PROGETTO DI LEGGE - N. 6385




        Onorevoli Colleghi! - L'abuso e la cattiva gestione delle liste di attesa in ambito sanitario costituiscono una seria minaccia per la mortalità e la morbilità dei nostri cittadini. Il ritardo diagnostico e conseguentemente il ritardo di una pronta azione terapeutica o medico-chirurgica nei confronti della malattia inducono nel paziente un progressivo decadimento del suo stato di salute che comporta una cura tardiva più complessa, caratterizzata da maggiori rischi, da minori capacità di correzione dell'affezione e da minore stabilità dei risultati a distanza.
        Tutto ciò comporta, oltre maggiori costi della cura, anche maggiori oneri sociali ed assistenziali, indotti dalla limitazione funzionale del paziente e della sua capacità lavorativa nonché successive implicazioni di danno biologico e del patrimonio familiare.
        In effetti il prolungare della malattia non curata propriamente con idonei e tempestivi provvedimenti non coinvolge solo gli organi affetti dalla patologia, ma anche quelli che dipendono dalla buona funzione dei primi. Tale stato di compromissione organica, primaria e secondaria, causato dalla mancanza tempestiva di risposta del Servizio sanitario nazionale (SSN) alla domanda di prestazione può condurre, per malattie gravi, al decesso addirittura prima di iniziare le appropriate cure.
        Ciò comporta una grave violazione del diritto del cittadino che, sottoposto alle leggi dello Stato, assiste impotente a non veder onorato l'impegno di cura, come da legge e da contratto nazionale gli viene imposto.
        Le malattie cardiovascolari, per esempio, rappresentano il 50 per cento delle patologie manifeste ed il 50 per cento delle cause di mortalità, e colpiscono in gran parte persone fra i cinquanta e i sessanta anni di età, ancora nel pieno della capacità lavorativa. In campo epidemiologico tale area patologica è rappresentata in gran parte dalla malattia coronarica arteriosclerotica. Calcoli approssimati indicano che esistono in Lombardia, in lista di attesa di almeno un anno, circa 2500 malati, di cui il 30 per cento di provenienza extraregionale.
        Per tali malati, una volta posta l'indicazione chirurgica, è necessario provvedere entro tre mesi alla cura per non incrementare il rischio di infarto miocardico che ridurrebbe di anni la sopravvivenza a distanza con gravi limitazioni funzionali, limiterebbe la capacità lavorativa significativamente ed aumenterebbe il rischio operatorio per riduzione della funzione cardiaca, degli apparati valvolari o per aritmie gravi.
        La mortalità prevista per un anno di attesa di intervento, dopo l'indicazione chirurgica, è del 10 per cento circa per i pazienti coronarici, quindi per tornare all'esempio dei malati in lista di attesa, 250 malati decedono prima dell'intervento, e circa il 20 per cento presenta complicazioni importanti prima dell'intervento, compromettendo l'esito della cura a distanza, con sopravvivenza diminuita ed inabilità lavorativa conseguente.
        Un altro caso viene evidenziato da una minimale analisi dei dati delle malattie neoplastiche. Quest'ultime rappresentano il 25 per cento circa delle patologie ed il 18-20 per cento delle cause di mortalità: anche per questi pazienti i ritardi diagnostici e terapeutici, legati alle liste di attesa, comportano una considerevole mortalità e morbilità, evitabili con interventi contenuti nei tre mesi dall'inizio dei sintomi.
        I pazienti, conoscendo le lunghezze delle liste di attesa, impotenti, tentano di "iscriversi" in più liste di diversi istituti sanitari, "gonfiando" oltremodo tali liste.
        Allo stato attuale non è previsto un controllo delle liste di attesa e quindi una possibile razionalizzazione territoriale della domanda e dell'offerta, e poiché questo non avviene, purtroppo, neppure a livello regionale, ne consegue che non è possibile escludere le doppie iscrizioni.
        Inoltre, perversamente, le liste di attesa "gonfiate" permettono ai medici di proporre, "per risolvere presto il caso" soluzioni alternative con accesso ad istituti sanitari privati accreditati o no, alimentando un commercio di grande utilità per l'industria sanitaria e per il medico, ma in pieno conflitto di interessi con il paziente.
        Uno scopo che si prefigge la presente proposta di legge è proprio quello di mettere l'intero SSN nelle condizioni di avere in tempo reale la disponibilità ad erogare i servizi richiesti dal cittadino attraverso la previsione di un coordinamento di tipo informatico. Ciò deve essere realizzato sia nell'ambito territoriale di appartenenza che nel resto del territorio, di modo che il cittadino possa essere messo immediatamente nella condizione di scegliere, in conformità con le esigenze di urgenza e di comodità strutturale e funzionale, la struttura territoriale sanitaria più appropriata alle proprie esigenze, evitando di fatto così le odiose doppie iscrizioni e i cosiddetti "viaggi della speranza".
        La riduzione delle liste di attesa, che necessariamente consegue ad un maggiore coordinamento e ad una maggiore efficienza istituzionale, consentirà un miglior esito della cura, minori costi per ridotta incidenza di errori nel processo sanitario, maggior efficienza e migliori risultati a distanza con riduzione dei ricoveri per recidiva o per complicanze.
        Un altro fattore di sicuro miglioramento della prestazione e di diminuzione degli oneri dell'assistenza sanitaria nel tempo, nonché di conseguente riduzione delle liste di attesa, per lo meno per le prestazioni sanitarie più rilevanti, è individuato in un'attenta e specifica attività di prevenzione. Questa deve essere messa in atto attraverso un'accurata educazione ed informazione nonché assistenza al cittadino esposto alla malattia, eliminando così i fattori di rischio che generano la malattia e quelli che la inducono a recidivare dopo la cura. Ma seppure questo aspetto, fondamentale per la tutela della salute del cittadino, non è oggetto specifico della presente proposta di legge, sembra opportuno comunque sottolineare che provvedimenti tesi a prevedere serie politiche di prevenzione, sull'esempio di esperienze internazionali, ridurrebbero il costo degli errori sanitari di circa il 30 per cento, l'ospedalizzazione pre-cura non necessaria di circa il 30 per cento e quella da recidiva post-cura del 20 per cento nonché, conseguentemente, ridurrebbero sensibilmente, a lungo termine, gli oneri economici di assistenza sanitaria oltre a implicare una impagabile miglioria della qualità della vita per il cittadino.
        Quindi lo spirito che ha mosso la presentazione della proposta di legge è la consapevolezza che l'abbattimento dei tempi di attesa per la fruizione di prestazioni e di assistenza sanitaria è l'opportunità che abbiamo per migliorare l'appropriatezza dei servizi erogati ai cittadini. La lista di attesa è una violazione contrattuale nei confronti del cittadino essendo potenzialmente, come già più volte evidenziato, una minaccia alla salute nonché, di conseguenza, un fattore di aumento dei costi per complicanze dovute all'intempestività della cure. L'appropriatezza e la celerità delle risposte devono essere il giusto approdo all'appropriatezza della domanda.
        Altro aspetto fondamentale della presente proposta di legge è quello di garantire la soddisfazione del bisogno di cure del cittadino con priorità nella regione in cui lo stesso risiede, e comunque di garantire una quota parte dei posti in lista di attesa, per lo meno per le prestazioni da erogare in regime di intervento programmato (LP), ai cittadini residenti nella regione erogatrice della prestazione. Tale quota, nella presente proposta di legge, è fissata nella misura non inferiore all'80 per cento.
        Questo aspetto deve necessariamente essere correlato con il conseguente disagio economico-amministrativo a cui le regioni fornitrici di maggiori prestazioni sono soggette. Infatti, all'articolo 7, la presente proposta di legge è volta a considerare e a risolvere, anche dal punto di vista economico-amministrativo, quello, che nel "gergo sanitario", è definito fenomeno della "migrazione sanitaria interregionale ed intraregionale". Sono oltre 600 mila i malati che ogni anno ricercano prestazioni sanitarie emigrando dalla regione di appartenenza verso altre regioni in cerca delle cure migliori, delle prestazioni a maggiore specializzazione, delle liste di attesa meno lunghe o dei ricoveri meno prolungati. In cima alla lista delle "mete" preferite si trova la Lombardia, che nel 1996 ha accolto 115.012 persone (pari al 6,86 per cento del totale dei ricoveri effettuati nel suo territorio) provenienti dal resto del Paese. All'opposto, invece, si trova la Campania che ha "ceduto" nel 1996 complessivamente 68.233 residenti (circa l'8 per cento del totale dei ricoveri dei suoi abitanti). Di questi più di 20 mila hanno emigrato verso il Lazio, altri 8.500 in Lombardia e poco meno in Toscana, mentre i rimanenti sono sparsi nelle altre regioni del centro-nord del Paese. Nel 1996 sono state, eccetto il Piemonte e la provincia autonoma di Trento e la Valle d'Aosta, solo le regioni del centro-nord e la provincia autonoma di Bolzano a presentare un saldo positivo, nel senso che nel corso dell'anno hanno fornito prestazioni sanitarie ad un numero di cittadini maggiore del numero dei residenti nel proprio territorio. Questo ovviamente comporta delle pesanti ripercussioni sui bilanci regionali; infatti, là dove il saldo della mobilità dei pazienti è negativo quasi sempre non c'è disavanzo, o addirittura si registra un modesto attivo, ma questo deve essere letto come un disservizio nei confronti dei propri cittadini, costretti a ricercare altrove le prestazioni a cui hanno diritto. Di contro, le regioni che presentano un saldo positivo della mobilità dei pazienti, cioè forniscono prestazioni ad un numero maggiore di cittadini, si ritrovano a fatica a far quadrare i bilanci o registrano saldi negativi. Questa contraddizione deve essere necessariamente risolta attraverso la previsione di meccanismi atti a prevedere modalità di pagamento diretto delle prestazioni sanitarie erogate dalle aziende sanitarie locali (ASL) di appartenenza del cittadino che ha usufruito della prestazione alla ASL in cui la prestazione è stata erogata. Ciò al fine di permettere alle regioni e conseguentemente alle ASL che, sia per maggiore capacità ricettiva e miglior organizzazione, si trovano annualmente ad erogare prestazioni sanitarie e socio-sanitarie in numero notevolmente maggiore a quelle che sono previste secondo le ripartizioni del Fondo sanitario nazionale (ripartizione per quota pro capite), di poter disporre di fondi immediatamente disponibili.
        Infine, sempre al fine di consentire la sempre più adeguata fruizione dei servizi in relazione alle prestazioni richieste, all'articolo 8 si prevede, per quelle regioni che sono sottoposte annualmente ad una forte migrazione sanitaria, di derogare alle leggi vigenti in materia di numero massimo di posti letto per abitanti in modo da non penalizzare nell'accesso ai servizi i propri cittadini.
        Per le ragioni esposte, si auspica la rapida approvazione della presente proposta di legge.




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