Doc. IV-quater, n. 129





Onorevoli Colleghi! - La Giunta riferisce su una richiesta di deliberazione in materia di insindacabilità avanzata dal deputato Vittorio SGARBI con riferimento ad un procedimento civile pendente nei suoi confronti presso il Tribunale di Roma (atto di citazione sen. Antonio Di Pietro).
L'atto di citazione si riferisce ad alcune dichiarazioni rese dall'onorevole Sgarbi nel corso delle trasmissioni televisive «Sgarbi quotidiani» andate in onda su Canale 5 nei giorni 18 e 20 luglio, 5, 6, 22 e 28 settembre 1994, attraverso le quali il medesimo avrebbe offeso la reputazione dell'attore, nella sua pregressa qualità di sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano.
Queste le frasi asseritamente diffamatorie, come risultano dall'atto di citazione:

Trasmissione del 18 luglio 1994:
«(...) non intendo cambiare neppure nel tono il senso di quella mia frase. Non intendo dire che (...) che era una metafora, che voleva dire un'altra cosa, che mi riferivo alla questione morale. No, ho detto assassini e lo confermo. E non l'ho detto per sfida, l'ho detto per convinzione... Dico morte Di Pietro quando Di Pietro porta morte».
[Si noti che con riferimento a frasi analoghe, pronunciate nel corso di un'intervista giornalistica, la Camera, da ultimo, si è già pronunciata nel senso della sindacabilità (cfr. A.C. seduta del 19 gennaio 2000, doc. IV-quater n. 98)].

Trasmissione del 20 luglio 1994:
«Davigo può perfettamente andare al Ministero di Grazia e giustizia perché sa che i magistrati devono essere armati per poter uccidere se serve... ed allora avendo questo potere, questa forza, hanno stabilito che devono essere armati, perché se serve ogni tanto il sangue corre. È un sangue che non sporca, 15, 16 suicidi, persone che si uccidono in carcere e attribuiscono le responsabilità ai magistrati non contano».

Trasmissione del 5 settembre 1994:
«Di Pietro è il primo nome che faccio ed è singolare che una nazione, il nome che più risuona sia quello di un giudice, vuole dire che c'è uno stato di allarme, una preoccupazione, una illegalità diffusa, il rischio di uno Stato di Polizia, di un Governo di Giudici, cose dette da molti e dette molto da me» (...) «se dire la verità significa risultare antipatici, la farò dire ad altri e quindi da oggi... sarò ipocrita, vi dirò che amo Di Pietro e che amo i giudici... Vi dirò che ciò che ha detto a Cernobbio Di Pietro è stato perfetto... Ha detto eccoci qua, tocca a noi. I parlamentari sono inetti... il governo è pieno di incapaci, il popolo ci vuole, faremo le leggi. Avrei in altro momento chiamato questo Colpo di Stato. Avrei in altro momento detto che questo era un abuso di potere... Abbiamo avuto il duce, oggi gli ex fascisti hanno Di Pietro» (...) «...da oggi il Parlamento non c'è più, da oggi il Governo non c'è più, c'è una buona, sana dittatura dei giudici. Borrelli e Di Pietro hanno aperto questa rotta».

Trasmissione del 6 settembre 1994:
«Di Pietro ha un potere che nessun potere ha, ... indipendente dal suo capo, dal Procuratore capo del suo istituto e senza alcun rapporto con il potere politico, proprio per quella indipendenza dei poteri garantita dalla Costituzione, può arrestarti dalla sera alla mattina, come ha fatto per esempio con l'amministratore delegato della Fiat, Romiti, ma stava per farlo, come ha fatto con molti amministratori della Fiat e con molti personaggi che erano presenti in quel bellissimo posto, che è Cernobbio... Di Pietro ha ottenuto, come dicevamo ieri, il loro consenso. Per forza, eh, quelli... ecco la dittatura, ecco che se avessero detto no, dice io domani ti posso arrestare e ho le armi per farlo...».

Trasmissione del 22 settembre 1994:
«Questo è intollerabile caro Di Pietro. Io non ho antipatia per lei, non posso avere antipatia per lei, lei mi fa ridere, ma non mi fa ridere perché io debba rappresentare la sua controparte, perché i suoi comportamenti nulla hanno a che fare con la giustizia, sono trattati in luogo sbagliato, in luogo di pena, in luogo di sofferenza, in luogo dove si piega la gente con la forza, con il carcere, con il ricatto e dove lei fa l'attore, dove lei fa il damerino, il ballerino, dove fa il top-model».

Trasmissione del 28 settembre 1994:
Il sen. Di Pietro viene qualificato come «rozzo contadino che alla terra vuol tornare e che per riscatto sociale pensa di illustrarsi arrestando le persone che hanno fatto cose importanti».

In sintesi, dal florilegio delle dichiarazioni sopra riportate, con toni che spaziano dall'invettiva e dall'accusa più infamante al puro dileggio, l'onorevole Sgarbi ha attribuito all'allora sostituto procuratore Di Pietro:
a) di essere un assassino e di avere precise responsabilità nel suicidio di alcuni indagati;
b) di avere propositi eversivi, volendo instaurare una dittatura di giudici;
c) di «farlo ridere» e di svolgere le sue funzioni facendo «l'attore», «il damerino», «il ballerino», «il top model»;
d) di essere un «rozzo contadino» che «pensa di illustrarsi arrestando le persone (...) importanti».

La Giunta ha esaminato la questione nella seduta del 29 marzo 2000.
Prescindendo per un momento dalla questione dell'esercizio delle funzioni, quanto ci sia di critica politica in queste affermazioni e quanto, viceversa, di sistematica denigrazione, fondata sull'uso abile e spregiudicato del dileggio personale, è di immediata evidenza. L'onorevole Sgarbi non si limita a criticare l'esercizio delle funzioni di magistrato, ma attacca l'uomo, al fine di diminuirne il valore sociale dinanzi al pubblico televisivo.
Ciò detto, va comunque precisato che le dichiarazioni attribuite all'onorevole Sgarbi esulano in via assoluta dall'esercizio delle funzioni di membro del Parlamento, secondo i criteri sanciti dalle recenti sentenze della Corte costituzionale. Se anche è vero, infatti, che più volte, in Parlamento, si è parlato, genericamente, delle inchieste svolte dal Pool di Milano e, in particolare, dal sen. Di Pietro, non può certo ravvisarsi una sostanziale corrispondenza di contenuti tra il dibattito parlamentare e le dichiarazioni dell'onorevole Sgarbi, proprio perché i contenuti e i toni delle medesime, che mai e in alcun modo avrebbero potuto trovare ingresso in un'aula parlamentare.
Per questi motivi la Giunta, a maggioranza, ha deliberato di riferire all'Assemblea nel senso che i fatti per i quali è in corso il procedimento non concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni.

Franco RAFFALDINI, Relatore.


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