Onorevoli Colleghi! - La Camera è chiamata a pronunciarsi, ai sensi degli articoli 18 e seguenti del proprio Regolamento con riferimento all'articolo 68 della Costituzione, in ordine ad un procedimento civile iniziato nei confronti del deputato Giovanardi dal giornalista Enzo Biagi i cui atti sono stati richiesti dalla Camera ai sensi dell'allora vigente decreto-legge n. 466 del 1996.
Vale la pena di riepilogare per esteso i fatti dai quali trae origine il procedimento ed in particolare il contenuto della trasmissione televisiva Il fatto del 29 gennaio 1996 condotta dal dottor Biagi e dedicata alle retribuzioni dei parlamentari. Le affermazioni con le quali si apriva la trasmissione, come può desumersi dal testo integrale della medesima, allegato all'atto di citazione presentato dal dottor Biagi, erano le seguenti:
«Allora, i rappresentanti del popolo stanno esagerando? Una famiglia italiana - padre, madre e due figli - con quattro milioni di reddito, è considerata alle soglie della povertà. Certi parlamentari, con il trattamento che passiamo ad illustrarvi, vorrebbero ancora qualche miglioramento». Seguiva quindi una scheda filmata il cui testo era del seguente tenore: «Lo stipendio lordo mensile di un deputato è di 21 milioni e 500 mila lire, comprese le spese dell'ufficio e i collaboratori. Per ogni seduta a cui partecipano, ricevono inoltre 265 mila lire esentasse. Per 15 sedute al mese sono circa 4 milioni netti, senza contare sconti ed agevolazioni. Telefono gratis fino a 200 mila lire al mese; per la posta identico trattamento. Ambulatorio medico, servizio tintoria, voli Alitalia nazionali, biglietti ferroviari, pedaggi autostradali, cinema, stadio e teatro, gratis. Fino a 4 milioni per viaggi di studio, libri sconto 30 per cento, auto Fiat 13 per cento, calcetto, piscina, palestra e tennis 25 mila lire al mese. Per le signore deputate sarà aperto un servizio di estetica a prezzi convenzionati». Seguivano quindi alcune brevi interviste all'onorevole Vittorio Sgarbi, allora Presidente della Commissione cultura «che ha sempre difeso il trattamento economico dei parlamentari», che si soffermava sulle differenze tra lo stipendio del deputato e quello di un giornalista televisivo come Biagi. A ciò il giornalista Biagi replicava affermando: «i miei proventi derivano eventualmente da un eccesso di presenzialismo: quelli di altri anche da uno smodato assenteismo. Io, quando viaggio con la famiglia, l'autostrada la pago. Il giornalista esercita una professione, il parlamentare si considera il missionario di una causa». La successiva intervista con il senatore Claudio Regis e l'onorevole Costa, nonché un'apposita «scheda» filmata si soffermavano quindi sugli asseriti privilegi dei dipendenti delle Camere. Seguiva quindi una breve intervista con il giornalista Giorgio Bocca che affermava: «Se uno è un buon senatore, un buon deputato, ci vogliono dei soldi per far bene questo lavoro e per rinunciare ad una professione normale» nonché una breve intervista ai comici Gino e Michele i quali affermavano, tra l'altro: «tutti quelli che sono lì dentro anche se si aumentano lo stipendio sono convinto che pagherebbero di tasca loro pur di esserci nel prossimo». Seguiva quindi la chiosa di Biagi: «noi largheggiamo non solo nel trattamento ma anche nell'offerta dei posti». Veniva quindi diffusa una «scheda» nella quale si riportava che in Italia viene eletto un parlamentare ogni 60 mila cittadini (lo stesso che in Francia) mentre in Inghilterra, in Germania e negli Stati Uniti il rapporto è rispettivamente di 1 su 83 mila, 1 su 106 mila e 1 su mezzo milione. La trasmissione si concludeva pertanto con queste affermazioni: «non potendo tagliare le spese, non potremmo almeno ridurre il numero dei deputati? Con meno poltrone occupate, avremmo forse meno democrazia?».
Il relatore ha ritenuto di soffermarsi diffusamente sul testo del programma televisivo firmato dal dottor Biagi poiché è solo in rapporto ad esso che possono adeguatamente inquadrarsi e comprendersi le successive affermazioni rese dal collega Giovanardi.
Egli, infatti, in una dichiarazione resa all'agenzia di stampa Adnkronos il giorno successivo alla trasmissione, proferiva le seguenti affermazioni: «Ne Il fatto di ieri sera Enzo Biagi ha ridicolizzato il lavoro dei parlamentari. Gli ricordo che, secondo i dati forniti dal Ministero delle poste l'11 gennaio scorso, in risposta ad una interrogazione parlamentare presentata un anno fa da me e da altri colleghi deputati, negli ultimi cinque anni, egli ha ottenuto dalla Rai lire 990 milioni all'anno per l'ideazione e la conduzione in video della rubrica Il fatto, con il corollario di qualche altra prestazione in video. Sono certo che solo in Italia possa accadere che la TV di Stato permetta ad un signore di continuare a condurre una campagna di disinformazione sui parlamentari e di sputtanamento del Parlamento, come avvenuto ieri sera, incassando dai contribuenti italiani, ogni cinque minuti di trasmissione, quello che un parlamentare guadagna in un mese. Complimenti a Biagi».
A tali affermazioni rispondeva il dottor Biagi con una lettera pubblicata sul settimanale Oggi del 14 febbraio 1996 nel quale si affermava, tra l'altro:
«Ho parlato degli stipendi dei parlamentari, e sono incorso nella pubblica riprovazione di un tale onorevole Carlo Giovanardi, un residuato DC che mi dedica una costante attenzione e disistima a base di interrogazioni: lo disgustano non solo i miei programmi, ma anche i miei compensi, più che dimezzati, peraltro, dalle tasse. Fa parte del trio Casini-Mastella-Giovanardi, forse non essenziale alla vita della Repubblica ma indispensabile per ottenere qualche seggio. Cerca di farsi un nome dato che il cognome non significa nulla: è una specie di Pierino del moralismo. Sostiene ideologicamente il mercato, ma sapendo che lui, al di fuori della politica, ne sarebbe rigorosamente escluso. Giuro: non ce l'ho con lui ma con chi lo lascia andare in giro a parlare da solo. Non ha ancora capito che, per fare cinque minuti di onesta TV, ogni giorno con una media di quasi 7 milioni di spettatori, e spendendo quattro soldi, bisogna impegnarsi. Carlo, non farlo».
Seguiva quindi un'ulteriore replica da parte dell'onorevole Giovanardi, all'agenzia AGI, in data 9 febbraio, del seguente tenore: «Vedo che il dottor Enzo Biagi continua sul settimanale Oggi una polemica nei miei confronti, ritenendomi colpevole del reato di "lesa maestà" per avere osato chiedere quanto guadagna per cinque minuti della trasmissione Il fatto. Tra i vari insulti spicca quello "residuato DC". Non c'è male per chi, come me, è nato nel 1950, quando il dottor Biagi era già passato allegramente da un regime all'altro e si apprestava a riciclarsi, attraverso centrismo, centrosinistra, solidarietà nazionale e pentapartito, dalla prima alla seconda Repubblica;» e ancora: «Biagi insiste nel sostenere che se i parlamentari chiedono sacrifici alla gente non possono contemporaneamente migliorare la loro "già rispettabile situazione economica". Concetto di per sé giusto, se non fosse che nella trasmissione Il fatto del 29 gennaio 1996 lo stesso giornalista ha diffuso cifre e notizie spudoratamente false dimenticando oltretutto di dire che, per fare il moralista a spese dei cittadini che pagano il canone TV ha ottenuto dal 1o gennaio 1991 al 31 dicembre 1995, lire 4 miliardi e 950 milioni; e per associarsi ai sacrifici dei cittadini ha sottoscritto il 3 ottobre 1995 un nuovo contratto con cui il suo emolumento aumenta, per il 1996-1997, ad un miliardo tondo l'anno. Ed è vero che, pagate le tasse, gli rimarranno nette in tasca soltanto lire 3 miliardi e mezzo: la stessa cifra che un parlamentare, fatti i conti esatti, può sperare di incassare, se continuamente rieletto, in appena 45 anni di mandato. Ribadisco che trovo la cosa vergognosa e, al tempo stesso, aspetto con serenità nuovi attacchi del dottor Biagi dalle pagine di Panorama, del Corriere della Sera, di Oggi o degli altri periodici con cui collabora, con la promessa, da parte mia, che non chiederò quanto incasserà per queste ulteriori, lucrose attività».
A tali affermazioni il dottor Biagi faceva seguire un atto di citazione in giudizio nel quale si doleva del contenuto diffamatorio delle affermazioni rese dall'onorevole Giovanardi con particolare riferimento alle sue accuse: a) di voler «ridicolizzare» il lavoro parlamentare, b) di condurre «una campagna di disinformazione e di sputtanamento del Parlamento» avendo «diffuso cifre e notizie spudoratamente false», c) di «incassare in cinque minuti di trasmissione quello che un parlamentare guadagna in un mese» e di fare «il moralista a spese dei cittadini che pagano il canone di abbonamento alla RAI», d) di «essere passato allegramente da un regime all'altro», e) di condurre una trasmissione «vergognosa».
Si è costituito l'onorevole Giovanardi spiegando altresì domanda riconvenzionale.
Come si è detto sopra, gli atti sono stati trasmessi alla Camera, su richiesta della medesima, ai sensi del decreto-legge n. 466 del 1996. Decaduto tale decreto, nonché quello successivo n. 555 del 1996, gli atti sono stati mantenuti all'ordine del giorno della Camera in applicazione del principio generale più volte affermato dalla Corte costituzionale secondo cui spetta alle Camere di decidere in ordine alle prerogative dei propri membri, inibendo una decisione delle Camere nel senso dell'insindacabilità una difforme pronuncia da parte dell'autorità giudiziaria.
La Giunta ha esaminato la questione nella seduta del 5 febbraio 1997, procedendo all'audizione del deputato Giovanardi.
Il suddetto deputato ha precisato che i dati forniti dal dottor Biagi, se anche formalmente corretti (e neanche ciò era completamente vero avendo lo stesso Biagi ammesso nell'atto di citazione alcune inesattezze minori), erano tuttavia presentati in modo talmente tendenzioso e fuorviante da risultare, nella sostanza, falsi. Basti pensare al fatto che l'importo netto dell'indennità parlamentare mensile a gennaio 1996 era di lire 7.945.631, come risulta da uno scritto trasmesso allo stesso Biagi dagli uffici della Camera, ben diversa dalla cifra lorda di lire 21 milioni e 500 mila risultante dalla giustapposizione tendenziosa di una serie di voci specifiche e autonome, erogate con modalità e finalità diverse, in molti casi a titolo di mero rimborso spese.
Non solo. Particolarmente insultante risultava - sempre a giudizio del collega Giovanardi - il tono complessivo della trasmissione rivolta demagogicamente a criminalizzare l'intero ceto dei parlamentari in modo assolutamente preconcetto e tendenzioso.
In realtà il contesto complessivo della polemica nonché l'argomento della medesima - entrambi di indubbia natura politica - inducono a ritenere, conformemente alla consolidata giurisprudenza della Giunta, che si versi in un caso di opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni.
Secondo l'opinione più volte manifestata da questa Giunta sono infatti da ricomprendere in tale nozione costituzionale non solo le opinioni espresse all'interno delle Camere ma anche quelle che, espresse all'esterno, risultino oggettivamente connesse con la funzione parlamentare, escludendo, viceversa, le affermazioni che si riducano a meri insulti gratuiti. Nel caso di specie il contesto e l'oggetto della controversia sono senz'altro da considerarsi attinenti con l'attività politica e parlamentare dell'onorevole Giovanardi.
Quanto al tenore delle espressioni adoperate, esso trova pieno riscontro in quello, altrettanto caustico e pungente, delle espressioni rivolte dal dottor Biagi all'onorevole Giovanardi.
Per questi motivi la Giunta si è determinata a concludere nel senso che fatti per i quali è in corso il procedimento concernono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell'esercizio delle sue funzioni.
Michele SAPONARA, Relatore.
Frontespizio |