Doc. IV-quater, n. 169





Onorevoli Colleghi! - La Giunta riferisce su una richiesta di deliberazione in materia di insindacabilità avanzata dal deputato Tiziana Parenti con riferimento ad un procedimento penale pendente nei suoi confronti presso il tribunale di Roma (n. 3156/97 R.G.N.R. n. 8975/97 R.G.G.I.P.).
I fatti all'origine della vicenda consistono in dichiarazioni del predetto deputato, rese al settimanale L'Italiano, nel corso di un'intervista alla giornalista Laura Collura, pubblicata il 17 gennaio 1997, in cui venivano svolte alcune considerazioni in merito all'inchiesta «Mani pulite».
Come emerge dal capo d'imputazione, all'onorevole Parenti vengono attribuite le seguenti dichiarazioni:

«D. - Non ci vede analogie con Di Pietro? Anche lui si dice vittima di un complotto...

R. - In un paese civile non ci dovrebbe mai essere un ex pm che va a fare il ministro in un governo presieduto da un suo quasi inquisito... andiamo!

D. - E i suoi rapporti con Di Pietro?

R. - Mah non parlavamo molto. Cercai di farmi dare una mano anche perché notavo che aveva una grossa presa sugli avvocati degli indagati. Una volta dissi a uno di loro: non capisco perché quando vi convoco io andate sempre prima da Di Pietro. C 'è una parte della procura con cui ritenete di poter parlare e una no? Non mi rispose.

D. - Ma Di Pietro non le diede una mano ?

R. - Sembrò disposto ma poi venne fuori quell'assurdo contratto di via Tirso col quale si stabiliva che Greganti aveva preso i soldi per sé e non per il PCI. Quando glielo facemmo vedere Greganti urlò, impallidì, ebbe un battibecco con Di Pietro, si insultarono. Ma io ebbi la sensazione che si stessero lanciando dei segnali.

D. - Scusi, ma Di Pietro che poteva guadagnarci ad aiutare il PCI-PDS?

R. - Allora me lo chiesi anch'io. Adesso, con quel che viene fuori, comincio a capirlo. Magari aveva fatto un patto con i suoi superiori: loro desiderosi di proteggere il PCI-PDS, lui se stesso».

Per tali affermazioni l'onorevole Parenti è stata querelata da Antonio Di Pietro.

La Giunta ha esaminato la questione nella seduta dell'8 febbraio 2001, ascoltando, com'è prassi, l'onorevole Parenti.

Dall'analisi dei fatti, è emerso chiaramente come in questo caso le espressioni usate dal deputato si inseriscono in un contesto prettamente politico-parlamentare. Le affermazioni dell'onorevole Parenti costituiscono infatti una manifestazione del suo esercizio del diritto di testimonianza e di critica in ordine a temi oggetto dell'attività del Parlamento nonché al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica, quali quelli della giustizia e del modo con cui essa viene amministrata.

Peraltro, è di qualche significato che le riflessioni dell'onorevole Parenti si collocavano in un'intervista nella quale la stessa illustrava i motivi per cui decise di candidarsi a deputato prima, e di lasciare la magistratura poi. Il tono adoperato dal deputato Parenti non pare intrinsecamente offensivo. Esso anzi è connotato da una forma, quella dubitativa, eminentemente volta a formulare ipotesi e non accuse aperte e ingiuriose. Anche in tale ottica, le sue dichiarazioni si collocano sul piano della discussione circa i rapporti tra politica e magistratura.

Per questi motivi la Giunta, all'unanimità, propone di riferire all'Assemblea nel senso che i fatti per i quali è in corso il procedimento concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni.

Valter BIELLI, Relatore.


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