidente dell'APT e titolare della Solaris cinematografica, Carlo Bixio, vicepresidente della Publispei e della Publierre srl, Giuseppe Giacchi, consigliere della TP1 srl ed infine Matilde Bernabei (la moglie di Gianni Minoli) della Lux video.
PRESIDENTE. Si tratta di un finanziamento riferito a quest'opera?
MARIO LANDOLFI. Sì, con riferimento a Teatri di guerra, non a La salita, il comune di Napoli ha adottato una delibera (non votata però da Bassolino, il quale si è limitato a scrivere a mano «fare presto» ma si è assentato al momento della votazione) con cui ha erogato un finanziamento di 30 milioni a favore di quel film, finanziato anche dalla RAI. Vi è quindi una coincidenza, che in realtà è qualcosa di molto più singolare.
GIOVANNA GRIGNAFFINI. Vorrei conoscere qualche nome di questi registi che realizzano film apprezzabili, di cultura, non politicamente schierati.
MARIO LANDOLFI. Potrei citare, per esempio, Ermanno Olmi.
PRESIDENTE. Questa è l'audizione del dottor Silva, non dell'onorevole Landolfi.
MARIO LANDOLFI. Posso anche non conoscere i registi, perché non mi occupo di cinema.
PRESIDENTE. Non è il suo mestiere.
MARIO LANDOLFI. Non contesto, comunque, il diritto di avere un'idea politica e di schierarsi per un partito o per una coalizione; contesto però alla RAI il fatto che utilizzi i soldi dei cittadini per finanziarie queste opere ed in tal modo credo di affermare qualcosa di lapalissiano. Se, per esempio, Mediaset finanziasse film su Bassolino, non avrei nulla da dire, perché quell'azienda si regge grazie agli introiti pubblicitari e non chiede una lira a nessuno; poiché, invece, la RAI si regge anche sul canone pagato dai cittadini, abbiamo il diritto e il dovere di capire perché si verifichino coincidenze che inducono a pensare male.
PRESIDENTE. Chiedo ai colleghi se preferiscano che il dottor Silva risponda subito alle domande poste da ciascun collega, perché altrimenti gli argomenti rischiano di «accalcarsi».
PAOLO RAFFAELLI. Ritengo sia preferibile completare prima il giro delle domande, perché altrimenti si entra nella logica di un andamento della discussione a domanda e risposta, che non so se ricordi un tribunale o il Minculpop (in entrambi i casi, non mi piace).
PRESIDENTE. In tal caso, com'è prassi della Commissione, il dottor Silva darà le sue risposte dopo ogni ciclo di tre interventi.
STEFANO SEMENZATO. Chiedo al dottor Silva di chiarire meglio alcuni criteri di scelta relativi alla qualità degli acquisti e delle operazioni che la RAI decide di effettuare. Se il collega che mi ha preceduto si è attenuto molto rigidamente ad una lettura dei fatti secondo lo schema politico bipolare, devo rilevare che esistono molti altri schemi interpretativi: per esempio, considerato che appartengo alla formazione dei verdi, sono interessato a capire se il criterio ambientale entri nella scelta dei film, se si rivolga attenzione alle tematiche sociali, ecologiche e così via.
alle potenzialità ed alle capacità produttive che può esprimere. Chiedo pertanto al dottor Silva una precisazione su questo tema.
MASSIMO BALDINI. Signor presidente, esprimo innanzitutto una valutazione sostanzialmente positiva sulla relazione del dottor Silva, soprattutto per quanto concerne l'aspetto relativo all'inversione di tendenza nel rapporto tra acquisti e produzioni; ritengo che questo andamento debba essere sostenuto ed incoraggiato, per i motivi correttamente sottolineati dallo stesso dottor Silva.
rivolte ed intendo comprendere i motivi per cui la RAI abbia finanziato produzioni che non presentano alcun carattere di obiettività.
PRESIDENTE. Il dottor Silva può rispondere alle domande dei colleghi finora intervenuti.
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Risponderò innanzitutto sulla questione posta in ordine al film I Vesuviani, il cui finanziamento fu deciso nel maggio 1996, come risulta da atti ufficiali, mentre il contratto fu perfezionato nell'ottobre dello stesso anno; personalmente non presi parte alla decisione, anche perché sono giunto alla RAI nel settembre del 1996 ed ho cercato, salvo casi rarissimi, di rispettare il lavoro precedentemente svolto, evitando di assumere l'atteggiamento, che in qualche caso si dice fosse frequente, di chi afferma: «Adesso sono arrivato io, prima gli altri erano dei cretini». Questo sarebbe stato, a mio avviso, un atteggiamento inadeguato.
responsabilità, ma anche molto pragmatismo e buon senso. Per esempio, se mi proponessero oggi un film come Porzus (la cui decisione è stata assunta contemporaneamente a quella concernente I Vesuviani, per cui non ho al riguardo né meriti né demeriti), non mi porrei il problema se esso piaccia o non piaccia al PDS, se sia eccessivamente duro e così via; dopo aver visto il film, la mia sensazione sarebbe in un certo senso di insoddisfazione per l'eccesso di abilità dello sceneggiatore, che peraltro è bravissimo e vanta una notevole presenza nella storia del cinema degli ultimi quarant'anni. Tuttavia, su un fatto che si svolge a livelli così estremi, che non solo appartengono alla politica ma sono anche, per così dire, più oscuri, avrei preferito un approccio più rozzo, meno abile, meno equilibrato, forse più d'istinto che di grande mestiere, anche politico.
PRESIDENTE. Di quale film sta parlando?
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Sempre di Porzus.
PRESIDENTE. Le era stata posta un'altra domanda.
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Ho citato questo caso per spiegare quale sia il nostro atteggiamento, al di là delle indubbie responsabilità della RAI in quanto istituzione. Forse questo, più che risposte di comodo e prevedibili, può servire a capire ciò che accada all'interno di questo grande apparato.
volte muovo critiche a tale aspetto), nonché una preoccupazione ed anche una certa ossessività per la trasparenza. Posso dirlo con un certo distacco perché ho assunto il mio incarico da un anno e qualche volta tutto questo mi dà fastidio, per cui sono portato ad affermare che mi assumo la responsabilità di una certa scelta; esistono però controlli ripetuti, insistiti, un po' ossessivi, che richiedono tempo.
PRESIDENTE. Poiché è utile saperlo, può dirci chi effettua questi controlli?
MARIO LANDOLFI. Chi visiona il film?
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Dei controlli artistici siamo responsabili noi. Mi riferivo alle contrattualizzazioni, che sono sottoposte a controlli molto severi e ripetuti.
PRESIDENTE. Da parte di chi?
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Vi sono vari passaggi: i finanziari, l'ufficio legale, il palinsesto. Il sistema è effettivamente molto severo.
PRESIDENTE. Si parla quindi di questioni interne all'azienda.
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Certamente. Abbiamo sicuramente - di questo dobbiamo assumerci la responsabilità - una piena libertà di scelta, perché non subiamo - tengo a sottolinearlo - influenze o pressioni; è questo un fatto che mi ha sorpreso felicemente.
MARIO LANDOLFI. Può darsi che si fidino!
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Lo spero! In questo momento penso di godere della fiducia dell'azienda e mi auguro che ciò dipenda da motivi «buoni»; spero che non ve ne siano anche di «cattivi».
MARIO LANDOLFI. I film trasmessi prima su Telemontecarlo comportano per la RAI lo stesso costo di quelli non sottoposti a questo passaggio?
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Certamente no. Si calcola una certa diffusione potenziale e normalmente, quando si acquista un film, vi sono vari punti di riferimento che ne determinano il prezzo: il risultato conseguito nei cinema, il suo precedente sfruttamento, il fatto che un film sia già stato trasmesso (come avviene quasi sempre) in pay tv; tutti questi fattori concorrono a determinare il prezzo.
ENRICO JACCHIA. Perché?
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Perché hanno commesso un gravissimo errore ritenendo che le sorti del cinema italiano siano alternative rispetto a quelle della fiction. Questa tesi era propria sia dell'ANICA sia dell'ANAC, associazione schierata su posizioni del tutto diverse in termini politici ma che su tale argomento si era alleata alla prima; esse sostenevano che la difesa della fiction avrebbe danneggiato il cinema, commettendo così un colossale errore, perché la difesa fittizia del cinema che si è realizzata in questi anni si è accompagnata ad un crollo: per esempio, negli Stati Uniti si impara a fare il cinema
in televisione. Ricordo, al riguardo, le recentissime dichiarazioni del famoso regista Friedkin, il quale afferma che i bei film americani si vedono sulle televisioni via cavo degli Stati Uniti.
critiche che possono nascere dal fatto che attribuiamo priorità al criterio tecnico-professionale. Anche per questo ritengo che siano piuttosto lontani i rischi ed i pericoli che hanno ispirato le suddette critiche.
PRESIDENTE. Diamo ora inizio ad un nuovo ciclo di interventi dei colleghi, cominciando con il senatore Falomi.
ANTONIO FALOMI. Ritengo che dalle polemiche dell'estate scorsa, che sono state riproposte in questa sede ed hanno trovato molte risposte nell'intervento del dottor Silva, emergano due elementi positivi che ci aiutano a comprendere l'atteggiamento che l'azienda può assumere di fronte ai problemi posti dalle stesse polemiche e quale sia il contributo che può venire dalla Commissione di vigilanza.
servizio pubblico. Nello stesso tempo, si è tenuta presente un'esigenza nazionale, oltre al ruolo fondamentale che deve essere svolto dal servizio pubblico quale elemento propulsore di una politica nazionale di rilancio del prodotto audiovisivo del nostro paese oltre che europeo.
tribune politiche, in ordine ai quali siamo molto attenti ed abbiamo indicato criteri e indirizzi precisi.
PAOLO RAFFAELLI. Ritengo che dobbiamo un ringraziamento al dottor Silva perché il suo «volare alto», come qualcuno l'ha definito nel suo intervento, ci ha consentito di evitare un secondo dibattito plenario monotematico dopo quello sulla diretta di Augias dall'università La Sapienza, che stavolta avrebbe riguardato I vesuviani, avviando così in qualche modo la Commissione di vigilanza verso un ruolo di controllo specifico, diciamo quello dello stopper in campo su singoli pezzi di produzione audiovisiva, nell'ambito dell'informazione o della fiction. Al riguardo, voglio manifestare con grande serenità, ma anche con nettezza, il mio disagio nel vedere regredire il ruolo di uno strumento parlamentare come questo ad un livello di marcatura, non dico ad uomo ma a trasmissione, che non ci porta lontano.
PRESIDENTE. Potremmo farlo insieme!
PAOLO RAFFAELLI. Sì, certo è che nessuno di noi propone di introdurre Striscia la notizia o le trasmissioni del Bagaglino in un meccanismo di controllo incrociato dei contenuti politici, o parapolitici, delle trasmissioni di varietà, il che ci porterebbe insopportabilmente lontano.
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Circa il 150 per cento fra il 1996 e il 1997.
PAOLO RAFFAELLI. Chiedo quindi: questo incremento, che indubbiamente è significativo, quale proiezione ha per i prossimi anni? Sappiamo tutti per esperienza che la produzione di fiction implica rilevanti spazi di programmazione precedenti alla messa in cantiere del lavoro vero e proprio: che tipo di trend, quindi, possiamo aspettarci negli anni a venire?
temi sia fondamentale: è inutile fare una trasmissione di grande contenuto civile se essa resta una trasmissione d'élite, anche se in alcuni casi può avere un significato di testimonianza, poiché non può essere certamente questa la prassi costante.
GIOVANNA GRIGNAFFINI. Credo che l'andamento dei lavori odierni della nostra Commissione sia quello di sempre: parte in modo un po' urlato e polemico e poi si incanala diventando produttivo di uno scambio molto costruttivo tra i componenti della Commissione e i loro interlocutori. Proprio per restare nell'ambito di questo processo, voglio svolgere due brevi osservazioni ed aggiungere alcune domande, senza sottolineare nuovamente gli aspetti positivi che l' inversione di tendenza, di cui ci è stata data documentazione, ha comportato: come abbiamo già detto in molte occasioni, ritengo che l'inversione di tendenza tra acquisti e produzione...
PRESIDENTE. A quale documentazione si riferisce? Sono cose che sono state dette, il che è diverso.
GIOVANNA GRIGNAFFINI. Vi è anche una documentazione orale, oltre a quella scritta.
distinzione fra i prodotti di informazione e quelli di fiction, che mi sembra decisiva dal punto di vista dei discorsi che stiamo svolgendo, non solo per gli effetti paradossali che spesso un'opera di fiction, indipendentemente dai suoi temi, può produrre, trasformandosi nella fattispecie in una parodia del sindaco Bassolino (ma non è di questo che voglio parlare); in sostanza, la fiction si misura non in termini di minuti o di temi, ma rispetto alla capacità di produrre «discorso». I grandi regimi del passato avevano capito che non è attraverso la fiction che si fa propaganda, perché essa non è controllabile, ha dei livelli, dal punto di vista linguistico della messa in scena, che sono completamente incontrollabili; dunque, quando si vuol fare propaganda, non si fa fiction perché essa sfugge alle possibilità di controllo. Su questo elemento, però, non voglio soffermarmi; credo invece che la fiction promossa, prodotta e sostenuta dalla RAI debba rispondere - è già stato detto - a quella direttiva della Commissione di vigilanza sul pluralismo che riguarda anche questo settore e che costituisce uno strumento importante e decisivo (ricordo anche lo scambio di lettere che vi è stato durante l'estate fra il presidente Siciliano ed il presidente della nostra Commissione, di cui siamo stati tenuti informati).
comprendo questa impostazione e credo che sia la chiave decisiva per capire se l'Italia avrà o no un sistema produttivo nei prossimi anni. La domanda è però delicata, perché mi piacerebbe che queste società sorgessero per un'autonoma capacità di stare sul mercato e che non fosse la RAI, con il suo supporto, a decidere quali saranno le società capaci di rimanere sul mercato. Credo che questa sia una domanda di politica industriale attenta a quella logica del pluralismo cui dovrebbero in qualche modo fare riferimento le nostre discussioni.
ENRICO JACCHIA. Anch'io ringrazio il dottor Silva, nel cui intervento posso rilevare due o tre punti positivi e due o tre punti critici. È comunque interessante l'inversione di tendenza di cui ci ha riferito: se ho ben capito, il miglioramento si realizza con il 49 per cento di produzione ed il 51 per cento di acquisto; indubbiamente, al riguardo vi si deve un riconoscimento. Il dottor Silva ha poi parlato di diffusività eccessiva: certamente, 32 società per 42 titoli mi sembrano eccessive, pur non essendo uno specialista, considerato un costo medio per film di 5-10 miliardi, o molto di più. Mi sembra quindi davvero improprio che vi siano 32 società, ognuna delle quali fa un filmetto, anche se qualcuno ha osservato che questo corrisponde ad una logica di pluralismo. Le società possono essere tante o poche, ma anche se c'è chi sostiene che è auspicabile che sorgano tante società che facciano tanti bei film, non dovete sostenerle voi della RAI e devono reggersi sulle proprie forze: questo, però, è un po' come dire che dobbiamo volerci bene. Le società nascono se c'è chi le crea e chi riesce a mandarle avanti: se non le si finanzia, come la Soviet film, evidentemente bisogna aspettare che crescano da sole. Possiamo quindi immaginare cose belle, ma è meglio restare nel concreto: su questo punto, quindi, dato che lo stesso dottor Silva ha sottolineato che 32 società per 42 titoli sono troppe, egli deve dirci cosa si può fare ragionevolmente per migliorare la situazione.
mesi, perché vogliamo chiarire se sia vero o no che vi è un orientamento in una certa direzione.
PRESIDENTE. Aggiungerò personalmente alcune domande, non prima di aver premesso una richiesta al dottor Silva: quella di essere abbastanza preciso nelle risposte alle questioni che desidero sollevare, perché ovviamente questo non è un tribunale ma una Commissione di vigilanza e le leggi indicano in maniera estremamente chiara quali sono i suoi limiti; spero quindi che vi sia la possibilità di ricevere soddisfazione dalle risposte del direttore. Mi ha colpito molto un'affermazione del direttore Silva, il quale ha detto che vi può essere molta soggettività. Io dico che, in questioni come questa, ben poco può essere lasciato alla soggettività, perché parliamo di una verifica di ciò che stabiliscono le norme. Non ripeterò le argomentazioni, peraltro convincenti, del senatore Jacchia riguardo alla concezione - non del dottor Silva, e nemmeno intendo imputarla al senatore Falomi - un po' razzista per la quale a sinistra c'è il bene e a destra il male; penso vi siano persone con qualità e difetti da entrambe le parti e che quindi alcune questioni vadano risolte.
essere assicurato un criterio di assegnazione delle produzioni che non determini esclusioni o situazioni di privilegio tra imprese di pari affidamento. Capite bene che in questo campo soggettività non può esservi, i criteri debbono esistere: lo ha detto la Commissione approvando all'unanimità questa norma.
nessuno possa avere elementi di dubbio), al punto che 107 paesi del mondo - lo ribadisco - ne acquistarono i diritti, cosa che immagino abbia assicurato anche proventi all'azienda.
non certo come presidente. Di sicuro è curioso - ripeto, non le pongo una domanda su questo, ma le rassegno soltanto una considerazione - a proposito di criteri di assegnazione delle produzioni che il responsabile della fiction italiana, il suo assistente, provenga da una società, la Sidecar, se non sbaglio, che proprio di questo si occupa e di cui egli era socio al 50 per cento. Questo potrebbe non voler dire nulla, perché il dottor Pecorelli può aver lavorato e per le sue competenze essere stato portato alla RAI dal dottor Silva, che l'aveva conosciuto alla Rizzoli.
mentre noi abbiamo un dovere di verifica, che è una cosa diversa. Pertanto, nel modo più garbato vorrei che in un nuovo rapporto tra settori della RAI, se l'azienda glielo consentirà, e la Commissione di vigilanza questi dati venissero messi a nostra disposizione, perché si tratta di atti che riguardano il pluralismo nella nostra società, nonché la gestione del servizio pubblico. Mi interessa approfondire tale questione anche per comprendere se nella rinnovata capacità di spesa dell'azienda vi siano meriti derivanti dalla vituperata gestione Moratti, quando si è attuato il risanamento finanziario. Se vi è una maggiore capacità di produzione, può darsi che qualcosa del genere sia accaduto ed è quindi utile saperlo, non per esaltare o denigrare, in quanto io critico le questioni che si pongono indipendentemente da chi vi sia al vertice della RAI, se esse vanno criticate.
consiglio di amministrazione (altrimenti non ho motivo di dubitare che il consiglio di amministrazione ce l'avrebbe fatta conoscere).
STEFANO PASSIGLI. Approfitto, scusandomi per il ritardo con il quale sono arrivato, dovuto alla Commissione bicamerale per le riforme costituzionali...
PRESIDENTE. Due bicamerali!
STEFANO PASSIGLI. Sì, due bicamerali con una che riprendeva i suoi lavori dovendo assumere decisioni alle quali non potevo sottrarmi. Comunque, arrivando, ho sentito fare riferimento alla questione Andermann, che anch'io ho seguito, pur confermandosi che la questione sollevata dal presidente non è politica, perché sicuramente, se avessi ravvisato aspetti di politicità nel suo intervento, sarei intervenuto in senso contrario al suo come spesso avviene. Viceversa la questione mi ha colpito singolarmente perché essa solleva due problemi: da un lato, i limiti che può avere una Commissione come la nostra nel valutare singole decisioni che riguardino i palinsesti o specifici programmi; dall'altro lato, un comportamento generale della RAI una volta prese certe decisioni, perché non rispettare decisioni assunte può ovviamente avere conseguenze molto gravose sul piano economico, a fronte di eventuali azioni per risarcimento danni.
caratteristiche, un successo di audience e sul piano economico: per la verità, mi occupo abbastanza di musica e non è propriamente quello il tipo di programma che amerei vedere trasmesso alla RAI, perché mirerei anche a programmi ben più impegnativi, ma sicuramente esso ha avuto un grande successo di divulgazione e comunque la RAI ha mostrato di esserne molto soddisfatta, anche perché il programma venne ampiamente ripreso da televisioni di diversi paesi. Credo quindi che esso sia stato molto remunerativo dal punto di vista economico, e questa è la mia prima domanda: le chiedo quindi, dottor Silva, se lei ha i relativi dati, altrimenti domani rivolgerò la stessa domanda ai rappresentanti del consiglio di amministrazione.
ANTONIO FALOMI. Intervengo sull'ordine dei lavori, poiché il presidente nel suo intervento ha fatto numerose volte riferimento a nuove competenze della Commissione determinate dalla nuova legislazione, a vecchie competenze riattivate, a documentazioni che vengono chieste per poter esercitare quelle competenze; torno quindi a chiedere (e pongo la questione in modo che al prossimo ufficio di presidenza venga discussa e definita) una discussione della Commissione, anche alla luce della nuova legislazione, sulle sue stesse competenze. Dato che, anche sulla base di quanto è stato detto, emergono problemi
di tipo interpretativo rispetto alle norme di legge, credo che, per avere chiarezza e certezza di rapporti fra la Commissione di vigilanza e l'azienda, sia assolutamente urgente effettuare questa discussione, in modo tale che ognuno di noi sappia qual è l'ambito di attività che può esercitare e che anche la RAI sappia con certezza qual è l'ambito in cui si deve sviluppare il rapporto con la Commissione di vigilanza, onde evitare polemiche e contrapposizioni inutili.
PRESIDENTE. Senatore Falomi, la prego di formulare una richiesta motivata per iscritto, in modo che io possa chiedere ai Presidenti delle Camere un giudizio sull'ammissibilità della richiesta stessa.
ANTONIO FALOMI. Presidente, mi scusi, ho sollevato un problema...
PRESIDENTE. Lei sta dicendo che le leggi del Parlamento italiano non sono scritte in italiano: io devo chiederlo ai Presidenti delle Camere!
ANTONIO FALOMI. Sto dicendo che danno luogo a interpretazioni; lei non è l'interprete della legge, presidente!
PRESIDENTE. Senatore Falomi, lei non ha la parola...
ANTONIO FALOMI. Non è accettabile questo atteggiamento del presidente! Ho posto la questione con molto garbo e cortesia...
PRESIDENTE. L'ha posta anche con una correttezza relativa, perché il dottor Silva deve poter concludere il suo intervento. Sono questioni...
ANTONIO FALOMI. Siccome è una questione che ho ripetutamente posto...
PRESIDENTE. Senatore Falomi, non mi costringa a richiamarla all'ordine!
ANTONIO FALOMI. Mi richiami all'ordine; non è possibile che il presidente Storace, che notoriamente non è uomo di parte, dia un'interpretazione della legge...
PRESIDENTE. Senatore Falomi, la richiamo all'ordine perché sta disturbando i nostri lavori!
MARIO LANDOLFI. Il presidente non può citare delle leggi?
ANTONIO FALOMI. È l'interpretazione che viene data delle leggi e di quello che esse consentono...
PRESIDENTE. Senatore Falomi, l'ho già richiamata all'ordine; la prego di consentirmi di dare la parola al dottor Silva.
ANTONIO FALOMI. Me ne vado perché non accetto questo modo di discutere! Questo conferma ancora di più la faziosità del presidente...
PRESIDENTE. Senatore Falomi, si rivolga ai Presidenti delle Camere!
ANTONIO FALOMI. Naturalmente solleverò in ufficio di presidenza la questione, perché lei non è il padrone della Commissione, né lo è alleanza nazionale!
PRESIDENTE. Lei decida se restare in aula o andarsene; senatore Falomi, lei non può farmi perdere la pazienza! Se permette, la discussione viene regolata dal presidente e lei è pregato di attenersi ai limiti del suo lavoro di commissario!
ANTONIO FALOMI. La pazienza l'ho persa io e me ne vado. Lei non è il padrone della Commissione, né è l'interprete delle leggi dello Stato italiano!
MARIO LANDOLFI. E lei non è il padrone della RAI!
PRESIDENTE. Senatore Falomi, si accomodi.
(Il senatore Falomi lascia l'aula della Commissione).
Prego, dottor Silva.
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Risponderò alle domande nell'ordine in cui mi sono state rivolte. L'onorevole Raffaelli mi ha chiesto quali sono le nostre previsioni per lo sviluppo futuro. Credo che dovremo aspettarci per l'immediato, per il 1998, un consolidamento dei risultati del 1997 e qualche passo in più. Dobbiamo già dire, però, che, stando a quello che accade nell'anno in corso, certi settori dell'industria sono ormai saturi: basti pensare (non lo sapete perché i giornali ancora non parlano di questa realtà) che Cinecittà lavora non solo con il pieno impiego dei propri mezzi, ma avendo costruito in fretta due studi provvisori ricavati da due capannoni, proprio allo scopo di rispondere alle crescenti necessità.
formale, precisa in base a certi criteri, trovo che questa sarebbe una cosa odiosa, prima ancora che contraria alle nostre leggi.
PRESIDENTE. Anche ai comandamenti.
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Su questo non avrei dubbi, anche se dentro i comandamenti rientra tutto.
ENRICO JACCHIA. Aggregazioni anche con l'estero?
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. In questo momento si tratta di aggregazioni all'interno del nostro paese, in quanto oggi in Europa le industrie sono ancora nazionali e, nell'ambito nazionale, queste società si sono grandemente sviluppate negli ultimi 7, 8 anni. In qualche modo il prodotto ne risente, nel senso che il prodotto internazionale a livello europeo
è oggi abbastanza limitato. Attualmente siamo molto impegnati sullo sviluppo dell'industria nazionale, del prodotto domestico; prevedo che tra circa due anni vi potrà forse essere lo sviluppo di iniziative che naturalmente già esistono.
ENRICO JACCHIA. Le chiedo informazioni non sui produttori ma su sceneggiatori e registi.
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Se dovessi classificare in base alle opinioni politiche i miei collaboratori, mi rifiuterei; non intendo farlo, non voglio saperlo, non mi interessa...
PRESIDENTE. Si stava dicendo un'altra cosa...
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Quando, nel mio mestiere, mi hanno chiesto più o meno direttamente da che parte stavo, ho chiesto a mia volta quale fosse la legittimità di quella domanda e non mi è stata data risposta...
ENRICO JACCHIA. Facevo riferimento non ai collaboratori ma a quelli cui si danno i soldi per fare film.
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Certo, ma io non chiedo nessuna targa: mi rifiuto. D'altronde, è la realtà che decide in gran parte: vi sono capacità che emergono. Il presidente ricordava che Minoli ha detto che io sono molto potente, ma Minoli è un giornalista, con tutte le considerazioni che ne possono derivare, per esempio il gusto per la parola...
PRESIDENTE. L'ha detto in Parlamento, non in un'intervista!
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Che vuol dire? Anche in chiesa si dicono cose...
PRESIDENTE. Se lei ha questa concezione del Parlamento!
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Non credo che la chiesa si possa considerare un luogo meno dignitoso...
PRESIDENTE. Stavo dicendo un'altra cosa: in Parlamento si dicono le cose che si pensano, spero!
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Anche in chiesa...
PRESIDENTE. Ma noi non stiamo in chiesa, siamo in Parlamento!
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Non credo che fra chiesa e Parlamento vi siano diversità di grado.
PRESIDENTE. In 107 paesi, in 125 era quello successivo.
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Mi potrei consentire anche un sorriso ironico su questa cifra, perché questo tipo di prodotto, su cui poi dirò qualcosa, non ha le caratteristiche commerciali per essere venduto in 107 paesi, cioè anche in paesi piccolissimi, che non hanno alcun rapporto con questo tipo di prodotto e comprano al massimo telefilm americani...
PRESIDENTE. Anche la Cina è fra questi paesi piccolissimi?
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Non penso che la Cina sia un paese piccolissimo...
PRESIDENTE. Appunto, è una domanda che faccio...
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Mi sembra una domanda che contiene in sé la risposta.
MARIO LANDOLFI. Per ciascuna delle opere?
PRESIDENTE. Parla di Tosca o delle cinque proposte successive?
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Parlo dei costi della Tosca, che è il programma modello a cui ci si riferisce.
PRESIDENTE. Ho detto che, alla fine, il costo per la RAI è di un miliardo, perché calcolo i diritti che lei non calcola.
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. No, perché la RAI non ha diritti su questo; in base al contratto stipulato...
PRESIDENTE. Io devo dire quello che so; lei dice altro...
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Io le dico la verità...
PRESIDENTE. Spero che non dubiti anche della mia.
SERGIO SILVA, Direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI. Stavo dicendo che si tratta di un costo elevato, specialmente se lo confrontiamo con casi che, benché non del tutto omogenei, consentono un raffronto: per esempio, acquistiamo da La Scala, con tutti i diritti di sfruttamento, quattro o cinque allestimenti tra i maggiori dell'anno e li paghiamo 500 milioni l'uno, per poi commercializzarli; e sono grandi opere. La Tosca cosa ha di caratteristico? È una performance, una scommessa abbastanza straordinaria, perché fare in diretta quest'opera nei luoghi in cui essa si svolge è un'idea abbastanza folle, che devo dire ho molto apprezzato: un'azienda come la RAI può sostenerla giusto nella sua estemporaneità; devo dire però che l'ho vista e mi sono molto rallegrato, perché in questo mestiere quando si vede fare una cosa difficilissima, quasi impossibile, ci si deve levare tanto di chapeau!
STEFANO PASSIGLI. Per la sequenza cronologica, il contratto fu perfezionato?
Sono altresì presenti il dottor Tommaso Genisio, al suo esordio quale responsabile della direzione relazioni istituzionali della RAI, e l'avvocato Rubens Esposito.
Ricordo che l'ufficio di presidenza della Commissione ha deliberato, su richiesta dell'onorevole Landolfi, peraltro recepita dai colleghi presenti, l'audizione del dottor Silva sulle questioni concernenti la direzione di sua competenza, anche alla luce di alcune polemiche sorte nelle scorse settimane.
Comunico altresì che l'onorevole Italo Bocchino, del gruppo di alleanza nazionale, mi ha scritto, in data 6 settembre 1997, la seguente lettera: «Illustre presidente, il Presidente della Camera onorevole Luciano Violante, d'intesa con il Presidente del Senato senatore Nicola Mancino, ha risposto alla mia nota del 26 agosto scorso riguardante il direttore di RAI Cinemafiction dottor Sergio Silva.
«I Presidenti dei due rami del Parlamento, prendendo atto delle mie affermazioni, hanno sottolineato che la loro funzione relativa alla RAI è limitata alla nomina del consiglio di amministrazione dell'azienda e che le competenze di controllo e vigilanza rientrano tra i poteri della Commissione da lei presieduta.
«La prego pertanto, vista anche l'annunciata audizione del dottor Sergio Silva dinanzi la Commissione parlamentare competente, di tener presenti le osservazioni da me rese note nella missiva del 26 agosto scorso».
Do ora lettura della lettera con cui, il 4 settembre scorso, il Presidente Violante ha risposto all'onorevole Bocchino: «Illustre collega, rispondo, d'intesa con il Presidente del Senato, alla sua lettera del 26 agosto scorso riguardante il direttore di RAI Cinemafiction, dottor Sergio Silva.
«Prendo atto di quanto lei ha voluto affermare, ma non ritengo si tratti di questione sulla quale i Presidenti delle Assemblee legislative possano interloquire.
«Ai Presidenti delle Camere, infatti, come più volte si è avuta occasione di precisare, non viene attribuito alcun potere di controllo sulla gestione della RAI. I
«Per quanto attiene invece ad eventuali attività della Commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI (occorre ricordare che questa lettera è precedente alla decisione dell'ufficio di presidenza della Commissione), ritengo utile farle presente che la questione da lei sollevata è stata altresì motivo di una lettera, pervenuta per conoscenza ai Presidenti delle Camere, inviata dal dottor Silva al presidente della Commissione, onorevole Storace».
Per quanto mi riguarda, a seguito della comunicazione ricevuta, ho inviato all'onorevole Bocchino la seguente lettera: «Illustre collega, ho preso buona nota della sua del 6 settembre scorso e dell'allegata nota di risposta del Presidente della Camera, d'intesa con il Presidente del Senato, alla sua precedente, i quali fanno riferimento ad un'altra lettera del 26 agosto inviata loro dal direttore del settore acquisti, produzioni e coproduzioni della RAI, dottor Sergio Silva.
«In particolare, noto che i Presidenti delle Camere hanno evidenziato la competenza della Commissione che ho l'onore di presiedere ad eventualmente attivarsi sul caso da lei segnalato a partire dal 25 agosto scorso. Con ciò, pare di capire, riaffermando che i loro poteri restano nell'ambito di quel che ha stabilito la legge 25 giugno 1993, n. 206, e deve quindi ritenersi errato, secondo la mia personale valutazione, il loro coinvolgimento da parte di dirigenti della RAI.
«Ciò detto, desidero quindi informarla sul fatto che la Commissione, nell'ultima riunione dell'ufficio di presidenza, ha stabilito di disporre l'audizione del dottor Sergio Silva. Non mancherà la possibilità di porre nel dibattito - da parte mia o di altri commissari - le questioni che ella ha voluto porre all'attenzione della Commissione.
«Le rimetto altresì copia della lettera che i Presidenti delle Camere hanno citato nella risposta che le hanno fornito e che il dottor Silva aveva inviato a numerosi altri soggetti». Ricordo, al riguardo, che il dottor Silva aveva inviato la suddetta lettera a me e, per conoscenza, ai vicepresidenti della Commissione Paissan e Baldini, nonché ai Presidenti delle Camere, al professor Siciliano, alla dottoressa Cavani, alla dottoressa Mursia, alla dottoressa Olivares, al dottor Scudiero, al dottor Iseppi e al direttore responsabile di Panorama.
La lettera in questione era del seguente tenore: «Gentile presidente, ho letto la sua intervista su Panorama del 28 agosto 1997, nella quale ella si riferisce, tra l'altro, anche alla mia attività di direttore di RAI Cinemafiction.
«In proposito mi duole doverle precisare che le sue dichiarazioni sono tutte completamente non corrispondenti al vero.
«Sono a disposizione dei suoi uffici per una migliore informazione e le invio, insieme a tutte le riserve del caso, i miei cordiali saluti».
Do ora lettura delle due lettere dell'onorevole Bocchino da cui è nata la questione, rivolte rispettivamente a me ed ai Presidenti delle Camere (gli atti sono a disposizione dei membri della Commissione).
La lettera inviatami dall'onorevole Bocchino è del seguente tenore: «Caro presidente, su Repubblica di domenica 25 agosto 1997, a pagina 34, si legge che la RAI ha finanziato, acquistandone i diritti d'antenna, il film I Vesuviani, lungometraggio allegorico composto da cinque favole girate da altrettanti registi. Un episodio, La salita di Mario Martone, è dedicato al sindaco di Napoli Antonio Bassolino, come spiega l'autore a Repubblica. 'Il Vesuvio è diventato così un altro protagonista del film - dice Martone al noto quotidiano - insieme a Bassolino e ai mandolini. Il riferimento al sindaco non è vago, è proprio pensando a lui che è stato costruito il film. Quello che mi ha ispirato - prosegue Martone - è la simpatia umana di Bassolino, la sua condizione simbolica di comunista, o ex comunista, che si trova a governare, e anche con successo, una città italiana degli anni novanta incarnando la necessità di
«Se l'episodio è così apologetico - riprende la lettera dell'onorevole Bocchino - come lo racconta il regista, tenuto presente che il film sarà nelle sale di Napoli in prossimità della campagna elettorale amministrativa, sarebbe opportuno un intervento della Commissione da lei presieduta per censurare la scelta politica ed elettoralistica fatta dalla RAI con i soldi dei contribuenti».
Do ora lettura della lettera inviata dall'onorevole Bocchino ai Presidenti delle Camere (che ha dato origine alla loro risposta), nonché a me e al professor Siciliano: «Illustri Presidenti, ritengo doveroso sottoporre alla vostra cortese ed istituzionale attenzione il sistema politico-clientelare con cui un funzionario della RAI eccessivamente sensibile alle sue simpatie politiche, tal Sergio Silva, gestisce il denaro pubblico, riservandolo esclusivamente ai suoi amici o ad uomini delle sue stesse idee politiche.
«La direzione della RAI che si occupa di cinema e fiction televisiva, guidata da Silva, ha annunciato con pagine di pubblicità sui giornali di aver investito 100 miliardi per promuovere nuove iniziative e far debuttare giovani autori. Ci vuol poco, però, a scoprire che ad avere miliardi RAI sono produttori come Cecchi Gori, concorrente di Viale Mazzini con le sue televisioni private, o come Leo Pescarolo, protetti dal marchio ulivista. Quanto ai 'nuovi autori' finanziati, ci sono Mario Martone, Nanni Moretti (con il film Aprile, che racconta la vittoria elettorale dell'Ulivo, avvenuta proprio nel mese di aprile), Citto Maselli, Antonio Capuano, Francesca Archibugi, Marco Bellocchio, Cristina Comencini, Ettore Scola e tanti altri, tutti uniti dalla loro indiscutibile bravura ma anche e soprattutto dall'appartenenza alla sinistra che governa la produzione cinematografica con metodi quanto meno discutibili.
«Le origini di Sergio Silva, tra l'altro, non lasciano dubbi. Da produttore aveva provocato la scissione all'interno della categoria, dando vita all'APT (Associazione produttori televisivi), in cui si sono uniti gli imprenditori di sinistra che volevano appiattire il cinema italiano sul PDS. Dopo aver fatto questa cortesia a Botteghe oscure, Silva è stato premiato con un incarico importante e delicato, dove si gestisce parte del futuro del cinema italiano. Le prime mosse, però, fanno riflettere. Appare strano, ad esempio, che molte produzioni, tra le quali La Piovra 8 e La Piovra 9, siano state appaltate alla Tangram, società di cui è titolare Roberto Levi, uomo politicamente affine a Silva e suo vice nell'APT.
«Se questa è la strategia della RAI per sostenere il cinema italiano c'è da preoccuparsi. È per questo che sarebbe utile un intervento deciso da parte di chi, come voi, ha il diritto-dovere di controllare la corretta e pluralistica gestione dell'ente radiotelevisivo pubblico».
Poiché l'onorevole Bocchino mi aveva chiesto di portare a conoscenza della Commissione la sua denuncia, penso di averlo fatto correttamente.
Ricordo che in sede di ufficio di presidenza non si è inteso escludere dal dibattito le polemiche sorte recentemente in ordine alle questioni ricordate nelle lettere, ma si è deciso di tenere una seduta della Commissione dedicata al problema della fiction e dei film della RAI, ascoltando il responsabile del settore allo scopo di acquisire da lui una relazione generale. Nell'ambito di tale discussione, vi sarà ovviamente tutto lo spazio necessario...
Ricordo inoltre di aver letto la lettera che il dottor Silva ha scritto in contestazione a me, nonché quella dei Presidenti delle Camere, dando anche notizia del motivo che ha originato la polemica.
Posso pertanto comprendere l'obiezione del senatore Falomi nelle sue ragioni politiche, non in quelle istituzionali.
Do ora la parola al dottor Silva per le comunicazioni che intende eventualmente rendere.
Ho fatto questa premessa in quanto sono convinto che su ciò che la RAI sta facendo nel settore della fiction e del cinema vi sia stata finora un'informazione non sufficiente, anche perché i fenomeni ai quali si è assistito si sono succeduti in maniera così rapida da non consentire di superare la barriera della frequente distrazione da parte dei mezzi di comunicazione.
Mi preme comunque sottolineare ciò che sta accadendo in quanto, se non vi
Di fronte a questa situazione, la linea che abbiamo seguito è stata quella di crescere rapidamente ed in maniera non precaria, ponendo cioè le premesse perché l'industria italiana dell'audiovisivo sia capace di affrontare la situazione che si sta già determinando nel campo della comunicazione mondiale. Infatti, il nostro mercato, al pari di tutti gli altri, è ormai sottoposto ad una grande quantità di segnali e di informazioni, per cui l'unica risposta possibile è rappresentata dalla capacità di produrre, quindi di riprodurre la propria realtà, di confrontarsi con essa e così via. Non vi è altra possibilità: se non saremo in grado di costruire una forte industria nazionale, non avremo alcun modo per rispondere a quella che in maniera un po' melodrammatica si può definire l'invasione ormai in atto da parte del sistema comunicativo mondiale.
Questa idea è stata alla base del lavoro condotto in quest'anno, che non esito a definire forsennato e che ha dato risultati, se non confortanti, certamente stimolanti per andare avanti, almeno in termini di progetto, di piano. Citerò, al riguardo, alcuni dati: nel 1997 la fiction italiana sarà costituita da 156 «pezzi» di 100 minuti, contro i 61 del 1996, con un incremento di circa il 140-150 per cento. Tutto questo - lo sottolineo - nell'ambito di un solo anno e con un tipo di prodotto che richiede determinati tempi tecnici.
In questo quadro, che è stato in gran parte sviluppato da società esterne alla RAI (direi che ciò è avvenuto nella misura del 90-95 per cento, perché i mezzi che la stessa RAI può dedicare a questo tipo di produzione sono assolutamente marginali), le società di produzione interessate sono state 32, per la realizzazione di 42 iniziative; si è quindi registrata una diffusività massima, che qualche economista definirebbe persino eccessiva: infatti, se il loro numero è così grande, si tratta evidentemente di piccole società, per cui vengono in qualche modo sacrificate le dimensioni, che pure in questa attività sono molto importanti. Si tratta certamente di
Questo è l'auspicio che esprimo, rilevando che al riguardo vi sono alcuni segnali. Anche se non possiamo attenderci che tutto accada in un solo anno, mi auguro che nell'arco di due o al massimo tre anni sarà possibile affermare che esiste una grande ed importante industria audiovisiva italiana, adeguata anche a rispondere alle forti capacità creative presenti in questo settore nel nostro paese, dove il terreno della creatività e del talento è molto ricco, per cui è sufficiente creare premesse economiche corrette per far sì che lo stesso talento possa crescere, come un fiore tropicale (chiedo scusa per l'espressione colorita).
Attualmente, siamo in presenza di una carenza di personale tecnico: come risulterà da rilevazioni che saranno completate nelle prossime settimane, ci stiamo avviando verso la piena occupazione in questo settore, mentre nell'ambito di alcune professionalità piuttosto avanzate si registra già in questo momento una carenza, in quanto ci mancano, per esempio, scrittori. Tutto ciò costituisce (lo dico con una certa soddisfazione) un problema serio ma non preoccupante, perché si riscontra una fortissima ed immediata reattività: evidentemente, in Italia, come avviene in altri paesi, vi è una grande disponibilità, una vocazione verso questo tipo di lavoro, che negli ultimi anni era stato in qualche modo compresso ed ostacolato, per una serie di ragioni la cui spiegazione richiederebbe ora troppo tempo.
Credo però di poter affermare che è iniziata una nuova fase, e non soltanto per la RAI: si è verificato, a mio avviso, un risveglio originato proprio da questa netta presa di posizione di un anno fa da parte della stessa RAI; tuttavia, l'intero sistema si è messo in movimento ed anche Mediaset, nata come società basata fondamentalmente sull'acquisto di prodotto estero (questa è stata finora la realtà), ha ora cambiato registro, contemporaneamente o poco dopo rispetto alla RAI (non ha importanza chi sia stato il primo ad avviare il cambiamento); la stessa Mediaset, quindi, lentamente ma non troppo (direi anzi con una certa vivacità e capacità), si sta trasformando in un'impresa anche industriale. Non conosco i dati relativi a Mediaset, ma so che ha avuto anch'essa uno sviluppo molto forte, per cui si può affermare che l'intero sistema italiano si sia messo in moto.
Si tratta forse di un miracolo? Non direi proprio, ed anzi occorre rilevare che prima di quest'ultimo anno si è assistito ad una notevole attività svolta da alcune associazioni tra cui quella che ho contribuito a costituire (l'APT), le quali hanno sollevato e dibattuto questo problema in varie sedi, nell'ambito di convegni, inviando lettere a varie Commissioni parlamentari, allo scopo di richiamare l'attenzione sull'importanza dello sviluppo di questo settore e sulla gravità della sua situazione di sottosviluppo e di depressione. Credo che tutto questo sia stato convincente, in quanto ricordo che, quando mi occupavo della suddetta associazione, ho avuto colloqui con tutte le forze politiche, nel corso dei quali ho spiegato ripetutamente l'importanza della questione e le possibilità che si perdevano.
Vi è stata probabilmente una maturazione generale, per cui oggi il sistema si è collocato su un altro registro: attualmente il sistema Italia ha compreso che può rispondere bene allo sviluppo mondiale della comunicazione soltanto facendo nascere una forte industria.
Uno degli aspetti di cui sono lieto è costituito dalla velocità con cui si è evoluto tale processo, che pensavo sarebbe stato più lento; basti considerare che nell'ambito di un anno, oltre alle ricordate modifiche nella dimensione nell'impegno produttivo, abbiamo raggiunto un altro risultato a mio avviso molto positivo: mi riferisco al fatto che il nostro rapporto tra l'acquisto e la produzione, che nel 1996 era ancora fortemente sbilanciato, è stato praticamente riequilibrato, tanto che nel 1997 si può affermare che la metà dei nostri investimenti è riferita alla produzione e
Ritengo che questo sia stato un risultato molto importante, per di più raggiunto in un solo anno, perché non si tratta soltanto di decidere sui contratti, ma anche di incidere su una macchina burocratica appesantita dalle varie fasi, dalle ere, come quella della RAI, che negli ultimi sei-sette anni, sul piano culturale prima ancora che in termini aziendali, si era molto appiattita sull'acquisto. Non vi è dubbio che negli ultimi sette-otto anni l'indirizzo seguito, anche a causa della legge Mammì che ha spinto molto in questo senso, è stato improntato ad un'idea di televisione quale si poteva mutuare dalla Fininvest di allora, ossia di una televisione mercantile, basata essenzialmente sul prodotto acquistato, che non voleva correre rischi ed era fortemente determinata dalle leggi della pubblicità. Basti pensare che un anno dopo l'entrata in vigore della legge Mammì (mi riferisco al periodo 1990-1991) si è verificato alla RAI un raddoppio della trasmissione di film, per lo più americani, in prime time; si tratta evidentemente di un fenomeno estremo.
Credo di poter affermare che questa fase oggi si è conclusa, in quanto la RAI e l'intero sistema hanno imboccato una via di tipo industriale, o almeno ne hanno percepito la necessità, avviandone in qualche modo l'attuazione.
Tuttavia, poiché la nostra è una Commissione di vigilanza oltre che di indirizzo, essa ha il diritto-dovere di capire in che modo vengano impiegate le risorse, provenienti soprattutto dalle tasche dei contribuenti, che finanziano l'azienda RAI.
Personalmente, rappresento un gruppo che è non solo favorevole, ma direi anzi favorevolissimo al potenziamento dell'industria nazionale dell'audiovisivo: a noi, infatti, fa molto piacere che la bilancia penda dalla parte della produzione più che da quella degli acquisti, non solo per un problema economico-finanziario, ma anche per una questione di tutela dell'identità culturale, della specificità del nostro prodotto, della nostra storia, della nostra tradizione, nonché di un passato che nel cinema ha contato e conta moltissimo. Dobbiamo però valutare tutto questo da un punto di vista non solo quantitativo ma anche qualitativo.
Ricordo, in particolare, che di recente, per decisione della struttura diretta dal dottor Silva, sono stati acquistati i diritti d'antenna di alcuni film a nostro avviso politicamente orientati, nel senso che non sono indirizzati verso le finalità di obiettività e pluralismo tipiche del servizio pubblico. Tuttavia, prima di entrare nel merito delle questioni, intendo porre al dottor Silva una domanda preliminare, allo scopo di sapere quale sia la procedura attraverso cui la RAI acquista i diritti d'antenna di un film; mi interessa soprattutto sapere quanto tempo trascorra tra la richiesta del produttore e la risposta dell'azienda.
Con riferimento a I Vesuviani, il dottor Silva ha affermato che l'idea di finanziare quel film diretto da cinque registi napoletani, che tra l'altro è andato incontro ad un sostanziale insuccesso di critica e di pubblico (la RAI ha finanziato un film non solo politicamente orientato ma anche brutto), sarebbe nata al termine della gestione Moratti; lei ha affermato ciò quasi a voler dimostrare che non si tratta di un film politicamente orientato, tant'è vero che il consiglio di amministrazione della
Le chiedo allora - lo ripeto - quale sia la procedura che viene seguita ed il tempo che intercorre tra la richiesta del finanziamento e la decisione dell'azienda.
Anche se intendo rivolgere al dottor Silva molte altre domande, vorrei, se possibile, che egli rispondesse preliminarmente a quella che ho già posto. Tra l'altro, si può decidere di finanziare un film, un'opera, ma è possibile anche dare al produttore ed al regista suggerimenti relativi alla sceneggiatura: per esempio, si può far sì che il generico sindaco della sceneggiatura originaria diventi, per così dire, un sindaco in carne ed ossa. Intendo dire che è possibile che il consiglio di amministrazione della RAI presieduto dalla dottoressa Moratti avesse deciso di finanziare un film incentrato su una generica figura di sindaco e che successivamente tale figura sia diventata quella di Bassolino.
Si tratta peraltro di polemiche che non facciamo solo noi, in quanto recentemente Il Manifesto ne ha promossa una riferita allo sceneggiato Primo cittadino, interpretato da Tullio Solenghi, definito un volantino dell'Ulivo ovvero una celebrazione, un inno, un peana al «politicamente corretto» di marca veltroniana.
Dobbiamo quindi comprendere, dottor Silva, se il denaro nostro, dei contribuenti, sia impiegato per fare propaganda elettorale a favore di una parte politica o se invece venga destinato a creare cultura per il paese: occorre, infatti, farla finita con la favoletta che ogni tanto viene tirata in ballo soprattutto dal presidente Siciliano (il quale la sera del 21 aprile ha brindato nella sede di Botteghe oscure), secondo cui la RAI è la più grande azienda culturale del paese. Se questo è vero, la stessa RAI deve astenersi dal fare determinate cose e deve essere trasparente come una casa di vetro; altrimenti, siamo autorizzati non solo ad affermare che essa non è la più grande azienda culturale del paese, ma anche a promuovere una grande mobilitazione finalizzata al non pagamento del canone, perché occorre far sì che i nodi vengano al pettine.
Chiedo quindi di ascoltare preliminarmente la risposta alla domanda che ho posto per poi procedere con tutti gli altri quesiti che intendo rivolgere al dottor Silva (Commenti del deputato Raffaelli).
Tra l'altro, in precedenza avevo dimenticato di chiedere allo stesso dottor Silva se i dati che ha illustrato sul rapporto tra produzione e acquisto possano essere messi a disposizione della Commissione, con l'indicazione delle singole opere e delle relative somme, per consentire l'assolvimento del compito di verifica, proprio della stessa Commissione, su quanto la RAI sostiene di aver fatto.
Prosegua pure nel suo intervento, onorevole Landolfi.
Un'altra richiesta di chiarimento riguarda l'APT, l'associazione che lei, dottor Silva ha fondato: sembra infatti che tale associazione assuma una posizione di privilegio nelle commesse della RAI; citerò, a titolo di esempio, alcuni nomi: Roberto Levi, attuale vicepresidente dell'APT e
Vorrei inoltre sapere quante commesse siano state affidate a produttori che non aderiscono all'APT.
Quanto al film I Vesuviani ed al fatto che il relativo finanziamento risalga alla gestione Moratti, vorrei sapere se a quell'epoca si trattasse di una semplice idea o se si sia tradotta in un atto concreto, nonché se siano intervenuti mutamenti nella sceneggiatura.
Per quanto concerne, in particolare l'episodio La salita, che fa parte dello stesso film, le chiedo se non abbia avuto alcun dubbio nel finanziarie un film che parlava di un sindaco in carne ed ossa, il quale per di più si presenterà candidato nella prossima campagna elettorale. In sostanza, lei non ha avuto il dubbio che si trattasse di un'opera di regime, di un film apologetico, che peraltro è stato accolto dalla critica e dal pubblico per quello che è, ossia un'opera di scarso valore artistico, che ha suscitato più dubbi che consensi? Perché lei, che in quel momento rappresentava un'azienda finanziata dai soldi di tutti i cittadini, ha deciso di acquistare i diritti d'antenna di un film che parla di un sindaco politicamente schierato e che fra poco dovrà schierarsi per essere rieletto?
Un'altra richiesta di chiarimento che rivolgo al dottor Silva riguarda alcune singolari coincidenze che, a mio avviso, la dicono lunga sulla logica che presiede a determinate operazioni. Mi riferisco al fatto che cinque registi (Risi, Martone, Moretti, Archibugi e Capuano) girarono, nel 1994, uno spot anti Berlusconi, che in qualche modo doveva servire a scoraggiare l'ingresso in politica del cittadino Silvio Berlusconi; tutti e cinque questi registi hanno ricevuto finanziamenti per i loro film, tra i quali ricordo L'ultimo capodanno di Marco Risi, che mette alla berlina la televisione e quindi anche la RAI (quest'ultima, però, l'ha finanziato), Teatri di guerra di Mario Martone, che ha ricevuto anche 30 milioni dall'amministrazione comunale di Napoli (un'altra singolare coincidenza), Polvere di Napoli...
Riprendendo l'elencazione, ricordo il film Aprile, in cui Nanni Moretti racconta la nascita del proprio figlio, però in concomitanza - guarda caso - con la vittoria dell'Ulivo, nello stesso momento in cui il presidente Siciliano brindava a Botteghe oscure. Ricordo infine L'albero delle pere di Francesca Archibugi.
Poiché siamo di fronte a più di una coincidenza, non le sembra, dottor Silva, che la logica che presiede al finanziamento di questi film sia sostanzialmente clientelare, di parte, schierata? Non ritiene che tutte le sue giuste affermazioni circa la linea della RAI improntata ad un incremento della produzione, su cui siamo perfettamente d'accordo, finiscano per essere vanificate da una logica di appartenenza e di schieramento politico che non fa onore ad un'azienda pubblica?
Posso già immaginare che qualche collega obietterà che i registi di destra non esistono; questo non mi interessa: la RAI è un'azienda pubblica e deve assolvere alla sua funzione di servizio pubblico anche nel momento in cui finanzia i film, per cui deve essere molto attenta a non finanziare opere che possano dare semplicemente l'impressione di essere di parte. Vi sono molti registi che realizzano film di cultura, apprezzabili sotto tanti profili e che non sono politicamente schierati.
Vorrei che il dottor Silva smentisse tutto questo, perché voglio ancora credere nella trasparenza di un'azienda pubblica; ritengo però che, alla luce di questi addebiti, vi sia molto da pensare.
Ricordo peraltro che a questa Commissione sono giunte spesso sollecitazioni, provenienti anche dall'opinione pubblica, in ordine al rapporto con i giovani e quindi al tipo di cultura trasmessa dalla RAI. Anche se il dottor Silva ha esposto una serie di dati quantitativi, sarebbe utile comprendere quale sia il filtro qualitativo attraverso cui si opera la selezione: presumo che si tenga presente il rapporto tra prezzo e qualità, oltre al tipo di messaggio che si invia.
Ritengo che il fatto di ricevere alcuni chiarimenti su tale aspetto aiuterebbe tutti a comprendere meglio e a sdrammatizzare la questione in esame, perché non credo che, soprattutto dal punto di vista degli spettatori, il problema sia rappresentato dal fatto che un'opera sia più vicina al Polo o all'Ulivo; ritengo piuttosto che si debba tenere presente una serie di necessità culturali. Quello della qualità è comunque un aspetto suscettibile di varie interpretazioni, anche ma non solo politiche, e dall'illustrazione del dottor Silva non è emerso chiaramente il modo in cui ci si pone di fronte ad esso.
Desidero inoltre porre una questione specifica, ricordando che ho ricevuto alcune richieste provenienti dal mondo dei produttori di cinema di animazione, i quali ritengono che il loro settore sia molto penalizzato dalla RAI in rapporto
Vorrei tuttavia, al pari dell'onorevole Landolfi, porre l'accento prevalentemente su un problema di carattere politico: ricordo, infatti, che l'odierna audizione è stata decisa essenzialmente per comprendere come vengano effettuate dalla RAI le scelte relative a determinati film, ad acquisti e produzioni; tutto questo per capire se la RAI abbia intenzione di procedere sul binario più volte indicato dalla Commissione di vigilanza, ossia su un terreno di massima obiettività, nell'ambito di una posizione che per intenderci possiamo definire super partes, oppure se la stessa azienda, considerato ciò che abbiamo constatato fino ad oggi e la polemica da cui ha tratto origine l'odierna audizione, insista, disattendendo le sue enunciazioni di principio e gli indirizzi della Commissione di vigilanza, nel sostenere posizioni oggettivamente insostenibili, in quanto chiaramente riconducibili ad una parte politica, quella che ha attualmente la maggioranza parlamentare.
Anche se sul piano generale non possiamo che condividere le indicazioni date, allorché si entra nel merito delle scelte, facciamo nostre tutte le riserve - e non solo quelle - che sono state puntualmente espresse dall'onorevole Landolfi, in quanto anche noi riteniamo che determinati prodotti non possano essere sostenuti e finanziati dalla RAI la quale, dovendo svolgere una funzione di servizio pubblico e reggendosi grazie al finanziamento pubblico, non può assolutamente diventare uno strumento di parte. Credo che questo sia un principio elementare, rispetto al quale non possiamo consentire posizioni diverse o comunque conflittuali con tale impostazione.
Anche per quanto riguarda l'informazione radiotelevisiva, nonostante in questa Commissione si discuta del problema e vengano approvati all'unanimità dei documenti, allorché si vedono i telegiornali o i servizi di informazione culturale e storica, ci si rende conto che, al di là delle enunciazioni di principio e dei propositi affermati solennemente dai vertici della RAI, si assume una posizione molto contraddittoria, per cui l'informazione della stessa RAI diventa di parte, disattendendo così l'impostazione sancita dalla Commissione di vigilanza.
Il caso del film I Vesuviani, anche se rappresenta solo un episodio, è indicativo dell'atteggiamento della RAI nei confronti di determinati tipi di produzione. Non credo, infatti, che questo film, nei suoi contenuti, nelle sue indicazioni e nei suoi obiettivi, non sia stato portato a conoscenza dei responsabili della RAI. Quindi, un minimo di intelligenza avrebbe certamente consentito di giungere alla conclusione che quel prodotto non poteva essere finanziato dalla RAI in un quadro di obiettività e di imparzialità, secondo l'indirizzo che l'azienda dovrebbe seguire.
Ritengo pertanto che debba essere data puntuale risposta alle domande poste dall'onorevole Landolfi in rapporto ai criteri di scelta dei produttori e ai contenuti delle produzioni. Tutto questo per evitare che vi siano registi amici che hanno agevolmente accesso alla RAI ed altri che non hanno questa stessa possibilità, così come produttori che sono «amici degli amici» ed altri che non lo sono; occorre cioè evitare una situazione di discriminazione che, in base agli elementi emersi anche nel corso di questa polemica estiva (la definisco così soltanto perché è nata nel corso dell'estate, non perché abbia un carattere di superficialità), sembra esistere e quindi va censurata ed eliminata dalla RAI.
Ritengo pertanto - lo ripeto - che il dottor Silva dovrebbe rispondere puntualmente alle domande che gli sono state
Conseguentemente, lasciai giungere a conclusione quasi tutte le iniziative che trovai già decise ed operative: tra queste figuravano anche i film I Vesuviani e Porzus, nonché la serie Primo cittadino; si trattava di film per i quali esistevano già bozze contrattuali, accordi presi e così via, che io avallai. In un paio di casi non feci lo stesso perché ritenevo, in termini di giudizio professionale, che fosse preferibile attendere, mentre nei casi citati ed in qualche altro lasciai che la procedura contrattuale si perfezionasse.
Di fronte a tali questioni mi pongo quindi con un certo distacco, che però non mi esime dal dovervi esporre la mia opinione. Innanzitutto, credo che il tema de I Vesuviani sia diventato quasi simbolico, ma la questione riguarda un episodio su cinque, il cui significato è parso, non a me ma ai giornalisti, bilaterale, perché di questa metafora sono possibili varie letture e qualcuno ne ha dato un'interpretazione del tipo «poveraccio» (consentitemi di usare un'espressione un po' colorita). Quindi, il caso in questione va analizzato nel suo contesto, quello di un film diretto da un gruppo di registi napoletani che vanno di moda, ed il cinema è fatto di moda, che a volte è buona ed altre volte tradisce, perché non mantiene le promesse. Attualmente quei registi sono di moda, spesso realizzano film interessanti e comunque si sostiene che a Napoli più che a Roma o a Milano (dove peraltro il problema non si è mai posto) c'è il nuovo cinema, si registrano i nuovi umori e così via.
Con la convinzione tipica di un uomo del mestiere, devo dirvi che in questo ambiente (parlo anche del mondo del cinema, che sostanzialmente recepiamo senza modificarlo, in quanto nasce su un altro mercato) i fattori discriminatori attualmente non esistono (è possibile che in altri periodi la situazione fosse diversa). Oggi si afferma soltanto l'esigenza di realizzare un bel film e ci si chiede se avrà successo oppure no. Vi prego di credere che questo è il criterio dominante, nell'ambito del quale occorrono certamente, da parte della RAI, attenzione e buon senso, perché il successo può anche, per così dire, accecare ed indurre a dimenticare altre considerazioni, come il richiamo alle responsabilità e ai doveri della stessa RAI.
Non sento però di poter affermare che, se alcuni registi, peraltro bravi, hanno realizzato uno spot contro Berlusconi, essi debbano essere esclusi, perché questo sarebbe un fatto molto grave, che non spetta a noi decidere. Analogamente, non devono essere privilegiati alcuni registi perché sono di sinistra oppure amici miei, discriminandone altri in quanto non rivestono tali caratteristiche. Da questo punto di vista, prima ancora che il dovere istituzionale della RAI, assume rilievo il mio ruolo di professionista (punto e basta), peraltro a tempo. Quindi, se seguissimo quei criteri, dovremmo veramente vergognarci, soprattutto sul piano professionale, perché in quel modo non si andrebbe lontano, non si sfrutterebbero tutte le possibilità offerte dalla realtà.
Credo di poter affermare che su tale materia occorre un grande senso di
Questo è l'atteggiamento che avrei assunto e che probabilmente sarebbe rimasto come una mia valutazione personale, ma poi avrei concluso che non vi era alcuna ragione per cui quel film non dovesse seguire la sua strada, possedendo certamente i requisiti minimi di serietà e di capacità professionale; la sua è infatti un'ottima sceneggiatura, che affronta una questione molto rilevante che, dopo essere rimasta in ombra per tanto tempo, è giusto che assuma il rilievo che merita. Conseguentemente, in un caso del genere, giudicherei ininfluenti le mie considerazioni soggettive di cui ho parlato, in quanto dovrebbero contare di più questi giudizi oggettivi.
Quindi, nel caso de I Vesuviani così come in quello di Primo cittadino, posso escludere categoricamente qualsiasi intenzione come quelle paventate; naturalmente, si può poi esprimere un giudizio sull'opera: per esempio, nel caso di Primo cittadino, ci si può chiedere se sia stata presentata in modo sufficientemente complesso, articolato ed equilibrato una vita politica di provincia che per la prima volta, forse con un eccesso di ambizione, si è voluto portare sullo schermo. Di tutto ciò si può discutere, ma ritengo che in questo momento non si possa rinvenire nelle nostre scelte alcuno spirito discriminatorio.
Quanto alle procedure e ai tempi, questi ultimi variano a seconda di diverse circostanze. Per esempio, la decisione relativa al film I Vesuviani è stata assunta - come ho detto - nel maggio 1996 e contrattualizzata nell'ottobre dello stesso anno; si tratta di un tempo non troppo lungo né troppo breve rispetto a quelli burocratici della RAI. Molto spesso, comunque, questi tempi sono influenzati dalle circostanze, anche perché un organo burocratico reagisce spesso come una persona: nel momento in cui vi è un'urgenza si procede rapidamente, mentre se non c'è urgenza la procedura è più lenta.
In questo momento mi sto occupando del caso di un film per il quale si pongono problemi relativi ad alcune scadenze, agli attori e così via, per cui il contratto deve essere assolutamente perfezionato entro venti giorni e faremo in modo che ciò avvenga. In altri casi, invece, in cui le urgenze produttive consentono una maggiore tranquillità, si prende più tempo. Non assume pertanto un significato particolare il tempo più lungo o più breve che trascorre tra la decisione ed il suo perfezionamento contrattuale.
Le procedure sono peraltro complesse, e questo è un tema non di oggi: all'interno della RAI esiste un eccesso di controlli (a
Come dicevo, noi siamo responsabili delle scelte artistiche ed operiamo in base ad un meccanismo interno collettivo, di gruppo: vi è un ufficio base, con un responsabile il quale ha a sua volta dei collaboratori e risponde ad un vicedirettore; tutti insieme rispondono a me e collettivamente giungiamo a delle conclusioni.
Credo di poter affermare che sono rarissime le decisioni in qualche modo - uso un termine un po' eccessivo - burocratiche, basate sul criterio secondo cui «io sono il capo e decido». Qualche volta ciò accade, ma normalmente si tratta di decisioni di gruppo, spesso assistite da consulenti e lettori esterni di vario genere: abbiamo, per esempio, lettori che predispongono schede, ossia giudizi, e sono professionisti che hanno contratti non stabili ma operano con continuità. Ci avvaliamo inoltre di personalità del mondo dello spettacolo alle quali ci rivolgiamo per affrontare casi difficili, per esempio quando dobbiamo decidere l'esordio di un giovane oppure si verifica tra noi una clamorosa divergenza su una questione che ci appare importante. In tali casi, ci avvaliamo - lo ripeto - di pareri provenienti da personalità del mondo della cultura e dello spettacolo.
Per quanto riguarda le opere non finanziate, devo dire che in questo momento l'industria audiovisiva italiana offre troppo poco rispetto a ciò di cui abbiamo bisogno per realizzare il nostro piano di sviluppo. Naturalmente, nel termine «industria» includo anche le professionalità artistiche che ne fanno parte e ne costituiscono anzi elemento essenziale. In questo momento, si risente in particolare di una forte carenza di progettazione esterna, naturalmente del livello che noi pretendiamo, in quanto dobbiamo disporre di un prodotto competitivo; se invece esso fosse scadente, ovvero lo fosse - come a volte può accadere - oltre una certa percentuale, non perseguiremmo lo sviluppo, ma getteremmo le basi per una prossima decadenza. Come dicevo, quindi, risentiamo di una carenza di forze esterne, sia imprenditoriali sia creative, almeno - lo ripeto - del livello di cui abbiamo bisogno.
Vi sono certamente casi in cui abbiamo detto di no, ma sarebbe gravissimo se non fosse così. È anche possibile che commettiamo degli errori (questo è inevitabile), ma speriamo che siano pochi; non conosco, tuttavia, casi di opere non finanziate che presentassero caratteristiche tali da rendere dubbia la decisione. Nel nostro mestiere accade che ci vengano presentati progetti in sé non privi di fascino, ma che comportano problemi produttivi: se, per esempio, qualcuno mi sottopone un romanzo o un racconto di Alberto Savinio (una proposta già di per sé ardita), posso anche ritenere che non sia una scelta peregrina, ma una simile proposta pone un problema di montaggio: si tratta infatti di un'operazione molto costosa, perché deve essere di una certa qualità (altrimenti non avrebbe senso), per cui occorre rivolgersi ai mercati europei per trovare denaro. Quei mercati, tuttavia, sono caratterizzati oggi da un trend fortemente domestico: nel 95 per cento delle loro produzioni, Francia, Germania e Gran Bretagna propongono i loro poliziotti, i loro medici, i loro avvocati e così via, mentre solo in minima parte quei mercati sono aperti al contesto internazionale. Può quindi accadere che io giudichi valida l'idea di cui ho parlato in precedenza, ma non è detto che essa possa essere messa in pratica, perché è difficile trovare il finanziamento necessario.
Mi sembra però molto difficile che un'opera veramente valida secondo i nostri giudizi possa non trovare spazio, perché ne abbiamo bisogno, in quanto stiamo attraversando un momento di sviluppo così forte che siamo anche pronti a rischiare qualcosa: infatti, almeno fino al prossimo anno - non credo oltre - dovremo privilegiare il riavvio dell'industria, problema per noi ingente che va risolto con una certa rapidità. Non mi sentirei quindi di affermare che vi sono grandi opere che non abbiamo finanziato: se vi fossero effettivamente lavori validi in cui crediamo, essi avrebbero davanti davanti a sé, per così dire, delle autostrade.
Mi rendo altresì conto che alcune società e persone possano avere una maggiore o minore facilità di accesso, ma questo dipende anche dalla forza delle cose: se una società ha realizzato un prodotto ben riuscito, a noi interesserà certamente molto il successivo progetto che ci sottoporrà, magari con lo stesso scrittore e lo stesso regista. Se invece ci si presenta una società o una persona che non conosciamo, avrà certamente qualche problema in più per entrare in qualche modo nel giro, ma non credo di poter dire che vi siano difficoltà di comunicazione (lo escludo anzi nel modo più categorico).
Oltre a queste mie assicurazioni personali, basti considerare il solo fatto che vi è una diffusività estrema con riferimento a tutte le società esistenti. Questo probabilmente è un peccato, perché una società che predispone un progetto all'anno vive piuttosto male ed è forse indotta a cercare di guadagnare troppo su quel singolo progetto; forse per noi sarebbe più interessante avere come interlocutori società medie, quindi capaci di trarre profitti anche in altri mercati secondari rispetto alla RAI, ovvero su quelli esteri.
Non possiamo comunque modellare il mercato secondo le nostre necessità ed è certo che la diffusività esistente - vi ho fornito alcune cifre al riguardo - potrebbe essere considerata da un'economista eccessiva.
Passando ad un'altra questione, ricordo che Cecchi Gori ha venduto sia alla RAI sia a Mediaset pacchetti di film, alcuni dei quali (sia nel nostro caso sia in quello di Mediaset) hanno avuto un precedente passaggio su Telemontecarlo. Si tratta, d'altra parte, di una prassi già seguita in passato, che quindi non costituisce una novità. Nel futuro, probabilmente, dovremo abituarci sempre più a questi passaggi da un'emittente all'altra, perché ciò sarà inevitabile, almeno per quanto riguarda i prodotti più importanti e significativi (mi riferisco naturalmente ai film) che saranno sempre meno numerosi e sempre più richiesti, perché vi saranno maggiori opportunità di trasmissione. Quindi, il produttore cercherà di ottimizzare lo sfruttamento del suo prodotto sottoponendolo a varie emittenti.
Dobbiamo pertanto attenderci un incremento di tale fenomeno, in ordine al quale sarà necessario effettuare semplicemente una valutazione di convenienza: se attraverso questi passaggi otterremo un giusto rapporto tra costo e risultato, avremo fatto un buon affare; in caso contrario, avremo commesso un errore. Si tratta comunque di una valutazione da fare in termini strettamente commerciali.
Per quanto concerne l'APT, si tratta di un'associazione che insieme ad altri, e non da solo, ho costituito due o tre anni fa e che ha svolto, a mio avviso, un'attività abbastanza positiva per far conoscere i problemi e il significato della produzione audiovisiva nella sua valenza non solo economica ma anche politica e culturale. Oggi tale associazione assorbe quasi tutti i produttori televisivi, mentre la precedente e tuttora esistente associazione che fa capo all'ANICA raccoglie in gran parte, anche per ragioni storiche, produttori cinematografici.
Intendo fornirvi, al riguardo, alcuni dati. Per quanto concerne la produzione di film italiani, si tratta di 34 opere distribuite tra 22 società, nessuna delle quali risulta iscritta all'APT. Naturalmente, quando trattiamo con una società, non chiediamo a quale associazione sia iscritta; tuttavia, poiché si è parlato di questo argomento e l'APT pubblica un elenco degli iscritti, abbiamo potuto constatare questi dati, di cui altrimenti non disporremmo (li ho cercati per l'occasione).
Per quanto concerne, invece, la fiction, risultano per il 1997 (mi riferisco quindi alla mia gestione) 32 società a fronte di 42 titoli; 18 di tali società sono iscritte all'APT, per cui figurano negli elenchi pubblicati da quest'ultima.
Questi dati sono nuovi anche per me, in quanto non me ne ero occupato in precedenza, anche se sapevo che vi è un'associazione composta da produttori televisivi che presentano determinate connotazioni ed un'altra formata da produttori cinematografici. Esistono queste due associazioni perché in passato sono state la legge Mammì e quella sul cinema che hanno sostanzialmente condannato a morte la fiction, sottoponendo alla tutela della direttiva comunitaria adottata in materia soltanto il cinema, per di più in maniera più apparente che reale, lasciando invece completamente indifesa la fiction. Ne sono derivati i fenomeni degenerativi di cui ho parlato, come l'invasione da parte del prodotto americano e così via.
Un'altra conseguenza è costituita dal fatto che i produttori cinematografici hanno ritenuto di avere interessi diversi da quelli dei produttori televisivi, per cui non hanno giudicato utile che la protezione della suddetta direttiva europea fosse estesa anche alla fiction.
Senza voler generalizzare troppo tale considerazione, ricordo anche che Spielberg è nato nella televisione americana. Invece, secondo i canoni un po' confusi seguiti da ANICA e ANAC, questo sarebbe un fenomeno sbagliato, spurio, in quanto il cinema dovrebbe essere tenuto lontano dalla fiction, che non vale nulla. Questo modo di vedere vecchio ha manifestato i suoi limiti nel momento in cui la produzione televisiva, volendo crescere e confrontandosi con le forze politiche, si è trovata sola, non accompagnata da quelle associazioni che dovevano essere sue sorelle. Ne sono derivate alcune migrazioni dalla vecchia associazione alla nuova, proprio da parte dei produttori i quali hanno pensato che in effetti fosse sbagliato ritenere di poter difendere il cinema separatamente dal prodotto televisivo e che invece i due versanti andassero unificati. Questo è anche motivo di una continua querelle tra le varie associazioni, con il risultato negativo che oggi, in un momento di sviluppo in cui sarebbe fondamentale avere un'associazione unitaria dell'industria audiovisiva per affrontare tutti i problemi e per rendere lo stesso sviluppo meno disordinato e tumultuoso, questa associazione non c'è, ma ve ne sono due, anzi tre (oltre a quelle ricordate, ne esiste un'altra), a parte altri raggruppamenti.
L'auspicio che si può fare oggi è che, al di là di queste querelle assolutamente fuori luogo nell'attuale momento di crescita, le associazioni comprendano che occorre andare oltre i personalismi, che sono anch'essi presenti: tre presidenti di associazione hanno certamente visioni diverse ed agiscono anche in base alle loro ambizioni personali. Superando tutto ciò, le associazioni dovrebbero comprendere che oggi occorre gestire il grande tema dello sviluppo da un lato insieme alle grandi aziende e, dall'altro, rappresentando tutte le forze creative e imprenditoriali. Se ciò venisse compreso, si farebbero grandi passi in avanti verso la soluzione di tutti i problemi che abbiamo di fronte sulla strada di una crescita ordinata.
Quanto al discorso dei criteri qualitativi, dirò cinicamente che perseguiamo la qualità ma che vogliamo anche avere successo, perché altrimenti pensiamo di avere perso; vi sono naturalmente eccezioni, in cui si può sostenere di aver vinto pur avendo conseguito un successo commerciale limitato, ma riteniamo comunque che si debba ottenere un buon risultato dal punto di vista del rapporto con il pubblico. Se con i prodotti che proponiamo, peraltro molto costosi, ottenessimo un risultato sfavorevole, credo che questo rappresenterebbe un peso per il futuro, per cui dobbiamo avere successo.
Tuttavia, la nostra idea è anche che la RAI debba cercare di ottenere successo in modo diverso rispetto ad un'impresa privata. Dal punto di vista tecnico, un'azienda commerciale come Mediaset cura maggiormente, rispetto alla RAI, le commedie e lo spettacolo leggero, peraltro giustamente, in quanto essa usufruisce di maggiori interruzioni per messaggi pubblicitari, che nell'ambito di una commedia sono più facilmente tollerate. Si immagini invece un melodramma o qualcosa di più impegnativo interrotto per quattro o cinque volte dalla pubblicità: si avrebbe un risultato negativo con riferimento al prodotto. Quindi, il fatto stesso che la RAI abbia spazi diversi per gli inserimenti pubblicitari ci induce ad imboccare strade diverse. Al riguardo, credo che non si possa andare oltre rispetto ad un'attenzione molto spinta verso il reale, ma anche gestita con grande pragmatismo.
Ricordo che recentemente ho ricevuto una proposta di grande significato ambientale, ma finché non troveremo l'idea giusta per far sì che essa si incardini in un prodotto che funziona, non potremo perseguirla. Dico questo per sottolineare che l'esigenza di carattere tecnico-industriale e artistico-industriale è per noi fondamentale e deve costituire una sorta di filtro.
Questa è anche la risposta ai richiami ed alle critiche rivolte a presunte intenzioni discriminatorie da parte nostra,
In questo riferimento al reale vi sono comunque zone di particolare sensibilità: per esempio, la problematica femminile trova grande attenzione in ciò che noi facciamo, ma questo è dovuto al fatto che oggi le tematiche femminili assumono un valore centrale e quindi, se non ne tenessimo conto, faremmo male il nostro lavoro.
Abbiamo inoltre constatato che facciamo troppo poco per esprimere il mondo giovanile di oggi, per cui dobbiamo registrare una nostra carenza in tale contesto.
Quanto all'animazione, ritengo di poter affermare con fierezza che in questo momento la RAI ha gettato le basi per la nascita di un'industria del settore; ciò non è avvenuto soltanto nell'ultimo anno, ma devo riconoscere che queste basi erano già state poste prima del mio arrivo alla RAI. In quest'anno, il mio compito è stato quello di sviluppare fortemente tale attività, particolarmente importante per un mercato come il nostro, marginale o comunque provinciale nei confronti del sistema internazionale e per di più condizionato dal problema di una lingua non diffusa nel mondo; si registrano quindi difficoltà nel momento in cui ci si vuole proiettare oltre i confini nazionali. In una situazione del genere, l'animazione è la risposta adeguata, in quanto è per sua natura svincolata dal problema della lingua e del doppiaggio; quindi, una volta raggiunti i risultati di qualità dell'immagine, di disegno, di inventiva e così via, il prodotto di animazione, per sua natura, può essere diffuso in qualunque paese del mondo.
Tutto questo consente, a mio avviso, di seguire un'ottica di lungo periodo, anche perché il pubblico dei ragazzi incide sempre di più sul consumo televisivo e l'animazione è destinata a diventare uno dei capisaldi di tale consumo. In Italia stiamo gettando le basi di una vera e propria industria del settore: ricordo, al riguardo, che la RAI produrrà per il cinema un film tratto da Pinocchio, nonché una serie ispirata ai romanzi di Salgari. Molte di queste iniziative, che abbiamo già avviato, hanno ricevuto risposte straordinarie, non solo per merito nostro, ma perché il mercato internazionale chiede proprio questo tipo di prodotto. Nel momento in cui dimostreremo di essere in grado di offrirlo, credo che non vi saranno limiti ad un fortissimo sviluppo.
Ricordo altresì che abbiamo avviato, insieme ad una banca, uno studio industriale-finanziario che possa rappresentare la premessa e la base per investimenti molto importanti nel settore, in cui operano ancora varie piccole aziende molto frantumate, mentre manca il grande laboratorio in qualche modo paragonabile a quelli americani o giapponesi. Intendiamo adoperarci in tal senso perché riteniamo che la questione non investa soltanto l'orizzonte di oggi e di domani, ma quello dei prossimi 20 anni.
Il primo elemento positivo che è stato messo in evidenza dalle polemiche è costituito dalla netta inversione di tendenza nel settore della produzione di fiction. Al riguardo, le cifre fornite dal dottor Silva sono eloquenti e dimostrano che rispetto al passato si è cambiata rotta in modo forte e radicale, venendo incontro, tra l'altro, ai ripetuti richiami formulati in passato dalla Commissione parlamentare di vigilanza e finalizzati a modificare il rapporto tra produzione e acquisti nel campo delle opere audiovisive da parte del
Questo è un primo aspetto importante che, al di là delle polemiche, si può desumere dalla nostra discussione.
Un secondo elemento che è emerso chiama maggiormente in causa le questioni che sono state poste polemicamente in ordine alle presunte scelte effettuate in base a criteri di parte e discriminatori. In realtà, anche per ammissione di chi ha sollevato le polemiche, occorre considerare che quelli chiamati in causa sono registi di indubbia qualità (così ho letto nelle lettere che sono state scritte, pur nell'ambito di un quadro polemico). Ritengo che questo sia un elemento importante, perché giudico la questione della qualità - possiamo definirla così - un criterio fondamentale per guidare l'opera di scelta e di selezione. Infatti, la qualità professionale, artistica e industriale di un prodotto diventa, a mio avviso, il criterio decisivo per operare una selezione: se si è in presenza di quel tipo di qualità, ciò rappresenta la garanzia che un certo prodotto non nasce, come si sostiene, da condizionamenti esterni, bensì da un'autonoma creazione, il che non significa assenza di punti di vista né di riferimenti culturali che possono essere collocati in una certa area politica o in un'altra. Si tratta comunque di un'autonoma creazione, in quanto prodotto che ha una qualità sufficiente per configurarsi come tale.
Devo dire peraltro di essere rimasto piuttosto preoccupato da alcune informazioni che ho ascoltato in questa sede, perché un'opera audiovisiva come un film o un prodotto di fiction non è né può essere assimilabile ad una tribuna politica o ad un telegiornale. Quindi, invocare - come ho sentito fare in Commissione - criteri di obiettività ed imparzialità per opere di questo genere significa, a mio avviso, invocare criteri impropri che poi, lo si voglia o meno, sfociano inevitabilmente in una logica di intervento censorio sui prodotti. Questo non è accettabile, in quanto lesivo dell'autonomia artistica di creazione.
Naturalmente, si può anche sbagliare nella scelta: se il criterio seguito è quello della qualità (tra l'altro, mi sembra che i registi chiamati in causa ed i prodotti cui si fa riferimento siano tra i migliori in Italia), credo che questo sia l'elemento chiave di garanzia. Ciò premesso - lo ripeto - si può naturalmente sbagliare nella scelta, ma non perché il regista scelto abbia una collocazione culturale di un tipo piuttosto che di un altro; si può sbagliare nel senso che il prodotto scelto non trovi riscontri nella critica e nel pubblico. Mi sembra anzi che il dottor Silva abbia sottolineato con particolare forza il criterio del successo di pubblico, pur rifuggendo da una logica esclusivamente commerciale.
Questa è ovviamente una verifica che si può effettuare soltanto a posteriori e non preventivamente, perché verifiche preventive di questo genere innescano inevitabilmente un meccanismo censorio. A posteriori, invece, si può giudicare se ad una certa politica della fiction, del prodotto audiovisivo seguita dal servizio pubblico abbia corrisposto o meno un successo di critica e di pubblico. Si tratta anzi di una valutazione che l'azienda deve effettuare, anche al fine di correggere, in termini di indirizzi ed organizzativi, eventuali errori commessi.
Non è tuttavia possibile - questo è il punto determinante - che la Commissione di vigilanza prefiguri criteri e meccanismi tali da incidere inevitabilmente su una sfera che deve rimanere, a mio avviso, autonoma, fermo restando che occorre chiedere alla RAI di effettuare scelte di qualità e di non seguire logiche estranee a tale impostazione.
Queste erano le valutazioni che intendevo svolgere, in quanto ritengo che la Commissione di vigilanza, che fa bene a riflettere su questi argomenti, dovrebbe cercare di comprendere la peculiarità dei prodotti di cui stiamo discutendo, i quali non vanno trattati nel modo in cui vengono giustamente affrontati altri tipi di prodotti audiovisivi come i telegiornali o le
In altri momenti, nel pieno della battaglia politica, ci siamo trovati a polemizzare, anche aspramente, sugli spazi assegnati alle forze politiche, per esempio nei notiziari (anche se sono d'accordo con Landolfi sul fatto che forse la fiction pesa più dei notiziari sul terreno dell'orientamento) ed abbiamo rivendicato, per esempio, l'esame comparato dei dati di presenza nei telegiornali di RAI, Mediaset e Telemontecarlo, che ora sono al nostro esame; da allora non vi sono più state polemiche, anche se a me verrebbe voglia di sollevarne qualcuna...
Credo invece che dobbiamo, come si suol dire, tornare allo Statuto, cioè alla direttiva sul pluralismo che questa Commissione, dopo un dibattito non formale, ha assunto, ponendo il nodo del pluralismo culturale, politico, tematico; quella direttiva ci consente di evitare cadute di stile come quelle che forse negli anni cinquanta avrebbero potuto indurre qualcuno a considerare comunista tutto il cinema neorealista, consentendoci invece di rimanere nel concreto dei problemi.
Personalmente, non accetto i processi trasmissione per trasmissione, anche perché mi sembra che un esame sereno del complesso dell'attività svolta dalla RAI, in questo contesto, consentirebbe di trovare molte ragioni di polemica: si è già citato l'esempio di Porzus e non credo che la Commissione di vigilanza possa rincorrere queste ragioni di polemica, a meno che non ci si voglia riappiattire in una vecchia logica di ingerenza della politica nelle scelte estetiche ed artistiche, che appartiene però ad altre culture che non credo siano più rappresentate in questo Parlamento.
Mi interessa invece l'approfondimento di un tema, arricchito in qualche modo dai dati (nei quali vorrei entrare un po' di più) che ha fornito il dottor Silva, il quale ha fatto riferimento alla crescita della produzione di fiction fra il 1996 e il 1997, notando una forte inversione di tendenza; non ricordo esattamente il dato...
Passando ad un tema che era stato sfiorato dal senatore Semenzato, sono completamente convinto che, dal punto di vista industriale, il discorso che il dottor Silva faceva circa la fruibilità dei diversi
Purtroppo, dovrò lasciare la Commissione per un concomitante impegno parlamentare ma leggerò le risposte del dottor Silva nel resoconto stenografico della seduta; vorrei quindi aggiungere una domanda sugli orientamenti produttivi per i prossimi anni, in relazione alla necessità di dare rilevanza, sul terreno della fiction, ad una serie di problematiche civili e di contraddizioni sociali, che hanno un peso molto forte ma che rischiano di rimanere completamente schiacciate rispetto all'esigenza, a mio avviso fondamentale e sacrosanta ma non esaustiva, di ampliare l'audience. Al riguardo, ho colto nelle parole del dottor Silva un elemento non saprei se di preoccupazione o di contraddizione: siamo tutti d'accordo sul fatto che le eterne vicende di amore, morte e sofferenza (con il medico in ospedale alle prese con il dolore e gli affetti) vendono sempre bene, però per quanto stagionate e fortemente sperimentate rappresentano un modello rispetto al quale va tenuto presente che vi sono anche altri modelli.
La RAI ha alle spalle, fra l'altro con grandi difficoltà al momento della produzione, un lavoro che ritengo molto interessante rappresentato dalle diverse serie, alcune migliori e altre meno, de La Piovra, attraverso i regimi e le Repubbliche, che comunque a mio avviso hanno dato un contributo molto rilevante alla crescita della coscienza sociale di questo paese rispetto alla criminalità organizzata: so che al riguardo non vi è unanimità, ma questo è il mio pensiero. Ritengo che, nell'ambito del suo ruolo di servizio pubblico, la RAI abbia, come competenza non secondaria ma primaria, quella di assolvere ad una funzione che alcuni, con un po' di sufficienza, definiscono pedagogica e che invece secondo me rappresenta la necessità di tenere in qualche modo aperta una finestra sulla realtà, facendo del mezzo televisivo e soprattutto della fiction uno strumento non soltanto di evasione ma anche di formazione. Su questo elemento di contenuto e di filosofia del prodotto, vorrei conoscere più in dettaglio il suo pensiero ed i suoi proponimenti.
Penso che l'inversione di tendenza nella dialettica produzione-acquisti costituisca una delle missioni che caratterizzano la vocazione del servizio pubblico, anche per il suo effetto (ancora da verificare perché non documentato, anche se ce n'è stato indicato qualche possibile sviluppo) di equilibratore nel sistema complessivo dell'industria italiana nel settore degli audiovisivi. Valuto quindi positivamente questo dato, sul piano delle politiche aziendali e della loro capacità di essere in linea con la vocazione del servizio pubblico, che mi piace richiamare anche in questa funzione strategico-industriale, e non solo per lo scambio fra il pagamento del canone da parte del cittadino e la conseguente esigenza di obiettività nell'informazione.
Un altro punto è già stato richiamato e su di esso mi soffermerò brevemente: la
Molto brevemente, aggiungo alcune domande a questo riguardo e sull'industria degli audiovisivi. Credo che, per quanto concerne la fiction, il primo problema si manifesti attraverso la quantità (non parlo, quindi, solo di qualità) dei soggetti coinvolti nel processo: mi riferisco a soggetti individuali ma anche a società di produzione, quindi ad un pluralismo garantito dalla pluralità di voci. Questo, certo, pone un problema dal punto di vista delle logiche industriali, sul quale tornerò dopo e, però, è una prima garanzia, rispetto alla quale mi hanno confortato i dati che ci ha fornito il dottor Silva.
Un altro aspetto riguarda la capacità di coprire tematiche e problematiche (l'ambiente, le donne, le realtà religiose ed etniche), quindi l'attenzione al reale nelle sue varie configurazioni; la mia domanda è: rispetto a questa capacità della fiction di «stare addosso» al reale nelle sue varie manifestazioni, in termini sia di problematiche sia di soggetti e situazioni rappresentate (per esempio, i lavoratori agricoli), vi è un'idea, all'interno dei modi con cui vengono selezionati, di quali sono i soggetti e le tematiche da rappresentare, o davvero devono esservi sempre e solo medici?
L'altro quesito, sempre legato al discorso che dal pluralismo si sposta alle politiche industriali, è il seguente: quando la RAI decide di porsi come operatore attivo nel processo di costruzione di un'industria nazionale dell'audiovisivo, quali strumenti mette in campo per favorire tale processo? Esiste, per esempio, uno studio o una definizione di moduli produttivi e narrativi, che potrebbe costituire una infrastruttura per mettere in piedi qualcosa? Esiste un'analisi, una valutazione, per esempio rispetto al rapporto fra conferme e debutti? Quest'ultima è un'altra questione che può riguardare ancora la direttiva sul pluralismo: sono d'accordo sul fare riferimento alla qualità, a registi di richiamo, a società che diano certezze economiche, ma il pluralismo è forse legato anche ad una politica di esordi; quindi, quali sono le relazioni tra conferme ed esordi? Ancora, quali sono gli eventuali rapporti tra l'utilizzo delle infrastrutture e dei centri di produzione già presenti sul territorio nazionale, visto che il rapporto che si stabilisce tra i centri di produzione di Napoli, Milano, Torino potrebbe essere decisivo dal punto di vista della definizione di un pluralismo geografico-culturale?
Mi chiedo poi: vi sono luoghi che non hanno veri e propri centri di produzione (Emilia, Veneto, il sud)? Questa è un'altra domanda relativa alla diffusione produttiva sul territorio. Il nodo principale, però, è il seguente: accettato il fatto che più soggetti e più società sono una garanzia di pluralismo, come favorirne lo sviluppo? Capisco bene quello che ha detto il dottor Silva, che cioè, dal punto di vista della RAI, sarebbe auspicabile che sorgessero società a capacità produttiva media in grado di stare sul mercato internazionale anche con altri prodotti che non siano necessariamente in rapporto con la RAI:
È poi molto interessante quanto ci ha detto sull'animazione: secondo quanto leggiamo sulla stampa internazionale, questo sembra davvero un campo nel quale può essere utile operare. Quanto all'esigenza di un prodotto competitivo, francamente constatiamo che continuate a portare avanti persone che hanno tutto il nostro rispetto ma che sono ormai ultrasessantenni; spingete un Monicelli, uno Scola, un Rosi (il quale è anche mio amico personale), che meritano tutto il nostro rispetto ma che abbiamo visto portare sul palco della biennale sulle stampelle! Sono i quarantenni che possono rilanciare la produzione, mentre le persone che citavo dobbiamo onorarle ma non credo possano aiutarci a fare un prodotto competitivo.
Concludo sul punto chiave, che è politico ed è stato sollevato all'inizio di questa riunione, anche in seguito alle polemiche di stampa. Si registra un orientamento a far lavorare soprattutto i simpatizzanti della sinistra e il punto chiave non sono i produttori, che agiscono nell'ambito di una logica di mercato e fanno film per avere un profitto: a me interessano, invece, i registi e gli sceneggiatori, perché sono quelli che mettono un'idea politica nel film. Allora, è rispetto a questi ultimi che domanderei al dottor Silva se può farci avere i suoi progetti in corso e per i prossimi mesi con l'indicazione di chi sono gli sceneggiatori e i registi, per capire qual è il loro orientamento politico, perché a noi interessa sapere se sono nel 90 per cento dei casi di una certa tendenza politica. Se poi Falomi richiama la qualità e, per carità, si ritiene che solo quelli di sinistra sappiano fare, mentre quelli di destra sono dei poveri disgraziati, mi sembra che questo sia un ragionamento che non si può accettare politicamente, salvo poi andare a verificare se è proprio vero che solo quelli di sinistra, o di estrema sinistra, sono bravi mentre gli altri sono degli incapaci. Non so proprio se si possa fare questa affermazione; sul punto, quindi, concludo: quello che ci interessa non sono i produttori, è sapere chi sono i registi e gli sceneggiatori che avete in progetto di far lavorare in questo momento e nei prossimi
A lei, direttore Silva, ed anche ai colleghi (mi dispiace che il collega Raffaelli sia andato via, ma potrà leggere queste mie affermazioni nel resoconto stenografico), a coloro che valutavano in maniera magari un po' riduttiva rispetto al ruolo della Commissione di vigilanza l'audizione odierna, mi permetto di far rilevare l'importante novità - cui probabilmente neppure la stampa ha dato sufficiente risalto - rappresentata dalla legge n. 249 del 1997, istitutiva dell'Autorità di garanzia per le telecomunicazioni, che attribuisce un'importanza fondamentale a queste nostre norme, agli indirizzi, al punto da prevedere la possibilità di sanzioni attraverso un richiamo del dirigente, attraverso ciò che è previsto dai contratti di lavoro. Quindi, non giudicherei in maniera così affrettata il lavoro della Commissione, tanto più che la stessa legge n. 249, al comma 4 dell'articolo 1, prevede che la Commissione è chiamata alla verifica del rispetto delle norme contenute, per esempio, nella legge n. 103 del 1975.
A chi ha dubbi sulla possibilità della Commissione d'intervenire in ordine a queste vicende, rimando all'articolo 4 della legge, laddove si dice che la Commissione - per usare un termine caro all'avvocato Esposito, la legislazione posteriore che fa tornare vigenti norme che si pensavano superate - riceve dalla RAI le relazioni sui programmi trasmessi e ne accerta la rispondenza agli indirizzi generali formulati. Come si vede, si parla di programmi, non di programmazione, che è un'altra cosa.
Detto questo, anche se ovviamente possono esservi interpretazioni diverse, ma questa a me pare quella giusta, dirò che il mio intervento, che non vuole essere affatto una «marcatura a trasmissione», per usare una felice espressione usata dall'onorevole Raffaelli, si muove sulla linea degli indirizzi che abbiamo approvato a febbraio, cioè intende esercitare quel potere di vigilanza sul rispetto degli indirizzi che è consentito a ciascun commissario e spero anche al presidente di questa Commissione.
Mi riferisco, in particolare, al comma 2, che ha richiamato la RAI ed i suoi organi dirigenti al rispetto del principio del pluralismo nella programmazione ed in ogni tipo di trasmissione. Mi riferisco, inoltre, al punto c) sul pluralismo culturale, quando si invita il servizio pubblico a caratterizzarsi come capace di proporre questioni innovative; mi riferisco, altresì, all'ultimo capoverso dello stesso punto c): particolare impegno dovrà destinarsi alla produzione e diffusione del prodotto nazionale ed europeo di qualità, tanto in Italia quanto all'estero, e mi piace aver ascoltato alcune cose che in proposito ha detto il direttore Silva.
Mi riferisco, altresì, ad un'argomentazione usata dal relatore di questo documento, l'onorevole Paissan, quella relativa alla norma per la quale per i programmi non prodotti direttamente o coprodotti dalla RAI abbiamo previsto che dovrà
Al senatore Falomi dico che ha pienamente ragione quando invita a non mettere in discussione l'autonomia ideativa e produttiva di chi fa radio e televisione pubbliche: lo abbiamo scritto, lo ribadisco e lo sottoscrivo, nel documento che abbiamo approvato all'unanimità; abbiamo anche aggiunto: purché essa non determini discriminazioni o trattamenti di favore verso determinate parti. Quindi, dovere di questa Commissione è interrogarsi se queste discriminazioni o questi trattamenti di favore vi siano stati; è diritto di ogni commissario porre le questioni. Penso che in quest'ambito possiamo essere d'accordo, tant'è vero che fu proprio Paissan, nella relazione introduttiva, a dire a proposito dell'assegnazione delle produzioni, che molto spesso anche a lui, ma è storia di ciascuno di noi, immagino, si rivolgono produttori che lamentano discriminazioni. In occasione dell'audizione dei direttori di rete Tantillo, Minoli e Freccero, ricordo che Paissan chiese di conoscere quali fossero questi criteri e Minoli fece una battuta di cui il direttore Silva sarà di certo stato messo a conoscenza: guardate che il vero potente è il direttore della produzione acquisti perché, se mettete su un palinsesto i nostri nomi e spegnete le lampadine di riferimento ai nostri cognomi, resta acceso perennemente quello del dottor Silva; buon pro le faccia, ma non è questa la questione, non dobbiamo verificare quanto lei sia potente, dobbiamo capire se la RAI faccia le cose che noi abbiamo chiesto in termini di indirizzi.
Allora, direttore, vorrei affrontare una questione alla quale lei non ha fatto riferimento, e non ne ho capito il motivo, anche perché ho letto la lettera che lei ha inviato a me e per conoscenza ad un numero di soggetti anche abbastanza eccessivo. Introducendo il tema di una mia intervista a Panorama, lei ha affermato che ho detto cose palesemente false. Poiché ho troppo rispetto della Commissione, per evitare di lasciare nel dubbio tale questione, la prego di chiarire una questione che attiene, proprio alla luce di considerazioni che lei ha fatto in questa sede, e mi piace ricordarlo, alla vicenda Andermann, che ricapitolerò brevemente perché è giusto che il direttore Silva sia chiamato a rispondere su di essa e, se ci darà soddisfazione, gliene daremo atto.
Il dottor Silva ha detto tre cose molto importanti che rientrano, a mio avviso, in quest'ambito. Se conosciamo un produttore, è più facile lavorare, perché ovviamente vi è già un apprezzamento precedente da parte della RAI ed è più difficile far lavorare qualcuno che non sappiamo come lavori; si tratta di un dato sicuramente importante. In secondo luogo, ha detto che la RAI si attribuisce il compito di avere successo, perché non ha senso produrre opere che non abbiano successo, il tutto finalizzato ad un rapporto favorevole con il pubblico, cosa sicuramente molto importante. In terzo luogo, ha citato la questione delle opere che possono essere diffuse in tutto il mondo: siamo proprio nel caso Andermann, lo definirò così.
Non so come la pensi politicamente il produttore della Tosca, so semplicemente che le questioni che sto per sollevare meritano una risposta, perché purtroppo si tratta di una vicenda abbastanza delicata che è bene che la Commissione conosca.
La storia è questa: non si tratta di una vicenda recente, ma di una vicenda che ha interessato i telespettatori italiani e di 107 paesi del mondo nel 1992, quindi prima di questo consiglio d'amministrazione, del precedente e di quello ancora precedente, che ereditò la produzione della Tosca nei luoghi e nelle ore di Tosca, un programma prodotto da Andrea Andermann con Placido Domingo, tanto per citare un nome, ma se ne potrebbero fare molti altri. Quest'opera ebbe uno straordinario successo di pubblico: era la qualità nella televisione del servizio pubblico ed in effetti riscontrò un grande successo (penso che su questo
L'8 giugno 1995 il consiglio d'amministrazione presieduto dalla dottoressa Letizia Brichetto Moratti approva un nuovo progetto, intitolato La via della musica: cinque film in diretta. Si trattava di programmare opere da cinque città importanti del mondo: il Barbiere di Siviglia da Siviglia, Così fan tutte di Mozart da Napoli, I racconti di Hoffmann di Offenbach da Berlino e Venezia, La Traviata di Verdi da Parigi, Turandot di Puccini da Pechino. Come ho detto, l'8 giugno 1995 il consiglio d'amministrazione delibera l'affidamento di queste opere. Il 5 agosto 1996 (c'era il nuovo consiglio d'amministrazione, ma non c'era ancora il dottor Silva) la RAI fa una proposta al produttore ed il 7 agosto questi risponde dando il proprio assenso; il 12 agosto la RAI riscontra l'approvazione del progetto ed il contratto viene attivato.
Penso che nessuno qui possa sapere come si orienti politicamente un produttore di fama mondiale, non c'è destra, non c'è sinistra; è una vicenda che mi ha appassionato ma per una questione diversa, che non ha attinenza con la politica, che ne ha forse con una certa concezione del servizio pubblico. Chiedo allora per quale motivo non si vada avanti con quel contratto, dal momento che la RAI in sostanza ha acquisito in perennità ed in esclusiva i diritti, che per gli introiti derivanti anche dall'interesse manifestato da 125 paesi a tale opera riducono il costo dell'opera stessa sotto il miliardo a puntata, cioè meno di uno spettacolo di varietà.
Peraltro, la RAI può essere liberissima di non trasmettere più un'opera, ci mancherebbe altro, però il 20 settembre del 1995 il consiglio d'amministrazione chiede al direttore generale di capire perché non si sia ancora attivato questo contratto, tanto più che la società di produzione minaccia di citare la RAI in tribunale, dove se la causa venisse persa si dovrebbero versare soldi del contribuente. Nel frattempo, due di quei cinque film sono diventati inutili e gli altri tre sono bloccati.
Nel novembre 1996 il consiglio d'amministrazione esamina il caso e delega il direttore generale a risolvere la questione, visto il rischio della causa. Il 7 aprile 1997 - passano cioè otto mesi per scrivere una lettera per chiedere una transazione alla società che invece aveva già sottoscritto il contratto ed ovviamente questa società sarà pronta a fare causa... Vorrei capire quali siano le logiche che inducono a trascurare un prodotto sicuramente innovativo, perché parliamo di quel genere di programmazione in diretta per il pubblico della prima serata, cioè qualcosa di straordinariamente innovativo, un prodotto di qualità al punto che 125 paesi sono pronti ad acquistarlo, un prodotto che certamente può costituire un biglietto da visita per la RAI, che viene etichettata dal suo presidente come la più grande azienda di diffusione e di produzione culturale del paese. Vorrei capire cosa induca la RAI a stoppare quest'opera se non il sospetto, in me malizioso, che forse ciò accada proprio perché, caro direttore, è un'eredità della precedente gestione. Vorrei sperare - ed in questo non vi può essere soggettività, lo ripeto - che ciò non sia avvenuto.
Ovviamente non sono un tecnico della materia, sto a quello che è stato il successo del programma di qualche anno fa e sto ai sì pronunciati dalla RAI; vorrei sapere se su questa vicenda si sia appuntato anche l'interesse dei sindaci e dei revisori dei conti, perché può comportare diversi miliardi del contribuente spesi dalla RAI, come tutto questo si concili con gli indirizzi dettati dalla Commissione e se vi sia una possibilità di ripensamento in proposito da parte del servizio pubblico di fronte alla dispersione di un patrimonio.
Dalle polemiche che vi sono state lei, dottor Silva, può avere avuto l'impressione che qui si volesse celebrare un processo; invece, io non le chiederò, ma le citerò soltanto alcune questioni sulle quali sono arrivate in questa sede segnalazioni a valanga e che hanno suscitato il mio interesse come commissario della vigilanza,
So - lei mi potrà smentire perché non ho dati in proposito - che all'interno della RAI vi è una regola per la quale le società da cui si proviene prima di entrare in azienda per sei mesi debbono almeno interrompere i rapporti di lavoro con la RAI. Mi piacerebbe capire se sia vero che si è operata una deroga a questo divieto, cosa che mi è stata riferita forse con malizia.
Neppure voglio chiederle - anche se sarei tenuto a farlo - quale sia il criterio per il quale alcune opere, bocciate nella precedente gestione, vengano riproposte e guarda caso approvate nella nuova. È questo il motivo per il quale abbiamo chiesto di conoscere i criteri di assegnazione delle produzioni: tra le prime opere che mi vengono in mente vi è L'elefante bianco; ricorderò la società Humphrey a cui fa riferimento uno dei coproduttori per comprendere se magari in passato qualcun altro avesse proposto questo progetto che fu inopinatamente gettato al macero dalla vecchia gestione e che oggi è stato ripreso. Ma queste, lo ripeto, sono mie curiosità alle quali se vuole può non rispondere, ma che si inquadrano in realtà in una questione più grande di politica generale, che riguarda esattamente le cose che sono state sottolineate dall'onorevole Grignaffini, dal senatore Falomi, dall'onorevole Landolfi e dal senatore Jacchia, per citare i presenti che puntualmente hanno fatto riferimento ad un suo intervento.
L'articolo 9 del contratto di servizio tra RAI e Stato (tale articolo proviene dalla convenzione tra Stato e RAI, che a sua volta deriva dalla legge n. 206 in base alla quale siamo chiamati a verificare il rispetto delle norme e, come disse l'avvocato Esposito, nel diritto le leggi hanno priorità, gerarchia rispetto ai regolamenti e alle convenzioni; non penso quindi di abusare del nome dell'avvocato Esposito), nell'ambito dell'obbligo per la Commissione di esercitare un'azione di verifica del rispetto delle norme, prevede circa mille miliardi di spesa per audiovisivi nel triennio 1997-1999, somma da reperire attraverso, rispettivamente, il 10, il 15 ed il 20 per cento del canone. La questione di politica generale che ci interessa - o che almeno interessa me - è quali criteri saranno seguiti, perché qui parliamo di soldi prelevati direttamente dalle tasche dei cittadini, e quali forme di trasparenza e conoscenza della destinazione dei fondi intendete porre in essere dal momento che, se le norme prevedono determinate disposizioni, occorre verificare che queste vengano rispettate.
La domanda è legata anche ai dati da lei citati sul rapporto tra produzione ed acquisti; non so se per i colleghi sia sufficiente - per me non lo è - che il direttore Silva annunci che vi è stata un'inversione di tendenza, la classica documentazione orale, per usare un'espressione felicemente adottata dall'onorevole Grignaffini. Per me non è sufficiente, proprio perché noi abbiamo la necessità di verificare, rispetto al monte di miliardi spesi su questo fronte, quante e quali opere siano state prescelte, quali produttori se ne siano avvantaggiati, e ciò anche per evitare - il dottor Silva mi permetterà questa considerazione - di dover acquistare ogni settimana Il mondo, che magari pubblicherà quei dati mentre la Commissione non ne sarà venuta a conoscenza.
Allora, proprio perché rientra tra le competenze che questa Commissione si è vista attribuire dalla legge n. 249 istitutiva dell'Autorità di garanzia per le telecomunicazioni, vorrei fare riferimento anche a ciò che ha osservato il senatore Falomi, il quale ha parlato a sua volta di una netta inversione di tendenza, ma si tratta sempre di cifre che ci sono state fornite,
Lo scorso 11 luglio lei ha annunciato che per la produzione 1997 saranno investiti 330 miliardi, 280 dei quali per la fiction e 50 per il cinema. Anche a questo proposito le chiedo se possa fornire alla Commissione, non certo al suo presidente, l'elenco delle opere, dei produttori e delle relative somme. In occasione di quella conferenza stampa, lei parlò in termini molto duri del sistema di informazione della RAI e il segretario dell'USIGRAI, dottor Roberto Natale, così si pronunciò: «Le dichiarazioni rese oggi da Sergio Silva nell'ambito della presentazione dei nuovi progetti di cinema fiction richiedono un'immediata presa di posizione dei vertici aziendali; nessun dirigente RAI può permettersi di affermare che l'informazione è presente nei palinsesti RAI per esigenze politico-lottizzatorie». Il segretario dell'USIGRAI affermò inoltre: «I programmi giornalistici ci sono perché l'offerta di informazione è una delle motivazioni fondamentali del servizio pubblico; peraltro, ne beneficiano anche gli indici di ascolto. Proprio con una maggiore offerta di informazione nell'ultima stagione televisiva la RAI ha contrastato al meglio la concorrenza; per sostenere il rilancio della fiction RAI, obiettivo essenziale per tutta l'azienda, non c'è bisogno di denigrare il lavoro altrui».
Quali sono dunque le motivazioni che l'hanno indotta a certe affermazioni che hanno fatto registrare una risposta critica di violenza almeno pari a quella che abitualmente l'USIGRAI esercita nei miei confronti? Posso capire che si polemizzi con il cosiddetto potere politico ma, se all'interno dell'azienda si verifica questo contraddittorio tra il sindacato e uno dei più importanti dirigenti della RAI, è necessario un approfondimento per capire se l'informazione è lottizzata e la fiction no ed eventualmente per conoscerne i motivi.
Ho avuto modo, poi, di rivolgere pubblicamente una questione al presidente della RAI, per la quale però more solito non ho avuto il privilegio di una risposta (garbata o meno che fosse): mi interessava capire il ruolo particolare che il consiglio di amministrazione ha nei confronti della sua direzione. Sappiamo che la legge n. 206 del 1993 affida al consiglio di amministrazione compiti direttivi nei vari settori del servizio pubblico, su indirizzo della Commissione parlamentare di vigilanza; sulla loro applicazione viene poi esercitato un duplice controllo da parte del consiglio di amministrazione e della Commissione di vigilanza, a mio modo di vedere rafforzato dalla legge n. 249, che ha ribadito certi poteri di controllo (noi, cioè, possiamo chiedere al consiglio di amministrazione perché non ha controllato e questo è un aspetto dirimente rispetto alle polemiche che vi sono state).
Nei mesi scorsi è apparsa su Milano finanza (ho purtroppo un archivio sterminato; meno male che dopo questa audizione potrò buttare la roba vecchia) un'indiscrezione relativa al ruolo del consigliere di amministrazione Liliana Cavani per quanto riguarda la direzione della fiction: ma non vi è stata risposta né pubblica né privata. Sono sicuro che si tratta di una bugia, che però non è stata smentita, per cui spero che venga smentita adesso: nell'articolo si sosteneva che la dottoressa Cavani partecipava alle riunioni della direzione cinema fiction, anche se non vi è alcuna delibera o delega in tal senso al
Passando ad altro argomento, a proposito de I vesuviani, lei ha osservato che il contratto era stato approvato in una certa epoca ed era stato poi perfezionato in epoca successiva; mi domando, allora, da chi è stato perfezionato: dal direttore generale, o su input di un consigliere di amministrazione e non del consiglio di amministrazione nel suo complesso? Sono questioni delicate, perché questi signori hanno il potere di controllarvi e non di dare direttive di settore; lei, giustamente, è stato assunto per seguire un indirizzo che però è sotto la responsabilità sua e non di altri. Su questo, sono quindi sicuro che arriverà una pronta smentita dal dottor Silva.
Sempre riguardo a I vesuviani, problema che tanto ha appassionato i critici della RAI e della Commissione, o del suo presidente, devo dire ai colleghi e al dottor Silva che non si tratta di questione che possiamo minimizzare o banalizzare. Non so, per esempio, cosa sarebbe accaduto negli anni scorsi se la presidente Moratti avesse fatto produrre un film su Berlusconi, e non voglio nemmeno immaginarlo visto che la questione non si è posta; il problema sollevato dall'onorevole Bocchino e ripreso dall'onorevole Landolfi, però, riguarda non il fatto che un film si possa o meno fare ma se, quando si fa un film, si comprende che esso è nella filosofia del servizio pubblico.
L'onorevole Grignaffini ha detto che per lei quel film è una parodia del sindaco, ed è importante che vi sia questo tipo di giudizio: può darsi che sia fazioso io, o il collega Landolfi, oppure al contrario lei stessa, ma il problema è proprio questo. La legge n. 103 del 1975, all'articolo 1, indica i principi del servizio pubblico: «L'indipendenza e l'apertura alle diverse tendenze sociali, politiche e culturali è tratto caratterizzante del servizio pubblico». Dobbiamo verificare che questo sia rispettato, com'è previsto sempre dalla legge n. 249. Allora chiedo: questa norma viene rispettata? Perché lo chiedo? Per sapere, per esempio, direttore, se siamo alla vigilia di una nuova stagione di film dedicati alla politica; vorremmo capire altrimenti perché se ne fa soltanto uno su Bassolino, il quale può essere denigrato o esaltato. Passatemi la battuta: penso che la RAI non farebbe mai un film comico, o una parodia, sul Vicepresidente del Consiglio. Abbiamo allora il dovere di sapere se si prepara un'ondata di politica attraverso la fiction o il cinema, finanziata anche o solo dalla RAI.
Questo è un problema sul quale ci dovremo pronunciare, visto che dovremo poter dire alla RAI che è bene fare certe cose con una certa attenzione, oppure non farle per niente; comunque qualcosa al riguardo dovremo dire, perché altrimenti verremmo meno al nostro ruolo.
Se conosco bene la questione, il programma Tosca ha avuto certe
Ne discese una proposta avanzata da Andermann al precedente consiglio di amministrazione della RAI, che questo approvò nel 1995 e che venne formalizzata in un contratto (per cinque edizioni, se le mie informazioni sono corrette) nel 1996: immagino quindi che per il contratto vi siano preventivi di costo, eccetera poiché ritengo che la RAI proponga e sottoscriva contratti sulla base di valutazioni economiche, di possibilità di cessione dei programmi ad emittenti in altri paesi, di una serie di considerazioni che sarebbe interessante conoscere, perché nel programmare fiction o cinema evidentemente si pensa non solo al mercato nazionale ma anche al ritorno economico che si può avere dalla cessione delle opere alle emittenti straniere.
Poi succede qualcosa e vorrei sapere cosa, cioè qual è il cambiamento di valutazione che viene compiuto e a quale livello avvenga, se del ritorno economico, o della validità diciamo artistica dei programmi. Chi compie la valutazione per cui non si dà attuazione ad un contratto firmato? Vi sono quindi proposte di transazione e mi sembra che esse vengano più o meno definite; rispetto ad esse, la domanda è: è vero che vengono definite nelle loro linee di massima prima dell'estate e che prevedono una riduzione da cinque ad un numero inferiore degli studi di fattibilità, eccetera? Ad esse, peraltro, non si dà ulteriore corso. La mia valutazione, strettamente sul piano giuridico, per quel po' di diritto che mastico, è che, se la RAI fosse chiamata in giudizio, sarebbe soccombente, forse anche in maniera molto gravosa: porrò comunque tale questione non a lei ma domani al consiglio di amministrazione, per conoscere quali valutazioni siano state fatte. La questione che pongo a lei, invece, è: cosa è intervenuto tra un contratto firmato e la decisione di non dargli corso? Che tipo di valutazione è stata compiuta? Si è trattato di un ripensamento che ha comportato il ridimensionamento dei programmi e dei progetti, quindi un accordo transattivo? In tal caso, perché non si arriva alla transazione? Si tratta di considerazioni puramente economiche, oppure di una diversa linea di programmazione culturale? Faccio l'editore e so che tante volte si può decidere di non dare corso ad un contratto firmato con un autore, anche se sono stati pagati degli anticipi.
Quali sono dunque le questioni? Sicuramente la vicenda non pone un problema di intervento della nostra Commissione, che non è chiamata ad esprimersi sul merito della valutazione artistica di un programma, e tuttavia, quando un'eventuale valutazione diversa espone l'azienda ad un rischio economico e soprattutto quando l'intero processo decisionale ha aree grigie molto forti, credo che il capire come decisioni di questo rilievo vengano prese in seno all'azienda rientri pienamente nei compiti della Commissione.
Quindi, anche alla luce delle considerazioni che svolgeva il presidente, torno a sottolineare quest'esigenza.
Prego, dottor Silva.
Oggi si pone il problema di utilizzare il centro televisivo costruito a Terni, superando anche difficoltà logistiche; si tratta di una realizzazione recentissima che tra l'altro pone problemi di costi, essendo lontana da Roma, ma ormai le necessità sono tali da non trovare risposta nelle strutture industriali esistenti. Quindi, il nostro sviluppo dipenderà anche dalla capacità di risposta del sistema industriale.
Si è parlato di decadenza: vorrei portare l'esempio dei due laboratori di sviluppo e stampa, due fallimenti clamorosi, società private che non avevano le strutture necessarie e che hanno chiuso; a questo punto, sono rimaste soltanto due società di rilievo, una pubblica ed una americana, oltre a due laboratori minori. Anche in questo campo dovremo riguadagnare le nostre capacità industriali, e spero che ciò accada rapidamente perché, se così non fosse, ci troveremmo nella singolare situazione di non poter andare avanti o di doverci rivolgere ad industrie straniere, il che sarebbe piuttosto ridicolo. Non credo si arriverà a tanto, perché comunque il mercato risponde, ma è certo che oggi il nostro sviluppo è condizionato dal sistema industriale esterno.
Giustamente l'onorevole Raffaelli rilevava che ho parlato di quantità mentre bisogna parlare anche di qualità. Credo che da un lato vi sia la linea, che dobbiamo e vogliamo seguire, di fare prodotti che piacciano al pubblico, ma che questa debba essere contemperata dal modo in cui ciò si realizza. È mia convinzione - e non da ora - che la realtà sia la materia che, se elaborata e metabolizzata correttamente in uno spettacolo, costituisce il nutrimento prima ancora che il piacere fondamentale del nostro pubblico. Per questo dicevo poc'anzi che gli spettacoli che realizziamo, piuttosto che commedie, sono opere più drammatiche ed abbastanza impegnate (se vogliamo usare questa parola un po' vecchia) dal punto di vista sociale, nel senso che traggono alimento da questioni sociali, di psicologia sociale o comunque di realtà sociale ampia. Più raramente ci intratteniamo su vicende riguardanti l'individuo, vicende psicologiche, particolari, sofisticate, che più frequentemente sono oggetto di film destinati alle sale. Diciamo pure che il sociale è il nostro elemento ed in questo senso, mentre seguiamo determinati stereotipi che sono ormai propri della comunicazione televisiva (le serie, i personaggi fissi, le coppie), cerchiamo però di imprimere anche un impulso di innovazione, un criterio commerciale anche questo, visto che l'innovazione è un elemento chiave non solo del nostro impegno in quanto istituzione, ma anche dei moderni criteri professionali.
In parte ho risposto ad alcune domande dell'onorevole Grignaffini, ma desidero aggiungere qualche considerazione in ordine alla quantità dei soggetti implicati come criterio, indizio di pluralismo. Il problema delle discriminazioni, se mi è consentito dirlo usando un'espressione forse eccessiva, è un problema che io conosco solo in quest'aula, che non mi si è mai posto, non mi è mai passato neppure nell'anticamera del cervello che vi potesse essere una discriminazione comunque motivata. Se qualcuno me lo chiedesse, non potrei fare una cosa simile, se vogliamo per ragioni ideali, sì, certo, ma anche per ragioni tecnico-professionali: è una cosa che non ho mai accettato; poiché in passato sono stato discriminato in maniera
Ciò che mi sorprende non è tanto quest'ovvietà - il fatto che io la trovi odiosa e che la legge vieti una simile pratica - ma che questo problema si ponga, perché francamente nella mia attività non ne vedo traccia e, se qualcuno sostenesse che magari in un'occasione mi sono distratto o ero delirante, va bene, sarei lieto di parlarne, perché voglio che qualcuno me lo dica. In base alla nota battuta del film con Jack Lemmon, nessuno è perfetto, siamo tutti perfettibili, quindi è anche possibile però, allo stato, devo dire che questa problematica mi sorprende abbastanza.
Di certo abbiamo un problema di rapporto con l'esterno, rapporto che per determinati aspetti deve essere prudente, per altri duttile. Per quanto riguarda la prudenza, debbo dire che le cose in RAI avvengono con un eccesso di prudenza, ma è soltanto un parere personale. Per lavorare con la RAI e prima di avere contatti con noi, si deve passare attraverso il vaglio dell'ufficio dell'albo dei fornitori, un ufficio apposito che verifica l'idoneità, le caratteristiche, il passato ed il presente di ogni società. Certamente questo non basta per assicurare il risultato o comunque l'efficienza e l'affidabilità di un determinato soggetto, ma si tratta comunque di un setaccio iniziale da cui nessuna società è esentata.
Detto questo, non c'è dubbio che una società affidabile che abbia già lavorato per noi ci dà delle sicurezze, ma è anche vero che talvolta la novità fornisce degli stimoli. Di solito con società piccole o non fortemente capitalizzate o non dotate di forti precedenti aziendali, magari in settori contigui, anche quando vi sia un interesse, cerchiamo di essere prudenti e badiamo che, almeno in fase iniziale, vi sia una proporzione ragionevole. Anche in questo caso, non vi è nulla di nuovo, si tratta di semplice buon senso.
Quanto alla notevole diffusività delle nostre produzioni su un ampio numero di aziende, che è un dato abbastanza positivo per certi versi, effettivamente dal punto di vista industriale può porre dei problemi. Di sicuro non possiamo decidere noi di far diventare grande una piccola società; è certo però che, se una piccola società ci sembra redditizia nei nostri confronti, corretta, non speculativa e legata alla qualità del prodotto, la seguiremo di più. Sarebbe sbagliato ed ingiusto se, di fronte ad un soggetto che ci dà buoni risultati, dovessimo usare criteri puramente statistici; credo, invece, che dobbiamo premiare la qualità ed il merito.
Quanto al modo in cui potranno svilupparsi delle società, credo che ciò possa avvenire sulla base di criteri selettivi, delle capacità imprenditoriali, ma anche - lo segnalo perché è un dato interessante - attraverso processi consortili. In questo momento sono in atto dei movimenti per cui queste piccole società, per tradizione individualiste e spesso litigiose, stanno studiando il modo di accorparsi in gruppi più grandi. Si tratta di un processo che ho auspicato quando ancora mi occupavo di questa associazione e sul quale mi sono già espresso dicendo che la RAI favorirà al massimo possibile, naturalmente rispettando le proprie regole, queste aggregazioni.
Per parlare ancora dei centri di produzione RAI, in questo quadro di crescita generale si può dire che ormai il problema, che in passato è esistito, dell'impiego dei mezzi interni della RAI è un problema che, in linea di principio, appartiene al passato, nel senso che oggi vi sono la consapevolezza e la cultura del fatto che possedere mezzi di produzione, sia pure costosi come quelli di cui dispone la RAI, non è un'afflizione del passato, ma costituisce un forte strumento per il presente e per il futuro. Come dicevo prima, la risposta alla globalizzazione ed all'intervento sul nostro mercato di una quantità enorme di fonti di comunicazione deriva dalla capacità di produrre: chi ha gli strumenti per farlo oggi è potenzialmente in posizione di forza. In concreto, il problema dell'impiego degli studi RAI allo stato attuale si pone molto parzialmente solo per il centro di Torino, e ciò per ragioni di dislocazione logistica, per abitudini che si sono maturate a seguito della difficoltà di spostarsi. Credo che da qui a qualche mese anche questo marginale problema sarà scomparso.
In parte ho già risposto alle domande del senatore Jacchia, ma vorrei aggiungere che non ci sono gli uni e gli altri, non conosco questa distinzione, non ci sono «i nostri» e poi tutti gli altri. Non so praticamente a quali nomi, a quali realtà corrisponda questa presunta distinzione, ma posso dire al senatore Jacchia che per me queste sono formulazioni che non conosco, non pratico, che mi sono totalmente estranee. Direi che prima di tutto non le conosco, non so chi sia di qua e chi di là.
Detto questo, mi piacerebbe che fosse giustamente apprezzata la forza delle cose: i talenti esistono; qualche volta ci può anche capitare di far crescere un talento ma la nostra capacità consiste soprattutto nel riconoscerli. In questo dobbiamo essere capaci e possiamo essere giudicati, ma il talento e le capacità appartengono alla realtà. Quindi, il termine «decidere» non è del tutto congruente: d'altra parte, non credo di poter usare le mie facoltà di decisione (usiamo questo termine con i limiti che ho detto) con riferimento alle idee politiche di un eventuale collaboratore. La cosa non mi riguarda e non mi interessa. Se qualcuno me lo chiedesse, non potrei che rifiutarmi e astenermi dal fare questo mestiere. Ciò che giudico sono le opere, le proposte, i progetti: su questo, insieme ai miei collaboratori, in una dialettica anche abbastanza appassionata, arriviamo a delle conclusioni, assolutamente non in base a targhe di alcun genere.
Quanto alle osservazioni del presidente Storace, con riferimento alla società che fa capo al signor Andermann, vi sono state due diverse decisioni di due diversi consigli di amministrazione della RAI in momenti successivi: la prima favorevole, la seconda più cauta, nel senso che il progetto non è stato rigettato ma ne è stata chiesta una maggiore gradualità.
Aggiungo alcune informazioni che mi sono state richieste dagli onorevoli Storace e Passigli: la Tosca non è risultata remunerativa per la RAI; in base al contratto che a suo tempo è stato perfezionato, dovevano esservi tre o quattro passaggi in tre o quattro anni e nient'altro. Personalmente dubito (non posso saperlo perché non era una pertinenza RAI) che questo programma, per la sua natura, sia stato venduto in 107 o 125 paesi...
Il costo non è di un miliardo, come ha detto il presidente Storace, ma di 4 miliardi di costo diretto erogato dalla RAI più circa un miliardo e mezzo di costo industriale: quindi, è un programma molto costoso...
Quanto al progetto, su cui vi è stata questa diversità di pareri, in realtà si è discusso non sul fare certe opere, ma sullo svolgere un'attività preparatoria. È quindi quello che chiamiamo un contratto ipotetico, possibile, eventuale, di fattibilità, di attivazione: è in qualche modo l'impegno che precede quello della produzione. Quanto alla ragione per cui vi è stato un diverso parere fra i due consigli di amministrazione, non voglio arrogarmi il potere di dare un'interpretazione su decisioni non mie, però non posso negare di aver saputo in qualche modo quali sono stati gli umori del recente consiglio di amministrazione che da ultimo ha portato alla decisione...