Onorevoli Colleghi! - Con atto 3 dicembre 1996 il dottor Antonio Di Pietro, ora senatore, presentò una denuncia-querela contro l'onorevole Vittorio Sgarbi il cui testo viene trascritto nella richiesta di rinvio a giudizio per diffamazione avanzata dal Pubblico Ministero presso il Tribunale di Bergamo in data 17 gennaio 1997.
Entrambi gli atti recitano testualmente: «In data 11 novembre 1996 alle ore 13.30 è andata in onda, sulla rete televisiva Canale 5, una trasmissione dal titolo "Sgarbi quotidiani" condotta da Vittorio Sgarbi, di cui alla relativa trascrizione (allegato 1) in cui, fra l'altro, si afferma che: "...In realtà cosa ho detto; ho detto: Siamo di fronte ad un Ministro della Repubblica che è talmente potente, come Andreotti, che se qualcuno lo disturba, lo fa cacciare. Era la verità, Salamone, ricordate questo nome, si è permesso di disturbare Di Pietro, l'hanno cacciato. Cosa aveva fatto: aveva semplicemente avuto qualche dubbio sulle amicizie di Di Pietro. Dubbio legittimo, che hanno tutti. Puoi tu avere come compagno di banco il Maggiore D'Agostino che prende 700 milioni e non sapere assolutamente niente? Certo, salvo che questo tuo compagno di banco Maggiore D'Agostino non prenda i soldi da un tuo inquisito. Allora qualche dubbio c'è: cioè tu fai un'indagine su Pacini Battaglia, lo interroghi e intanto il tuo collaboratore prende 700 milioni da lui. Una cosa normale, normalissima, capita a tutti. Cioè tu stai facendo il magistrato e il tuo collaboratore sfila, con l'accordo dell'indagato, i soldi a quello che tu stai indagando. Dall'altra parte hai l'avvocato Lucibello, il quale sarà stato, forse, non vuol dir niente che fosse amico di Di Pietro, ma quando c'era lui gli indagati non andavano in galera. Ora, è giusto avere qualche dubbio su queste cose, è giusto che il Gico, la Finanza, indaghi su questo, è normale no? Si è potuto processare Andreotti, dopo 20 o 30 anni o 40 anni. Perché non lo si processava prima? Perché Andreotti era talmente potente che se qualcuno lo avesse disturbato, l'avrebbe fatto trasferire. Qui sta avvenendo esattamente lo stesso. In questo Governo, che ama tanto far pagare le tasse ai cittadini, c'è un Ministro che si mette ad urlare contro tutti, contro i suoi stessi alleati, convinto di essere l'unico onesto d'Italia, e abbiamo qualche dubbio, non sulla sua onestà, ma in generale su tutti, quindi anche su di lui; si mette a urlare e riesce a ottenere che il Capo dello Stato si metta in ginocchio. Probabilmente si sveglia e dice: Ah, avete disturbato Di Pietro con i vostri sussurri, a casa! non fate più, state buoni, state buoni, non litigate più. E quindi cacciano il Capo della Finanza... Guardate cosa ha fatto Autuori. Questo è il reato: il Gico non ha dubbi: Di Pietro favorì Pacini. (Repubblica) È apparso questo articolo mercoledì 6 novembre, è bastato questo a far cacciare Antuori. In tutta la sua storia si è permesso senza essere intervistato di far sapere a un tal Giuseppe D'Avanzo quello che stava facendo la Guardia di Finanza, nelle tre stanzucce che a S. Reparata ospitano a Firenze i 28 uomini delle Fiamme Gialle, passione, stanchezza, attese e frustrazioni sono dure come i muri ...abbiamo raccolto riscontri oggettivi e fatti incontrovertibili (dice l'investigatore), non abbiamo la prova principe, la prova materiale... se si pretende la traccia della dazione, se si vuole il numero del conto corrente, insomma, beh, allora, non ce l'abbiamo; ma se è sufficiente una imponente e concordante massa di indizi per poter affermare che Pacini, grazie all'avvocato Lucibello e all'allora pubblico ministero Antonio Di Pietro, uscì a Milano da Mani Pulite e nemmeno entrò a Roma in Tangentopoli, allora quella prova la si può vedere ad occhio nudo se si hanno occhi per leggere la nostra informativa... È la verità. Ma non c'era bisogno che lo dicesse Autuori. Era sulle carte e sui giornali da settimane. Era il corrispondente del «non poteva non sapere» che hanno usato i magistrati contro i politici. Adesso che quel magistrato è diventato politico, usa gli stessi mezzi di Andreotti e di Craxi e se io lo dico mi cacciano anche dal palco del Polo. Ma io lo dico lo stesso...».
La Giunta per le autorizzazioni a procedere nella seduta del 17 giugno 1998 ha deliberato di riferire all'Assemblea nel senso che i fatti per i quali è in corso il procedimento penale, di cui si è detto e che reca il n. 115/97 R.G. del GIP presso il Tribunale di Brescia, riguardano opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell'articolo 68, primo comma, della Costituzione.
Ed infatti, le affermazioni dell'onorevole Sgarbi - peraltro espressivamente contenute e percorse da un filo di ironia per nulla scomposta - rappresentano l'esercizio di un diritto di critica politica mondo da aggressioni che possano degradarlo a gratuita percussione dell'altrui personalità.
Di certo anche il senatore Di Pietro è stato chiamato in causa, ma la doglianza va al di là della normale aspettativa di rispetto perché non vi è critica che, svolta su fatti e atti, non chiami in causa le persone fisiche che ne sono autrici o vi concorrano.
Ennio PARRELLI, Relatore.
Frontespizio |